
|
|
Rientro
in Italia
Io
avevo terminato la mia mansione e mi fu chiesto
di ritornare in Italia per ulteriori incarichi.
Partii per Milano con la famiglia. Quella mia
d'origine si era trasferita a Rimini da diversi
anni per cui, non avendo un luogo particolare
ove appoggiarci per vivere, accettammo l'invito
di mia zia Enrica, la sorella di mio padre Augusto,
che aveva già i suoi anni e che però
aveva una camera libera, quella della nonna Italia.
La sua residenza era in piazza Gramsci, vicino
al parco Sempione. Io andavo a lavorare in ufficio,
in Via Albricci. Lavoravo con l'Ing. Marcheselli
alla preparazione di numerose offerte. Effettuammo
anche numerose collaborazioni con l'Italstrade
i cui uffici si trovavano quasi di fronte. Ricordo
bene la possente figura dell'Ing. Lomazzi.

Enrica in Piazza Gramsci
Enrica direttrice della scuola per ambliopici
e il sindaco Aniasi
|
Non
fu vita facile perché vivevamo in una stanzetta.
Avevamo acquistato un lettino per Nicole che mettemmo
di fianco al monumentale letto dei nonni. La zia
viveva in un'altra stanzetta.
Che differenza rispetto alla grande libertà
vissuta in Africa con la nostra casetta, il giardino,
l'orto, un'aria sanissima. Poi la zia fu investita
da una macchina e si ruppe la clavicola, rimase
ingessata per molti mesi, oltre ad avere problemi
neurologici perché nell'incidente si era
anche presa una bella botta in testa. Jannette
si prese cura della zia e molti anni dopo, quando
rientrammo definitivamente in Italia, la zia divenne
l'insegnante di Nicole che nel frattempo era cresciuta.
La zia che è poi vissuta fino alla veneranda
età di 103 anni, ed è ora sepolta
a Monza, vicino ai suoi genitori, ai suoi fratelli
Giuseppe e Augusto ed a mia sorella
e sua nipote Anna Maria, fu sempre grata a Jannette
per l'aiuto che le fornì in quel periodo.

Enrica al nostro matrimonio
|

La Zia Enrica con Jannette, Nicole, ed Emma
|
Per
eludere un po' il momento del grande cambiamento
del rientro in Italia, decidemmo di andare in
vacanza per un paio di settimane in Romania. Prenotammo
una vacanza a Mamaia sul Mar Nero. Volammo con
un aereo sovietico di marca Tupolev fino a Bucharest,
con un aereo BAC 111 fino a Mamaia. Il Tupolev
scricchiolava tutto, ma alla fine arrivammo sani
e salvi.
La
Romania era un po' il gioiello dell'Est sovietico
ma, nonostante i grandi giacimenti petroliferi,
il cui prodotto veniva mandato in Unione Sovietica,
era sempre un Paese povero e lo si vedeva. La
gente non sorrideva mai. Le infrastrutture erano
buone, ma i servizi poveri. Il mar Nero si chiamava
nero perché poco sotto la superficie del
lago, apparentemente, non vi era vita biologica.
La sabbia era nera e qui si facevano i famosi
fanghi per curare le malattie della pelle ed altro.
Facemmo una gita in battello sul Danubio, che
fu bellissima; potemmo vedere le comunità
di pescatori che vivevano lungo il fiume. Facemmo
numerose amicizie con gruppi che venivano da Milano
e con i quali condividevamo un po' del tempo della
vacanza.

Un battello sul Danubio
Serata musicale
|
Poi
rientrammo a Milano per riprendere la vita di
città.
In
quel periodo feci diversi viaggi per lavoro.
In
Sudan - La Strada Port Sudan - Haya
Come
ho citato innanzi, l'Impresa Giuseppe Torno era
in contatto con il governo Sudanese con cui aveva
in passato collaborato nella costruzione della
diga di Kashm al Qirbah, sul fiume Atbara. Si
trattava di fare un'offerta con finanziamento
da parte del governo Italiano. Il progetto era
dell'italiana Italconsult e contemplava la costruzione
di una strada che collegava la città costiera
di Port Sudan con l'altra città costiera
di Sawàkin a sud, e poi proseguiva nell'interno
verso la città di Khartoum fermandosi a
Haya sull'altopiano. Si trattava di un progetto
impegnativo con diversi milioni di mc di scavo.
Nel tratto costiero prevedeva addirittura di utilizzare
materiale corallino per eseguire i rilevati, mentre
nella parte verso l'altopiano programmava scavi
enormi con rampate lunghissime. Il problema era
l'acqua per realizzare i movimenti terra. Avevamo
già individuato un'area, vicino ad una
raffineria esistente, dove metter il campo, dato
che vi era quanto necessario, acqua, sistemi di
comunicazione; era a metà strada fra Port
Sudan e Sawakin. Questa era una città fantastica
ed una città fantasma perché praticamente
abbandonata. Era stata un porto dell'impero Ottomano
dove arrivavano le carovane dall'interno con il
loro traffico di schiavi. Da Sawakin, inoltre,
partivano ed arrivavano barche a vela con traffico
di merci da e per il Sudan.
Il governatore della città durante l'occupazione
inglese era stato il Generale Kitchener nel 1892,
colui che aveva schiacciato con la forza la rivolta
di Omdurman.
La città di Sawakin era stata costruita
usando blocchi tagliati e squadrati ricavati dal
corallo. I balconi erano realizzati con balaustre
di legno tutte intarsiate. L'area marina presentava
una interessante insenatura che poteva permettere,
dopo essere stata dragata, la realizzazione di
un porto profondo (realizzato poi negli anni '90
e che verrà presto utilizzato dai cinesi
per caricare il petrolio proveniente da Darfur
mediante oleodotti). Haya si trovava sull'altopiano.
Era ricca di acqua ed era un'area dove tutti si
rifugiavano durante le caldissime ed umide estati
del Mar Rosso.
Anticamente era anche un piccolo porto commerciale
che si collegava con le altre città del
Mar Rosso fra cui Massawa in Eritrea, Aden e Suez.

Mappa del Sudan
Sawakin
|
Di
tutte le visite fatte all'area, la prima merita
di essere raccontata.
Eravamo
arrivati in quattro con un volo diretto per Port
Sudan: l'Ing. Bertinelli, l'Ing. Marcheselli,
il Geom Ruzzi ed io. Dovevamo organizzare una
ricognizione generale dell'area dei lavori per
fare delle scelte tecniche di come avremmo organizzato
l'esecuzione delle opere. Dopo aver dormito una
notte in un albergo storico di Port Sudan, noleggiammo
una land Rover con autista. Una mattina partimmo
all'alba con il fresco, in direzione sud lungo
la costa. L'autista parlava abbastanza bene l'inglese.
Dovevamo percorrere un centinaio di chilometri
per raggiungere Sawakin. Verso metà strada
l'indicatore della temperatura dell'acqua cominciò
a salire e l'autista dovette fermarsi, e riempire
il radiatore con l'acqua che si era portata dietro.
Ripartimmo, ma dopo una ventina di chilometri
dovette rifare l'operazione che divenne sempre
più frequente. Arrivammo a Swakin a mala
pena. L'autista ci lasciò in una piazzola
all'ombra, sotto di un albero, ed andò
a cercare un meccanico per vedere di riparare
il guasto.
La
città di Sawakin era per lo più
abbandonata con un mercato e un'area di transito
dove si fermavano camion e corriere provenienti
da Khartoum. Non sapendo bene cosa fare, erano
le 10 del mattino, ci mettemmo a giocare a tressette
seduti per terra, con le carte che si era portate
dietro l'Ing. Bertinelli. Dopo un po' riapparve
l'autista che ci informò del problema che
aveva la pompa dell'acqua in quanto perdeva; ma,
non avendo trovato alcun ricambio, cercò
egli stesso di ripararla. Per togliere l'alberino
della pompa, che in fabbrica viene inserito scaldando
in olio caldo il foro di inserimento, cercò
di farlo mettendo la pompa fra due sassi e cercando
di far uscire l'albero a colpi di pietra. Nel
frattempo era giunto mezzogiorno, il sole era
all'apice e faceva un caldo boia. Esaurimmo quelle
poche bevande che ci eravamo portate dietro. L'operazione
di riparazione fallì quando la pompa si
spaccò in vari pezzi.
Visitammo una parte della vecchia città
e del porto ed osservammo il passaggio di carovane
di cammelli che partivano per ed arrivavano dall'interno.

L'attuale porto nuovo costruito a Swakin
|

Strada che conduce da Port Sudan a Kassala
via Sawakin
|
Avendo
capito che non avremmo mai potuto proseguire,
andai alla zona di transito corriere e dopo aver
parlato con un autista, questi accettò
di caricarci sul camion a pagamento, visto che
andava a Port Sudan. Naturalmente, salimmo nel
cassone del camion in mezzo a ceste di galline,
uova, e sudanesi di varia origine etnica che stavano
facendo lo stesso viaggio provenendo dalla capitale
Khartoum. Tra un volo e l'altro, per le buche
che spesso il camion trovava, arrivammo, nel tardo
pomeriggio, a Port Sudan distrutti e con il mal
di schiena. L'Ing. Bertinelli decise che sarebbe
ripartito per il Cairo e poi per l'Italia, mentre
noi rimanemmo per riprendere la visita il giorno
dopo con altro mezzo di trasporto. La nostra ispezione
andò a buon fine e quindi ritornammo a
Khartoum per proseguire per l'Italia. Fu molto
interessante visitare la città prima di
partire ed osservare la confluenza del Nilo Bianco,
proveniente dal lago Vittoria, e del Nilo Azzurro,
proveniente dal lago Tana, sull'altopiano etiopico,
dopo un percorso di 1400 km per formare il grande
Nilo. Il Nilo è lungo 6671 km ed è
il più lungo del mondo.

Immagine aerea di Khartoum dove si vede
la confluenza del Nilo Bianco e del Nilo
Azzuro
|
In
Sudan attraversa un'area che prende il nome di
Sudd dove il fiume si trasforma un una immensa
area paludosa per poi tornare ad assumere l'aspetto
consueto del fiume. Il Nilo è famoso per
la sua storia e per le civiltà che ha bagnato.

Foto aerea di Khartoum con l'aereoporto
ed il Nilo - Port Sudan
|
Anche
mio fratello Giuseppe era stato in visita diverse
volte, assieme al Geom. Olivari, per studiare
alcuni progetti. La Torno aveva costruito la Diga
di Kashm El Ghirba sul fiume Atbara, l'Impresit
aveva costruito la diga di Roseires e la Recchi
i ponti sul Nilo, per cui vi era un'ottima relazione
fra il Sudan e l'Italia. Giuseppe stava studiando
un progetto per riutilizzare il ceppo residuo
dopo la raccolta del cotone. Lo scarto, debitamente
macinato ed inertizzato, poteva essere utilizzato
per produrre pannelli atti a realizzare case prefabbricate.
Non credo che il progetto esecutivo vide la luce
per problemi legati ai finanziamenti.
Namibia
- La strada Stampriet - Aranos.
Mentre
mi trovavo presso la sede di Milano, mi fu chiesto
di eseguire la 'Site visit' per una gara che era
stata lanciata in Africa del Sud Ovest, oggi Namibia,
in vista della costruzione della strada Stampriet
Aranos. Volai su Windhoek o Ventouk, come la chiamavano
i tedeschi. La logistica in città era ottima
in quanto vi era l'ufficio della società
che aveva iniziato i lavori per la costruenda
centrale idroelettrica in caverna al confine con
l'Angola, sul fiume Cunene a Ruacana. Rincontrai
amici con i quali avevo lavorato precedentemente,
fra cui il Rag. Desideri e famiglia.
La strada di cui occorreva fare offerta si trovava
al sud, attraversava trasversalmente il paese
da est ad ovest in una zona desertica piena di
dune. L'Africa del Sud Ovest era stata colonizzata
dai tedeschi nel 1800. La capitale infatti sembrava
una città tedesca con i tetti spioventi.
Le
donne locali portavano gonne lunghe come se fossero
in Sassonia. Con macchina ed autista partimmo
per il sud, passammo dalla cittadina costiera
di Mariental.
Foto donne
|
Lungo
il percorso incrociammo anche un treno a vapore
che andava verso nord. Vi era una ferrovia che
correva a 100 metri dalla spiaggia che veniva
bagnata dalle acque fredde dell'Oceano Atlantico.
Era impressionante la mattina vedere apparire
dalle nebbie, lungo il mare, un treno a vapore.
Raggiungemmo poi Stampriet dove incontrammo i
progettisti e i membri delle altre imprese venute
a far la visita. Qualcuno era arrivato con aerei
privati che erano atterrati sulla pista in terra
battuta della cittadina. L'area era prettamente
desertica, con queste dune che occorreva livellare,
in modo da ottenere una strada, con una livelletta
decente. Il progetto per l'appunto prevedeva di
ricollegare queste due cittadine con una comoda
strada asfaltata. Visto tutto il tracciato, esaminate
le aree delle possibili cave e terminata la visita,
poiché era molto tardi, pensai che fosse
meglio rimanere a dormire a Stampriet.
Il
territorio, come potete immaginare, era molto
arido, con cespugli e qualche pianta qua e là.
Ogni tanto si vedevano dei pozzi d'acqua con i
mulini a vento. Le farm in questa parte del mondo
non vanno a ettari, ma a decine di chilometri
quadrati, dove vengono cresciuti i Karacul, un
tipo di pecora molto pregiata con i cui piccoli,
appena nati, vi fanno pelli per pellicce pregiate.
Trovammo un alberghetto, nel centro della cittadina,
gestito da una tedesca. La sera andai a cena nella
piccola saletta e dal menù scelsi una bella
bistecca con patate fritte. Non avevo idea che
mi avrebbe portato un vassoio di legno gigante
contenente una bistecca che pesava almeno un chilo.
Era comunque saporitissima.

Alberghetto
Cucciolo di Karakul
|
Dopo
un bel sonno, rientrammo a Windhoek, e poi proseguimmo
per Ruacana, per andare a visitare gli amici che
già vi stavano lavorando. Il viaggio fu
lungo perché percorremmo 850 chilometri
su strade quasi completamente in terra battuta,
senza incontrare praticamente nessuno. Al ritorno
proseguii per rientrare in Italia.
Della
Namibia vi parlo estensivamente nel capitolo dei
paesi visitati perché è per me il
più bel paese del mondo dove oggi vive
mio nipote Nabil.
Nello
Yemen - Studio del nuovo aeroporto di Sana
Tornato
in Italia e lasciata la documentazione all'ufficio
gare, mi fu chiesto di recarmi nello Yemen, a
Sana, per raccogliere gli elementi necessari allo
studio della costruzione di un aeroporto, relativa
aerostazione e hangar. Fu un viaggio interessantissimo,
dato che l'architettura delle costruzioni a Sana
è impressionante, con edifici arroccati
sulle rocce, dai forme e dai colori fantastici.
Non ho trovato le foto che scattai e quindi vi
inserisco qualche foto fatta dal mio caro amico
e fotografo professionista Basilio Rodella di
Montichiari (BS) che realizzò un reportage
su quel paese. Era impressionante vedere i vestiti
degli Yemeniti ed anche notare che al cinturone
si portavano dietro coltellacci a forma di scimitarra
affilatissimi con manici dalla strana foggia.
Con quelli era meglio non litigare. Raccolsi le
informazioni necessarie e poi rientrai in Italia.

Studio degli aeroporti italiani
|

Montagna Longa e documento relativo all'incidente
|
Erano
ancora fresche le ferite causate dal terribile
incidente, quando un aereo, decollato il 5 maggio
1972 dall'aeroporto di Punta Raisi a Palermo finì
contro la Montagna Longa a Carini e persero la
vita 108 passeggeri.
Nonostante dall'inchiesta ministeriale emerse
la mancata osservanza da parte dei piloti del
circuito aeroportuale, si appurò che diversi
aeroporti italiani fossero carenti dal punto di
vista della normativa internazionale. Fu quindi
lanciata una gara per il riesame di molti di questi
aeroporti, fra cui Brindisi, Bari ed altri. Mi
fu chiesto di partecipare, con un gruppo di altri
tecnici, ad una proposta progettuale ed economica
per la messa in norma di questi aeroporti. Nel
gruppo di lavoro vi erano l'Ing. Gentile e l'Ing.
Roberto Caudano, che era stato mio direttore in
Africa. Visitammo tutti questi aeroporti, vi facemmo
eseguire sulle piste esistenti le prove su piastra
per determinare la portanza delle pavimentazioni
esistenti delle piste, per stabilirne l'adeguatezza
rispetto ai velivoli che vi atterravano e transitavano,
facemmo controllare tutti gli impianti elettrici,
elettronici, controllo elettronico del volo, ILS,
impianti antincendio, servizi pompieristici, torri
di controllo e quanto altro necessario per procedere
alla riprogettazione ed all'offerta economica.
Seppi poi che vincemmo qualche gara ed partecipammo
all'esecuzione di alcune di queste opere. L'Italia
è un paese strano. Andammo a Bari per vedere
quali fossero i lavori da eseguire e scoprimmo
che il nuovo aeroporto era stato appena completato
a perfetta regola d'arte. A Brindisi invece, la
nuova torre di controllo, appena costruita, era
all'interno del cono di sicurezza ed avrebbe dovuto
essere abbattuta e rifatta in area di sicurezza
al volo. Non vi dico poi della mancanza dei sistemi
elettronici di assistenza al volo ed agli atterraggi.
Un disastro. Naturalmente molti aeroporti continuarono
ad essere inefficienti. Basta leggere la cronaca
del recente incidente a Linate.
Due
volte in Iran
A
metà degli anni '70, l'Impresa di Costruzioni
Generali Giuseppe Torno buttò l'occhio
all'Iran dove, sotto lo Shah Pahlavi, il Paese
aveva lanciato una grandissima quantità
di progetti per il suo sviluppo sociale. Ricordo
la costruzione dell'enorme diga del LAR, al piede
del Damavan, da parte dell'Impresa Impresit e
la costruzione del gigantesco porto di Bandar
Abbas, sul Golfo Persico, da parte dell'Impresa
dell'IRI Condotte d'Acque. Le nostre aziende aeronautiche
stavano vendendo all'Iran aerei ed elicotteri
militari.

