Una Vita dedicata al lavoro parte 3 capitolo 5


 

Io mi sono iscritto all’Associazione degli Studi Baha’i del Nord America che annualmente tiene un convegno in differenti località degli Stati Uniti o Canada. All’associazione si può iscrivere chiunque. Nel 1997 avevo letto che l’incontro annuale sarebbe stato tenuto nel Canada occidentale, nella citta’ di Edmonton, vicino a Calgary. Il tema dell’incontro era “Governance” (Come governare). Il tema mi interessava parecchio visti i disastri dei sistemi di governo contemporanei basati sul principio che ogni partito fa l’interesse della propria parte di elettori. Questo è l’impianto delle democrazie occidentali, ma abbiamo visto dove si va a finire in questo modo. Forse è necessario un sistema democratico leggermente modificato, che tenga anche conto dei diritti e delle idee delle minoranze, dove il sistema di gestione sia di servizio alla cittadinanza e non di potere.

Prenotai i voli e mi recai in Canada passando da Toronto. La cittadina di Edmonton è splendida, multirazziale, ben organizzata. L’attraversa un fiume lungo sulle cui rive si può correre liberamente, essendoci molto verde e piste ben attrezzate. In inverno ci si può anche fare dello sci di fondo.

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Quartiere della città di Edmonton

 

Nella città convivono 35 differenti nazionalità. Ricordo il tassista che mi portò in albergo dall’aereoporto, il quale era ugandese. Questi gruppi etnici sono ben mescolati fra di loro ed hanno anche le radio nelle loro lingue così da non perdere il senso della loro identità.
Il convegno era tenuto in grandissimo auditorio. Erano presenti circa 1200 persone provenienti dai luoghi più disparati del Canada e degli Stati Uniti. Il convegno fu aperto dal Governatore dell’Alberta, la regione di cui fa parte la città di Edmonton. Ricordo che fu un bel discorso, neanche molto di parte. Dopo di lui prese la parola Robert Henderson, di colore, Presidente dell’Assemblea Spirituale Nazionale Baha’i degli Stati Uniti, che parlò per un’ora facendomi letteralmente venire i brividi data la potenza e fluidità della sua parola, dei concetti che espresse, talmente forti che fecero tremare anche il Governatore, il quale scappò a casa dicendo di dover riscrivere il discorso che avrebbe dovuto tenere la mattina successiva. Evidentemente i concetti espressi da Henderson lo avevano colpito. Io ho la registrazione audio di quella presentazione, naturalmente in lingua inglese, e ve la metto a disposizione in MP3 cliccando su questa icona.

Vi indico anche questo collegamento dove in audio potete ascoltare un suo intervento in un canale televisivo di Chicago:
November 3, 2007 - 10:32pm
Learn about the Baha'i Faith from these excerpts from an interview with Robert Henderson, a lifelong Baha'i and member of the National Spiritual Assembly of the Baha’is of the United States, and his wife, Paula, an artist and educator, and a Baha'i since 1970.
The Hendersons were interviewed by Gloria Lattimore-Peace, hostess and producer of “The H30 Art of Life Show ” on Chicago Access Network TV Channel 19.

Numerosi furono gli interventi del convegno durato cinque giorni, da parte di accademici baha’i e non. Due aspetti mi colpirono moltissimo: il primo fu che l’inizio e la fine di ogni sessione veniva celebrato con un momento artistico, mediante pezzi musicali suonati con vari strumenti, vale a dire arpa, chitarra, pianoforte, canti, recitazione di poesie.

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L’altro fu il fatto che a presiedere le varie sessioni vi erano persone di grande calibro. Ricordo che una sessione era diretta da una donna che aveva l’incarico di Presidente dell’Alta Corte e che non era baha’i. Le sessioni venivano aperte, oltre che con attività artistiche, anche con la lettura di passi dagli scritti Baha’i, di altre religioni e di mistica. Prima di passare all’inizio dei lavori veri e propri.
In un’altra occasione vi fu una signora che era Presidente del Parlamento Nazionale. Lei disse più o meno che se al loro Parlamento le sessioni fossero state aperte nella stessa maniera, assai spirituale, allora i risultati dei lavori del Parlamento sarebbero stati certamente migliori.
Nella città vi erano quattro enormi piramidi in vetro alte almeno 50 metri. Andai a visitarle. Dentro erano rappresentati gli ambienti di quattro condizioni della terra, dalla foresta tropicale al deserto. 
Oltre alla vegetazione, temperature ed umidità tipiche di ogni ambiente, vi era anche la fauna corrispondente a quei luoghi. Per esempio, nella foresta tropicale, erano presenti pappagalli giganteschi tipici dell’Amazzonia. Mi colpì la frase posta in una targa all’entrata che ricordava l’inaugurazione “Dedicata alla gloria di Dio”. Seppi poi che queste piramidi erano state donate alla Città di Edmonton dalla famiglia Baha’i Muttart di Edmonton prima della loro morte. Dunque, la targa all’entrata si riferiva effettivamente a Baha’u’llah, il fondatore della Fede baha’i, che in lingua italiana si traduce “Gloria di Dio”.

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Muttart Conservatory reso possibile grazie 
alla generosità di Gladys e Merryl Muttart

 

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Gli interni delle piramidi sono stupendi pezzi di natura
nele sue reali condizioni climatiche

 

Colsi l’occasione per intraprendere un viaggio organizzato alle Montagne Rocciose. I laghi e le montagne erano assolutamente superbi e di colore verde smeraldo. Uno dei laghi portava il nome di mia figlia Louise. La cosa che mi impressionò durante il viaggio era la presenza di frequenti tunnel che attraversavano l’autostrada per permettere alla fauna di percorrerla senza esser investiti dalle auto. Il Canada è un paese bellissimo, enorme, con una popolazione di poco oltre i 30 milioni di abitanti. La comunità baha’i è anche ben diffusa e molto impegnata a livello sociale, tanto che collabora con le aministrazioni locali e nazionali su temi quali: donna, educazione, cultura, economia, ambiente. Fu un momento significativo. Spero in futuro di poter rivisitare questo straordinario paese.

