Una Vita dedicata al lavoro parte 3 capitolo 2

IL'I.C.L.A. - 1987 - 1997 - Una grande scoperta al Sud.

L'Ing. Leonardi della Cogefar, venendo a sapere che ero libero, mi chiamò invitandomi a prendere contatto con l'Impresa ICLA di Napoli. Lo feci e con essa iniziò un bellissimo decennio di impegni (1987 - 1997). Era un'impresa impegnata a Napoli nella ricostruzione a seguito del terremoto in Campania del 1981, che aveva tutte categorie illimitate dei lavori nel campo dell'Ingegneria Civile. 
L'Ufficio era a Napoli e l'incarico era quello di capo area per il Sud Italia. Ricordo con affetto coloro con i quali collaborai i primi anni a Napoli prima dell'apertura delle altre sedi a Roma e poi a Milano: l'Ing. De Falco, l'Ing. Buonanno, il Rag. Romito, l'Avvocato De Falco, il Geom. Troise, l'Ing. Mancuso, l'Ing. Pierantoni che prese poi una posizione di prestigio all'Italferr per l'alta velocità.

I primi impegni furono sul fiume Ofanto con opere di sistemazione idrogeologica e, lentamente e man mano che venivano acquisite altre commesse, veniva potenziata l'infrastruttura aziendale, ma il lavoro fu sempre notevole. 
Fra gli anni 1987/1992 ho seguito la costruzione di oltre 10 progetti in Italia come capo area.
Il valore dei progetti che comprendevano gallerie stradali, lotti stradali, ponti, gallerie ferroviarie, opere di stabilizzazione di versanti, funivie in galleria, ecc. ammontava ad oltre 500 mil $.

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Parco sul fiume Ofanto

Qui di seguito riporto alcune delle opere:

- Galleria ferroviaria che collega il nuovo Porto di Genova Voltri con i passi di valico, compresi numerosi cameroni per le deviate in galleria. Valore del progetto era di circa 250 mil di $. Il consorzio comprendeva le Imprese Astaldi, Unieco, Lombardini, Rizzi, Icla. Qui ho partecipato nel comitato direttivo per un paio di anni, quando il progetto fu fermato dall'allora Amministratore delegato delle Ferrovie Schimberni che lo fece rinegoziare. La progettazione fu dello studio di ingegneria Geodata di Torico con a Capo il Prof. Sebastiano Pelizza ed oggi diretto dall'Ing. Piergiorgio Grasso Presidente di Geodeta.

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Foto del porto di Voltri da dove parte il tronco ferroviario che nella parte iniziale é in viadotto.

-Studio, assieme all’Impresa Cogefar di Milano, progettazione di massima ed offerta per la ricostruzione del sistema delle ferrovie Calabro Lucane fra cui il tratto Potenza Pignola sellata,l’officina centrale di manutenzione di Cosenza ecc.

-Esecuzione di un lotto stradale completo di viadotti e gallerie fra Calitri e Bisaccia in Irpinia, a seguito del terremoto del 1981. Lavoro complesso perché eseguito nelle formazioni geologiche delle formazioni argillose irpine – argille varicolori. L’importo totale dei lavori per una lunghezza di oltre 70 chilometri ammontava ad oltre 200 milioni di $.

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Complesso abitativo storico di Calitri

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Pile a forchetta sull’avvicinamento alla galleria

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Galleria artificiale e naturale all’imbocco sud

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Carro di varo per le travi Cimolai

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Vista panoramica del viadotto in curva

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Ultimo ponte prima dell’imbocco in galleria

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Attraversamento tratto in sabbia

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Galleria nelle fasi finali di costruzione

-Prima fase risanamento idrogeologico dell’abitato di Bisaccia. Il paese si trovava su un massiccio di conglomerato pliocenico che scivolava su argille sature di acqua. Un sistema di deni lunghissimi al contatto con le argille le drenava aumentando l’attrito. Progetto geotecnico curato dallo SGI con l’Ing. Marcellino.

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Vista dell'abitato storico

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Dettagli di cabale raccolta acqua dei dreni

Recupero ecologico della Val di Sangro, in Abruzzo, comprendente la progettazione esecutiva e costruzione di 9 impianti per il trattamento di scarichi urbani ed industriali trasportati agli impianti da oltre 60 chilometri di linee di vario diametro. Interessante il sistema di tele-rilevamento di tutti gli impianti controllato da un computer centrale installato presso la sede del Consorzio a Lanciano. Lavoro eseguito in consorzio con Termomeccanica.

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Dettaglio di un sistema di vasche di trattamento

Tutta la parte elettromeccanica fu realizzata dalla Società che la realizzò la prima volta e cioé la Ceretti e Tanfani con cui lavoro’ mio padre negli anni 30 in Eritrea per la costruzione della teleferica tribune più lunga del mondo da Massawa ad Asmara in Eritrea.

Per maggiori dettagli sulla funicolare andare a : http://www.ilmondodeitreni.it/

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Nelle foto si vedono: Sinistra in alto la partenza da via Roma, a destra in a alto il tratto a doppio binario centrale con lo scambio, in basso a destra una stazione intermedia e nella foto di destra in basso la stazione di arrivo al Vomero.

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Per il racconto e foto della parte strutturale e del’intervento di recupero compreso il blindaggio della galleria inferiore sotto i quartieri Spagnoli, vi rinvio al capitolo Paesi dove ho lavorato.