La Capitale Teheran con la sua porta moderna
|
L'Impresa
aveva anche instaurato delle forti relazioni con
l'Impresa di Costruzione Giapponese Kumagai Gumi
quando costruirono insieme la diga del Tachien
a Taiwan, una diga ad arco cupola alta quanto
quella del Vajont. Qui vi avevano lavorato molti
dei miei amici. Vi rimando al capitolo Lavori
dei miei amici per rendervi conto dei dettagli
di quel progetto.
Pertanto, le due imprese decisero di esplorare
la possibilità di partecipare a qualche
gara di appalto in quel Paese. Feci due viaggi
assieme ad ingegneri giapponesi della Kumagai
Gumi.
Il primo viaggio, della durata di 45 giorni, fu
dedicato allo studio della realizzazione di una
diga in Rockfill, alta 180 metri, la diga del
Reza Shah Kabir ad Ahvaz sul Golfo Persico.
L'altro viaggio fu rivolto alla progettazione
e costruzione di una ferrovia di oltre 300 chilometri
per portare vicino al porto di Bandar Abbas il
minerale di ferro proveniente dall'area di Khol,
dove vi erano dei grandi depositi di questo minerale.
Ero molto eccitato di andare in quel Paese che
era la culla della Fede che avevo abbracciato
venti anni prima in Eritrea. Oltre a ciò,
avevo un legame familiare, dato che mio fratello
Giuseppe aveva sposato Mehry, una bellissima ragazza
di origine iraniana che era venuta in Italia da
giovane e che viveva e studiava a Bolzano. Mi
incuriosiva andare a conoscere una nazione straordinaria
ed un popolo che sicuramente aveva delle eccezionali
qualità, ma di cui una minoranza fanatica
religiosa aveva per oltre cento anni perseguitato
i miei correligionari, colpevoli solo di amare
l'intera umanità.
La
diga del Reza Shah Kabir
Il
progetto era posizionato nel Golfo persico, nella
regione di Ahwaz. Era un progetto enorme che avrebbe
richiesto un impegno drammatico da parte delle
due imprese. Affrontai il viaggio. Dopo essere
arrivato a Teheran, la capitale dell'Iran, dove
mi fermai una settimana per procurarmi tutti quegli
elementi amministrativi necessari per valutare
il costo del progetto economicamente, colsi l'occasione
per incontrare amici che si erano trasferiti a
vivere in Iran. Poi proseguimmo per Ahvaz con
un volo interno. Viaggiavo con un tecnico giapponese
della Kumagai Gumi ed un amministrativo della
Torno per studiare la logistica, costi dei materiali,
costi dei trasporti, legislazione ecc. Ad Ahvaz
faceva un tale caldo che, quando scendemmo dall'aereo,
mi mancò il fiato e mi venne una fibrillazione.
Andammo in albergo dove trovammo un po' di refrigerio.
Qui studiammo bene i disegni della diga, il programma
dei lavori, le specifiche tecniche dei materiali
principali con cui sarebbe stata realizzata la
diga, le caratteristiche idrauliche del fiume.
Preparammo tutta una serie di note per le cose
che avremmo dovuto esaminare nell'area dei lavori.
Avevamo anche gli elementi di una diga in costruzione
che avremmo visitato.

La Capitale Teheran con la sua porta moderna
|
Due
giorni dopo, con un mezzo noleggiato, autista
ed aria condizionata, andammo nella suddetta area
dei lavori. Il territorio era veramente brullo,
con pochissime piante ed un mucchio di massicci
rocciosi.
Naturalmente si vedevano colonne di carovane di
gente che si trasferiva da qualche parte con muli
e cavalli e i famosi howdagh con donne dal viso
coperto. In città invece la popolazione
era abbastanza moderna, vi erano donne che si
coprivano ed altre no. Mi sembrava ci fosse abbastanza
libertà.
Chiaramente
il clero islamico era abbastanza critico nei confronti
di questa situazione, ma mordeva il freno. Era
anche arrabbiato con lo Shah perché, per
quello che mi è stato riferito, aveva tolto
le terre ai grandi proprietari terrieri - La chiesa
Islamica - i Mullah - per distribuirle ai contadini.
Terminammo lo studio e presentammo l'offerta che
risultò la più economica. Però
ci fu richiesto un ulteriore sconto del 3%. Valutammo
il tutto e, considerando la richiesta iniqua,
decidemmo di abbandonare il progetto, cosa che
fu poi si rivelò una fortuna a ben vedere
cosa successe con l'arrivo di Khomeini, la morte
dello Shah Reza Pahlavi e la rivoluzione culturale.
In effetti, le Imprese italiane che vi stavano
lavorando, l'Impregilo e Condotte d'Acque, persero
miliardi.
La
ferrovia Khol - Bandar Abbas.
Come
ho detto sopra, assieme ad un folto gruppo di
ingegneri dell'Impresa di costruzione giapponese,
Kumagai Gumi, visitammo tutto il tracciato della
possibile linea ferroviaria da Khol a Bandar Abbas
per portare il minerale di ferro affinché
fosse imbarcato al porto per essere esportato
o per essere lavorato in future acciaierie da
realizzare in quell'area. Facemmo il viaggio su
alcune land Rover per centinaia di chilometri,
su e giù per le montagne del sud dell'Iran.
Si passava da paesaggi lunari a quello che una
volta era il fondo marino con i suoi resti fossili
e i depositi di sale. Dormimmo nei villaggi iraniani
in abitazioni simili alle nostre case di terra,
realizzate con fango e paglia e legno, per terra,
ma su ottimi e soffici tappeti persiani. Mangiammo
il tradizionale cibo iraniano, quali scish khebab,
celo khebab. Scoprimmo il dug, una bevanda a base
di yogurt ed erbette assolutamente rinfrescante.
La mattina, uscendo dagli alloggi, si potevano
vedere i bambini scappare nell'incontrare per
la prima volta uomini gialli con gli occhi a mandorla.
I bambini sono uguali e belli in tutto il mondo.
Fu un viaggio memorabile. Spesso si attraversavano
corsi d'acqua dolce, altre volte acqua salata.
Il progetto fornitoci era soltanto un tracciato
approssimativo dei 300 chilometri della ferrovia
- planimetria e profilo con indicati i viadotti
e gallerie da realizzare. Furono fornite pochissime
indicazioni e nessuna informazione geologica.
Molti
degli imbocchi delle gallerie erano inavvicinabili.
L'offerta fu fatta stimando il valore tanto a
chilometro che risultò essere almeno sei
volte quanto stimato dal governo. Da quello che
so, essa non venne mai realizzata e le acciaierie
furono costruite in altre località. Finimmo
il viaggio raggiungendo Bandar Abbas dove la Condotte
d'Acque stava costruendo un gigantesco porto.
Gli alberghi erano tutti pieni e finimmo per dormire
sopra le terrazze di alcuni edifici insieme agli
operai del porto, su brandine senza materassi
o coperte. Quando scese la notte, arrivò
un freddo umido che mi fece battere i denti. Trovai
rifugio in un angolo della terrazza, sperando
che la mattina arrivasse presto.
Quindi
corsi subito all'aeroporto per raggiungere Teheran
e scappare poi in Italia. Durante il volo fra
Bandar Abbas e Teheran si poterono vedere molto
bene, sul territorio arido, dei lavori in corso
sul terreno. Lunghissime file di gallerie scavate
a mano da iraniani specializzati nello scavare
a bassa profondità, per raccogliere acqua
ed umidità dal terreno e convogliarla nei
pressi di villaggi. Una cosa impressionante. A
Bandar Abbas visitammo dei pozzi di 2, 3 metri
di diametro profondi fino a 30 metri scavati a
mano da questi specialisti.
Ebbi
l'opportunità di partecipare ad alcuni
incontri della comunità Baha'i di Teheran.
Erano tenuti in un bellissimo Centro che fu poi
abbattuto, negli anni a venire, dagli Ayatollah.
Le persecuzioni contro la comunità Baha'i
ripresero con efferato vigore che portò
all'imprigionamento ed impiccagione di centinaia
di persone, giovani, vecchi, uomini e donne che
non avevano commesso alcun crimine, aumentando
quel lungo elenco di uccisioni che cominciarono
agli albori della storia di questa straordinaria
Fede e superando il numero di 20.000 vittime.
Le persecuzioni sono poi continuate privando di
ogni diritto la comunità Baha'i iraniana
- la più grande minoranza religiosa del
Paese - forte di oltre 300.000 membri. La situazione
ancora oggi non è cambiata e sta peggiorando
alla faccia di quella tolleranza che la Fede di
Maometto promette. In effetti, i Baha'i vengono
considerati apostati ed eretici passibili di condanna
a morte.
Visita
alla diga del LAR
Prima
di partire per l'Italia, feci una visita a mia
cugina Sandra Scollo ed al marito Italo Ganassali,
che erano nel cantiere dove l'Impregilo stava
realizzando l'impressionante diga del LAR. Il
lavoro si trovava alle pendici del Damavan, un'impressionante
montagna, permanentemente coperta di neve, sulla
strada fra Teheran ed il Mar Caspio. Si trattava
di una diga in Cls, arco cupola con relativa galleria
di adduzione alla centrale costruita da altri.
Ricordo il massiccio parco macchine, fra cui i
Bottom Dumps Cat 778 che portavano ad ogni viaggio
qualcosa come 50 metri cubi.
Il cantiere era spesso coperto di neve e perciò
si era organizzato con gatti delle nevi per potersi
spostare da un luogo all'altro. Le case erano
in muratura massiccia con le finestre a doppi
serramenti, dato il gran freddo.
IN
AFRICA DEL SUD OVEST oggi NAMIBIA
Centrale
idroelettrica di Ruacana
Dopo
aver passato a Milano quasi un anno, con una situazione
logistica familiare sacrificata presso mia zia
Enrica, ero assai nervoso. Ciò mi preoccupò
moltissimo e mi fece anche star male. Mi venivano
delle strane sensazioni di svenimento. Mi feci
ricoverare all'ospedale Fatebenefratelli di Milano
dove rimasi ben tre settimane. Mi controllarono
assolutamente tutto. Alla fine la diagnosi fu
"Disturbi funzionali del sistema neurovegetativo".
Praticamente nulla. Mi diedero dei farmaci per
stabilizzarmi, che smisi di prendere poco dopo.
Andai a trovare la direzione della Torno esprimendo
la mia insoddisfazione e preoccupazione, sollecitando
una soluzione che se non fosse giunta mi avrebbe
costretto a cercare altre strade. Dopo un paio
di settimane l'Ing. Enrico Bertinelli, mi convocò
per informarmi che sarei partito per l'Africa
del Sud Ovest - oggi Namibia - presso il cantiere
dove era in corso la costruzione della Centrale
Idroelettrica in Caverna di Ruacana, sul fiume
Cunene, al confine con l'Angola. L'incarico era
quello di Capo settore per i lavori esterni. La
notizia fu come un balsamo. Si ritornava alla
produzione. Avvisai mia moglie Jannette che ne
fu entusiasta. Ero già stato in visita
in quel cantiere, come ho raccontato innanzi.
La zia Enrica nel frattempo si era ripresa dal
terribile incidente e, con l'aiuto della signora
Carmela, non aveva più bisogno di mia moglie
Jannette, la quale con la figlia Nicole si recò
a salutare sua madre, dato che i contratti in
quel cantiere duravano due anni.
Finalmente arrivò il giorno della partenza
e con un Jumbo SP della South African Airways
facemmo il viaggio senza scalo da Francoforte
a Windhoek, la capitale dell'Africa del Sud Ovest,
come si chiamava all'epoca. Era una ex colonia
tedesca data in gestione al Sud Africa dalla Lega
delle Nazioni - Vi rimando al capitolo Paesi visitati
per conoscere la storia di questa straordinaria
terra. Il viaggio fu lunghissimo, credo sia durato
quindici ore. La cittadina di Windhoek o Ventouk
sembrava una cittadina tedesca con le case simili
a quelle della Baviera, con i tetti a punta nonostante
qui la temperatura raggiungesse i 40 gradi. E'
una città moderna con alberghi bellissimi,
parchi, monumenti, negozi, supermercati.
Naturalmente, come per il Sud Africa, qui esisteva
l'apartheid e questo era veramente una terribile
piaga. Le donne di colore vestivano con bellissismi
abiti colorati e strani copricapo, indossavano
gonne di stile ottocentesco. Anche qui, però,
esistevano varie tribù con differenti stili.
La città che è localizzata al centro
della Namibia, lontano dall'Oceano Atlantico,
si trova su una piattaforma di circa 1000 metri
di altitudine.
Rimanemmo
nella capitale un giorno, rincontrai l'Ing. Marcheselli
e il Rag. Desideri con la sua famiglia, l'Ing.
Bosi che si interessava dell'arrivo dei materiali
più importanti. La società aveva
un bell'ufficio di rappresentanza ed una foresteria.
Poi con un volo di due ore su un nostro aereo,
un Super King Air da 10 posti, raggiungemmo la
località di Ruacana al nord, al confine
con l'Angola. Il fiume Cunene ne segnava il confine.
Lo spettacolo che si sfilava sotto gli occhi fu
assolutamente straordinario. Improvvise fuoriuscite
dal terreno di massicci rocciosi. Famosissimo
era il mukorob, una pietra altissima a forma di
dito posata su una sezione sottile. Mukorob significa
il "dito di Dio che ti ammonisce".
Poi
il lago dell'Ethosha, gigantesco con la sua fauna.
La strada che correva sotto sembrava un filo con
rettilinei lunghissimi e pochissime curve. Raramente
si scorgeva un veicolo che la transitava lasciando
dietro un pennello di polvere, dato che la strada
non era asfaltata. Ogni tanto si vedeva un villaggio
con i suoi molini con cui si pompava l'acqua dal
sottosuolo.
Raggiungemmo
Ruacana con una pista asfaltata di 1500 metri.
Man mano che si scendeva, si scoprivano il villaggio
e il vapore acqueo delle cascate del fiume Cunene.
Vi era una vegetazione mista, con cespugli e piante
non molto alte. Eravamo nella savana. Io ero seduto
di fianco al pilota e l'atterraggio fu bellissimo.
Scendendo dall'aereo, ci rendemmo conto dell'intenso
calore. Era venuto a prenderci il Sig. Rocco,
Capo campo e, in un percorso di una decina di
minuti, raggiungemmo il campo e attraverso dei
vialetti, segnati da piccole recinzioni in legno,
arrivammo al nostro alloggio: una bellissima casetta
prefabbricata di un centinaio di metri quadrati.
La casa era circondata da una ricca vegetazione,
fra cui delle bellissime piante cariche di papaie.
Il
villaggio era costituito da decine di casette
ben allineate, con ridenti giardinetti. Una bellissima
strada asfalta perimetrale di tre chilometri circondava
il villaggio. Vi era un club ed una splendida
piscina. Vi era anche il villaggio della Direzione
Lavori. In cantiere c'erano centinaia di espatriati
di varie nazionalità: Italiani, Uruguaiani,
Paraguaiani, Sud Africani ecc. Vi erano, per giunta,
gli alloggi in serie per gli scapoli e per gli
operai.