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Terminato il decennio ICLA, mi presi una lunghissima vacanza andando a Malta, in Inghilterra, in Canada, in Spagna, ma poi cominciava a mancarmi l’adrenalina dei lavori che ho sempre amato. Mi chiamò l’Ing. Lanciani dell’Astaldi da Roma. Stavano studiando il progetto esecutivo del lavoro che avevano acquisito per la costruzione di una galleria sul Lungotevere vicino a Castel Sant’Angelo. Si trattava di una galleria da scavare con una fresa Hydro-shield. Astaldi aveva una grande esperienza con questa fresa avendo realizzato diverse decine di chilometri della metro di Roma. La complicazione era che nel sottosuolo romano, oltre alle migliaia di servizi che bisognava identificare, progettare e rilocalizzare, vi era il problema archelogico che, come si sa, blocca ogni tipo di lavoro. Inoltre, occorreva verificare cosa c’era nel sottosuolo lungo il muro di sostegno del Lungo Tevere perché con la fresa non si possono fare errori. Fu attuata una intensa campagna di sondaggi e rilevamento di tutti i servizi. Quando furono fatti i carotaggi inclinati che intersecavano la fondazione avvenne una scoperta incredibile, emersero delle fette di lamiera di acciaio che conteneva la fondazione. Andando a cercare i disegni riguardo alle modalità di costruzione delle mura, fu fatta una scoperta interessante. La fondazione era stata realizzata con cassoni autoaffondanti in acciaio a tenuta stagna allontanando l’acqua del Tevere mediante aria compressa pompata da condotti verticali con gli operai che lavoravano dentro i cassoni stessi all’asciutto. I taglienti laterali permettevano l’affondamento dei detti cassoni. Trovammo i disegni meccanici di questi, che erano in lingua tedesca, quindi realizzati all’inizio del ‘900 in Germania. Fu di conseguenza deciso di spostare l’asse della galleria più verso Castel Sant’Angelo. Una volta raccolte tutte le informazioni, occorreva stendere il programma dei lavori, molto dettagliato, mettendo in risalto in particolare tutti i servizi da spostare e gli impegni che avrebbero dovuto essere presi e mantenuti delle varie agenzie dello Stato. Usammo uno dei software più avanzati, “Primavera”, i cui dati programmatici, attività e vincoli, venivano inseriti da due ingegneri che conoscevano bene il programma, su mia indicazione. Ne venne fuori un progetto gigantesco con centinaia di sotto reticoli e decine di migliaia di attività. Sfortunatamente il committente decise di annullarlo e provocò un contenzioso con Astaldi. Successivamente, si lavorò su altri progetti molto più ridotti, di cui però non conosco molto. L’Ing. Lanciani l’ho poi reincontrato anni dopo negli Stati Uniti dove era responsabile della filiale americana.

FONDAZIONI PNEUMATICHE:
impiego per opere marittime, pile di grandi ponti, ecc.; esecuzione in acqua o in terreni acquitrinosi raggiungendo lo strato resistente mediante cassoni; Cassone pneumatico: aperto inferiormente, con pareti e cielo (copertura superiore) in c.a. o acciaio, con base tagliente per facilitarne l’affondamento; cielo attraversato dalle tubazioni dell’aria compressa e da un camino per il passaggio degli operai, dei materiali scavati e di quelli occorrenti per la costruzione; immettendo aria compressa nella camera di lavoro poggiata sul fondo si mantiene unapressione maggiore di quella idrostatica esterna, impedendo l’ingresso di acqua nella camera; riempimento in calcestruzzo una volta raggiunta la profondità stabilita; presenza camera di compensazione per sosta delle maestranze al fine di eliminare lo squilibrio dovuto alla differenza di pressione.

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Tratto da

POLITECNICO DI BARI – Corso di laurea in INGEGNERIA CIVILE
Corso di “ARCHITETTURA TECNICA” – prof. Vincenzo NUZZOLESE
Gruppo Di Lavoro: Domenico Marco Auletta, Stefania Geronimo, Cecilia Giacomobello, Adriana Maria Lotto




L’Ing. Bagnara, un mio grande amico dai tempi di Ruacana, in Africa del Sud Ovest, dirigeva il settore Estero di Astaldi e venne a sapere che mi trovavo a Roma, così mi fece chiamare per chiedermi se me la sentivo di andare in Colombia dove un Consorzio d’Imprese di cui facevano parte, che comprendeva anche Recchi, Federici, Condotte, stava realizzando una diga in RCC (Calcestruzzo rullato) di 1.4 milioni di mc. che aveva vissuto diverse vicissitudini esecutive.
Avevano bisogno di uno come me per dare un colpo di mano. Mi consultai con la famiglia e decisi di andare in quel nuovo paese. Non conoscevo una parola di spagnolo, ma mi dissero che avrei imparato in fretta. Era la prima volta che andavo a lavorare in quella parte di mondo.
Arrivai a Bogotà con un volo della Iberia e poi proseguii per Medellin. Il cantiere si trovava a circa 115 chilometri dalla città ma era pericoloso andarvi in macchina per la presenza della guerriglia.
Io sapevo che la Colombia era in una situazione difficile a causa dei cartelli di Cali e di Medellin con il famoso Escobar che poi venne ucciso durante un conflitto a fuoco con le truppe governative.
La situazione della guerriglia in Colombia è venuta fortemente alla luce recentemente con la grande pubblicità sui media a seguito della uccisione in Equador del nr. 2 della Farc – il piu’ grande movimento di guerriglia nel paese - e la liberazione della Betancourt e di altri 15.
Non credevo però che la situazione fosse così grave al punto tale che dall’aereoporto di Medellin fino in cantiere ci andammo con un elicottero. La vallata finale dove correva il fiume Porce era molto profonda e dovemmo scendere a spirale comeil volo di una libellula. Era un posto meraviglioso, con molto verde di una vegetazione straordinaria. Naturalmente, lungo i pendii delle montagne che contornavano la valle era tutto coltivato di coca. Di notte si potevano vedere le infinite luci che illuminavano i piccoli villaggi insediati sulle montagne. Il cantiere era chiuso e protetto da oltre 100 guardie armate di Kalashnicov e poi vi era l’esercito colombiano che pattugliava l’area dei lavori. Il campo era bello e ben organizzato.

 

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Montagne attorno al cantiere, Peones dalle montagne
Strani frutti esotici, Il villaggio dove abitavamo
 

 

Incontrai l’Ing. Giambuzzi, direttore del progetto, e ci mettemmo subito al lavoro.
I lavori erano fermi perché gli impianti che dovevano produrre i cls per la diga continuavano a rompersi, per cui la direzione dei lavori sospese tutto fino a quando non si fosse stato in grado di dimostrare che si poteva lavorare con continuità senza interruzioni dovute a rotture. Gli impianti per la produzione del RCC erano molto sofisticati e in grado di produrre cadauno 300 mc. all’ora. Gli impianti erano prodotti dall’Aran in Australia e i sistemi di pesatura con le celle elettroniche della Ramsey americana, i cui sensori sentivano il peso dei materiali passanti sui nastri variandone la velocità per far giungere ai mescolatori i materiali nei giusti dosaggi. Facemmo venire dall’Italia un grande tecnico d’impianti, certo Spinazé, ex dipendente della Cifa. Venne con sei collaboratori e in un mese diagnosticarono e corressero tutti i problemi dell’impianto. Riuscimmo a ripartire e produrre a secco oltre 2500 mc. di materiale. La direzione lavori ci permise di riprendere con la diga e la produzione giornaliera cominciò con circa 2000 mc. per arrivare in pochi mesi a circa 5000 con un punta di 5500 nelle 24 ore. I record attuali al mondo di RCC in 24 ore è di circa 20.000 in Cina e Stati Uniti, ma noi eravamo più che soddisfatti di quello che eravamo riusciti a produrre.