Cipro
Nel 1992 fui chiamato dall’Ing. Bellettini, nuovo Direttore Generale arrivato in azienda assieme a una grossa fetta del gruppo dirigente della Cogefar, per andare a Cipro a dirigere, per conto del consorzio di ICLA - Rizzani De Eccher, la costruzione delle opere in cls.: gallerie, ponti, sottopassi, tombini dell’Autostrada Limassol – Paphos, in subappaltato dall’Impresa Johannou and Paraskeveides, la maggiore azienda cipriota. Il valore dei lavori era di oltre 70 mil $. Tutta l’opera consisteva nella realizzazione di 20 Km di autostrada a 2+2 corsie, più le emergenze, 12 ponti con impalcati a conci e pile cave alte fino a 60metri realizzate con casseri rampanti, 9 sovrappassi e due gallerie lunghe 1 km cadauna scavate in calcareniti e rivestite in cls con relativi impianti d’illuminazione.

Immagine21Immagine aerea di un tratto dei lavori

Joannou & Paraskevaides – Fondata nel 1941 – Cipro -

J&P is a large contractor in the Middle East, and since its establishment in 1941 has built a considerable number of major infrastructure projects in the area, ranging from airports to motorways to major industrial plants and hospitals.[1] The company was founded and named after two Cypriot businessmen, Stelios Joannou and George Paraskevaides.[2] Its first major contracts were for projects on Britain's military bases on the island. [3] During the second world war, most of Nicosia's airport was contracted to J&P.

J&P's most notable projects include, the Seeb International Airport which was completed in 1976. Also the company has worked on: King Fahd International Airport which was completed in 1983, Abu Dhabi International Airport finished in 1981. The Rio-Antirio bridge, done in 2006, and the A1 Highway (Cyprus), completed in 1984. The company’s worldwide operations are controlled by head offices in Nicosia (Cyprus),Athens (Greece) and London (UK). In 2006 the journal Engineering News-Record ranked J&P as the 41st largest international contractor. [5]

Both founders and their families have been involved in charity [6] as well as donations to the arts[7] and education.[8] The Paraskevaidio Surgical & Transplant Foundation in Nicosia, and the Christos Stelios Joannou Foundation[9] (for the mentally handicapped) are health centres set up by the two families.

Tratto da Wikipedia, the free encyclopedia

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Vista delle pile eseguite con casseri rampanti Stoccaggio dei conci per gli impalcati
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Imbocco delle due gallerie Fasi di scavo e centinatura 11

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Imbocco di una delle due canne della galleria finita

Sempre l’Ing. Bellettini, mi fece rientrare quando i lavori erano ben lanciati ed in fase avanzata, per prendere un incarico nella costruzione della ferrovia alta velocità Roma Napoli, comandato al Consorzio Iricav 1 – Roma dove rimasi fino al 1977. L’incarico era quello di Construction Manager del tratto Caianello – Napoli – 66 km, per conto del Consorzio Iricav I dove operava l’impresa Condotte d’Acque e il cantiere si trovava a Sparanise a
sud di Caianello. Il valore del progetto era di circa 600 mil $. 20 milioni di mc. di scavo/rilevati 16 Km di gallerie, 18 km. di viadotti, lavori accessori, lavori di stabilizzazione aree di scavo, drenaggi, sovrappassi, elettrificazione, recinzione, impianti elettromeccanici, traversine precompresse maturate a vapore, ballast, binari, sistemi di sicurezza ecc. Nella fase successiva all’avanzamento dei lavori, quando fui incaricato di curare i rapporti con la Commissione di Collaudo per tutta la tratta, alloggiavo presso il cantiere di Astaldi a San Cesareo.

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Qualche immagine di alcune opere civili realizzate lungo la linea ferroviaria

Immagine30Una immagine del treno alta velocità fotografato nella stazione di Milano

Viene difficile e lungo raccontare in dettaglio quello che ho fatto in molti anni di lavoro, per la precisione dieci, e mi limito quindi a raccontare aneddoti, momenti di dolore e di gioia di quel periodo, rimandandovi al capitolo dei paesi ove ho lavorato, per la descrizione dettagliata delle opere.


 

La cosa più gustosa di cui non posso non parlare è la cucina di Napoli. La pizza che si mangiava in qualsiasi locale su dei tavolini marmo, con pomodoro e mozzarella di bufala faceva impazzire. Un gusto che in nessuna parte del mondo si può trovare. Spesso ne facevo una scorpacciata.

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Canta Napoli, pizza Napoletana e forni a legna.

 

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In quegli anni le autorità avevano deciso che occorreva chiudere le ferrovie in concessione per ridurre il deficit dello Stato. Però la realtà italiana è sempre diversa dalle enunciazioni. Furono lanciati su tutto il territorio nazionale le gare di appalto per l’ammodernamento di questi pacchetti. Io mi interessai delle ferrovie calabro lucane che in effetti attraversavano degli stupendi pezzi di territorio. Ricordo una ferrovia a cremagliera che saliva in quota, la ferrovia che circondava Potenza e che sarebbe quindi diventata una specie di metropolitana di superficie, dei siti ove era necessario rifare le gallerie ed i viadotti esistenti ed altri tratti dove occorreva solo elettrificare oppure rifare il ballast e sostituire le traversine ed i binari. L’importo dei lavori si aggirava attorno ai 300 miliardi. Per tale progetto, ci associammo alla Cogefar di cui ricordo qui con affetto l’Ing. Vona, responsabile per tali aree, e per la progettazione il prof. Antonio Grimaldi, docente alla Sapienza di Roma.

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Mappa delle ferrovie Calbro Lucane e foto storica di una littorina


 

Quando avevamo il campo nel cantiere a Calitri, ci recavamo sempre in visita all’area di Monticchio ed approfittavamo per caricare delle damigiane della famosissima acqua leggermente gasata. Monticchio si trova in Basilicata sull’Ofantina, in Irpinia, vicino al massiccio del Vulture.