Vista
aerea del lago dell'Ethosha
|
Comincia
così il periodo di oltre due anni in questo
bellissimo progetto.
Intanto
rincontrai molti dei miei amici e colleghi: l'Ing.
Roberto Caudano e tutta la sua famiglia, l'Assistente
Gianni Lorenzet con la sua famiglia e le figliole,
l'assistente Bruno Bruni che poi prese per moglie
Giovanna, l'assistente Guastaferro, il Geom. Paolo
Fortini che era lì con la moglie Netta
e la figlia Angela. Conobbi anche un gran numero
di colleghi, con cui abbiamo poi condiviso anni
di lavoro in altre parti del mondo. Fra loro ricordo
il Geom. Paolo Aspasini, l'Ing. Rocco Nenna, divenuto
poi Direttore per il Centro e Sud America con
Astaldi, l'Ing. Icaro Bagnara che poi divenne
Direttore per l'Estero con Astaldi, Gallon grande
specialista d'impianti, lo Specialista di scavi
in galleria Pascoli con la moglie, il Magazziniere
sud Africano Cotziye con la sua bellissima moglie
dagli occhi verdi, il Responsabile della Rodio,
sig. Moro, il Capo imbocco sig. Moret, l'assistente
per la centrale sig. Da Fre, l'Ing. Minerario
Armando Cazzola, divenuto grande imprenditore
nelle Filippine, il Geom. Galigani, Capo settore
per le lavorazioni in galleria, il Capo magazziniere
Belli con la moglie, l'Assistente per i cls in
galleria sig Neri, il Rag. Il Geom. Mario Conti,
l'Ing. Mollea con la moglie, Beano Dott. in geologia,
Lorenzon incaricato per lo shotcrete, Massignani
assistente alle opere civili, Andrea Bozzelli
di San Vito Chetino, in amministrazione, che poi
sposò la segretaria sudafricana Ives e
che è poi divenuto grande Direttore amministrativo
per l'Astaldi e che vive a Miami, il Geom. Brustolin
con la moglie ed i due figli, il Perito edile
Guglielmo Barattin con la moglie Paola e i suoi
due figli, l'Ing. Merizzi e Vera, la sua moglie
svizzera, i giovani Ingegneri Zardo e Zanin, che
si sono fatti un mucchio di notti come Capi turno,
che dire poi del carissimo Marcello Racitti, dei
coniugi Giannini e tanti altri, di cui mi sfuggono
i nomi, che negli anni a venire lavorarono con
me in altre parti del mondo.
Il
lavoro si eseguiva parte in Angola e parte in
Africa del Sud Ovest. Il fiume Cunene su cui si
trova la centrale è la linea di confine
fra i due Paesi. A Ruacana si trovano delle bellissime
cascate il cui salto di circa 100 metri viene
sfruttato per generare energia elettrica.
In Angola vi era una diga di regolazione del fiume
realizzata da altra impresa, l'opera di presa,
una galleria di adduzione di 9 metri di diametro,
lunga 1,5 chilometri, la cui parte finale era
rivestita con un blindaggio di acciaio dello spessore
di 19 mm. La galleria entra in un serbatoio piezometrico
ovale fuori terra alto circa 45 metri, del diametro
di circa 100 metri, con la struttura a forma di
diga a gravità. Quest'opera serve come
elemento fluttuante dell'acqua per compensare
il livello dell'acqua che viene assorbita dalle
turbine. Di qui partono 4 condotte forzate da
6 metri di diametro, rivestite in acciaio, profonde
oltre 100 metri, che vanno sotto terra per raggiungere
le tre caverne, di cui una contiene le chiocciole
e le turbine. Le tre caverne sono parallele e
la principale, che è chiamata sala macchine,
è lunga circa 150 metri, è alta
50 e larga circa 30. Contiene le turbine, i generatori
di corrente, l'edificio di controllo, la sala
officina per la manutenzione delle macchine e
un carro ponte da 100 tonnellate. Inoltre, vi
è la sala trasformatori posa monte dove
sono, appunto, posizionati i trasformatori e dalla
quale partono due pozzi che raggiungono la superficie
e che contengono i cavi per il trasporto della
corrente; a valle vi è la camera di compenso,
nella quale arriva l'acqua transitata dalle turbine
attraverso quattro gallerie, che serve a compensare
i livelli di richiesta di acqua dalle turbine.
Da qui parte una galleria di scarico a ferro di
cavallo, mediante la quale l'acqua raggiunge nuovamente
il fiume in un lago che prende il nome di Crocodile
pool. Poi vi è un pozzo ascensori del diametro
di 6 metri, alto circa 120 metri, ed infine l'edificio
che riceve i cavi conducenti la corrente da immettere
nella rete nazionale.

Immagine
delle cascate di Ruacana
|

Planimetria
di tutti i lavori
|

Diga
di regolazione e opera di presa entrambe
sul territorio angolano
|

Galleria
di adduzione lunga 1.5 chilometri
|


Tratto della galleria con blindaggio in
acciaio
|

Sopra
Serbatoio Piezometrico - Sotto condotte
forzate
|
Gli
alloggi per il personale espatriato e sudafricano,
scapoli e famiglie, si trovavano 300 metri più
in alto, a circa 20 chilometri. In cantiere vi
era anche una mensa per consumare il pranzo di
mezzogiorno. Il villaggio per il personale locale
- il villaggio Bantù - era in una località
diversa. I lavoratori erano circa 3000 ed il capo
campo era il Sig. Zillie e la moglie gestiva l'infermeria.
Occorre
ricordare che l'area era soggetta alle leggi del
Sud Africa per cui non vi poteva essere alcuna
relazione sociale con la gente di colore ed i
lavoratori bianchi non potevano avere alcuna relazione
con donne di colore. Se venivano pescati vi era
l'arresto e l'espulsione.
La
direzione lavori era duplice, una per tutti i
lavori, ad eccezione delle seconde fasi della
centrale.
Ricordo con affetto l'Ing. Clanahan e signora,
l'Ing. Robin Kamke, l'Ing. Martin Brugger.
Io
ero incaricato per i lavori esterni. Dopo un periodo
di approfondimento del progetto, mi misi al lavoro
cercando di migliorarne l'efficienza. Avevamo
un nutrito gruppo di sudamericani. L'aspetto più
importante fu quello di rivedere i metodi di lavoro,
passando da un'attività che richiedeva
molta mano d'opera a metodi più industrializzati,
con casseri preformati in falegnameria, sistemi
di getto e modifica delle strutture, e proponendo
a direzione lavori varianti progettuali che furono
accettate.
Nel
frattempo divenne evidente che i lavori all'esterno
stavano progredendo molto bene e la società
approfittò dell'assenza per ferie del capo
settore in galleria per affidarmi temporaneamente
anche i lavori in sotterraneo. Tale incarico divenne
permanente dato che il capo settore Geom. Galigani,
che era andato in ferie, non rientrò per
motivi di salute. Da quel momento tutto il cantiere
era sotto la mia direzione. I lavori presero un
grande impeto e la direzione fu così soddisfatta
del mio operato che come riconoscimento mi venne
data la dirigenza. Avevo 33 anni e dirigevo la
costruzione di un'opera gigantesca. Nel capitolo
dedicato ai lavori, in cui riporto dettagli della
costruzione della centrale, vi racconto nei particolari
alcune delle varianti che ho introdotto, fatto
che ci ha permesso di abbattere i costi aumentando
la produttività e permettendomi di ridurre
la forza lavoro.
Foto
della centrale in caverna alla fine degli
scavi e con l'esecuzione delle opere in
cls dopo la posa delle chiocciole e delle
opere elettromeccaniche.
|

Sala
macchine e chiocciola
|

Sopra
camera di compenso e sala trasformatori
- Sotto galleria di scarico finale
|

Switchyard
e pozzo di servizio esterni ed interni
|
Il
subappalto al carissimo Di Giusto.
Il
lavoro di blindaggio della galleria di adduzione
fu affidato al Sig. Di Giusto, il quale fece venire
dall'Italia tutto il necessario, calandre per
sagomare la lamiera, saldatrici a filo e la gente
necessaria. Tutti ottimi lavoratori provenienti
dal Friuli. Si trattò di un lavoro immane
perchè il blindaggio costituiva l'ultima
parte dell'esecuzione della galleria ed avrebbe
comandato il completamento della stessa. La lamiera
doveva essere poi sabbiata e trattata con vernici
epossidiche. Gli elementi di blindaggio venivano
prefabbricati altrove e in seguito trasportati
mediante carrellone e calati in galleria mediante
una gru tralicciata da 100 tonnellate. Quindi
il carrello con la cosiddetta virola veniva fatta
scivolare su binario nella parte più bassa,
mediante un argano a funi. Una volta posizionata
correttamente, gli elementi andavano saldati gli
uni agli altri e successivamente inghisati mediante
getto di cls.
Quando si era quasi alla fine del lavoro, come
racconterò in altra parte, il buon Di Giusto
scivolava in galleria e si rompeva il braccio
che veniva ingessato. Stoicamente rimaneva sul
lavoro contribuendo in modo positivo al suo completamento.

Area
di prefabbricazione e posa virole
|

Vittorio
con Di Giusto dopo
che si era rotto il braccio
|

Vista
assonometria della centrale in caverna
|
La
centralina idroelettrica
Normalmente
in cantieri così remoti, la generazione
di corrente elettrica per l'esecuzione dei lavori
viene prodotta mediante batterie di generatori
diesel. Qui avevamo la fortuna di una cascata
di oltre 100 metri ed allora l'ufficio d'ingegneria
con sede a Milano progettò una piccolissima
centrale di generazione idroelettrica. Venne realizzato
un piccolo canale vicino alla sommità della
cascata per prelevare l'acqua del fiume che venne
convogliata in una tubazione di acciaio del diametro
di un metro. La tubazione fu posizionata lungo
la scarpata adiacente alla cascata fino in fondo,
dove venne realizzato un piccolo edificio che
conteneva un miniturbina in grado di generare
circa un Megawatt di corrente elettrica, mandata
poi ad una rete di distribuzione locale. In tal
modo si produceva una bella risorsa pulita.
I
pic nic
Contemporaneamente
ai lavori, si svolgeva anche la vita sociale,
nella sera ed a fine settimana. La domenica ci
si alzava e si partiva per fare delle gite alla
scoperta del territorio attorno all'area dei lavori.
Ricordo dei favolosi pic nic nella savana. Avevamo
una attrezzatura per fare la carne alla griglia
molto particolare. Era una rete triangolare doppia,
con due cerniere, sostenuta al centro da tre aste
poste a piramide. Trovato un buon posto sotto
alcuni alberi all'ombra, si prendevano dei pezzi
di legna secca che si trovavano lì attorno
e si accendeva un fuoco. Quando vi era solo brace,
si metteva la carne fra le due reti triangolari
e si poneva il tutto sopra il fuoco sostenuto
dalle tre gambe. Il vantaggio era quello di poter
girare sotto sopra la rete, con una fune metallica,
esponendo al calore della brace le due facce alternativamente.
A quel punto, quando la carne era pronta, si tirava
fuori tutto il resto e, stesi sulle coperte, si
pranzava.
Pic
nic presso la crocodile pool con la famiglia
Baraldo
|
Le
serate danzanti
In
cantiere al sabato sera si tenevano, spesso al
club, delle serate danzanti dove si mangiava,
e si beveva. Spesso si facevano delle potenti
grigliate. Inoltre, vi era musica e si ballava,
a volte sino all'alba. Ricordo che quando i miei
genitori vennero a trovarci, si divertivano da
matti alle serate danzanti perchè ballavano
benissimo. Spesso papà ballava con Paola
Barattin e ne era assolutamente entusiasta. Di
frequente la mattina, dato che io non bevevo ed
ero sempre sobrio, mi toccava caricare sulla jeep
gli ubriachi per portarli alle loro abitazioni
scaricandoli letteralmente a terra.
Le
tribù degli Himba e Ovahimba.
Vicino
al cantiere si trovavano delle tribù che
vivevano come 2000 anni fa. Vivevano in capanne
fatte di legno e fango o sterco, si coprivano
il corpo con una polvere di ocra rossa ed portavano
i capelli intrecciati di fango. L'aspetto di queste
popolazioni era stupendo. Visi fieri che sembravano
scolpiti nel legno. Andavano a cavallo. Si vedevano
le madri con i loro figli in spalla e, non usando
reggiseno, le loro tette spesso raggiungevano
terra. Mi ricordavano le Bilene conosciute in
Eritrea, a Cheren, e altre tribù indigene
vicino ai confini con il Sudan.

Con
membri delle tribu himbaovahimba
vicini al cantiere

|
La
crocodile pool
Come
detto innanzi, a valle della galleria di scarico
il fiume formava un laghetto che prendeva il nome
di 'Crocodile pool' perché vi erano i coccodrilli.
Naturalmente, come sempre succede ai matti, vi
si andava con una barca a motore e si faceva lo
sci acquatico. Una volta mi capitò di cadere
in acqua e ho subito pensato che avrei fatto una
brutta fine con un coccodrillo che mi avesse triturato
nelle sue fauci. Per fortuna, l'operatore del
motoscafo accelerò trascinandomi a riva.
Pensai che era meglio dedicarmi ad altro sport.
I
viaggi fino alla capitale in aereo
Come
prima accennato, avevamo un bell'aereo, un Super
King Air da 10 posti, ma ogni tanto facevamo venire
a noleggio un aereo più piccolo. Il volo
dal cantiere a Windhoek durava un paio di ore,
però non sempre il viaggio andava liscio.
Una volta mia moglie Jannette, con sua madre e
Nicole, si recarono a Windhoek per procedere poi
per Cape Town. Partirono bene, ma guardando all'orizzonte,
il cielo non era poi molto accattivante perché
si vedeva avanzare un fronte nuvoloso, nero come
la pece. Ad un certo punto, fu perso il contatto
radio con l'aereo e non si avevano notizie dell'arrivo
a Windhoek. Grazie a Dio, il pilota, vedendo una
brutta parata, decise ad oltre due terzi del viaggio
di girare e tornare indietro. Dopo che il temporale
passò ed il tempo ritornò bello,
ripresero felicemente il loro viaggio.

Beechcraft Superking air 200
|
Un'altra
volta stavamo volando verso Windhoek. Io ero assai
stanco e mi stavo facendo una pennichella. Probabilmente
stavo anche sognando quando, ad un certo punto,
parte un allarme e io salto su di botto. Vedo
il pilota molto preoccupato. Un motore si era
fermato perché non gli arrivava più
carburante. Capisco che il pilota stava maneggiando
qualcosa sul pavimento dell'aereo. Poi rimette
in moto il motore che si era spento e prosegue
il viaggio normalmente. Si era dimenticato di
aprire la saracinesca che collegava i motori al
serbatoio ausiliario.
Rischio
di morire
Mi
trovavo in galleria con l'Ing. Moggioli. Eravamo
a pochi metri dal cassero Cifa, con cui si gettava
il rivestimento di una galleria, ed osservavamo
un gruppo di carpentieri che stavano disarmando
la testata del getto. La jeep l'avevamo lasciata
in un area attrezzata con una piazzola di scambio
per i mezzi che andavano avanti ed indietro. Ad
un certo momento, ad un carpentiere che si trovava
sulla calotta, scappa di mano un palanchino (un
attrezzo di ferro con levachiodi da un lato e
punta dall'altro, lungo circa un metro) che mi
piomba in testa. Avevo l'elmetto. Il palanchino
colpisce l'elmetto di punta sul fianco destro.
L'elmetto si rovescia e la parte finale del palanchino
con cui si rimuovono i chiodi colpisce la testa.
Immediatamente, il mio volto fu un lago di sangue.
Mi adagio a terra e l'Ing. Moggioli corre a prendere
la macchina. Mi raggiunge, salgo in macchina tenendo
alla meno peggio le mani sulla zona ferita e si
precipita al pronto soccorso. La Signora Zillie,
che era la moglie del Capo Campo per i Bantù
e che era infermiera molto pratica, mi adagia
sul lettino, mi lava la zona ferita, mi rade i
capelli e mi applica ben dodici punti di sutura.
Poi mi fascia la testa e mi spedisce a casa dove
mi metto a letto per qualche giorno, in attesa
che la ferita si rimarginasse. Quando torna a
casa la moglie che era uscita, mi vede in quelle
condizioni e dice che quella volta era andata
male. Non poteva incassare l'assicurazione.
Vengono
in visita i nostri genitori.

Mamma
con Nicole
|
Venire
a visitare un paese così bello come l'Africa
del Sud Ovest era un'occasione unica. Quindi invitammo
papà Augusto e mamma Alma. Arrivarono con
un Jumbo SP della South African Airways. Portarono
con loro una marea di cibarie, ma queste furono
confiscate alla dogana e distrutte per proteggere
la fauna locale da possibili malattie importate
dall'Europa. Ci fermammo a Windhoek un paio di
giorni e alloggiammo nel bellissimo Kalahari Sands
Hotel che li fece sentire dei pasha. Poi partimmo
per Ruacana. Papà pensava che saremmo andati
in macchina, ma gli fu detto che saremmo invece
andati in aereo. Quando giungemmo al piccolo aeroporto
da cui partivano i voli privati, non vedendo alcun
aereo grande, papà mi domandò dove
fosse l'aereo su cui avremmo viaggiato. Quando
gli indicammo il piccolo Super King Air, mi chiese
dove fosse la toilette. Gli era venuto un attacco
di mal di stomaco. Però non vi erano alternative
ed alla fine ci imbarcammo e via per il nord del
paese. Feci sedere papà di fianco al pilota.
Era molto preoccupato e durante il viaggio chiese
al pilota con il suo inglese cosa sarebbe successo
se il pilota si fosse sentito male, per sentirsi
rispondere che avrebbe dovuto prendere lui il
comando dell'aereo. Potete immaginare che sensazione!
Il viaggio fu però tranquillo con papà
e mamma che si goderono gli straordinari paesaggi
sorvolati. L'atterraggio a Ruacana andò
bene e il Capo campo Rocco era venuto a prenderci.
Essi rimasero in cantiere per circa due mesi.
Fu per loro un'esperienza memorabile. Papà
era un camminatore formidabile e si faceva tutti
i giorni una ventina di chilometri a passo di
marciatore con gli operai che lo incontravano
e per i quali era divenuto una visita abituale.
Papà e mamma erano molto innamorati di
Jannette, ma stando così sempre insieme,
ogni tanto, vi era qualche screzio. Io non avevo
molto tempo per rimanere con loro dato l'impegno
del mio incarico. Alla fine però tutto
trascorse bene. Portai papà a vedere i
lavori e ne rimase parecchio impressionato. Spesso
al sabato sera, durante le feste danzanti, papà
e mamma vi partecipavano con entusiasmo. Ogni
tanto facevamo delle grigliate che assaporavano
con gusto. Qualche volta cucinava mamma alleggerendo
l'impegno di Jannette. La nonna giocava sempre
con Nicole che la teneva impegnata per ore nella
piscinetta di plastica, assieme a tutti gli altri
bambini del campo.
Arrivò il momento della partenza e papà
asserì che sarebbe tornato a piedi piuttosto
che rimettere piede sull'aeroplanino.