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Vista panoramica degli impianti per la produzione e
raffreddamento del calcestruzzo per la diga

 

Naturalmente, vennero fuori mille altri problemi paralleli che lentamente riuscimmo a riorganizzare. Il problema grande erano le finanze perché il prezzo del cemento procurato da un fornitore di proprietà del cliente aveva un formula revisionale molto più alta di quello che ricavavamo, per cui le perdite del cantiere aumentavano a vista d’occhio e non si riuscì a far cambiare al cliente l’approccio verso un prezzo diverso più equo. La diga comunque saliva, arrivavano in cantiere oltre 1000 tonnellate al giorno e si produceva con gli impianti che erano stati modificati e potenziati qualcosa come 9600 mc.al dì, appena sufficiente. Lentamente ci mangiammo tutto il piccolo stock che era stato prodotto nei mesi precedenti, rendendo la continuità della produzione di cls. sempre più difficile.

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Impianto di frantumazione primario
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Impianti di vagliatura e lavaggio

 

La guerriglia nel frattempo si faceva sempre più aggressiva tanto che costrinse ad un’ispezione al cantiere della unità di crisi del Ministero degli Esteri che ci fece realizzare tutta una serie di opere di protezione del cantiere con recinzioni, filo spinato, e fioriere in cls fuori dalle finestre per la protezione di chi era in casa da possibili tiri di fucile o mitra. Di notte si sentivano gli elicotteri mitragliare le postazioni della guerriglia. Feci fare uno studio di rischio di sequestro da un ex agente CIA che mi confermò l’alta probabilità di rischio di sequestro entro pochi mesi. Ci fece anche dei costi pratici antisequestro e ci istruì di non andare mai in cantiere di notte. La diga nel frattempo era salita molto ed erano iniziati i lavori dello sfioratore, mentre la captazione ed il pozzo di adduzione stavano proseguendo molto bene così come i lavori di esecuzione dei cordoli in cls a monte ed a valle che contenevano la produzione del calcestruzzo.
Era il momento di tornare a casa per ferie. Mi consultai con la famiglia e fu deciso che era troppo rischioso tornare in quel paese per cui rassegnai l’incarico. Fu una decisione molto sofferta perché non avevo mai abbandonato un lavoro, ma il rischio era troppo grande. L’Ing. Roth, direttore del progetto, la prese male, ma i rischi erano troppo alti, considerando anche che prima di partire nessuno mi aveva messo al corrente in dettaglio della situazione.
Proprio in quei giorni – nel maggio ‘98 - la guerriglia sequestrò l’Ing. Marco Tentorio di Lecco dell’Impregilo. La stampa nazionale fece risaltare l’evento anche perché erano stati sequestrati tre ingegneri italiani di un’azienda d’imballaggi. In quel periodo la guerriglia aveva in mano oltre 1200 sequestrati che catturava per finanziarsi. Marco Tentorio rimase in mano alla guerriglia oltre un anno e fu rilasciato nell’ottobre del 1999.
I lavori andarono avanti per qualche altro mese fino alla loro sospensione ed il subentro di un’altra azienda, la spagnola Dragados, che terminò l’opera con oltre tre anni di ritardo rispetto alle date previste inizialmente. Naturalmente, il tutto ad un costo assai superiore di quello pattuito dal nostro consorzio.

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Vista aerea dell’opera finita con du bocche
dello sfioratore aperte

 

Qualche anno dopo uscì un film con Meg Ryan e Russel Crow, dal titolo “Rapimento e Riscatto” che racconta la storia di un ingegnere impegnato nella costruzione di una diga in Colombia, rapito dalla guerriglia colombiana in un’area molto simile a quella dove lavoravo io e poi liberato con un bliz militare. Quasi mi sembrava di vivere virtualmente quello che avrebbe potuto succedermi.

Ricordo con affetto molti dei tecnici con cui lavorai che rincontrai dieci anni dopo in Costa Rica per un altro lavoro simile. Il bravissimo Perito elettronico ed elettrico Bologno Gampiero con sua moglie, Marcella, progettista, Walter Perez, Direttore del laboratorio, Nelson Orduz, Direttore dell’Ufficio Tecnico, ed altri. Nel capitolo dei lavori eseguiti vi sono tutti i dettagli del progetto.


L’Impregilo, la più grande impresa italiana e, all’epoca, la prima azienda al mondo nel campo della costruzione degli impianti idroelettrici, mi stava cercando da un anno per potermi utilizzare nella costruzione di un grande impianto idrolettrico in Nepal, l’Impianto del “Kali Gandaki II”. Mi incontrai prima a Miami con il loro Direttore del personale, Rag. Guerra, e poi a Milano con L’Ing. Zaffarono, Responsabile per l’Asia, e con l’Ing. Malvagna, Capo area per il Nepal. In cantiere vi era l’Ing.Vassallo, un grande direttore di origine Recchi di Torino che doveva però rientrare per l’età. Dopo aver parlato a lungo del progetto che mi fu illustrato e dei problemi che erano sorti, e sentiti i miei commenti su tutti i vari aspetti esaminati, compreso il programma dei lavori, e visto il mio curriculum, ci mettemmo d’accordo ed io partii come direttore di cantiere di questa gigantesca opera.

L’impianto idroelettrico del Kali Gandaki II era composto da numerose opere: Diga di regolazione del fiume a monte con un bacino di circa 4 chilometri, dissabbiatore lungo circa 200 metri largo 70 e alto 27, opere di regolazione entrata e di uscita del dissabbiatore con relative paratoie di scarico dei solidi portati dal fiume, sifone di collegamento con la galleria di adduzione, galleria di adduzione lunga 6 chilometri del diametro di 9 metri, centrale all’aperto separata dal fiume con un cofferdam di RCC e varie opere minori. Diversi milioni di metri cubi in parte da scavare.