Il territorio è bellissimo con colline e una ricca e florida vegetazione caratterizzata da fitti boschi di faggi, pini, abeti, castagni, che costituiscono un’incantevole cornice attorno ai laghi di Monticchio. Questi due specchi d’acqua si trovano all’interno della bocca vulcanica ad una altezza di circa 600 metri sul livello del mare. La fauna è assolutamente padrona con falchi, folaghe, svassi, gallinelle selvatiche, anitre e germani, picchi e gazze, poiane e uccelli migratori. Riguardo all’acqua che venivamo a prendere, vi riporto la valutazione scritta da Bellofresco: “Dissetante, giusta
effervescente con le sue bollicine naturali…”.

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Planimetria generale e Massiccio del Vulture

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Laghi del Monticchio -  Monticchio


Ho avuto l’opportunità durante i miei giri per il mondo di bere vari tipi di caffè, fra cui quello turco con i suoi residui solidi, quello eritreo cucinato dentro un’ampolla di cotto, quello saudita – il Gahwa – che faceva svenire al solo odore dall’aroma fortissimo, quello tedesco percolato, ma il caffé più buono è stato quello di Napoli: in tazza calda, in tazza fredda, ristretto, lungo. Dicono che la sua bontà viene dall’acqua. Io credo che venga da un’ottima miscela di vari caffé ben selezionati e, perché no?, anche dall’acqua.


 

 

L’acqua è preziosa per Napoli e per tutta la Campania e la Basilicata. Sono rimasti famosi gli acquedotti realizzati dai Romani. In questo secolo, sono state costruite numerose opere idrauliche per portare acqua a Napoli. Fra queste vi è quella realizzata da parte dell’impresa Cogefar. Ebbi l’opportunità di visitare i lavori a sud di Cassino. Si trattava di una galleria scavata dentro formazioni argillose spingenti, e poi attraverso un massiccio, realizzata con fresa e conci. La galleria intersecava ed attraversava un’enorme caverna dal cui soffitto erano franati blocchi di grandissime dimensioni. All’interno di questi trafori allargati e cameroni venivano perforati i numerosi pozzi che alimentavano con pompe l’acquedotto. Il mio accompagnatore fu il Dr. Castellani – Geologo - che ho poi reincontrato sul mio cammino numerose volte. Di lui conservo un 17
bel ricordo per la sua serietà e professionalità. Come direttore aveva, se la memoria non m’inganna, l’Ing. Vona, con cui collaborai quando furono formulati i progetti e le offerte per le Calabro Lucane.


 

 

Considerando sempre Napoli, occorre ricordare che il suo sottosuolo è una caverna infinita. La città di Napoli fu fondata fra due complessi vulcanici: il Vesuvio ed i Campi Flegrei. Come detto, il sottosuolo presenta cavità che corrispondono più o meno al 22% di tutta la superficie. E’ comune, ogni tanto, vedere lo sprofondamento del terreno di superficie. Le tipologie di grotte che si trovano nel sottosuolo sono sei e precisamente: tombe e luoghi di culto, cisterne pluviali, acquedotti, cave di tufo, cave di lapillo e pozzolana, gallerie e camminamenti sotterranei.

Ce ne rendemmo conto durante i lavori della ricostruzione della funicolare centrale che va da Via Roma al Vomero. Eseguimmo delle indagini con il Dr. Mario Mascarucci della Geolab di Sambuceto, utilizzando un geo-radar sotto il piano di appoggio dei binari, per scoprire la presenza di aree vuote che corrispondevano a gallerie e caverne. Poiché occorreva fare dei lavori di consolidamento, era necessario visitare il sottosuolo lungo l’asse della funivia. La visita risultò impressionante

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Vista di Napoli e del Vesuvio con il famoso pino che nonc’e’ più Scarpette

Oltre alle gallerie, trovammo dei grandiosi camerini, oltre a fosse o pozzi scavati nel XVI secolo, che servivano da immagazzinamento dell’acqua, uno per ogni palazzo, collegati da piccole gallerie idrauliche che le rifornivano di acqua a pagamento e che veniva tirata su nelle abitazioni mediante
secchi. Ci raccontarono che queste gallerie rettangolari, larghe circa mezzo metro ed alte un paio di metri, erano state scavate seguendo delle crepe (scarpette o scarpine) dove il tufo si era fratturato durante la fase di raffreddamento, in quanto la roccia in quelle aree era più tenera e più facilmente scavabile. I cavatori erano persone che magari vi entravano da giovani e vi rimanevano fino alla loro morte. I pozzi contenenti l’acqua erano quadrati o circolari e, ogni tanto, vi era materiale incoerente. In quel caso, venivano costruiti dei muri di sostegno.

Su questo tema ci raccontarono un’interessante storia. I muri di sostegno venivano appaltati e pagati a misura. Ogni tanto qualche furbastro invece di costruire il muro, incideva sulle superfici di tufo buono delle tracce di qualche centimetro in modo da farne sembrare una muratura di nuova 18 costruzione, riempiendo le fughe con malta di calce, e facendosi pagare la muratura come tale. Una volta che questi disonesti furono scoperti, vennero arrestati e messi a morte per truffa.

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Le tombe e luoghi di culto erano costituiti dalle catacombe realizzate

sin dal primo secolo dell’era cristiana, erano in effetti delle tombe ove

venivano sepolti i cadaveri lungo nicchie scavate sulle pareti.

Questi luoghi venivano anche usati per le funzioni della vita religiosa

al riparo di occhi indiscreti e per evitare le persecuzioni.

Gli acquedotti sono la parte della storia più affascinante sia per la loro straordinarietà che per la loro grandezza, in quanto queste opere furono realizzate senza i moderni mezzi meccanici. La prima acqua usata a Napoli veniva da sorgenti perenni, di cui una mineralizzata: la famosa acqua ferrata di S.Lucia. Il primo acquedotto che fu realizzato fu quello della Bolla che aveva origine probabilmente a Volla, dal fiume Bebeto, oggi scomparso. L’acqua veniva convogliata mediante canali e gallerie sotterranee e portava a Napoli 14000 mc. di acqua al giorno. Nel corso del I secolo fu realizzato dai Romani un secondo acquedotto attribuito a Claudio. Questa maestosa opera era lunga oltre 90 chilometri e captava le acque dalle sorgenti del Serino che finivano a baia nella Piscina Mirabilis.