La
nostra memorabile fiat 128
|
Decidemmo
pertanto di fare il viaggio di ritorno in macchina.
Avevamo una Fiat 128 di color azzurro. Dopo aver
salutato tutti, iniziammo il viaggio di 800 chilometri
su strade non asfaltate. Papà si mise dietro
e si sdraiò per dormire. Dopo un po' di
chilometri mi sembrava che vi fosse molta polvere
che entrava in macchina, ma non capivo da dove
entrasse. E vi era, tra l'altro, un rumore inusuale.
Girai la testa per guardare dietro e fui scioccato
nel verificare che una delle due portiere era
aperta e papà aveva la testa letteralmente
fuori. Tuttavia, egli dormiva profondamente e
non se ne era accorto. Ci fermammo e, dopo aver
pulito la polvere che era entrata e messo il blocco
della portiera, ripartimmo. Il viaggio fu bellissimo.
Ad un certo punto, un branco di elefanti, che
proveniva dal parco nazionale dell'Ethosha e proseguiva
per il deserto del Kalahari, ci attraversò
la strada. Che spettacolo! Poi incontrammo molti
altri animali
Il traffico era scarso. Si
incrociava un mezzo ogni 100 chilometri. D'altra
parte il paese era molto grande e vi abitavano
solo 500.000 abitanti. Oggi, dopo ben 30 anni
dopo, credo che ce ne vivano un milione e mezzo.
Poi
venne a stare con noi Sheila Mc Gillivray, la
mamma di Jannette. Sheila venne sola perché,
come ho già raccontato, il papà
di Jannette era trapassato l'anno del nostro matrimonio.
Rimase con noi un paio di mesi. Fu organizzato
un viaggio per Jannette, Nicole e Sheila per visitare
Windhoek e poi Cape Town in Sud Africa. L'uscita
fu piacevole permise loro di visitare Table Mountain,
alcune piantagioni di vigneti sudafricani assaggiando
anche dei vini molto buoni. Poterono anche vedere
Capo di Buona Speranza dove s'incontrano due oceani.
Lungo
il Cunene verso il mare.
Il
fiume Cunene è bellissimo ed ha un'infinità
di altre bellezze da esplorare. La parte più
interessante è quella che da Ruacana raggiunge
lo sfogo nell'Oceano Atlantico. Il fiume parte
da un'altezza di circa 100 metri, e con un percorso
tortuoso e numerose cascate, attraversa il deserto
del Kalahari con le sue stupende gigantesche dune
di color rosso. Una delle cascate più belle
è quella che prende il nome di Epupa Falls.
L'epupa è un uccello molto bello. Noi percorremmo
solo un tratto poiché non ci sono strade,
ma solo attraverso la savana. Ci imbattemmo in
una infinità di animali selvatici.

Le
cascate di Epupa tra Ruacana
e l'oceano Atlantico
|
Gli
amici Baha'i in Namibia
Ebbi
l'occasione di conoscere molti membri della comunità
Baha'i di Windoek. Vi erano Baha'i anche in Ovamboland,
l'area a nord del Paese dove risiedevano gli Ovambo.
L'area era più verde che altrove. Data
la situazione dell'Apartheid ed i movimenti di
liberazione che si spostavano dall'Africa del
Sud Ovest per rifugiarsi in Angola, non era permesso
di avere contatti con le popolazioni locali. Mi
risultò perciò impossibile avere
contatti con i baha'i dei villaggi del nord. A
Windhoek incontrai molti baha'i locali ed europei
che si erano ivi trasferiti anni prima. Conobbi
la meravigliosa famiglia di Martin Aiff. Nella
foto potete vedere un incontro con loro al centro
Baha'i di Windhoek. Anni dopo in terra Santa,
a Haifa, incontrai loro figli e nipoti che svolgevano
un'attività di servizio al centro mondiale.
Gli Aiff erano di origine tedesca. Il Sig. Martin
mi raccontò la sua storia ed apparentemente
egli era il comandante del carro Armato di Rommel
nella battaglia di El Alamein. Mi raccontò
che, dopo la terribile esperienza della guerra,
scoprì la Fede Baha'i e vi trovò,
tramite i Suoi insegnamenti, quello che poteva
aiutare il mondo a risollevarsi dopo una simile
e terribile tragedia, quale fu la guerra mondiale;
così l'abbracciò e si mise al Suo
servizio. Decise di andare pioniere in un paese
dell'Africa di lingua tedesca e optò per
la Namibia. Si trasferì con tutta la sua
famiglia. Andò a vivere a Luderitz per
molti anni. Poi ritornò a Windhoek ed infine
nel nord del paese dove è trapassato da
poco e giacciono le sue spoglie. Nel capitolo
relativo alle Comunità baha'i visitate
potete trovare un power point con la storia della
Fede in questo Paese. Egli ci raccontò
che non fu facile data la presenza dell'Apartheid.
L'Africa del Sud Ovest era stata data in gestione
al Sud Africa da parte della Lega delle Nazioni
e fu il Sud Africa ad introdurvi l'Apartheid.
Poi Martin Aiff ci raccontò di aver incontrato,
in una riunione internazionale a Nairobi, un inglese
che pare fosse stato il comandante del carro armato
di Montgomery che pure combattè in El Alamein
e che poi anni dopo accettò la Fede Baha'i;
queste notizie ve le do come le ho ricevute e
non ho avuto possibilità di accertarle.

Da
Sinistra: Martin Aiff, ?,? Vittorio, mia
madre Alma, La Signora Aiff,?, mio padre
Augusto
|
L'Assemblea
Spirituale Nazionale della Namibia aveva bisogno
di prendere contatto con le comunità baha'i
dell'Ovamboland, ma non sapeva dove fossero ubicati
i villaggi dove essi risiedevano. Presi allora
contatto con il comandante delle forze armate
sudafricane presso il comando al confine, con
cui ero divenuto amico a seguito degli eventi
bellici di cui parlo in un altro capitolo. Gli
spiegai la questione ed egli mi diede copia delle
mappe indicanti tutti i villaggi che feci avere
a Windhoek. Così poterono riprendere i
contatti con gli amici. L'Ovamboland era considerata
terra Off limits a causa della presenza della
guerriglia di liberazione.
Il
parco Nazionale dell'Ethosha
Nel
nord del paese vi è uno straordinario lago
che prende il nome di parco Nazionale dell'Ethosha.
Vi rimando al capitolo Paesi visitati in cui è
un power point con i dettagli. Il lago viene alimentato
durante la stagione delle piogge dal fiume Kavango
che si trova in Angola e Botswana quando questo
esonda. Alla fine della stagione secca, l'Ethosha
diviene un laghetto dove gli animali vengono per
leccare il sale e per abbeverarsi. Il delta del
Kavango è un delta rovescio con una distesa
infinita di paludi dove esiste una ricca fauna
acquatica, marina e uccelli di tutte le specie.
Vi si può accedere solo in canoa. Uno spettacolo
straordinario
Gli animali che vengono ad
abbeverarsi sono numerosi e di tante specie, fra
cui elefanti giganti, leoni, zebre, antilopi,
orix, ecc.
L'Ing.
Zardo rischia la pelle
L'Ing.
Zardo era un giovane ingegnere che faceva il turnista.
Due settimane di giorno e due di notte. Quando
faceva la notte, aveva il cantiere nelle proprie
mani e di questo era responsabile. La galleria
di adduzione, quella con il blindaggio, era attraversata
a circa due terzi da un accesso
che la percorreva a cielo aperto e sfogava attraverso
una piccola galleria, che permetteva all'acqua
di gettarsi nel fiume Cunene con un salto di 100
metri. Una notte si era messo a piovere che Dio
mandava e la discenderia divenne un fiume in piena.
Zardo stava risalendo la discenderia quando vide
davanti a sé questa marea d'acqua ed ebbe
la prontezza di spirito,assieme all'autista, di
saltare fuori dalla Land Rover ed arrampicarsi
sulla scarpata laterale. Fu la sua fortuna perché
la massa d'acqua prese la land rover e come un
fuscello la trascinò con sé, attraversò
la galleria principale, proseguì fino alla
piccola galleria di sfogo di pochi metri quadrati
e si riversò giù verso il fiume
Cunene. Zardo sarebbe certamente morto. Durante
la fuga sulla scarpata perse gli occhiali e non
vedeva più nulla. Mi chiamarono verso le
due di notte e andai subito a vedere cosa era
successo. Senza dubbio la sua prontezza salvò
lui e l'autista. La mattina, guardando verso il
fiume si poteva vedere la Land Rover trascinata
a centinaia di metri. Oltre all'incidente della
Land Rover, la rampa di accesso alla galleria
che era divenuta un fiume in piena aveva portato
con sé almeno 15.000 mc di sabbia che,
giunti all'altezza della galleria principale,
la invasero. Ci vollero due settimane di lavoro
prima di poterla liberare. La lezione ci servì
e realizzammo due porte blindate che ci permisero
con la successiva
pioggia di impedire che la galleria venisse nuovamente
allagata.
Il
Martin Lutero
Durante
uno dei viaggi fatti nella capitale, potemmo visitare
la città di Windhoek e le numerose località
intorno. Vi erano dei magnifici monumenti e giardini
con piscina. Il monumento che mi colpì
maggiormente fu un vecchio trattore tutto arrugginito
chiamato il Martin Lutero. I tedeschi per poter
portare sull'altopiano i rifornimenti, dato che
occorreva attraversare le sabbie del deserto del
Kalahari, si erano inventati un trattore di ferro,
con due enormi ruote cingolate di ferro e due
più piccole davanti, che era propulso a
vapore. Lo chiamarono con quel nome come se fosse
stato colui che avrebbe portato vita all'altopiano,
così come Lutero, che era il loro capo
religiosamente parlando, portava loro vita spirituale
- la popolazione era in buona parte luterana.
Il trattore avrebbe trascinato dietro di sé
dei carrelli con le provviste ed i materiali che
arrivavano dalla Germania via nave nel porto di
Walvis Bay. Nel primo viaggio che affrontò,
il Martin Lutero si ruppe e non si mosse più
da dove si trovava ora. Difatti la didascalia
del cartello piantato sul monumento dice più
o meno: Questo e' il Martin Lutero, qui arrivò
nel 1868 (?) qui si ruppe e qui rimase. Tale monumento
fa da eco alle navi che si sono arenate sulla
costa degli scheletri, il deserto che costeggia
il mare. Quando esse si arenavano trascinate dalle
tempeste dell'Oceano Atlantico, non essendo possibile
per gli uomini la sopravvivenza, dato che nel
deserto non vi era nulla, morivano tutti e da
qui prese il nome di 'costa degli scheletri'.