Arrivai a Kathmandù, la capitale del Nepal, a 1350 metri sul livello del mare con circa 1 milione di abitanti, e fui accompagnato agli uffici dove trovai l’Ing. Malvagna che mi aspettava. Prendemmo un volo di linea nel pomeriggio con un Twin Otter Canadese da 20 posti, quel tipo di aereo che atterra anche in piste semi-preparate e in mezz’ora circa arrivammo a Pockhara, la seconda più grande città del Nepal dove c’è un grandissimo lago vicino al massiccio del Machapuchere, una cima da 8000 metri del complesso dell’Himalaya, considerata dai Nepalesi montagna sacra facente parte del complesso dell’Annapurna. Il tempo era bello e la vista della montagna, a forma di piramide sembra con tre lati, faceva impressione. Ci attendevano un fuoristrada e l’autista coi quali percorremmo i 100 chilometri fino al cantiere in circa quattro ore. La strada era molto stretta con frane e molto tortuosa. Il cantiere si trovava ad una quota di circa 500 metri sopra il livello del mare, molto caldo e umido. Era una vallata stretta, molto bella e verdeggiante. Il nome del fiume “Kali Gandaki” in nepalese significa “Fiume nero” perché alla fine della stagione dell piogge, quando i ghiacci dell’Himalaya cominciano a sciogliersi, l’acqua arriva giù nera. La portata del fiume in magra era di circa 50 mc al secondo, mentre durante il periodo di piena era arrivata a 5000. La stagione delle piogge monsoniche andava da maggio a novembre con una precipitazione in quel periodo di 6 metri di altezza.
Presi alloggio nella bella abitazione prefabbricata nella parte alta del campo. Una bella doccia e poi subito in ufficio a prendere conoscenza con il personale e con la situazione dei lavori. Dopo un giro del cantiere, a mensa per il pranzo. Lì rimasi colpito dal fatto che era stato separato il personale italiano dalle altre dodici nazionalità che lavoravano in cantiere. Questo mi turbava perché era sicuramente causa di attriti, cosa che presto scoprii essere una delle ragioni per la quale il cantiere andava così così. Con l’accordo dell’Ing. Zaffaroni modificai la mensa, in modo che tutti potessero stare nel medesimo locale, aumentai i banchi caldi facendo venire via aerea le necessarie attrezzature per cucinare più specialità coprendo più etnie possibili fra cui Italiani, Nepalesi, Indiani, Pakistani, Cinesi, Paraguaggi, Turchi.

In due settimane presi le consegne da Vassallo e presi in mano il cantiere. Occorreva fare un sforzo enorme perché da maggio, mese del mio arrivo, a novembre occorreva fare circa 650.000 mc. di scavo nell’area del dissabbiatore; lo scopo era quello di poter deviare il fiume a novembre dentro il dissabbiatore quando le acque sarebbero scese, effettuando due avandighe monte e valle nell’area della futura diga. Il dramma fu che la scarpata della parte sinistra al di sopra del dissabbiatore che soggiaceva uno scavo di 1.2 miloni di mc. aveva cominciato a franare ed i lavori furono sospesi. Si decise quindi di lasciare una parte di dissabbiatore sul posto (circa un terzo) per fare da piede alla zona instabile e deviare il fiume in un’area più ristretta in attesa che i progettisti decidessero cosa fare.

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Stabilito questo, fu deciso di procedere a tutta birra per completare gli scavi entro il 15 di novembre, preparare la costruzione dei cofferdam e deviare il fiume. Era sorto nel frattempo un enorme dubbio circa le caratteristiche della parte del fiume su cui si sarebbe poggiato l’avandiga di monte. Il materiale mostrò di essere molto permeabile per cui, fatto il cofferdam, c’era il rischio di perderlo a causa di un sifonamento. Pertanto, fu deciso di far venire dal Pakistan, dove si trovavano due macchine e relative attrezzature per l’esecuzione di pali, jet di grande diametro a 500 bar di pressione con cui costruire una cortina impermeabile sull’asse edel cofferdam. Le macchine poi vennero buone perché si dovette ricostituire tutta la fondazione di un’opera dove non vi era la roccia prevista, ma solo alluvioni.

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A novembre deviammo il fiume, ma con grande difficoltà. Avevamo cominciato a strozzarlo sui due lati, ma man mano che stringevamo, l’acqua si alzava; siccome la soglia di sfioro del dissabbiatore dove sarebbe passata l’acqua del fiume deviata era particolarmente alta, non si riusciva a far salire l’acqua abbastanza alta perché cominciasse a fluire nel canale di deviazione

La conclusione fu che l’acqua, attraversando il cofferdam nella parte sempre più stretta e con il livello sempre più alto, acquistava velocità ed i blocchi di roccia, predisposti per chiudere, che pesavano fino a 5 tonnellate, venivano spazzati via come delle pagliuzze. La notte decidemmo di sospendere l’operazione e preparare del materiale idoneo.

Costruimmo con putrelle di acciaio una struttura spaziale da calare nella corrente cosicché, arrivando al piede della cascata si sarebbe piantata, facendo poi da appoggio per la struttura che avremmo posizionato successivamente. Preparammo una serie di cluster, blocchi di roccia molto grossi, forati al centro e collegati assieme con dei cavi di acciaio. La mattina dopo calammo il traliccio nella corrente dell’acqua che attraversava la chiusura, il quale si piantò bene sul fondo; subito dopo posammo i cluster che si erano incastrati nel traliccio e nella roccia posata precedentemente chiudendo abbastanza bene il varco e permettendoci di posare altri blocchi a monte che non scappavano più nella corrente; infine, con materiale sempre più fino si chiuse a monte l’acqua.Dunque, si procedette ad allargare il cofferdam o l’avandiga di monte con roccia sempre più piccola, poi con ghiaia, quindi con sabbia ed ancora con argilla. Tutti questi materiali erano già stati predisposti in aree vicino al cofferdam. A valle fu tutto più facile perché, non vi era corrente, ma solo l’acqua che passava dentro il dissabbiatore.

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Immagine del fiume Kali Gandaki deviato dentro il dissabbiatore 
parzializzato visto da monte e valle

 

Una volta chiusa l’area della diga a monte ed a valle si poterono posare delle grossissime pompe elettriche della Flyght e svuotare il bacino.
Prima dell’operazione di deviazione vi fu una cerimonia propiziatoria sulla sponda del fiume da parte dei bramini, sacerdoti induisti che mi misero al collo una corona di fiori, mentre dopo la deviazione una bella riunione ufficiale con gli addetti ai lavori e le autorità accompagnata dai soliti discorsi di rito.

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Rito propiziatorio dei Bramini
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Riunione ufficiale con le autorità

 

Fu una bella esperienza ed io parlai del lavoro di addestramento del personale nepalese e delle loro buone qualità e del loro contributo al successo dell’operazione. Le TV nazionali trasmisero dei filmati sia della deviazione che della cerimonia.