E’ curioso notare che l’impresa per cui lavoravo realizzò negli anni ‘90 un gigantesco acquedotto, che prende il nome di Acquedotto del Serino, quasi venti secoli dopo, captando le stesse sorgenti. Molti di questi acquedotti furono danneggiati e distrutti da terremoti o da eruzioni vulcaniche, ma poi riparati e ricostruiti. Nel sedicesimo secolo, Cesare Carmignano realizzò un’opera imponente di 48 chilometri, portando a Napoli l’acqua del fiume Faenza. Nel diciassettesimo secolo, furono immesse nelle condotte del Carmignano quelle provenienti dall’acquedotto de Il Carolino, che alimentava le acque della reggia di Caserta.

Il sottosuolo di Napoli fu utilizzato per recuperare blocchi di tufo con cui vennero realizzate numerose costruzioni della città. Sempre dal sottosuolo venivano ricavati pozzolana e lapillo, utilizzati nella confezione delle malte per migliorarne la qualità meccaniche. Il sottosuolo di Napoli viene oggi anche usato come importante meta turistica.


 

Un altro prodotto della cucina campana è la mozzarella di bufala. Ho mangiato mozzarella in diverse parti del territorio, ed anche le famose trecce della Puglia, ma la più gustosa è stata quella sulla strada che conduce a Battipaglia. Si trovavano delle piccole tettoie con semplici tavoli di legno. Mi accomodavo ed ordinavo solo mozzarella di bufala. Mamma mia, che ghiottoneria! 19
Naturalmente, la mozzarella viene anche usata filante nella pastasciutta o con le melanzane nella parmigiana, o in carrozza. Le burrate poi erano una squisitezza. Che bontà!

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Una domenica d’estate organizzammo una bellissima gita con tutti i colleghi di Napoli e con gli ingegneri Angelo De Falco e Massimo Buonanno. Fu una gita meravigliosa. Io non vi ero mai andato prima, ma il paesaggio era assolutamente divino. Arrivammo a Maratea e la visione di acqua cristallina ci spinse a spogliarci e tuffarci dentro per un bellissimo bagno rinfrescante che cagionò una fame boia, poi calmata con un succulento pranzo.

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Fra i tanti momenti che abbiamo vissuto in questi territori, ce ne sono anche di tristi. Vi fu il tragico evento del 23 Novembre, quando un potentissimo evento sismico colpì duramente la Campania e la Basilicata. Io desidero spendere un po’ di parole su quello che successe perché per circa dieci anni sono transitato in quelle aree, di cui ancora oggi si trovano i segni. Basti pensare ai puntelli di legno dei quartieri spagnoli paralleli a Via Roma.
Ho viaggiato in quest’area per anni e devo dire che ogni volta che vi passavo mi rendevo più conto del disastro. Migliaia di persone che persero la vita, le proprietà, i mezzi di lavoro. Famiglie intere decimate o dimezzate, le infrastrutture, fra cui gli acquedotti, gli impianti elettrici, le strade si
accesso, scuole, chiese, municipi, ospedali, completamente spazzati via. Inizialmente, furono costruite migliaia di alloggi economici prefabbricati, ma credetemi non è facile cambiare radicalmente vita passando dalla propria abitazione ad un container e rimanervi decenni in attesa di una nuova abitazione confortevole.
Ci sono voluti decenni per ripristinare una parte di tutto ciò che venne danneggiato. Tuttavia, ancora oggi c’è gente che vive in quegli alloggi e che si è fatta vecchia. Inoltre, rilanciare l’economia in queste aree è stato difficile. Si è tentato con una forma di industrializzazione a piccola impresa che non ha ben funzionato perché molte delle imprese intervenute hanno speculato ottenendo i relativi finanziamenti, ma non hanno poi fornito quanto promesso. Inoltre, era necessario cambiare la mentalità della gente, abituata ad attività agricole per divenire operai in fabbrica. Vi racconto quello che è successo a Balvano e vi lascio poi a questo racconto tratto da Wilkipedia che da solo vi fa penetrare in quel dramma.

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Balvano era una bellissima cittadina. Aveva la bellissima chiesetta: ‘Chiesa Matrice’, di cui vedete qui accanto la foto. Il 23 Novembre del 1980 era in corso una Santa Messa con 62 fedeli. Con il crollo della struttura della chiesa e del tetto, morirono tutti. Un settimanale nazionale prese poi in
mano la sponsorizzazione per la raccolta dei fondi atti alla ristrutturazione di Balvano. Come spesso accade in questi casi, vi sono persone che cercano di approfittare in maniera disonesta de i fondi erogati dal governo per il terremoto per arricchire le proprie tasche. Fu messa in piedi una commissione d’inchiesta governativa, con a capo Luigi Scalfaro che, se ben ricordo, non approdò a nulla e non vi furono condanne. Alcune delle opere realizzate all’epoca ancora oggi non sono state completate. E alcune di quelle completate, non sono state messe in esercizio.


 

È stato uno dei sismi più intensi e devastanti che abbiano colpito il territorio italiano nel XX secolo, con circa 300 paesi distrutti o danneggiati e oltre 3000 vittime. Gli aspetti del terremoto e i suoi riflessi sull’ambiente, sull’economia e sulla società della regione sono il tema del brano seguente, tratto dalla Guida Rossa Campania del Touring Club Italiano.