Il
Martin Lutero e una nave insabbiata
nel deserto della costa degli scheletri
|
Alcuni
terribili incidenti mortali.
Come
è tristemente noto, ogni tanto avvengono
in cantiere incidenti mortali, nonostante si faccia
di tutto per prevenirli. Oggi nei cantieri si
sta molto più attenti, vi sono molti più
addetti alla sicurezza proprio per evitare la
perdita di vite umane. A Ruacana abbiamo avuto
alcuni incidenti dovuti a disattenzione degli
addetti ai lavori. Vi racconto di cinque incidenti
che sono vivi nella mia memoria.
Minatori
in galleria.
Quando
si fanno i ribassi delle gallerie, perforando
dall'alto con track drill, la legislazione mineraria
del Sud Africa prescrive che, prima di mettersi
a forare la successiva volata, venga ben pulito
a mano il piano di perforazione per almeno un
metro, per vedere se vi siano dei fori gravidi,
cioè dei fori della volata precedente che
per qualche motivo non siano partiti e che contengano
quindi ancora esplosivo inesploso. Una notte,
finita e smarinata una volata, il caposquadra
avrebbe dovuto per l'appunto pulire il piano di
perforazione e fare il dovuto controllo. No lo
fece ed permise di perforare. Sfortunatamente,
vi era un foro gravido contenente esplosivo. Appena
la testina di perforazione venne a contatto con
l'esplosivo vi fu una detonazione che uccise uno
degli operatori del track drill. Vi fu il processo
ed il minatore responsabile del turno fu condannato
a pagare una multa molto pesante e fu licenziato.
Il caposquadra sapeva bene quali fossero le regole,
essendogli state illustrate all'inizio del suo
lavoro in cantiere, ma non le mise in pratica.
La
rete elettrosaldata.
Nei
lavori idroelettrici viene fatto grande uso di
rete elettrosaldata per armare delle pareti di
galleria o per l'esecuzione di solette. Un giorno,
fu caricato un bel pacco di questa rete elettrosaldata
sopra il cassone di un dumper caterpillar 769.
Dietro il dumper vi erano 6 operai che erano in
precinto di fissare un cavo di acciaio al cassone
per bloccare la rete. Ad un certo momento, l'autista
che stava al posto di guida fece una operazione
che non doveva fare ed il dumper ebbe un contraccolpo
spostandosi avanti. Il pacco di reti scivolò
all'indietro piombando a terra. Degli operai,
quattro riuscirono a fare un salto mettendosi
sotto il cassone, uno scivolò per terra
venendo letteralmente infilzato lungo tutto il
corpo dalle punte finali delle reti, e l'ultimo
rimase in piedi ma infilzato nelle gambe. Arrivarono
i soccorsi, fra cui una gru, per cercare di sollevare
il pacco di reti cercando di salvare quello che
era finito sotto. Arrivò il medico sudafricano
che gli fece subito una iniezione di morfina.
Lo liberammo con grande attenzione e via all'ospedale.
Purtroppo, quello che era stato infilzato su tutto
il corpo decedette per emorragia interna.
Un
incidente stupido fra le lamiere dei silos.
I
silos del cemento vengono assemblati utilizzando
pacchi di lamiere sagomate poste in piedi una
vicino all'altra, distanti circa 50 cm, per essere
pescate dalla gru che le solleva, una alla volta,
per venire poi imbullonate in modo da poter formare
un silos. Durante l'intervallo di pranzo, un operaio
locale decise di fare la pennichella all'ombra
delle lamiere. Terminato l'intervallo, non sentì
che i lavori erano ripresi. L'operatore della
gru sollevò una lamiera, toccò per
errore le altre che caddero, una dopo l'altra,
a domino schiacciando quell'operaio.
In
cima al carro ponte da 100 tonnellate.
Nella
centrale in caverna era stato installato un carroponte
da 100 tonnellate di capacità che serviva
per i montaggi elettromeccanici. Esso correva
sopra binari montati su due travi in cemento armato
ancorate al piede della volta della caverna. Il
piano di appoggio del carro ponte era di almeno
un paio di metri di larghezza.
Durante l'intervallo del pranzo, un operaio si
mise a dormire di traverso sul binario. Arrivò
la fine dell'intervallo e l'operatore del carro
ponte che aveva la cabina di controllo al di sotto,
e che non poteva quindi vedere i binari, partì
per spostare il carro ponte da un'altra parte,
per sollevare dei pezzi da montare. Naturalmente,
spostandosi tranciò in due l'operaio che
dormiva. Che morte orrenda e stupida. Fu chiamato
di corsa il Dr. Nobis per salire in cima a certificarne
la morte. Quando arrivò sul posto, chiese
di portare giù il cadavere. Era evidentemente
deceduto.
Incidente
nel pozzo cavi.
Erano
stati realizzati due pozzi alti 100 metri nei
quali vennero installate delle piattaforme in
ferro grigliato prefabbricate, le cui strutture
di supporto erano state inserite in tasche, lasciate
appositamente durante il getto del rivestimento
in cemento armato del pozzo stesso. Le piattaforme
grigliate avevano tre fori da 600 mm di diametro
dentro i quali andavano montati dei tubi che contenevano
del gas e nei quali erano anche presenti le blindo
sbarre che avrebbero portato l'elettricità
in superficie. Queste tubazioni dovevano essere
montate perfettamente verticali. Però,
durante le fasi di getto capitò che le
tasche laterali su cui appoggiava la struttura
non erano state posizionate bene e occorreva quindi
approfondirle per spostare le piattaforme, affinché
i fori nei quali andavano messi i tubi fossero
perfettamente verticali uno sull'altro.
Fu quindi deciso di mandare nel pozzo una squadra
con piccoli demolitori pneumatici per approfondire
le tasche. Vennero poi posti dei fogli di compensato
sulla piattaforma al di sotto di quella su cui
si lavorava per raccogliere i detriti della demolizione.
Gli operai non dovevano scendere nella piattaforma
inferiore senza il caposquadra, per la raccolta
dei detriti, operazione che prevedeva l'uso di
cinture di sicurezza, imbraghe e quanto altro.
Una notte un operaio scese senza avvisare nessuno
per orinare. Per sua sfortuna era abbastanza pesante,
si mise proprio sul centro di uno dei tre fori,
il compensato si sfondò di colpo ed egli
si precipitò a piombo per almeno 40 metri..
Ad un certo punto, deve aver spostato lateralmente
una gamba, colpendo una piattaforma, gli si spezzò
un dito del piede ed il collo. Mandato a chiamare
il medico sudafricano, egli si rifiutò
di scendere nel pozzo ed ordinò che fosse
chiuso fino al mattino quando sarebbe ritornato.
Un nostro assistente scese in basso e si accertò
che era deceduto. La mattina dopo il cadavere
fu calato fin in fondo al pozzo e trasportato
all'obitorio per gli accertamenti del caso e relativa
autopsia.
Tragica
caduta di un muratore portoghese.
Dopo
che era stato completato il serbatoio piezometrico
alto circa 50 metri, erano in corso delle finiture
ed il montaggio delle guide per le paratoie che
servivano a chiudere le bocche di scarico sopra
le condotte forzate. Vi erano due piani con un
dislivello fra loro di 3 metri. Sul piano inferiore
vi era una fessura sulla soletta di circa 60 cm,
dentro la quale correvano le funi con i panconi.
Sui due ripiani vi erano due operai portoghesi
che si parlavano. Il ripiano superiore aveva una
protezione. L'operaio del piano di sopra, ad un
certo momento si sporge per parlare con quello
di sotto, perde l'equilibrio cade a testa in giù
e si infila giusto dentro la fessura, piombando
fino a terra sfracellandosi. Sarebbe stato sufficiente
che l'operaio di sotto lo avesse toccato per deviarlo
dalla sua traiettoria.
Smetto di raccontare queste storie perché
mi sta venendo il magone considerando anche quanto
sacra sia la vita umana e quanti sacrifici queste
persone hanno fatto per mantenere le loro famiglie
e per dare un po' di benessere alla loro vita,
vita invece terminata tragicamente.
Bertocchini
e le rose rosse
Il
perito per lemacchne di perforazione e sistemi
di aria compressa Bertocchini era anche unpo un
viveur. Una volta era festa della donna e lui
fece un gesto straoridinario. Utilizzando il nostro
aereo di servizio, fece venire su dalla capitale
Windhoek, una montagna di rose rosse, una per
ogni donna de cantiere e nefeceloro omaggio durante
la festa che fu tenuta per tale occasione. E'
stato un bellissimo gesto.
Danno
al Derrick
Per
realizzare il serbatoio piezometrico, fu montato
al centro un derrick. Questo tipo di gru può
fare simultaneamente tre movimenti: sollevamento
del gancio, rotazione e sollevamento del braccio.
Un giorno, l'operatore fa due operazioni comandate
da lui stesso, e cioè rotazione e sollevamento
del gancio, che in quel momento aveva attaccata
una benna per il trasporto del calcestruzzo fresco,
ed affida al fine corsa il sollevamento del braccio;
se non che, il fine corsa del braccio non ha funzionato,
essendosi interrotto il collegamento fra la cabina
ed il sensore, per cui il braccio del derrick
lungo circa 110 metri si piegò completamente.
Che disastro. Mai affidare funzioni che si debbono
fare manualmente ai fine corsa che debbono essere
debitamente controllati metodicamente!
La
Guerra
Nel
1975, il Portogallo iniziò un enorme processo
di cambiamento con la morte del dittatore.
Presero il potere i militari che erano di sinistra,
i quali armarono i movimenti di liberazione di
sinistra presenti in Angola, disarmando gli altri.
L'11 novembre 1975, quando l'Angola fu resa indipendente,
prese il potere Agostino Nieto che era il capo
dell'MPLA (Movimento popolare per la liberazione
dell'Angola). Come ho raccontato sopra, parte
del nostro lavoro si trovava in Angola e la direzione
lavori sudafricana che aveva anche seguito la
costruzione della diga di regolazione, aveva i
suoi tecnici alloggiati in Angola. Occorre ricordare
che i lavori erano stati eseguiti con il pieno
accordo del precedente governo portoghese. Come
ci hanno spiegato poi i militari sudafricani di
stanza a Ruacana, con l'arrivo del nuovo governo,
i militari angolani scesero al confine sud, ne
presero possesso e arrestarono il personale della
direzione lavori. Questo provocò una reazione
forte del Governo Sudafricano che iniziò
subito una mobilitazione militare. Ricordo che
in pochi giorni via terra, via mare e via aerea
fu scaricata una quantità enorme di mezzi
militari e di truppe, lungo le piste dell'aereoporto,
vennero accumulate montagne di bombe. In cantiere
vennero installati mitragliatrici antiaereo e
missili terra aria Rapier. Cominciammo a notare
colonne interminabili di autoblindo tipo Panhard
con cannoni da 90 mm. Certo che cominciammo ad
essere preoccupati.
Quando dopo pochi giorni la mobilitazione fu completa,
l'esercito sudafricano sfondò il confine
e piombò contro gli impreparati soldati
angolani, liberarono gli ostaggi e proseguirono
la loro azione militare giungendo, in poco più
di due settimane, vicino alla capitale Luanda.
Cominciò così una reazione folle
da parte di nazioni comuniste, dato che vi era
un giovane governo di sinistra. I russi fornirono
un ponte aereo e Cuba 15.000 soldati che furono
trasportati in Angola velocemente, assieme a consiglieri
russi ed armamenti russi.
Comincia quindi una guerra di attrito fra l'esercito
Sud Africano, appoggiato da elicotteri superpuma
e Mirage F1 forniti dalla Francia. I Sudafricani
usavano anche come trackers (cerca impronte) boscimani
che conoscevano bene il territorio.
In quel periodo non fu facile vivere con il pericolo
di attacchi contro il cantiere. I Sud Africani
arretrarono leggermente da Luanda e formarono
una linea di difesa circa 250 chilometri dal confine.
I combattimenti furono molto aspri e molti furono
vittime e prigionieri che vedemmo §
attraversare il confine vicino al nostro cantiere.

Colonna
di mezzi blindati Sud africani Eland con
cannoncino da 90 mm.
|
Missili
terra aria installati in Angola e Mirage
F1delle forze aeree del Sud Africa
|
I combattimenti durarono
mesi. Alla fine, le diplomazie si misero al lavoro
ed iniziarono i colloqui fra i due governi che
condussero al cessate il fuoco. Concordarono che
le truppe Sud Africane sarebbero rientrate al
di qua del confine, le truppe Angolane avrebbero
ripresero il controllo del confine e i lavori
sarebbero potuti continuare fino al loro completamento.
Furono restituiti i prigionieri e le salme. Così
come già detto, i lavori ripresero con
la presenza al confine dei cubani. Con i soldati
cubani iniziò lentamente a crearsi un po'
di amicizia. Noi portavamo loro beni di prima
necessità e loro ci davano sigari cubani.
Poi cominciammo a parlare e lentamente ci fu sufficiente
confidenza. Ci dicevano che molti dei loro colleghi
erano morti per una guerra di cui non capivano
lo scopo. In realtà si era in piena guerra
fredda e il tentativo di controllare le varie
nazioni da parte dell'Est Sovietico e degli Americani
aveva creato condizioni di potenziale guerra.
I russi e gli americani fornivano i loro rispettivi
assistiti di armi. L'arma più nota in tutte
queste guerre fu il famoso mitra Kalashnikov.
Nel mondo oggi ce ne sono milioni e milioni di
esemplari.
Tuttavia, le relazioni con i militari Sudafricani
non erano sempre idilliaci e vi erano sporadiche
sparatorie.