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Ing. Calvi, Geom Ceccato, Ing. Malvagna
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Robiati e Malvagna in azione

 

Poi abbiamo realizzato, fra il novembre ed il mese di maggio dell’anno successivo, tutti gli scavi diga, circa 450.000 mc, poi il consolidamento del fondo e 70.000 mc.di calcestruzzo della diga vera e propria fino alla quota necessaria per tener conto delle piene dell’anno dopo e poter proseguire con la costruzione fino in cima.

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Nel frattempo vennero i geotecnici ad esaminare lo scavo che stava collassando e fu deciso con la direzione lavori di abbassare l’angolo che costrinse ad uno scavo addizionale di 1.2 milioni di mc. circa.

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Scavo definitivo completo

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Sul fronte della galleria, che inizialmente procedeva ad un ritmo di pochi centimetri al giorno, causa le terribili condizioni della roccia che andava scavata, una phillite molto fragile a scaglie, del metodo austriaco di avanzamento e del sistema di scavo, una fresa puntuale paurat. Il sistema fu modificato con perforazione e sparo, di volate corte (1.2 metri), betoncino lanciato a grande quantità subito dopo la volata per stabilizzare il fronte e i lati, la posa di una centina HEB 200 al metro e successivo bloccaggio con calcestruzzo a spruzzo e perdipiù alla fine chiodi radiali di consolidamento del cavo. Il tutto fu concordato con il Sig. Lindsay, statunitense, ex presidente degli stessi consulenti che controllavano i lavori; la Morrison Knudsen e il compianto Sig. Cook, un consulente specialista di questo tipo di gallerie. La produzione divenne 6 metri al giorno per fronte e la galleria fu scavata in un paio di anni. Iniziarono poi anche i rivestimenti.

Quando deviammo il fiume in programma a maggio ci sorprese una piena alle otto di sera di 5000 mc.al secondo; lo stesso giorno della deviazione che si portò via l’avandiga di monte di circa 100.000 mc. in pochi minuti, e strappò via tutti i casseri appesi agli ultimi getti delle pile che riuscimmo poi a riprendere e a portare in quota per terminare la diga stessa.

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Fasi di lavoro prima della piena
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La piena scavalca il cofferdam di monte
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Come si presentava il cantiere della diga la mattina dopo la piena

 

A valle della diga, dove avevamo accumulato circa 2.5 milioni di mc. di roccia proveniente dagli scavi, scoprimmo la mattina successiva alla piena che l’acqua si era portata via tutto. Il materiale grosso era però in parte depositato sul fondo del fiume alzandolo leggermente e provocando però un rigurgito a monte che ci costrinse ad ordinare in Italia via aerea i martinetti idraulici e l’attrezzatura necessaria ad alzare il ponte di 1.5 metri: lo facemmo rapidamente per evitare che un'altra piena ci portasse via anche il ponte. A valle la costruzione della centrale era iniziata così come lo scavo del pozzo piezometrico che collassò a causa degli scarsi supporti da noi più volte denunciati al cliente.
La direzione dell’Impregilo, l’Ing. Zaffarono, l’Ing. Massimo Malvagna, furono molto contenti del primo anno di lavori e furono anche economicamente riconoscenti con tutto il personale.

Il cantiere era anche stato filtrato del personale inadeguato e rinforzato con altro molto bravo. Oltre al Geom. Ceccato, che era in cantiere dall’inizio e che aveva fatto un ottimo lavoro, furono inseriti assistenti quali Reato ai Movimenti terra, e il Geom. Reguzzo all’Ufficio Contratti con la moglie all’Ufficio Contabilità lavori. Furono anche rinforzati l’Ufficio Programmazione e Amministrazione e l’Ufficio Logistica ed Acquisti di Kathmandù. All’Ufficio Tecnico arrivò l’Ing. Alberto Albertoni.



Quando arrivai in cantiere si sentiva sulla pelle che vi era attrito fra gli stranieri ed i Nepalesi. I nepalesi erano molto indisciplinati e facevano un po’ quello che volevano non essendo abituati a questo tipo di lavoro. Gli espatriati tendevano a trattarli male con deleteri effetti sull’avanzamento dei lavori. Allora organizzai un gruppo misto con l’incarico di scrivere un codice di comportamento che tutti avrebbero siglato e che sarebbe stato il regolamento del lavoro. In questo modo le cose cominciarono a migliorare, anche se non si raggiunse la perfezione.

Una volta, a seguito di un incidente in cui morì un operaio si scatenò una rivolta da parte di alcuni facinorosi con l’assalto agli uffici ed alle abitazioni, che mise in fuga su una collina il personale espatriato. Poi vi fu uno sciopero generale con l’assedio del campo per difendere un impiegato che era stato giustamente licenziato sempre in accordo al codice di comportamento. Da quel momento furono stazionate in cantiere alcune pattuglie di militari e non vi furono più incidenti.
In cantiere avevamo 3300 nepalesi e oltre 200 espatriati oltre ai subappaltatori.

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Immagini della centrale in costruzione

 

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Immagini aeree dell’opera di monte finita con il dissabbiatore in eservizio

 

Fra le varie azioni messe in campo ci fu il ricondizionamento del campo della manovalanza nepalese, corsi per le donne e per gli insegnanti, la costruzione in collaborazione con i villaggi di scuole e librerie, borse di studio e premi per i migliori studenti dei villaggi circostanti, in particolare le donne. Facemmo stampare 10.000 quaderni contenenti frasi relative al comportamento ed all’educazione, una copertina con foto dei lavori e il logo dell’Impregilo, che furono distribuiti nei villaggi così come furono distribuiti agli insegnanti delle scuole molti libri sul tema dell’educazione.

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Immagine dei bambini e della targa inaugurale
di queste scuole realizzate in collaborazione

 

Una volta feci venire una signora da Varanasi in India, una mia amica che rimase in cantiere dieci giorni e fece dei seminari a insegnanti e donne sul tema dell’educazione e dei valori etici. Fu un successo. Mi chiesero più volte di farla tornare. La signora venne senza addebitarci alcun costo.

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Corsi alle donne ed insegnati da parte di
una direttrice della scuola montessori dall’India

 

Mi impegnò molto affrontare, sistematicamente nei villaggi, il tema della vendita ai bordelli di Mumbay e di Calcutta, in India, delle ragazze fra i 10 e i 13 anni. Ne erano state vendute oltre trecentomila che poi ritornavano a casa devastate ed infettate da malattie. Cercai di spiegare a quelle popolazioni che sicuramente quello che facevano era contrario ai valori etici dell’induismo, la loro religione, e che occorreva fermare questa vergogna. Mandai anche al Direttore del Corriere ed altri Direttori di quotidiani e settimanali, un documento testimoniale di una ragazza sopravvissuta a questi traffici e le relative drammatiche statistiche, ma nessuno pubblicò nulla. Neanche mi risposero.