La sera del 23 novembre 1980, alle 19,35, una vasta area dell’Italia meridionale, ma soprattutto la Campania e la Basilicata, fu colpita da uno dei più violenti terremoti a memoria d’uomo, paragonabile, più che al sisma dell’agosto 1962, il quale interessò principalmente il territorio di Ariano Irpino, all’altro violento terremoto che colpì il cuore dell’Irpinia il 23 luglio 1930 e che presenta molte analogie con quello attuale, almeno per l’entità degli effetti. Quanto all’estensione dell’area interessata, è possibile invece un raffronto con l’altro grande sisma che nel lontano 1456 devastò gran parte dell’Appennino Campano dal Molise fino alla Puglia.
Le scosse, che nella zona dell’epicentro hanno raggiunto il X grado della scala MCS (Mercalli-Cancani-Sieberg, dal nome di chi la propose e degli autori delle successive modifiche), si sono susseguite con la massima intensità per oltre un minuto, provocando la distruzione di interi paesi nell’Irpinia, nel Salernitano, nel Potentino e causando la morte di oltre 3000 persone. L’epicentro, localizzato in un primo tempo in un punto a 100 chilometri a est di Napoli, si può identificare in una zona compresa tra Sant’Angelo dei Lombardi (AV) e Laviano (SA), situata cioè a cavallo delle alte valli dell’Ófanto e del Sele. L’intensità del sisma è stata tale, anche a motivo della non eccessiva profondità dell’ipocentro (circa 30 chilometri), da farlo avvertire in quasi tutta l’Italia, dalla Sicilia alla Pianura Padana. L’area complessivamente interessata dalle scosse più violente, per lo meno del VI grado della scala MCS, comprende buona parte della Campania e della provincia di Potenza, vale a dire una superficie di circa 20 mila km², abitata da 6 milioni di persone (in essa il territorio napoletano costituisce, com’è noto, la zona più densamente popolata d’Italia), di cui almeno un terzo distribuito nella fascia interna appenninica. Gli effetti del terremoto sono stati perciò aggravati da questa densità del tessuto umano, sia dei centri che delle case sparse, tipi di insediamento particolarmente diffusi in molte zone dell’Irpinia e del Salernitano. A distanza di alcuni mesi da questo evento catastrofico la sera del 14 febbraio 1981 una violenta scossa (da interpretare molto probabilmente come un nuovo evento con epicentro molto più vicino a Napoli e localizzabile nei monti di Avella) destò nuovamente serie preoccupazioni in tutta la Campania provocando nuovi crolli e altre vittime. La tragedia, colpendo una delle regioni più depresse e popolate d’Italia, contribuì ad accrescerne il disagio economico, rincrudendo inoltre il fenomeno migratorio che negli ultimi anni si era andato attenuando: nei giorni successivi al disastro almeno ventimila persone, approfittando anche delle agevolazioni concesse, lasciarono definitivamente la loro terra, sia per raggiungere parenti e familiari, sia per rifarsi altrove un’esistenza migliore. La drammaticità della situazione creata dal terremoto fu acuita dal gran numero di persone rimaste senza tetto (almeno 200.000), specialmente nell’area metropolitana di Napoli, così densamente popolata.

La città partenopea, anche se raggiunta da un’onda sismica valutabile tra il VI e il VII grado della scala MCS, subì danni ingentissimi al proprio patrimonio edilizio (con oltre 5000 fabbricati dichiarati inagibili e parzialmente pericolanti) e agli edifici di interesse storico-artistico, soprattutto dei quartieri centrali, già afflitti da una cronica degradazione urbanistica, con notevoli conseguenze per il fitto ma labile intreccio di attività commerciali che vi si svolgevano. L’opera di ricostruzione e di nuovo sviluppo appare quanto mai ardua e difficoltosa per la complessità dei problemi che il sisma ha provocato, ma anche per tutte quelle condizioni di precarietà delle strutture sociali, economiche e ambientali in genere che in questa circostanza sono state messe brutalmente allo scoperto. La violenza del terremoto e l’estensione dell’area colpita, almeno entro i limiti dell’isosista del VI grado, non devono sembrare a prima vista un fatto eccezionale. Una ricerca effettuata alcuni anni fa dal CNEN aveva messo in luce come nel corso degli ultimi duemila anni si siano verificati in Italia circa 4 mila terremoti con intensità superiore al IV grado. In particolare almeno una cinquantina sarebbero i terremoti con intensità pari o superiore al IX grado avvenuti nell’Appennino Campano-Lucano negli ultimi 400 anni. L’elaborazione automatica dei dati sulla distribuzione spazio-temporale dei terremoti più disastrosi ha mostrato che, statisticamente, almeno per l’Appennino Campano-Lucano, essi si ripetono entro i limiti di 45-50 anni; è sintomatico al riguardo che il sisma precedente, di analoga intensità, si sia verificato nelle stesse regioni proprio cinquanta anni prima, nel 1930. Senza con ciò voler presumere che la scienza sia riuscita a prevedere esattamente i terremoti, oggi è possibile, con sufficiente approssimazione, determinare quali sono le aree a più elevato rischio sismico, grazie ai progressi nelle ricerche geofisiche sulla struttura e sul comportamento della crosta terrestre.