Mitra
Kalashnikov e Pistola Automatica browning
|
Avevo
avviato una relazione stretta con gli ufficiali
dell'esercito del Sud Africa ed una volta ne venne
da me uno che mi portò una pistola automatica
browning ed una cassetta piena di cartucce. Andai
alla cava di sabbia dove imparai a sparare, ma
naturalmente solo nei cumuli di sabbia. Finite
le cartucce, restituii la pistola.
Posto
di confine fra Africa del Sud Ovest oggi
Namibia e l'Angola gestito dai soldati
angolani
|
Nicole
in pericolo
Sulla
pelle di mia figlia Nicole un giorno apparvero
strane chiazze rosse. Jannette la portò
dal medico del cantiere, il Dr. Nobis. Egli la
visitò e la diagnosi fu "orecchioni".
Jannette che è infermiera non si fidò
molto e pensò bene di portarla, per farla
visitare, dal dottore sudafricano della direzione
lavori, il quale diagnosticò invece un
morbillo. In effetti, si trattava di "morbillo".
Un giorno Nicole si trovava a casa di amici che
avevano lasciato su un comodino del Buscopan usato
dal marito uando soffriva di coliche renali. Pensando
che fossero caramelle, Nicole ne inghiottì
alcune. Divenne un'emergenza quando si rese conto
che nostra foglia aveva ingerito del Buscopan.
Io avevo bloccato l'aereo che stava partendo per
Windhoek. Jannette la fece vomitare cosa che sicuramente
le fece espellere parte dei farmaci. Nel frattempo,
poté salire sull'aereo e raggiungere Windhoek
in un paio di ore. Fu ricoverata e messa sotto
osservazione per una notte. Grazie a Dio, il fatto
di averla fatta vomitare l'aveva salvata!
Emma
La
famiglia si allarga con la nascita della bellissima
Emma Jane. Nasce a Windhoek. Naturalmente aumentò
anche l'impegno della mamma che ora aveva da accudire
due bellissime figliole. Io con il lavoro ero
sempre molto impegnato e quindi il grosso del
carico delle figlie, ed in particolare di Emma,
stava sulle spalle di Jannette che è stata
una bravissima ed adorabile madre.
Il piano EVA
La
situazione militare era molto preoccupante. I
caccia bombardieri Mirage, sotto le quali erano
attaccati bombe da 500 kg. e missili terra aria
e aria aria, decollavano dalla pista presso il
cantiere e da altre piste più in basso
del paese. Gli elicotteri super puma erano attrezzati
per attaccare a terra con mitragliatrici e per
le truppe avio trasportate. In cantiere erano
state posizionate mitragliatrici antiaeree Bofors
e batterie di missili terra aria Rapier. Vi erano
soldati dappertutto e, nascosti sotto teli mimetici,
vi erano veicoli Panhard francesi chiamati 'AML
90 Elan', gommati armati con mitragliatrici e
cannoni da 90 mm. Sul fronte sono state combattute
battaglie feroci e sono stati condotti combattimenti
aerei fra i Mirage sudafricani ed i Mig russi,
con un gran numero di abbattimenti reciproci.
Nella notte, in un'area vicino al cantiere, i
Sudafricani facevano prove di tiro con i proiettili
traccianti e l'uso di bengala per illuminare il
campo di battaglia, prove che si possono vedere
in un filmino che potete aprire cliccando qui.
(Filmato del tiro degli eland con proiettili
traccianti.)
Il
fronte di combattimento si era stabilizzato a
circa 250 km dentro l'Angola. Il cantiere si era
ben organizzato. Tutti avevano preparato i propri
bagagli e bauli per un'evacuazione rapida. Fu
messo a punto un piano di evacuazione che prese
esattamente il nome di EVA (evacuazione). Tale
piano prevedeva che, se la linea posta a 250 km
fosse stata sfondata, il cantiere sarebbe stato
subito evacuato portando gli espatriati nella
capitale Windhoek. Erano stati predisposti due
aerei DC3 parcheggiati, pronti al decollo nello
spazio di due ore. Così si andò
avanti per un anno buono. Certamente, quando si
andava in Angola si aveva sempre un po' di timore
perché la situazione non si è mai
stabilizzata, tanto è vero che negli anni
'80 vi furono frequenti combattimenti fra i due
paesi.
Aereo
DC3 pronto per il decollo sulla spiata
vicino al cantiere
|
I cubani
Come
avete letto, le truppe angolane appoggiate dalle
truppe cubane, a loro volta guidate dai consiglieri
sovietici, erano arrivate al confine. Quando i
governi Sud Africano e Angolano decretarono l'accordo
che prevedeva il rientro delle truppe Sudafricane
al di qua del confine fra Africa del Sud Ovest
e Angola, le autorità angolane presero
fisicamente possesso del punto di attraversamento
che si trovava sul nostro cantiere. Dopo il rientro
al di qua del confine di tutta la colonna corazzata
sudafricana, rimanemmo in attesa che qualcuno
si presentasse per organizzare la ripresa dei
lavori nel lato angolano. Per una settimana non
successe nulla. Noi guardavamo con i binocoli
dall'alto di un colle il posto di confine, quando
finalmente, un giorno, vedemmo arrivare due moto
carrozzine verde scuro, ognuna delle quali trasportava
tre soldati. Questi erano in tenuta militare tipicamente
sovietica, con elmetto, bandoliere con le munizioni,
kalashnikov. I due ufficiali occuparono la garrita
del posto di guardia ed i soldati si disposero
in posa di guardia di confine sui due lati della
barra metallica. Mattina e sera facevano l'alza
bandiera e davano il cambio alle guardie con una
cerimonia tipica sovietica del passo dell'oca.
Ogni tanto però sbagliavano ed i soldati
Sudafricani, al di qua del confine, si facevano
delle potenti risate. A volte ci scappava anche
qualche raffica di mitraglietta. Dopo un po' che
la situazione si stabilizzò, potemmo rientrare
a lavorare in Angola e proseguire con le nostre
opere. Facemmo relativa amicizia con i Cubani
che, nel frattempo, arrivarono a presidiare le
operazioni al confine.
La
cava di sabbia in Angola
Nonostante
gli accordi vi è sempre stato attrito fra
i due eserciti. Avevamo la cava di sabbia che
si trovava in Angola, e alla quale si accedeva
attraverso un ponte in acciaio di 50 metri. Un
giorno, il comando cubano ordinò a quello
sudafricano che il ponte fosse rimosso entro il
giorno dopo, pena l'abbattimento con la dinamite.
Fece una premessa allucinante, accusando il Sud
Africa di sfruttare gratuitamente le importanti
risorse del popolo angolano. Fortunatamente, prevedendo
un possibile atto ostile, avevamo fatto una grossa
scorta di sabbia portandola in un'area del cantiere.
Il ponte era costituito da due travi alte 2,50
metri, distanti 4 metri con relativi collegamenti
e solette prefabbricate in cls. Era stato varato
usando un avambecco di 10 metri che si trovava
in Angola. I Cubani ci proibirono di recuperare
l'avambecco non potendo noi mettere piede sul
suolo angolano. Occorreva quindi recuperare il
ponte senza l'uso dell'avambecco.
Fasi
di lavoro perla rimozione del ponte
descritte nel racconto
|
Allora,
ci inventammo una soluzione avventurosa che ora
vi descrivo. Con una gruetta piccola, tipo Grillo
5 della Locatelli, rimuovemmo le solette prefabbricate
una alla volta. Nel frattempo saldammo due grossi
anelli sulla testa delle due travi ove agganciare
due funi di acciaio. Simultaneamente, saldammo
due grossi travi in ferro HEB 300 mm, alte tre
metri. Scavammo la terra di approccio al ponte
e demolimmo la spalla in cls., abbassando il piano
fino all'appoggio delle travi. Quindi, saldammo
alle travi principali due sistemi di travi in
acciaio per fare un piano di appoggio da zavorrare
usando le solette prefabbricate, ed all'inizio
di questa struttura di acciaio ponemmo due potenti
anelli per attaccarvi due funi da collegare ad
un Bulldozer caterpillar D9 per il traino. Le
due funi principali partivano dall'inizio della
piattaforma zavorrata, salivano sopra i due puntoni
da 3 metri e andavano a pescare la fine delle
travi, costituendo di fatto un ponte sospeso.
In seguito, cominciammo a tirare con il Dozer
e quando la fine del ponte aveva superato il piano
di appoggio della spalla nella sponda angolana,
si abbassò di colpo di circa 40 cm cominciando
ad oscillare tremendamente. Ci venne il sangue
freddo pensando che sarebbe collassato. Invece
si fermò e poi, un po' alla volta, lo tirammo
indietro tutto in territorio Sud Africano. Dovevate
vedere la faccia dei cubani quando, la mattina
dopo, notarono che il ponte non c'era più.
Sicuramente avevano pensato che non ce l'avremmo
fatta e si sarebbero goduti un bel botto di dinamite.
Li avevamo fregati.
Altra
minaccia cubana
Un
giorno ci convoca l'Ing. Clanahan, il direttore
dei lavori, per informarci di un fatto grave che
era emerso dalla forza militare cubana/angolana
presente al di là del confine.
Come vi ho raccontato, metà della galleria
di adduzione e l'opera di presa si trovavano in
Angola.
Noi avevamo quasi finito di rivestire la galleria
col calcestruzzo, ne mancavano circa 200 metri,
ma restava ancora da montare il blindaggio in
acciaio della parte iniziale che entrava nel serbatoio
piezometrico, il suo bloccaggio con calcestruzzo,
la rimozione di tutto il materiale che costituiva
il fondo della galleria e tutte le finiture. In
realtà, vi era da lavorare per circa 6
mesi.
Dunque, egli ci informa che le autorità
dell'Angola avevano richiesto il lavoro fosse
completato in tre mesi e, se ciò non fosse
stato, essi avrebbero dinamitato l'imbocco della
galleria rendendo tutto l'impianto idroelettrico
inservibile.
Imbocco
della galleria in Angola minacciata di
demolizione daparte dei Cubani
|
Il
cliente dell'impianto ci sollecitò a fare
tutto il possibile per completare i lavori di
quell'area e deviare l'acqua dalla diga di ritenuta
entro quella data, promettendo un compenso di
300.000 Rand, che all'epoca poteva considerarsi
una somma notevole.
La
deviazione dell'acqua nel serbatoio piezometrico
Iniziò
quindi una campagna esecutiva pazzesca che cercherò
di riepilogarvi in pochi paragrafi.
Innanzitutto, dovendo gettare la galleria nella
parte iniziale ed avendo i cubani impedito a noi
di entrare con le autobetoniere dall'Angola, lasciammo
un varco nella calotta della galleria, calammo
dentro un'autobetoniera che faceva spola da questo
al punto di getto per eseguire i getti mancanti.
Finito questo, tirammo fuori con autogrù
la betoniera, il carro porta cassaforme Cifa e
la casseratura Cifa stessa.
Cominciammo
poi a rimuovere tutto il materiale che era sull'arco
rovescio, scavandolo con una piccola pala caterpillar
su cassoni caricati sopra un camion che avevamo
inserito in galleria dallo stesso punto. Rimosso
il grosso del materiale, completammo il getto
della calotta lasciata indietro casserandola con
centine di legno che avremmo poi rimosso tirandole
fuori dall'imbocco davanti al serbatoio piezometrico
nel quale scaricava la galleria.
Dal lato del serbatoio piezometrico, mandavamo
giù le virole in galleria tramite una gru
da 90 tonnellate e un carrello comandato da un
argano a fune. Posizionatele una alla volta, i
saldatori le saldavano l'una all'altra. Venivano
quindi fatte le radiografie delle saldature. Man
mano che le virole da nove metri venivano sistemate,
venivano realizzate delle testate per poter fare
il getto che aveva luogo con la pompa Worthington
posizionata all'esterno ed una tubazione che arrivava
fino al punto di getto, distante circa 200 metri
a diminuire fino alla posa dell'ultimo elemento.
Per tener basse le temperature delle virole e
impedire che spanciassero, veniva applicata dell'acqua
nebulizzata ad alta pressione. Ciò causava
un gran problema perché il personale doveva
attraversare l'area tenuta bagnata per accedere
alle altre zone di lavoro e si beccava una bagno
continuo. Poi dal momento che vi era vento in
galleria, qualcuno fu colpito da polmonite. Per
tutta la galleria vi era una squadra che forava
l'intero rivestimento con un pattern regolare
di fori per eseguire le iniezioni a pressione,
dato che l'anello in cls era precompresso, iniettando
all'esterno una miscela di acqua e cemento a 20
bar di pressione. La pressione veniva tenuta costante
per 24 ore per ogni elemento. Le macchine che
producevano la miscela erano poste all'esterno
della galleria ed essa veniva mandata al punto
di utilizzo mediante tubazioni. La pompa a pressione
era invece posizionata in galleria. Questa precompressione
causava la diminuzione del diametro della galleria
di 6 mm. Il lavoro era eseguito dalla Rodio.
Inoltre,
nell'area delle virole, una volta che il getto
di cls era indurito sufficientemente, esse si
rimuovevano tagliando con il cannello il sistema
di raggi che le teneva nella loro forma durante
la fase di montaggio e d'inghisaggio. Si iniziava
la sabbiatura della superficie e l'applicazione
della vernice epossidica.
Per completare la pulizia e le riparazioni dell'arco
rovescio e della calotta, che richiedevano la
rimozione a mano di centinaia di metri cubi di
materiale, era stata organizzata una specie di
catena umana con cui gli operai si passavano secchielli
di roba da rimuovere tirata fuori dalla galleria
da un cunicolo verticale posto nel punto più
basso che, attraverso uno scarico da 600 mm e
una valvola, permetteva di svuotare la galleria
per le ispezioni. Fu un lavoro immane accompagnato
da una fatica fisica spropositata, tanto che non
si trovava più mano d'opera disponibile
per tale lavoro.
Il tempo passava e nel frattempo venivano completate
le opere di entrata e di uscita dell'acqua dal
serbatoio piezometrico, comprese tutte le relative
pulizie per permettere al serbatoio di riempirsi
con l'acqua proveniente dal laghetto formato dalla
diga che conteneva l'opera di presa in Angola.
In
ultimo, lavorammo 72 ore consecutive per riuscire
a concludere tutto. Era una pazzia totale, gente
che usciva dalla galleria portando materiali e
altra che li riportava dentro. Improvvisamente,
ci fu un fuggi fuggi generale perché il
tubo di una bombola di ossigeno aveva preso fuoco
e vi era il rischio di un'esplosione. La pompa
dei cls pompò in continuazione per circa
30 giorni e notti. L'aria in galleria era quasi
irrespirabile, nonostante i ventilatori Korfmann
disposti per tirar fuori l'aria viziata.
Il
giorno prima della scadenza dell'ultimatum, si
cominciarono in Angola a sollevare i panconi di
chiusura. Stando da questo lato, si sentivano
i botti dei panconi che si staccavano l'uno dall'altro
permettendo all'acqua di entrare in galleria.
La tensione era altissima. I lavoratori si stavano
occupando degli ultimi colpi di vernice ai metri
conclusivi delle virole, per la qual cosa eravamo
già pronti con una gru a tirarli fuori
dal serbatoio piezometrico.
Si
avvertì un fruscio dell'aria che usciva
dalla galleria spinta dall'acqua. Eravamo tutti
lì sul coronamento, vicino ai carri ponte
per aprire le paratoie di accesso alle condotte
forzate che erano state chiuse, noi, gli operai,
la direzioni lavori. Finalmente cominciò
a vedersi l'acqua arrivare ed invadere lentamente
il serbatoio battendo sui due baffi smorzatori
della corrente d'acqua in cls alti 10 metri. Si
cominciarono a formare i riccioli d'acqua che
iniziavano ad invadere l'intera superficie. Fu
un boato di applausi e suoni di tappi di champagne
che partivano, e gli spruzzi su tutti noi. Poi
il serbatoio si riempì fino al livello
di massima piena e le paratoie di controllo chiuse.
Sarebbero state aperte più in là
per mandare acqua alla sala macchine.
Che
emozione! Fu una esperienza incredibile.
Sequenza
di immagini dell'arrivo dell'acqua nel
serbatoio piezometrico dopo l'apertura
dei panconi nell'operadi presa che si
trovava in Angola. La richiesta dei Cubani
era stata mantenuta
|
Attesa
dell'arrivo dell'acqua e celebrazioni
per il successo
|
Foto a sinistra da sinistra: Nenna, Bosi,
Robiati, Clanahan, Brugger, Massignani
Foto a destra: Di Giusto con il suo braccio
rotto e Vittorio Robiati
|
Ancora una volta avevamo
sconfitto i cubani che si divertivano a minacciare
danni se le loro richieste non fossero state accolte.
Con
questa operazione non avevano però altro
da richiedere. Dovevamo ora finire i montaggi
elettromeccanici, la posa delle turbine che era
in corso, fare i collaudi ed aprire le paratoie
di accesso alle condotte forzate per mettere in
moto le giranti, le turbine e gli alternatori
e produrre la fantastica corrente elettrica per
cui l'impianto era stato progettato e realizzato
dalle maestranze italiane.
Andai
in ufficio per chiamare al telefono l'Ing. Bertinelli
ed informarlo. Appena mi rispose e sentì
che ero io, mi chiese sarcasticamente se stavo
telefonando per informarlo del fatto che non eravamo
riusciti nell'impresa. Fu il contrario. Egli non
era uno che sprecava le parole, ma disse: "BRAVI!".
Cambi al vertice
Il
cantiere cominiciò a mutare fisionomia
e il primo cambiamento fu il rientro in Italia
dell'Ing. Marcheselli che dirigeva la sede di
Windhoek. Al suo posto fu promosso l'Ing. Manlio
Moggioli che si trasferì in capitale e
venne sostituito dall'Ing. Roberto Caudano. Poi
la situazione cambiò ulteriormente e l'Ing.
Moggioli fu trasferito nella costruenda diga del
Tachien in Cina, l'Ing. Caudano divenne Capo della
filiale ed io fui nominato Direttore di cantiere.
Le cose andavano bene e lentamente il cantiere
cominciava a prendere la sua fisionomia definitiva.
Arrivavano le macchine elettromeccaniche, che
venivano installate, i trasformatori con un viaggio
lunghissimo da Joannesburg trasportati da carrelloni
italiani Cometto con 50 assi sterzanti, trainati
da due trattori. Furono iniziati i montaggi dei
rotori, l'installazione da parte di Siemens delle
blindosbarre sotto gas. Si conclusero i lavori
civili delle opere di scarico, la realizzazione
dell'edificio di controllo in centrale, un edificio
di cinque piani in sotterraneo, le finiture e
via via. Si stava quindi avvicinando il momento
del mio rientro, cosa che arrivò puntualmente.

Interno della struttura - sottostazione
- contenente le apparecchiature elettriche
della Siemens
|

Vista panoramica del Serbatoio Piezometrico
completo
|

La centrale terminata ed in funzione
|
Viaggio
in macchina con Jannette prima di lasciare il
paese.
Prima
di lasciare l'Africa del Sud Ovest, feci un viaggio
assieme alla moglie. A Windhoek lasciammo le due
figlie Nicole ed Emma con la famiglia Desideri
ben accudite. Noleggiammo una Mitsubishi con cambio
automatico e partimmo per un lungo viaggio di
una settimana per recarci in alcune località
che avevamo sempre sognato di visitare. La prima
tappa del viaggio fu il porto di Walvis Bay. La
partenza fu disastrosa.
Era la prima volta che guidavo una vettura con
cambio automatico. Esse hanno solo due pedali:
acceleratore e freno. Manca la frizione. Al primo
incrocio, metto il piede sinistro di brutto sul
pedale della frizione per cambiare marcia, come
si fa abitualmente su una vettura con cambio normale,
ma beccai il pedale del freno inchiodando la macchina
ed andando a sbattere violentemente con la testa
contro il vetro della vettura. Capii che era meglio
fermarsi, e legare il piede sinistro al sedile
con un fazzoletto in modo che non si muovesse
per istinto al momento di cambiare la marcia,
dato che con quella vettura questa azione avveniva
automaticamente. Il piede destro poteva quindi
passare dall'acceleratore al freno ed il sinistro
rimaneva lì tranquillo.
Così, un po' più sicuri, ci mettemmo
in viaggio e raggiungemmo la città portuale
di Walvis Bay scendendo dall'altopiano al mare.
Il porto di acque profonde, rimase sotto il controllo
sudafricano anche dopo l'indipendenza della Namibia
e solo anni dopo fu restituito alla neonata nazione.
Trattasi di un porto di acque profonde. La città
ci sorprese moltissimo perché le strade
erano rivestite di sale. Ci dissero che in quell'area
non pioveva quasi mai. La città era fatta
di splendidi edifici bassi. Fu impressionante
vedere subito fuori dalla città le strepitose
dune di sabbia rossa entrare nell'Oceano Atlantico.
La pesca era molto importante e, ovviamente, sfruttava
le acque limpide e profonde dell'oceano. Spesso
si poteva vedere gente mentre pescava dalla spiaggia
con le canne, e le lanciava e le ritirava con
attaccato un bel pesce, spesso dei tonnetti. A
volte, addirittura, si vedeva il ritiro di reti
direttamente dalla spiaggia. Si sono anche visti
amanti del golf giocare sulle dune sabbiose. Ci
risulta che il nostro grande maratoneta Baldini
si alleni su queste dune. In alcuni momenti si
vedevano i fenicotteri rosa nelle acque della
baia di Walvis bay. Si possono ancora osservare
i relitti delle navi che si arenarono nella sabbia
desertica. Era possibile veder passare il famoso
treno Desert Express, trascinato da locomotive
a vapore, poi sostituite da locomotive diesel.
I tramonti erano qualcosa di assolutamente straordinario.
Sulle aree rocciose si potevano anche adocchiare
i leoni marini e le foche. Anche nelle isolette
al largo vi erano le foche. Nei giardini carichi
di prati e piante si potevano anche vedere i king
fisher , o i così chiamati martin pescatore.

Walvis bay e le dune di sabbia rossa sul
ciglio della città.
King Fisher
|
Impressionanti dune di sabbia rossa illuminata
dal sole e scena di leoni marini e foche.
|

Treno in partenza da Walvis bay
Strada da Walvis Bay a Swakopmund
|

Immagini della cittadina di Swakopmund
|
Ripigliamo
il viaggio per andare verso nord a Swakopmund. La
strada correva lungo il mare e vi erano le sabbie
delle dune che venivano soffiate dal vento attraverso
la strada. A volte la visibilità era quasi
nulla. E' una bellissima città costiera dove
trovammo il famoso Martin Lutero di cui vi ho già
parlato. Il mare era assai mosso e le onde andavano
a frangersi contro i muraglioni del porto. Anche
qui era popolare la pesca. Nell'area di Cape Cross
vi sono intere colonie di foche e leoni marini che
vivono splendidamente in questa che costituisce
un'area protetta.

Colonia di foche e leoni marini, deserto
del Namib sull'oceano e mappa aree d'interesse
a Swakopm
|

Bellissima immagine delle dune di sabbia
del kalahari attraversata dalle antilopi
orix
|
Vicino a Swakopmund vi è
la più grande miniera del mondo. La miniera
di Rossing, a cielo aperto. In quell'epoca si
estraeva da questa qualcosa come 200.000 tonnellate
di greggio che veniva caricato su camion Electra
da 200 tonnellate e poi portato agli impianti
di frantumazione dove iniziava il processo di
recupero del prezioso metallo.
Dumper in uso nella miniera
Processo di lavorazione del minerale d'uranio
|
Miniera a cielo aperto - Mezzo di carico
|
Nella tabella sopra riportata
si vede il processo di trasformazione dallo scavo
del minerale fino al suo utilizzo nelle centrali
atomiche. La Namibia è anche ricchissima
di diamanti che vengono trasportati dal massiccio
montuoso del Drakensberg attraverso il fiume Orange.
Tutte queste aree sono off limits con guardie
armate pronte a sparare a chi si avventuri.

Fenicotteri - Dune del deserto di sabbia
rossa
|
Decidemmo
di prendere una strada secondaria per rientrare
a Windhoek. Era mal messa e in alcuni punti fu estremamente
arduo attraversarla. Avevamo paura di rompere la
macchina e di morire nella savana, dato che in quelle
aree non passa quasi mai nessuno. Ci sarebbe voluto
un buon fuori strada. Lo spettacolo della savana
è stato indimenticabile. Spesso incrociavamo
struzzi che ci attraversavano la strada e tantissima
altra fauna.

Strada di ritorno verso Windhoek
Struzzi e antilopi incontrate per strada
|

Straordinario panorama incontrato sulla
strada di ritorno
|
Arrivammo
a Windhoek o Ventouk dopo una settimana di viaggio,
stanchissimi ma felici di aver potuto vedere e
scoprire delle grandi meraviglie.
I Boscimani
La
Namibia è famosa per la presenza sul proprio
territorio dei Bushmen o Boscimani. Sono piccolini,
vivono nel deserto del Kalahari. Sopravvivono
bevendo acqua che trovano nelle radici di piante
desertiche e raccogliendo la rugiada della notte.
Vivono di caccia. Sono famosi i ritrovamenti nelle
caverne di incisioni rupestri della loro vita
e di come andavano a caccia. Parlano schioccando
la lingua. Vivono in piccolissime tende fatte
di arbusti. E' famoso il film comico dal titolo
"The Gods must be crazy" che è
la storia di un aereo che sorvola un'area dove
vivono dei boscimani e lancia a terra una bottiglia
di coca cola che per loro diviene uno strano oggetto
proveniente dal cielo, e cioè dagli dei.
Diviene nientemeno oggetto di contesa che porta
guerra nel villaggio.