Al personale espatriato mandavo delle lettere in cui spiegavo che eravamo qui per educare questa gente in modo che in futuro fosse possibile avere meno espatriati e non proponevamo assolutamente una forma di neocolonialismo. Inizialmente non piacque loro ma in seguito, visti i risultati, si convinsero che quello era il miglior modo di procedere perché dava migliori risultati. Una volta mandai loro anche un breve saggio sull’induismo così da conoscerne la storia e le abitudini.
Quando vi era un decesso per incidente, facevo pagare tutte le spese dei funerali e della cremazione, sospendevo i lavori per una giornata in segno di lutto e di rispetto, assumevo qualcun altro della famiglia e davo alla famiglia un piccolo capitale che permetteva loro di poter continuare a vivere dignitosamente.



Le donne nepalesi sono straordinarie e lavorano dall’alba al tramonto incessantemente. Le vedi salire questi dirupi per raggiungere i campi di riso e le loro abitazioni con fardelli sulla schiena tenute da una fascia posta sulla fronte. La loro vita media è molto breve e dopo pochi anni della trascorsa gioventù sono vecchie e rugose, ma hanno sempre un gran cuore e tanta generosità. 
La loro sopravvivenza è comunque molto dura. Portare le bufale ad arare i campi dove si pianta il riso, la mungitura delle bufale, dar loro da mangiare, piantare le piantine di riso, tenere le aree libere dalle erbacce infestanti, dare una mano nella raccolta del riso, la separazione della pula, l’immagazzinamento del riso in sacchi, il suo trasporto ai mercati, il trasporto della legna per cucinare, il trasporto sulle spalle dei loro piccoli, cucinare per la famiglia sempre a piedi su questi sentieri di montagna. E gli uomini che fanno? Be! Fanno anche loro, ma molto meno delle donne.

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Volare con l’elicottero permette di vedere i terrazzamenti scavati a mano che arrivano fino a 4000 metri dove viene coltivato riso e anche mais. L’aspetto di queste terrazze è terrificante. Tutte scavate a mano e mantenute a mano.

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Terrazze di riso

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In Nepal, quando una persona muore è abitudine cremarne il corpo. Nel caso del nostro cantiere vi era un’ansa sulla sponda destra del fiume con un piccolo promontorio. Il corpo della persona deceduta veniva posta su un letto di fronde e rami e tutti gli intervenuti alla cerimonia portavano, a loro volta, dei pezzi di legno che venivano accatastati sotto la salma. Veniva poi dato fuoco alla pila e, quando il fuoco aveva ridotto il corpo in ceneri, e dopo che queste si erano raffreddate, venivano gettate dentro le acque del fiume che se le portava a valle.

Il saluto – Namaste

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In Nepal, come in India, sono ancora in vigore le caste.
Quando delle persone s’incontrano, non sapendo se sono di differenti caste, per evitare il rischio di toccare le mani di una casta inferiore o superiore, il saluto avviene a distanza con le mani accostate in forma di preghiera che toccano il mento e si reclina il capo in avanti in forma di saluto recitando contemporaneamente la parola “Namaste” che significa “Mi inchino a te

Le caste sono una terribile piaga di questa parte dell’Asia e, nonostante gli sforzi per sradicarle, ancora sono presenti in queste popolazioni rendendo difficile la normalizzazione delle relazioni. Nel libro di mio padre “Religioni Rivelate” che si può scaricare gratuitamente dal suo Sito Web, c’è appunto il capitolo dell’Induismo dove egli racconta come è nato e come funziona il sistema della caste. C’è un bellissimo documento della Corte Suprema dell’India che fa presente che la soluzione al problema della caste si trova nella Fede Baha’i e nei suoi insegnamenti.


Il Nepal confina a Nord con la Cina e il Tibet, a Sud, Est ed Ovest con l’India. Al nord vi è la piattaforma dell’Himalaya fino ad oltre 8000 metri, mentre a sud
l’altitudine scende fino a 100 metri sopra il livello del mare. Si tratta di una zona ricca di fiumi alimentati dalle acque che si sciolgono dalle cime della catena montuosa. La cima più alta è l’Everest, scalato da specialisti ed appassionati di montagna provenienti da tutto il mondo. Le temperature vanno dai meno 30 gradi in quota ai più 30 gradi in pianura. Il clima è molto umido. Il territorio si presenta tutto scosceso, ad eccezione del lato sud ai confini con l’India.

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La popolazione comprende circa 23 milioni di abitanti. Olre il 50% è analfabeta. La lingua principale è l’hindi, simile al sanscrito. Sono famosi i gurca, soldati che combattono con l’esercito inglese da oltre 150 anni e provenienti da una regione del Nepal. Io ne avevo in cantiere una decina di ufficiali con compiti di sicurezza.

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Vi sono numerosi parchi nazionali, tra cui quello di Chitwan, che ho visitato, famoso e molto bello con elefanti, tigri, rinoceronti bianchi, situato a sud al confine con l’India. Ho potuto fare una singolare esperienza sul dorso di un elefante, di notte alla ricerca delle tigri che potemmo scorgere, ma molto da lontano.

Il Nepal è famoso anche per la zona di Lumbini, sempre a sud, dove sarebbe nato Buddha e dove vi sono i luoghi sacri della Fede Induista. Sono anche molto noti gli Scerpa, famosi accompagnatori delle spedizioni di tutto il mondo per scalare le cime più alte del paese, fra cui il sopraccitato Everest.

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Vi sono molte piste in terra battuta ed erba raggiunte dai famosi aerei Twin Otter, come raccontato innanzi. Il cibo principale è costituito da riso, coltivato in terrazze a tutte le altitudini, e farina di granturco, oltre che da verdure varie e latte di bufale. Gli abitanti vivono con meno di 200 dollari l’anno.

Il sistema di governo era la monarchia costituzionale, ma recentemente è divenuta una repubblica, con l’abrogazione della monarchia, la cui discesa era iniziata già qualche anno fa con l’uccisione della famiglia reale da parte di un figlio cui era stata negata una relazione amorosa con una ragazza di un'altra casta.

La lingua principale è l’hindi, ma ve ne sono molte altre.
La città di Khatmandù ha due aree che prendono il nome di Monkey Hill e Bhatapur, famose per la loro storia e per i monumenti che vi sono ancora preservati.
Monkey Hill è conosciuta per i suoi templi buddisti e per le scuole di monaci che vi sono insediate.

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E’ famosa anche per le colonie di scimmie che vi abitano indisturbate. Bhatapur invece è una stupenda città antica, con tradizionali costruzioni e monumenti di legno e pietra, a forma di pagoda, con i suoi animali scolpiti nella pietra e la presenza dei colorati bramini. Sono presenti anche numerose sculture in legno di immagini erotiche e del ciclo della vita. Numerosi sono i visitatori provenienti da tutte le parti del mondo.
Vi rimando al capitolo “Paesi visitati” con dettagli, storia ed immagini del Paese.