È questa infatti il luogo di origine della maggior parte dei terremoti (ad eccezione di quelli provocati dalle eruzioni vulcaniche e che riguardano un’area molto limitata), i cui ipocentri generalmente si collocano fra i 20 e i 60 chilometri di profondità. Le ricerche compiute in questi ultimi anni nell’ambito del progetto finalizzato “Geodinamica” del Consiglio Nazionale delle Ricerche, sia attraverso l’elaborazione dei dati relativi alle serie storiche dei terremoti italiani, sia attraverso il loro confronto con le condizioni geotettoniche della Penisola Italiana, hanno permesso di realizzare un primo abbozzo di carta sismo-tettonica dell’Appennino meridionale, pubblicato nel 1979. Da esso appare molto evidente il fatto che, nell’ambito della sezione meridionale della catena appenninica, dal Molise alla Calabria, come scrivono gli autori della carta, “la sismicità non presenta significative differenziazioni”; di conseguenza “da un punto di vista geologico e sismologico l’Appennino è da considerarsi come una zona sismicamente omogenea, con eguale probabilità di occorrenza dei terremoti lungo tutta l’area della catena”. Tale conclusione appare molto più significativa se la si confronta con la carta sismica ufficiale del territorio italiano, recante la delimitazione dei comuni il cui territorio è classificato sismico di prima o di seconda categoria a seconda della maggiore o minore probabilità di rischio e quindi è sottoposto ai vincoli previsti dalle apposite norme tecniche per la costruzione degli edifici. Come è noto, solo verso gli inizi del secolo scorso, dopo i disastrosi terremoti di Casamícciola, di Reggio di Calabria e di Messina, fu approntata in Italia una legislazione antisismica e quindi elaborata una carta in cui l’indicazione delle aree più rischiose era tuttavia riportata con criteri empirici, cioè in base alla distribuzione delle zone già devastate dai terremoti recenti e non tanto su precise informazioni di carattere storico e geologico. Ne è derivato l'assurdo che fra due centri colpiti dal sisma del 23 novembre 1980 come Sant’Angelo dei Lombardi e Lioni, solo il primo era ufficialmente considerato in zona sismica, quando è noto che ambedue furono già devastati dal terremoto dell’8 settembre 1694. È augurabile che, dopo questa dolorosa esperienza, vengano recepite, nella legislazione antisismica, le indicazioni fornite dai risultati delle recenti ricerche geofisiche che hanno consentito ai responsabili del progetto “Geodinamica” di approntare una nuova carta sismica del territorio italiano. In essa la delimitazione delle aree più rischiose (pari ad oltre il 70 per cento della superficie nazionale!) è stata effettuata con criteri scientificamente attendibili.

Sulle cause che hanno innescato il movimento sismico in questa parte dell’Appennino meridionale sono state avanzate numerose ipotesi. È un dato di fatto, innanzi tutto, che il sisma del 23 novembre ha liberato una notevole quantità di energia; l’intensità all’epicentro, valutata secondo la scala Richter, è stata di 6,4; questo valore corrisponde alla cosiddetta “magnitudo” del terremoto, cioè a un parametro che può variare fino ad un massimo di 8 o 9 (la magnitudo, invece di riferirsi agli effetti materiali di un terremoto, ne misura l’energia liberata al momento in cui esso si verifica; la valutazione viene fatta in relazione all’ampiezza delle oscillazioni descritte dal pennino di un sismografo campione). Altri violenti terremoti, come quello del Friuli del 1976 o della stessa Irpinia del 1930, sono stati seguiti, a diversi mesi di distanza, da repliche di discreta intensità, ciò che dimostrerebbe il persistere di una certa attività nel sottosuolo, in corrispondenza della zona ipocentrale. A tale riguardo, se si confronta l’andamento delle isosiste dei due terremoti irpini, del 1980 e del 1930, è possibile rilevare una notevole analogia fra le due situazioni, ma soprattutto la tendenza delle curve isosiste a disporsi, con forma allungata, in senso nord-ovest sud-est, cioè secondo la direzione delle catene appenniniche. Ciò indicherebbe il collegamento tra gli eventi sismici e l’azione delle forze orogenetiche che hanno provocato la messa in posto dell’Appennino nonché il suo attuale assestamento.

Se il sisma del 23 novembre è stato caratterizzato dalla liberazione di una notevole quantità di energia, è vero però che l’intensità delle scosse è stata a sua volta amplificata dalle particolari condizioni geomorfologiche delle regioni colpite. Esse, infatti sotto questo profilo costituiscono un ambiente quanto mai complesso e instabile, sia per i cronici dissesti idrogeologici che affliggono vaste plaghe dell’Appennino Campano-Lucano, sia per la notevole alternanza di tipi litologici, rappresentati in genere da formazioni calcareo-dolomitiche e marnoso-arenaceo-argillose (soprattutto queste ultime sono quelle che hanno offerto minore resistenza alle vibrazioni sismiche) a loro volta estremamente dislocati e fratturati. Molto frequente è stato il caso di fratture che si sono rimesse in movimento con disastrose conseguenze per gli abitati situati
in loro prossimità, come nel caso di Volturara Irpina o del Villaggio di Laceno. Come diretta conseguenza del sisma si deve registrare la ripresa dei movimenti franosi e degli smottamenti che hanno minacciato la stabilità di molti centri della valle dell’Ófanto e dell’alto Sele, come Calitri, Bisaccia, Calabritto, Colliano, Caposele e altri, e che contribuiscono ad aggravare ulteriormente una situazione già di per sé altamente drammatica. Con la sua ondata devastatrice, il terremoto del 23 novembre nel volgere di pochi istanti ha non solo travolto le testimonianze del passato storico, artistico e culturale di moltissimi centri abitati delle province interne della Campania, ma ha seriamente compromesso le stesse condizioni di vita delle popolazioni, cancellando in molti casi ogni parvenza di attività economica.