Immagini
di villaggio di Boscimani e di un anziano
|

Immagini di Boscimani a caccia di antilopinel
deserto

Immagini rupestri dei Boscimani trovate
in alcune caverne
|
Il
retaggio lasciato a mio nipote Nabil
Non
potevo immaginare 30 anni fa che, superato questo
millennio, mio nipote Nabil venisse ad abitare
in questo straordinario Paese divenuto oggi indipendente.
All'epoca vi vivevano circa 600.000 persone, ora
la popolazione è arrivata a circa 2 milioni.
Egli venne a trovarmi al Centro Mondiale baha'i
in Terra Santa nel 2001. Lì ebbe l'opportunità
di conoscere una splendida ragazza baha'i, proveniente
dalla Namibia, che faceva servizio per un anno.
Si conobbero e fra loro scoppiò l'amore.
L'anno dopo la sposò e si trasferirono
a vivere a Windhoek. Nabil ebbe l'opportunità
di andare a visitare la centrale idroelettrica
di Ruacana costruita da suo zio Vittorio. Strano
proprio che il sudore degli anni '70 ora continua
a scorrere attraverso mio nipote e pronipoti.
Le razze si mischiano facendo divenire una realtà
la visione di Baha'u'llah. Nabil ha lavorato con
USAID sul tema del HIV AIDS. Ora è' un
imprenditore, ma si interessa, assieme alla moglie
ed agli amici Baha'i della Namibia, di togliere
dalla strada innumerevoli orfani, dando loro una
salda educazione e facendoli diventare cittadini
del mondo.
La
partenza
Si
chiude così un ciclo e la famiglia, allargatasi
a quattro, rientra in Europa con un bellissimo
Jumbo Jet Boeing 747 SP della South African Airways
per prepararsi ad una nuova avventura, questa
volta in Medio Oriente.
Jumbo Jet Boeing 747 SP della South African
Airways
|
IN
MEDIO ORIENTE
Arabia
Saudita
Mentre
stavamo completando le finiture della costruzione
della centrale idroelettrica di Ruacana sul fiume
Cunene, al confine con l'Angola, fui chiamato
dalla sede di Milano per rientrare in Italia con
tutta la famiglia. Destinazione Arabia Saudita.
Rientrai e mi feci un buon periodo di ferie, portai
la famiglia in Inghilterra e mi organizzai per
questa nuova avventura.
Si trattava della costruzione di una strada della
lunghezza di oltre 100 chilometri per un valore
di oltre 100 milioni di $ USA, che collegava le
oasi di Dukna e Nafee nel nord del paese nell'area
di Ghassim, Bureidagh.
Il cantiere era già stato avviato con la
spedizione del macchinario e la costruzione dei
campi per ospitare le maestranze.
Vi era andato il Geom. Giuseppe Ruzzi, un veterano
della società che era stato il mio capo
cantiere in Zambia nella costruzione della strada
Chipata - Nyimba e che era poi andato a Taiwan
per la costruzione della grande diga del Tachien.
Ruzzi operava sotto la guida dell'Ing. Giacomo
Marcheselli, anch'egli mio direttore in numerosi
lavori in Zambia e in Namibia.
Mio fratello Giuseppe vi era già stato
perchè faceva parte del team che studiò
l'offerta, che fu poi vinta e che mi diede le
prime informazioni.
Feci un primo viaggio in Arabia Saudita e con
il Geom. Giuseppe Ruzzi andammo in macchina da
Riyadh a Jeddha per vedere la tipologia di alcune
unità abitative che erano prodotte in loco
e per visitare alcuni fornitori di macchinario.
Il viaggio fu impressionante. La sabbia fluiva
da un lato all'altro della strada sopra il manto
di asfalto come un velo. Si trovavano in continuazione
pozzi di petrolio con la loro tipica fiamma che
bruciava i gas residui e, naturalmente, carovane
di cammelli. Arrivati a Jeddha, era così
caldo ed umido che appena uscimmo dall'auto eravamo
letteralmente impregnati d'acqua.
Fu deciso di far venire tutto dall'Italia perché,
essendo l'ambiente particolarmente caldo, occorrevano
delle infrastrutture ben isolate termicamente
che permettessero almeno di dormire bene la notte
e durante le festività e di star bene durante
il giorno.
Le temperature raggiungevano i 50° all'ombra
e l'umidità nel deserto era solo il 15%
, era, infatti, così bassa che si spaccava
la pelle contrariamente a quella di Jeddha e Dhahran,
dove l'umidità raggiungeva il 98%.
Feci poi un secondo viaggio, quello che mi portò
in quel Paese per dirigere la costruzione di quell'opera.
Dopo un volo di alcune ore, atterrammo nella capitale
Riyadh. Qui avevamo un ufficio centrale cui si
appoggiava tutta l'organizzazione del cantiere
che si trovava a qualche centinaio di chilometri
a nord.
Era impressionante la differenza rispetto ai paesi
che avevo visitato negli anni precedenti. Le donne
erano tutte coperte e non mostravano il loro viso
o parti del corpo. Di alcune non si vedevano neppure
gli occhi. Le straniere dovevano coprirsi i capelli
con un velo. Non c'era una vettura guidata da
donne e seppi più tardi che a loro era
proibito guidare, ed anche alle straniere.
Il paradosso era che vi abitavano donne americane
che volavano sui jet da combattimento, ma che
non potevano guidare le macchine. Non vi dico
lo strombazzare delle auto. Tutti suonavano il
clascon per qualsiasi futile motivo.
Partimmo in macchina con autista sudanese, per
raggiungere la meta: il cantiere di Al Athala,
un'oasi a metà strada fra Duckna e Nafee.
Oltre 500 chilometri verso il nord nella zona
di Ghassim, Bureidagh.
Viaggiammo su un fuoristrada di marca International,
con un motore diesel di 6000 cc. di cilindrata
dotato di aria condizionata. La nafta costava
solo 30 lire al litro.
Attraversammo
grandi estensioni di deserto, di affioramenti
rocciosi impressionanti, ogni tanto si incontrava
qualche oasi e alcune carovane di cammelli. Si
incrociavano dei fiumi secchi chiamati Wadi che
si potevano attraversare senza problemi, dati
la potenza del veicolo e delle marce ridotte e
il blocco del differenziale di cui era dotata.
Ogni tanto si vedevano pick up che nel cassone
avevano i cammelli che guardavano il paesaggio
o erano carichi di pecore.
Arrivammo ad Al Athala, un'oasi vicino alla quale
era stato posto il cantiere e dove il campo era
ancora in costruzione.
Non erano ancora arrivati i materiali per montare
nelle abitazioni gli apparecchi per l'aria condizionata,
per cui il nostro alloggio era composto da tende.
Potevamo andare a letto solo dopo la mezzanotte
quando arrivava un po' di venticello fresco, e
ci alzavamo alle quattro di mattina perché
con il levarsi del sole la temperatura schizzava
alle stelle ed era impossibile dormire.
Fortunatamente, poco dopo arrivarono i cavi, i
generatori, i condizionatori e potemmo completare
gli alloggi per gli scapoli, camerette con bagno,
utilizzando unità abitative prefabbricate
ben isolate prodotte dalla ditta Ferretti di Como.
Nel frattempo cominciammo a costruire le abitazioni
per le famiglie.
Il panorama attorno al cantiere era sconcertante.
Dovunque volgessi lo sguardo, erano deserto e
roccia, ragnacci simili a tarantole, velocissimi
scorpioni e, naturalmente, le nostre abitazioni
e la torre con il sopraelevato serbatoio per l'acqua
potabile, di cui il cantiere aveva bisogno.
Incontrai alcuni dei miei vecchi amici e colleghi.
Concordammo che quel lavoro sarebbe stata una
grande sfida.
Conobbi anche l'Emiro del villaggio di Al Athala,
sotto la cui giurisdizione dovevamo operare. Si
trattava di un arabo piccolo, vestito nei suoi
tradizionali abiti, con turbante, che si chiamava
Abu Fahd. Era una persona semplice a capo di questo
piccolo villaggio e devo dire che con lui si è
creata un'amicizia, nonostante le differenti abitudini,
cultura e fede. Ci ha sempre aiutato quando ne
avevamo bisogno. I Sauditi normalmente non lavoravano
con le imprese provenienti dall'estero ma suo
figlio si era innamorato delle pale caterpillar
e lavorò con noi come palista per tutta
la durata dei lavori.
Il macchinario per eseguire i lavori arrivò
tutto dall'Italia usando come trasportatore la
ditta Merzario con un sistema Roll On - Roll Off
che permetteva di ricevere i macchinari e materiale
in tempi relativamente brevi.
Quando arrivai, oltre alla costruzione dei campi,
alloggi, uffici, officine, magazzini ecc., si
stavano facendo i tracciati ed i rilievi, la ricognizione
delle aree e la ricerca dell'acqua necessaria
per l'esecuzione dei 10 milioni di metri cubi
del rilevato stradale.
L'acqua era un problema di grande preoccupazione
perché nelle oasi, dove essa affiorava,
era così poca che bastava a dar da bere
a cammelli, pecore, capre e alla popolazione,
oltre ad irrigare quei piccoli appezzamenti di
terra dove gli abitanti del villaggio coltivavano
ortaggi.
La direzione lavori era americana ed impiegava
tutti tecnici filippini. Erano molto fiscali,
come lo erano le norme tecniche, per cui occorreva
lavorare al massimo della qualità. Diversamente
i lavori venivano fermati.
Il nostro personale era composto quasi completamente
da italiani e da sudanesi, e da qualche palestinese.
Il medico e la moglie erano egiziani. La forza
lavoro era di circa 200 persone.
Fu interessante il processo mediante il quale
trovammo l'acqua necessaria per l'esecuzione dei
lavori. Utilizzammo immagini del satellite avute
da Telespazio per localizzare i possibili bacini
imbriferi. I dettagli li troverete nel capitolo
dedicato ai lavori.
Descrizione dei lavori.
Per la descrizione dettagliata ed immagini dei
lavori, vi rimando al capitolo contenente i
lavori da me eseguiti.
Un disastro
In
Arabia Saudita non piove spesso, ma una volta
ci ha colpiti una grandinata che è durata
un'ora. Sul terreno vi erano 40 cm di grandine.
Aveva sfondato tutti i vetri dei mezzi di lavoro
e nei wadi correva acqua come un fiume in piena.
Ci cagionò molti danni. In parte dei rilevati,
dove non avevamo ancora completato i tombini che
l'attraversavano, l'acqua correva longitudinalmente
al rilevato, portandone via una fetta. Nei punti
in cui avevamo scavato le fondazioni dei ponti,
e magari dove eravamo pronti a gettarle o avevamo
casserato le pile, ci ha riempito tutto di sabbia.
Fu un disastro e ci volle molto tempo per rimediare.
La vita sociale.
Noi
lavoravamo tutto il giorno, ma non c'era molto
da fare per le quattro famiglie: Robiati, Conti,
Giannini, Racitti. Avevamo organizzato una scuola
elementare per i bambini. Quando uscivano a passeggiare
più che altro, incontravamo ragni, scorpioni
e tanta sabbia. Qualche volta organizzavamo dei
pic nic presso un massiccio roccioso distante
qualche decina di chilometri con relativa grigliata.
Qualche volta andavamo all'oasi dell'emiro e le
donne saudite preparavano il loro pane cotto su
rocce scottate dal sole. Lo stesso si poteva fare
con le uova e frittate.
Ogni tanto l'emiro del villaggio ci invitava con
le famiglie a casa sua nell'oasi. Le donne passavano
dal retro e noi uomini dal davanti. Ci si sedeva
per terra con le gambe incrociate. Al centro vi
era un gran vassoio di ottone su cui erano molti
chili di riso bollito contenente uvette e pinoli
e sopra vi era un capretto bollito (kharouf).
Si mangiava con le mani. Con il riso si facevano
delle palline che si infilavano in bocca con il
pollice, e la carne di capretto veniva strappata
letteralmente e messa in bocca. Devo dire che
il tutto era saporito. Alla fine si mangiava del
formaggio che ti veniva versato nelle mani da
una sacca di intestino nella quale era stato sbattuto.
Spremevi via il caglio e mettevi il resto in bocca.
Poi ti portavano delle bacinelle di acqua con
cui ti potevi lavare le mani. Finalmente arrivava
il caffé. Si chiamava ghawah. Era un caffé
macinato praticamente crudo a cui venivano aggiunte
delle spezie. Veniva versato in tazzine molto
piccole e quando restituivi la tazzina, o la coprivi
con la mano o dicevi "Khalas" ("Basta"),
altrimenti te ne rifilavano ancora un po'. Quando
lo assaggiai per la prima volta nella tenda di
un emiro, per un pelo non caddi svenuto! Poi ci
ho fatto l'abitudine
Le donne che erano entrate nel retro, e che mangiarono
con le donne arabe della famiglia, ebbero il privilegio
di poter assumere il cibo con le posate.
Una volta in un pic-nic con l'emiro, nella sua
oasi, ci assaporammo un lucertolone di deserto
bollito. Per loro era una roba prelibata, sapeva
di pollo.
A Natale organizzammo una festa in mensa con Babbo
Natale che vi arrivò con un dumperino con
i pacchettini regalo per tutti. E' strano che
ce lo permisero, dato che in quel paese vi è
molta intolleranza, specialmente quando si tratta
di cose religiose.
Qualche volta si andava nei paesini un po' più
grandi per fare la spesa al mercato.
Quando arrivavano le tempeste di sabbia, questa
si infilava dappertutto e occorrevano giorni per
poterla ripulire tutta.
Una volta venni invitato da un emiro di un villaggio
vicino, di sera, senza molto preavviso. Vi andai
in macchina scortato dai miei ospiti. Era nel
deserto, sotto una tenda fatta di lana di cammello.
Sotto le stelle, con il fuoco acceso perché
la notte nel deserto spesso fa freddo, con il
turbante da arabo, mangiammo alla solita maniera.
Siccome l'umidità era molto bassa, forse
il 15% , il cielo stellato era qualcosa di fantastico,
credevo di poter toccare gli astri con le mani.
Occorreva stare molto attenti con il linguaggio
e il comportamento poiché bastava un nonnulla
per essere denunciato ed arrestato. A molti lavoratori
italiani scappava una bestemmia e si beccavano
la denuncia con arresto. Per liberarli occorreva
trattare con il denunciante e risolvere la questione
a colpi di dollari. A qualcuno venne la bella
idea di produrre bevande alcoliche con i datteri.
Fu scoperto e denunciato. Per tirarlo fuori di
prigione stessa tiritera.
Un'altra volta il contabile di cantiere, certo
Conti, andò al mercato di Bureidagh a fare
un po' di spesa per la mensa - piuttosto, i polli
venivano dai frigoriferi di De Nadai a Geddah
e le uova erano in polvere. Egli portava i capelli
un po' lunghi, ma non eccessivamente. Arrivato
al mercato, fu visto da un vecchio Muttawah -
un prete che con il bastone cominciò a
colpirlo e poi, chiamata la polizia, lo portarono
dal barbiere e, davanti ad una folla di curiosi
che si sbellicavano dalle risa, lo rasarono a
zero e poi lo lasciarono andare. Naturalmente,
al rientro al campo chiese di poter avere il biglietto
di ritorno per l'Italia.
Feci
diversi viaggi a Riyadh per sbrigare pratiche
che richiedevano la mia presenza dato che non
ci furono concesse le licenze per le radio. Avevamo
due macchine che partivano tutte le mattine, una
per il cantiere e una dal cantiere.
Dopo
un lungo periodo su quel cantiere, mi fu chiesto
di rientrare in sede perché destinato alla
direzione della costruzione della diga di Shiroro,
in Nigeria, dove però non andai.
Con
moglie e figlie, facemmo un viaggio in Kenia,
a Malindi, dove potemmo assaporare di nuovo del
buon cibo, la vista del verde ed un mare meraviglioso.
In
quell'occasione andammo a visitare la famosa piattaforma
San Marco posta proprio sull'equatore, da cui
venivano lanciati i satelliti utilizzando razzi
Scout di fabbricazione americana. La traiettoria
dei satelliti era equatoriale e poteva fare rilevamenti
per studiare i campi magnetici terrestri.
Abbiamo
potuto esplorare i meravigliosi colorati banchi
della barriera corallina e dei pesci che la frequentavano.
Io feci anche un viaggio a mare su una barca a
vela locale dove pescammo con le reti tradizionali,
catturando anche un pesce martello che fa parte
della famiglia degli squali.
Non
perdemmo l'occasione di visitare numerosi Parchi
Nazionali, vicino a Malindi, e poi vicino a Nairobi,
osservando una straordinaria fauna.
IN
CAMEROUN con la Cogefar
Al
ritorno dall'Arabia Saudita, con l'impresa Torno,
dovevo andare a Sciroro, in Nigeria, per la costruzione
di una grandissima diga. Però l'accordo
con l'Impresa Torno non andò a buon fine
perché, dopo molti anni passati con quella
società, decisi che dovevo tentare altre
strade; arrivò come il cacio sui maccheroni
l'Impresa Cogefar che stava cercando personale
per il Cameroun dove stava costruendo la diga
di Song.Lou Lou sul fiume La Sanaga, in piena
foresta equatoriale.
Ci
mettemmo d'accordo con l'Ing. Leopardi, l'allora
Amministratore delegato, e con il compianto Rag.
Fiore, Direttore del personale, e partii per questa
nuova esperienza lavorativa.
Del
compianto Ing. Leonardi serbo nel cuore un grandissimo
ricordo che esternai al figlio durante un incontro
annuale degli ex dipendenti Cogefar.
Mi fu di grande aiuto quando, al ritorno dal Cameroun,
io e mia moglie abbiamo avuto la disgrazia di
perdere la nostra adorata figlia Emma, in tenera
età. Ebbi poi l'occasione di tornare a
lavorare assieme a lui in uno dei periodi successivi
della mia vita.
La
diga era un'opera molto complessa e, per quanto
riguarda i lavori, vi rimando a quel capitolo.
Si trattava di una collaborazione fra le imprese
Cogefar e Razel freres.
In cantiere si parlava la lingua francese e il
francese studiato a scuola mi aiutò molto.
Vi
parlo un po' del Cameroun.