 



Era stato costruito anche un auditorio, una mostra e gli alloggi per le guide. Mi riconfermò il Direttore che i visitatori erano sempre più numerosi e che le guidenelle più disparate lingue erano giovani Baha’i volontari provenienti dalle più disparate pati del mondo e anche dall’Italia.

 

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Immagine notturna del Tempio che 
prende il nome di Lotus temple

 

Visita in elicottero a Rolwaling, ai piedi dell’Himalaya, vicino all’Everest Sono andato con l’Ing. Malvagna e Giuseppe Sembenelli dell’omonima societa’ d’Ingegneria SC Sembenelli di Milano, a visitare la località dove avrebbe potuto sorgere un potenziale impianto idroelettrico da realizzare con il sistema del “Project Financing”.
Insieme volammo in un elicottero militare, un Super Puma, dall’aereoporto di Kathmandù fino quasi ai piedi dell’Everest, ad una quota di circa 3000 metri. Per arrivarci, seguimmo il fiume Rowaling che correva in una valle strettissima e tortuosa unitamente ad un incredibile numero di fiumi che si immettevano lateralmente. La vegetazione era fittissima, ma cominciava a diradarsi man mano che salivamo di quota. Caricammo nell’elicottero diverse apparecchiature necessarie per misurare la portata del fiume e numerosi sacchi di sale da utilizzare per le misurazioni. Con portate piccole, si fa una valutazione diretta delle portate, mediante diluizione di un soluto nella corrente in quantità prestabilita, misurando in due punti di distanza conosciuta la conduttività elettrica della soluzione che si forma.

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Arrivo a Rolwaling con l’elicottero
super puma
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Immagine della vallata
riempita dalla frana

 

Atterrammo in un pianoro di alluvione, a monte di una diga naturale che si era formata attraverso il fiume. Il paesaggio era impressionante. Si intravedeva in lontananza la punta dell’Everest. Fummo circondati da portatori scerpa che menarono le attrezzature dove ne avevamo bisogno.
La giornata era caldissima, ma poi quando la valle entrò in ombra scese un freddo boia.
Per raggiungere la località, si sarebbero dovuti costruire 55 chilometri di strade, i cui rilievi vennero effettuati con l’ausilio di una squadra di topografi a piedi e con tende.
La diga naturale, alta circa 450 metri, si formò circa 10.000 anni fa con una frana di diverse milioni di metri cubi precipitata dentro la vallata ostruendola. Poi, nel corso del tempo, gli apporti di materiale solido del fiume riempirono la vallata a monte per molti chilometri, lasciando libero solo un piccolo corso d’acqua che vi correva in superficie. Occorreva misurare la portata di questo piccolo corso che era nel suo periodo di magra. Eseguimmo le misurazioni che diedero una portata di circa 25 mc. al secondo. Poi studiammo l’orografia del terreno e schematizzammo il possibile impianto. Si doveva costruire una piccola diga attraverso la vallata per mandare l’acqua sulla sponda sinistra dove vi era un bel fronte roccioso, inoltre, era necessario costruire una galleria di circa un chilometro che avrebbe raggiunto un punto a valle della diga naturale in cui si sarebbe costruito un pozzo profondo circa 700 metri e, ai piedi di questo, una centralina in caverna, con turbine pelton in grado di produrre oltre 100 megawatt di energia elettrica e scaricare poi l’acqua nuovamente nel fiume.

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Vallata vista da terra e gola del fiume a valle della 
diga naturale dove avrebbe scaricato la centrale

 

Un progetto concettualmente molto semplice.
Non se ne fece poi nulla perché la persona che aveva acquistato inizialmente i diritti di occupazione dell’area, chiese diversi milioni di dollari d’anticipo, senza la certezza che poi il progetto sarebbe stato approvato dalle autorità, e la tariffa e il pagamento della vendita di corrente alla popolazione da parte del costruttore, garantita dal governo nepalese.


 


In Nepal, come in tutti i paesi del mondo, vi è una bella comunità molto consolidata, nonostante nei decenni precedenti fosse stata fortemente ostacolata dalle autorità religiose e civili del paese che non vedevano di buon occhio altre fedi, se non quelle induista e buddista. La comunità Baha’i nepalese ha un bellissimo Centro a Kathmandù dove vengono svolti molti progetti socio-economici, in particolare, quelli legati al tema dell’educazione e della donna. Nel mondo baha’i vige un concetto: “Eccellenza in tutte le cose”. I Baha’i lo mettono in pratica e qualsiasi cosa facciano cercano di farlo in modo esemplare. Questo produce una comunità eccellente con membri molto preparati e di ottimo livello in tutte le questioni della vita, dallo studio al lavoro.
Ho potuto tenere diverse conferenze al Centro Baha’i, dove ho parlato del lavoro che stavamo svolgendo e di come i principi della Fede si possano mettere in pratica nel proprio lavoro e nei rapporti con gli altri. Erano anche presenti molti professori universitari e giornalisti.

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Ragazze nepalesi che fanno
un anno di servizio al Centro 
Mondiale Baha’i
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Gruppo di baha’i dopo una riunione 
nel centro Baha’i di Kathmandu’

 

Trascorsi tre anni in Nepal, decisi finalmente che era il momento di rientrare in Italia e godermi un po’ sia la famiglia di origine che la mia. Affidai le consegne dei lavori al giovane Luciano Reguzzo che prese in mano l’opera per portarla a compimento. Eravamo alla fine del 1999. Rivisitai il cantiere dopo alcuni mesi e presi atto, con grande piacere, che i lavori andavano avanti bene e che i getti della galleria lunga sei chilometri procedevano bene al ritmo previsto di 36 metri al giorno con due casseri da 18 metri cadauno, costruiti in India su progetto ed assistenza della società Ninive Italiana. Anche i lavori in centrale andavano bene.
Qui vorrei ricordare con affetto il compianto Ing. Fabrizio Calvi, che aveva assunto la direzione di Area al posto dell’Ing. Massimo Malvagna, il quale fu dirottato verso altri incarichi. Un caro ricordo anche alla sua cara famiglia che ebbi il piacere di conoscere in occasione delle visite a Nuova Delhi. Un caro riordo anche di Rita Tambornini segretaria dell’Ing. Zaffarono e il carissimo Dall’arche.
Oltre che di Luciano Reguzzo e sua moglie, ricordo con grande affetto Massimo Malvagna, L’Ing. Zaffaroni, Rag. Stella, Franco Mura, sua moglie Sara e la piccola, Catrini e sua moglie, Buzzi e sua moglie, l’Ing. Meneghel e sua moglie, l’Ing. Alberto Albertoni,Cultrera all’ufficio di Kathmanù, Andrea Trentini e sua moglie.