L’economia delle “zone interne” dell’Appennino Campano-Lucano alla vigilia del sisma era, infatti, caratterizzata da una particolare situazione di precarietà, rappresentata da un tenue equilibrio tra un ambiente naturale secolarmente avaro di risorse e una popolazione che, per trovare un compenso alla sua vitalità, era costretta da sempre ad emigrare. La sua sussistenza era in pratica assicurata, oltre che dai redditi ricavati dall’agricoltura, anche dalle rimesse degli emigrati. Grazie a queste, nel corso degli ultimi decenni è stato possibile procedere ad un parziale ammodernamento dell’agricoltura, mentre la proliferazione delle attività terziarie, conseguenza a sua volta dell’esodo dalle campagne, era stata accompagnata in molti casi da un rinnovamento edilizio dei centri abitati, non di rado sviluppatisi come veri, anche se minuscoli, poli di attrazione economica, consentendo il sorgere anche di piccole ma vivaci iniziative industriali.
Senza entrare in ulteriori particolari, va rilevato a titolo di esempio che nella sola provincia di Avellino, secondo i risultati di una recente indagine, le piccole aziende a carattere industriale superavano il 92 per cento del totale, valore non molto diverso, del resto, da quello della stessa Campania. Se, in conseguenza del terremoto, l’agricoltura può lamentare una perdita di circa il 10 per cento del suo patrimonio, con la distruzione specialmente delle vecchie case rurali, e della sua produzione (in particolare ne ha risentito la raccolta delle olive), nei riguardi delle attività industriali e artigianali e soprattutto di quelle commerciali e terziarie in genere, la cui polverizzazione era particolarmente accentuata, il danno è stato il più delle volte pressoché totale e comunque valutabile, in prima approssimazione, ad almeno il 50 per cento delle strutture esistenti. Se gli agricoltori sono riusciti a conservare la terra e gran parte del bestiame, il piccolo imprenditore, l’artigiano, il negoziante, con il crollo degli edifici che ospitavano le loro attività hanno perso tutto.

Ciò spiega anche l’alto numero di coloro che hanno deciso di prendere la via dell’emigrazione. Tradotte in cifre, le conseguenze del terremoto che il 23 novembre 1980 ha colpito la Campania e la Basilicata possono così riassumersi: oltre 70 centri abitati totalmente distrutti o gravemente danneggiati (sono quelli raggiunti da scosse valutabili dall’VIII al X grado di intensità) e più di 200 con notevoli danni al patrimonio edilizio (raggiunti cioè da scosse pari al VI e al VII grado). Più di 3000 le vittime, circa 10 mila i feriti. Più di 300 mila i senza tetto, di cui oltre 100 mila nella sola città di Napoli, e 40 mila emigrati. Centinaia di piccoli e medi stabilimenti industriali distrutti o danneggiati – e quindi migliaia di posti di lavoro perduti con la creazione di nuovi disoccupati e un’inquietante prospettiva per migliaia di famiglie – con una perdita patrimoniale ammontante a decine di migliaia di miliardi.

Guida d’Italia. Campania, Touring Club Italiano, Milano 1981.

Immagine51Alcune immagini del terremoto

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Per chi non lo sapesse, il fenomeno del bradisismo consiste nel sollevarsi ed abbassarsi del terreno spinto dal pulsare di una massa di lava nel sottosuolo. Questo è successo vicino a Pozzuoli e ai Campi Flegrei fra gli anni 1982 - 1984. Infatti, in quell’area si trova una bolla di lava larga oltre 1
chilometro, staccatasi dal magma del nucleo della terra che si trova a circa 7 chilometri sotto terra che tende ad espandersi ed a contrarsi. Il terreno soprastante si alzò oltre i due metri. Se ne accorsero i pescatori che la mattina, andando a riprendere le proprie barche, le trovarono in secca. Essendosi il fondo marino sollevato di qualche metro, le acque del mare erano arretrate verso il largo lasciando le barche a secco. Questo costrinse all’evacuazione di numerosi cittadini perché le case si stavano spaccando. In quell’area esistono le famose solfatare di Pozzuoli dove i gas bollenti provenienti dal sottosuolo fanno bollire il fango. Ciò ha permessso anche di costruire delle terme dove si possono bere acque solforose e fare fanghi per chi soffre di mal di schiena, reumatismi ed altro. Sono assai impressionanti.

 

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Solfatara di Pozzuoli


Straordinaria a Napoli è la cappella di San Severo.
Si tratta di un edificio del 1590, legato ad una cappelletta denominata Santa Maria della Pietà che venne ristrutturata ed ampliata da Raimondo del Sangro, VII principe di San Severo. Ha un'unica navata con quattro archi per lato a tutto sesto. Sulla porta laterale di ingresso alla cappella vi è
un’iscrizione che s’inizia così: “Chiunque tu sia, o viandante, cittadino, provinciale o straniero, entra e devotamente rendi omaggio alla prodigiosa opera: il tempio gentilizio consacrato da tempo alla Vergine e maestosamente amplificato dall’ardente Principe Sansevero Don Raimondo de
Sangro per la gloria degli avi e per conservare all’immortalità le sue ceneri e quelle dei suoi nell’anno MDCCLXVI. Osserva con occhi attenti e con venerazione le urne degli eroi onuste di gloria e contempla con meraviglia il pregevole ossequio all’opera divina e i sepolcri dei defunti e quando avrai reso gli onori dovuti profondamente rifletti ed allontanati.” (traduzione di Maria Alessandra Cecaro).

Raimondo del Sangro si indirizzò allo studio della letteratura, filosofia, diritto, araldica, pirotecnica, ingegneria idraulica, alchimia. Carlo di Borbone lo volle fra i suoi più stretti collaboratori e lo insignì del titolo di ‘Cavaliere del reale ordine di San Gennaro’. Era anche un esperto di architettura e di arti militari. Egli fece innumerevoli sperimentazioni, fra cui i marmi alchemici, il palco ripieghevole, il cannone leggero, la stampa simultanea a più colori, le gemme artificiali, l’archibuso, la farmacopea salvifica, il carbone alchemico, la macchina idraulica, il sangue di San Gennaro.
Ciò che mi sconvolse, vedendolo, ha a che fare con la chimica. Sembra che avesse messo a punto una sostanza chimica che inoculata nel sistema venoso arterioso di una persona lo marmificasse o mineralizzasse. Dentro una cava sotterranea furono scoperti gli scheletri dei corpi di un uomo e di una donna, peraltro incinta, in cui sono rimaste intatte le ramificazioni venose ed arteriose.
Questi scheletri sono visibili nella cappella.