cartine del camerun
|
Il Cameroun si trova nell'Africa
occidentale, subito a nord dell'equatore. Ha capitale
Yaounde e il porto principale è Douala.
Ha una superficie di 470,000 chilometri quadrati
di cui il 78% è boschiva e di foresta equatoriale.
Il territorio a nord è occupato dalla savana
ed è perciò arido. Si va dal livello
del mare ai 4095 metri, dove si trova anche un
vulcano attivo. Questo Stato ha una popolazione
di circa 15 milioni di persone rappresentanti
sette gruppi etnici. Vengono parlate due lingue
europee: il francese e l'inglese, oltre a 24 lingue
locali. La maggioranza della popolazione è
cristiana (52%) con una forte componente islamica
(30%), e il restante 16% è costituito da
altri gruppi religiosi, fra cui i baha'i. L'economia
è legata alla vendita di legname che però
sta portando ad una grande deforestazione. Recentemente
sono state anche fatte scoperte nel campo petrolifero.
Sono numerose le piantagioni di caucciù,
caffé e tè.
Le infrastrutture dei trasporti comprendono la
ferrovia transcamerunense di 1100 km, strade di
vario tipo per una lunghezza di 34.000 chilometri
di cui 4000 asfaltate. Dispone di 44 aereoporti,
di cui 22 hanno piste asfaltate.
Questo paese ha una storia complessa anche perché
coinvolta nella fase colonialistica di tre potenze
europee: Francia, Inghilterra e Germania.
Dopo un volo via Parigi
con Air France giungo a Douala. Il clima è
caldo umido. Andammo in cantiere via Edea percorrendo
una strada per buona parte in terra battuta. Attraversammo
numerosi fiumi viaggiando su ponti di acciaio.
Mi colpì molto la foresta sempre più
densa con piante alte anche 100 metri man mano
che ci avvicinavamo a Song Lou Lou dove si trovava
la zona dei lavori, a circa quattro ore di viaggio
da Douala.
Eravamo in piena foresta equatoriale. L'ultimo
ponte in ferro costruito dall'impresa si trovava
sul La Sanaga, un fiume che in piena porta anche
10.000 mc di acqua al secondo. Il fiume era largo
quasi un chilometro con delle rapide a valle della
zona dei lavori. L'acqua era turbolenta e schiumosa,
quasi una sfida ai costruttori. Il campo era ben
organizzato con alloggi molto confortevoli, con
aria condizionata, club, piscina, scuole, mensa,
cinema ed altro. Erano comodità necessarie
dato che non vi erano altri svaghi.
Il consorzio che eseguiva i lavori era composto
dall'Azienda Italiana Cogefar e dalla Francese
Razel Freres.
Ebbi l'opportunità di conoscere molti giovani
tecnici ed operai di grande valore. Ricordo il
francese Arnold e il compianto Ing. Bertocchi.
Avevamo in cantiere oltre cento espatriati e oltre
tremila camerunesi, cui occorreva provvedere con
alloggi e infrastrutture. Feci poi arrivare tecnici
di grande valore che avevano lavorato con me in
altri grandi progetti: il Geom. Barattin, l'Assistente
Bruni ed il Geom. Aspasini. Ricordo sempre con
grande affetto l'Ing. Carlo Silva che era il Responsabile
Generale del progetto con cui condividemmo oltre
un anno di duro ma fruttuoso lavoro.
Da Milano ci diedero un grandissimo appoggio logistico
l'Ing. Martinengo, Responsabile dei lavori in
Africa della Cogefar, del Geom. Braito, Coordinatore
di sede dell'ufficio impianti della Cogefar che
aveva dei tecnici di incredibile valore, fra cui
l'Ing. Carrara, l'Ing. Farina, l'Ing. Mattioli,
il Geom. Garlaschelli. Vi erano altri tecnici
molto bravi, ma la memoria mi fa cilecca. Ci diede
un grande aiuto l'Ufficio Acquisti con il Geom.
Melè per la logistica dei materiali e ricambi
necessari per mantenere le macchine in buono stato.
I
lavori erano già iniziati con la deviazione
del fiume e si erano iniziati gli scavi della
rampa di accesso alla fondazione della diga di
presa. Abbattemmo molti alberi giganteschi, ma
avevamo anche avviato un programma di riforestazione.
Il lavoro proseguì bene, ma richiedemmo
l'arrivo di attrezzatura addizionale per poter
mantenere il programma che era molto stretto.
In parallelo con gli scavi della diga, iniziammo
gli scavi per lo sfioratore, un'opera immensa
con numerose paratoie nella quale avrebbe dovuto
essere deviato il fiume per dar vita ad una seconda
fase di lavoro. Nel frattempo completammo gli
impianti per la frantumazione della roccia scavata
e quelli per la produzione dei calcestruzzi. Qui
scoprimmo che la roccia conteneva una quantità
altissima di mica (biotite e muscovite), una sostanza
deleteria per i calcestruzzi, per cui dovemmo
effettuare numerose modifiche progettuali, buttar
via la sabbia di frantumazione ed ottenere la
sabbia quarzitica dal fiume mediante una draga
fatta venire appositamente dall'Italia. Oltre
a ciò, scoprimmo una faglia dentro le fondazioni
della diga principale che ci costrinse ad importanti
modifiche contrattuali.
Della
vita di tutti i giorni ricordo l'ambiente molto
umido che fronteggiammo grazie ai condizionatori.
Poi vi erano le moltitudini di zanzare da cui
bisognava proteggersi dormendo sotto le zanzariere
e proteggendosi con repellenti tipo Autan. Soprattutto,
vi era il micidiale insetto di nome 'mut mut'.
Era un moscerino molto dannoso che pungeva specialmente
al tramonto. Ve ne erano alcuni, portatori malati
di un parassita che, una volta iniettato sotto
la pelle, cominciava a crescere sotto forma di
filamento sviluppandosi per chilometri e provocando
un prurito terribile. La malattia praticamente
inguaribile prendeva il nome di "filaire"
(filariosi). Si poteva solo tenere sotto controllo
con particolari cure che si somministravano presso
l'Istituto Pasteur in Francia. Una forma virulenta
della malattia era l'oncocercosi, quando
il parassita si sviluppava attorno agli occhi
producendo anche la cecità e la morte.
Spesso
si potevano vedere africani con la parte inferiore
delle gambe assai gonfie ed erano, appunto, malati
di filariosi.
Era
disponibile molta frutta tropicale. La mattina
ci facevamo preparare delle fantastiche spremute
di ananas.
Pioveva
molto e l'umidità era altissima. Le piogge
erano del tipo tropicale, erano violente e duravano
anche molto. In quei casi il fiume schizzava alle
stelle.
Una
cosa curiosa a Song Lou Lou succedeva quando trapassava
qualcuno della famiglia: i defunti non venivano
sepolti al cimitero ma nel proprio giardino per
cui, passando, si potevano vedere nei giardini
dei veri e propri cimiteri.
Io
avevo fatto amicizia con una scimmietta molto
carina ed affettuosa che qui potete vedere.
Il
legname che veniva abbattuto fu anche usato per
predisporre gli alloggiamenti, le infrastrutture
e le casseforme per la costruzione della diga.
Si trattava a volte di un legno molto pregiato
e strano. Ricordo un legname che prende il nome
di azobe. Il peso specifico risultava superiore
all'acqua per cui affondava. Però, siccome
era molto duro, veniva usato dalle popolazioni
che abitavano lungo il fiume per scavare all'interno
dei tronchi ricavandone delle piroghe. Avevamo
in cantiere una segheria che ci permetteva di
tagliare tronchi fino a due metri di diametro,
cosa che mi permise di portare a casa in Italia
una fetta di un tronco di azobe, con cui realizzai
un bellissimo tavolo per la sala. Un altro legname
interessante era una pianta che all'interno aveva
un'anima nera. Credo si trattasse del famoso tek.
Era nero e con esso si realizzavano le statuine
vendute ai turisti. Di queste piante però
non se ne trovavano molte e di qui derivavano
l'alto costo delle statuine o l'utilizzo, per
produrle, di altro legname, in seguito impregnato
di nero. Mi torna in mente un'altra pianta di
cui però non ricordo il nome: quando si
segava il suo legname, la sua segatura produceva
delle irritazioni alle narici causando potentissimi
starnuti che non finivano mai.
Al
nostro arrivo scoprimmo che il personale locale
veniva condotto con i camion da molto lontano
su strade impossibili. Spesso facevano dei lunghi
tratti a piedi per raggiungere il loro villaggio.
Decidemmo pertanto di costruire un grande accampamento
vicino ai lavori con alloggi, mercatini ecc.,
dove trasferimmo i lavoratori e le loro famiglie
per poter lavorare con maggiore serenità.
A
volte andavamo a pescare nella zona delle rapide
e prendevamo pesci che risalivano la corrente.
Erano buoni ma assai spinosi. Un pesce che, per
esempio, si pescava in Cameroun era abbastanza
grosso, con due strisce bianche vicino alla testa
che gli conferivano il nome di "Le Capitain".
Era molto buono e si scioglieva in bocca.
Data
la natura tropicale dell'area, si vedevano stranissimi
insetti e colonne di inferocite formiche giganti.
Guai se riuscivano a risalire all'interno dei
pantaloni. Si attaccavano alla carne e per toglierle
occorreva ucciderle
Si
lavorava molto ma qualche occasione festiva ci
permise di uscire per qualche viaggio. Con Barattin
ed Aspasini andammo a fare un viaggio lungo la
costa a Nord di Douala. Giungemmo ai piedi del
Vulcano che prende il nome di Monte Cameroun,
in una località chiamata Vittoria. Il mare
era bello e la sabbia, sebbene fosse fine, era
tipicamente nera per la presenza di materiale
eruttivo.
Avemmo la cattiva idea di dormire in macchina,
sulla spiaggia. Poco prima dell'alba, Barattin,
che dormiva con le gambe fuori dal finestrino,
tirò un urlo spaventoso facendoci sobbalzare
violentemente. Aveva sentito qualcosa che gli
toccava le gambe e, svegliandosi, vide due occhi
infuocati di qualcuno che stava cercando di aprirgli
le gambe per rubare la borsa che si trovava al
di sotto. Pensate che spavento! I due o tre che
stavano per derubarci si diedero alla fuga. Io
saltai fuori dall'auto per correr loro dietro,
ma persi gli occhiali e vidi solo delle macchie
scure allontanarsi. La notte dopo dormimmo in
albergo per sentirci dire che molte persone erano
state ivi assassinate e derubate. Ci era andata
bene
Andammo poi a visitare delle piantagioni di caucciù.
Erano state piantate dai tedeschi e i filari erano
così diritti da sembrare piantati con uno
strumento topografico. Lungo il fusto delle piante
venivano fatte delle incisioni a spirale e fissati
dei barattoli dentro i quali scorreva la linfa
della pianta con cui si produceva quindi la gomma.
Cercammo poi di raggiungere la vetta del Monte
Cameroun a 4000 metri, ma non fu un viaggio di
successo poiché essa era permanentemente
immersa nelle nuvole. Lungo la salita trovammo
numerosi mercati che vendevano frutta, fra cui
dei mango straordinari, oltre a papaie, noci di
cocco e banane.
Ho avuto anche l'opportunità e il privilegio
di visitare il Centro Nazionale Baha'i a Nord
di Douala. Sfortunatamente non trovo nei miei
archivi le foto degli incontri con quei meravigliosi
amici.
Un'altra
volta, con la famiglia Bertocchi ed altri, andammo
a Sud di Doula, lungo la costa in una località
di nome Kribi. Fu un viaggio fantastico. Il mare,
la costa e la vegetazione furono di una bellezza
incredibile. Pochi chilometri dopo Kribi, proseguendo
verso il confine della Guinea Equatoriale, ci
apparve davanti agli occhi uno spettacolo favoloso:
il fiume Lobé con le sue cascate che precipitavano
direttamente dentro il mare. Facemmo dei bagni
fantastici. In seguito fu la scoperta dei gamberi
di acqua dolce che venivano venduti dalle popolazioni
della zona. Ce ne facemmo delle scorpacciate,
alla griglia, direttamente in spiaggia. Al ritorno
in cantiere ne portammo diversi chili che consumammo
nelle settimane successivi.
Quest'area
era anche abitata dai pigmei che abbiamo potuto
vedere, anche se non da vicino.
La zona di Kribi fu poi insediata anche da numerose
industrie agricole che esportavano all'estero
materiali coltivati ed inscatolati. Ora a Kribi
è stato anche costruito un aeroporto con
una pista di 2500 metri per il turismo internazionale.
In
un altro viaggio ci recammo a visitare la Capitale
Yaoundé ed alcuni altri lavori che la Cogefar
stava realizzando, fra cui la ferrovia Transcamerunese,
sotto la guida del Direttore per l'estero, Ing.Martinengo
e il sostegno del Geom. Bruno Braito dalla sede
di Milano.
Le
difficoltà degli scavi in roccia richiesero
la venuta di consulenti internazionali, fra cui
ricordo l'Ing. Abersten, ex ingegnere specialista
in esplosivi, proveniente dalla Nitro Nobel, che
qualche anno dopo fu incaricato di sparare le
volate per la deviazione della lava sull'Etna,
e gli ingegneri Carastro e Dantini che ritrovai
anni dopo durante lo scavo delle gallerie nella
costruzione della ferrovia ad alta velocità
Roma-Napoli.
Richiedemmo anche la consulenza del famoso gruppo
di ingegneria francese Cohen & Bellier per
problemi legati alla stabilità della diga
di presa.
Quando
si lavora in cantieri di queste dimensioni, possono
capitare anche degli incidenti. Ne ricordo due,
uno sul lavoro, con una barra di ferro da 12 metri
che era scivolata dalle mani di un operaio ed
aveva trafitto vicino al collo un ferraiolo italiano.
Riuscimmo a salvarlo mandandolo a Douala in elicottero
per essere poi prelevato da un aereo di soccorso
Cessa Citation della Europ Assistance. Un altro
fu causato da un bufalo di foresta che aveva incornato
un nostro operaio. Salvammo anche lui con le stesse
modalità. Vi fu poi, nella fase finale
di cantiere, un incidente con il collasso di due
gru causato da una tromba d'aria che li fece scontrare.
Si piegarono sopra la diga in costruzione, morirono
molti operai camerunesi, ad eccezione dei due
operatori.
Ci fu un allagamento della zona della centrale in
costruzione a causa delle alte portate del fiume
nello sfioratore, causato dall'errore progettuale
della quota del muro di guida sinistro di quest'ultima
opera che noi prevedemmo e che fu oggetto di riserve
e contenzioso.
I
lavori proseguirono bene e per me fu un'esperienza
incredibile. Iniziarono i lavori elettromeccanici
e la posa delle condotte forzate e delle chiocciole
delle turbine.
Le deviazioni seguirono il loro corso secondo
i programmi stabiliti.
Nella cartella dei lavori potete andare a vedere
il film di mezz'ora fatto dal Gruppo 5 della Rizzoli
con a capo Silvano Bergamaschi che racconta da
vicino la costruzione di questa complessa e stupenda
opera.
La
famiglia che era rimasta in Inghilterra aveva
deciso di non venire in cantiere. Forse fu meglio
così, date le difficili condizioni climatiche
della zona. Feci quindi richiesta all'azienda,
e mi fu concesso, avendo anche raggiunto i risultati
attesi, di poter rientrare in Italia dove fui
raggiunto dalla famiglia per ricominciare un periodo
tutti assieme a Milano.
In Cantiere arrivarono l'Ing. Maurizio Bergonzoni
ed il compianto Capo cantiere Onesti, detto "Pipa",
a sostituire l'Ing. Silva e me stesso.
Al
rientro in sede dell'Impresa Cogefar, che si trovava
in via Bastioni di Porta Nuova, inizia per me
un periodo di viaggi relativamente brevi che mi
portarono in diverse parti del mondo, fra cui
le isole Mauritius.
Desidero
qui ricordare con grande affetto il Dr. Nobili,
Presidente dell'Impresa di Costruzioni Cogefar
S.p.a., che fece crescere e fece divenire questa
impresa un colosso. Egli fu generoso con me al
ritorno dal Cameroun. Ho avuto l'occasione di
incontrarlo e salutarlo negli incontri annuali
degli ex dipendenti della società.
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