Ero stato in Cina nel 1983 e vi ritornavo dopo 16 anni. Fu un viaggio di piacere assieme alle mie due figlie ed un’esperienza fantastica. Rimasi shockato nel vedere com’era mutata in poco più di un decennio. Gli alberghi erano completamente liberi, non c’erano più alberghi solo per gli stranieri.Vi erano in giro pochissimi cinesi vestiti nello stile di Mao, sembrava di essere in Europa. Le città erano cambiate drammaticamente. A Shanghai sembrava di essere a Manhattan con i suoi grattacieli molto belli, i vialoni e le strade sopraelevate. Le carreggiate per le biciclette erano state ridotte e sulle strade circolava un impressionante numero di autoveicoli. Le organizzazioni turistiche si erano estremamente organizzate dando la possibilità ai viaggiatori di andare a visitare liberamente le bellezze di quello straordinario paese uscito dalle ceneri del comunismo per abbracciare un’economia capitalista.Il nostro viaggio partì da Pechino, la capitale della Cina. Fu interessante scoprire che il nome Pechino venne dato alla città dai Romani quando la invasero e combatterono le loro battaglie così lontano da Roma. Nel capitolo dei paesi visitati potete trovare un Power point dal titolo “Viaggio in Cina” che contiene un’interessante presentazione fatta a Monza, in un circolo culturale, per conto del “Cenacolo dei Poeti ed artisti di Monza e Brianza”.

 

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Pechino è una città equivalente ad un quadrato di 100 chilometri di lato. La cosa più interessante è la famosa piazza di Tienammen in grado di ospitare un milione di persone. Piazza Tienammen è anche tristemente famosa per la protesta studentesca e la loro soppressione con i carri armati. Lì si trova la bellissima entrata alla Città Proibita con la fotografia di Mao. Si trattava della residenza chiusa dell’Imperatore, di cui il famoso film, vincitore di Premi Oscar, di Bertolucci, “L’ultimo Imperatore”. L’interno della Città proibita e la sua storia con le residenze delle concubine si è presentata ai nostri occhi con grande ammirazione e curiosità.

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Entrata alla Cità Proibita
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Piazza Tienammen

 

Visitammo con grande interesse quell’area della città contenente le residenze di almeno tre milioni di persone, chiamate Huttong, dove vivevano più di una famiglia cadauna, scoprendo le notizie per il quartiere scritte a mano sulle pareti come dei tazebao.

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Huttong esterni ed un interno

 

Non mancarono escursioni presso templi buddisti ed altri luoghi di importanza. Fu memorabile poter camminare sulla muraglia cinese, lunga circa 7000 chilometri, l’unica opera visibile ad occhio nudo dalla luna, che serviva per sbarrare la strada alla cavalleria mongola quando attaccava con le centinaia di migliaia di cavalli.

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Alcune immagini della grande muraglia cinese lunga circa 7,000 chilometri

 

Non potè mancare l’assaggio della famosa anatra pechinese. Poi ci spostammo in aereo a Xian. Un posto incredibile, una città grandissima, bella ed ordinata con i suoi antichi monumenti e i famosissimi soldati di terracotta. Che spettacolo! Non poteva mancare la visita alle tombe dei Ming che cominciano ad essere scoperte ed aperte al pubblico. Una cultura unica e straordinaria, con gioielli e corone di una bellezza senza eguali. Visitammo poi la Moschea, degna di attenzione.
L’Islam raggiunse quest’area pochi decenni dopo la sua Rivelazione e si possono osservare passi tratti dal Corano, incisi sulle pareti in pietra, attorno a questo tempio islamico. Il viaggio ci portò, continuando, a Guilin, con il suo fiume cristallino che abbiamo navigato per chilometri in mezzo a spettacolari picchi di calcare fuoruscenti dal sottosuolo e le grotte con colori rari, mai visti prima.
Abbiamo sempre scelto la cucina cinese, straordinaria e saporitissima, anche se a volte non sapevamo che cosa stessimo mangiando, per giunta molto diversa da una provincia all’altra. Una sera a Guilin, mangiai una zuppa dal sapore così forte e deciso, da farmi passare in un attimo il raffreddore. Mi dissero le figlie che ero diventato rosso come un peperone.

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Immagini di un viale edi un area commerciale della città di Xian
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Moschea di Xian con al centro l’entrata e a destra
scritti delcorano incisi nella pietra verso il 680 d.C.
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I famosi soldati di terracotta e

i rispetivi cavalli

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Il meraviglioso fiume a Guilin e una coppia di cormorani pescatori
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Visita alla tomba Changling dei Ming
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Una meravigliosa corona reale
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Entrata al museo di Shanghai

 

La cucina cinese, gustata in Cina, è ben diversa e molto più saporita di quella dei ristoranti cinesi che si trovano in Italia. L’ultimo salto a Shanghai, stupenda città con un museo modernissimo e una raccolta di oggetti ineguagliabile e bellissima. Qui abbiamo assistito ad un bellissimo spettacolo di ballerini cananti ed acrobati.

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Io ho poi dovuto lasciare le figlie, le quali hanno continuato a visitare altre aree attorno a Shanghai, dovendo rientrare d’urgenza in cantiere a causa dell’assalto da parte di alcuni facinorosi al nostro campo, a seguito di un incidente mortale accaduto ad un operaio che stava ripulendo l’interno di un’autobetoniera, e di cui il nostro personale non aveva alcuna colpa.
Ho poi potuto seguire da lontano l’incredibile sviluppo di questo Paese, giunto alle sue prime Olimpiadi, i cui spettacoli di apertura e chiusura avete potuto ammirare in televisione.
Riporto qui di seguito i bellissimi simboli dell’Olimpiade Cinese che danno un grande sensazione di speranza per il futuro.

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I simboli dell’Olimpiade di Pechino del 2008 
Beibei, JingJing, Huanhuan, YingYing, Nini

 

Oggi la Cina ha il popolo più numeroso al mondo, con i sui 1350 milioni abitanti, dopo l’India, e sta crescendo economicamente ad un ritmo del 10 per cento all’anno.
Ci sono stati tanti dibattiti, polemiche e critiche sui diritti umani, durante il percorso mondiale della fiamma olimpica, e sull’inquinamento dell’aria attorno a Pechino, dimenticando però che la crescita di questo Paese dalla fine del comunismo nel ‘90 ha avuto cambiamenti e progressi incredibili ed impensabili e che noi in Europa per raggiungere quel livello di civiltà di cui oggi ci lodiamo, abbiamo impiegato centinaia di anni.

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Mappa del mondo dove si vee la posizione geografica della Cina