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Immagini di sculture dentro la cappella di San Severo – Lapide entrata

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Notasi la straordinaria trasparenza sui veli che coprono la statua che sono a loro volta marmorei

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Vista generale della Cappella di S. Severo

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Vedasi la staordinaria trasparenza dei veli marmorei – Esperimento di marmificazione vene e arterie


 

Immagine65 Avevo un collega che abitava vicino a Nola, il quale lavorava in un cantiere vicino a Calitri. Visitai quindi questa cittadina della Campania scoprendo che il famoso scienziato Giordano Bruno, la cui statua si trova a Roma, dove egli fu messo a morte sul rogo dal Tribunale dell’Inquisizione, veniva da Nola. Era un frate domenicano, considerato eretico per il suo libero pensiero. Era uno spirito irrequieto, abbracciò le nuove dottrine scientifiche antiaristoteliche, fu precursore del moderno criticismo. Dopo molti anni di peregrinazione in Europa andò alla corte di Giovanni Moncenigo a Venezia che nel 1592 lo denunciò all’Inquisizione come eretico. Venne arrestato e portato a Roma dove rimase prigioniero per sette anni ed i testi dei relativi interrogatori sono ora stati pubblicati in un’opera postuma di Luigi Firpo. Il processo si concluse nel 1599, quando venne riconosciuto “eretico, impenitente e recidivo”. La condanna fu “vivus in igne mittatur”, mandato vivo al rogo. Il 17 Febbraio del 1600 – l’anno del giubileo - fu portato al palco montato in Campo dei Fiori – dove oggi erge la sua statua. Spogliato e legato al palo, gli fu serrata la lingua in una morsa di legno così che non bestemmiasse. Poi fu acceso il fuoco. Ancora oggi Giordano Bruno non ha avuto i dovuti riconoscimenti per la sua opera antesignana che ebbe con Galileo Galilei - anch’egli costretto ad abiurare la vendicazione di parte del suo pensiero.
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E’ una cittadina vicina al Vesuvio lungo il fiume Sarno. Città antichissima che risalirebbe a 1500 anni prima di Cristo. Durante l’età romana erano stati costruiti acquedotti. Con l’eruzione del Vesuvio nel 79 d.C., la valle venne distrutta e abbandonata. Nel 600 d.C. i longobardi si insediano nella valle e vi costruiscono il castello di Sarno sulle pendici del monte Saretto dove vengono organizzati i primi insediamenti. Ebbi l’opportunità di visitarla numerose volte perché residenza del mio amico e collega, Ing. Angelo Mancuso. E’ una città che ha dato i natali a numerosi pensatori e politici di Sinistra: persone illustri, quali gli Amendola che hanno le famiglie provenienti da Sarno. Mi ha colpito molto la grande intellettualità e preparazione culturale ed artistica di molte persone che ho conosciuto, nonostante la relativa piccola dimensione della città e le sue poche decine di migliaia di abitanti. Partecipai a numerosi convegni con la presentazioni di importanti opere librarie. L’aspetto drammatico di Sarno è dato dal suo fiume che presenta un grande livello d’inquinamento non facilmente riducibile e dalla tragica colata di cenere vulcanica liquida del 5 Maggio 1998. Un po’ di storia che ha condotto all’evento. Durante il periodo borbonico, era noto che le scarpate dei monti soggiacenti le cime erano coperte con uno strato di diversi metri di cenere vulcanica dovuta all’eruzione del Vesuvio. Sopra vi era cresciuta una intensa vegetazione che la stabilizzava. Però, quando piove intensamente, la cenere imbevuta di acqua si liquefa e scende lungo i dirupi per invadere le aree ed i centri abitati sottostanti. Cosa fecero allora i Borboni? Realizzarono diversi chilometri di canali paralleli alle colate che risalivano verso i pendii ed un enorme serbatoio di raccolta sottostante nel tratto in piano. Quando le piogge erano intense, e la cenere vulcanica liquefatta cominciava a scendere dai dirupi si infilava in quei canali e scendeva fino al basso dove vi era un serbatoio scavato nella terra contenente diverse centinaia di migliaia di metri cubi.Una volta finito l’evento, il serbatoio di accumulo veniva di nuovo svuotato per la volta successiva. Quei canali e vasconi sono stati oggi coperti con strade o chiusi. Non essendoci più quelle opere di presidio e protezione ed essendosi il territorio fortemente urbanizzato, la forte pioggia del ‘98 fece piombare i 2 milioni di metri cubi di fango liquido prodottosi su parte della città alla velocità di 10 metri al secondo invadendola per molti metri di altezza ed uccidendo 160 persone e distruggendo 180 case e infrastrutture.

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Immagini delle colate di fango costituito da cenere vulcanica e gravi danni alla cittadina

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Sono stati recentemente fatti dei lavori per ricreare tali protezioni in cemento armato, ma

apparentemente non sono complete e non funzionerebbero bene come quelle originali.

Avendo conosciuto molti accademici della città e con l’aiuto del mio amico Angelo Mancuso, fu possibile organizzare la presentazione del libro di mio fratello “Un’economia per un nuovo ordine mondiale”. Fu molto interessante poiché risultò essere presente quell’iniziativa culturale qualche
centinaio di studenti dei licei della città, i quali alla fine posero stimolanti domande dimostrando una maturità al di sopra della media. In un’altra occasione fu presentata la versione italiana di un libro di Ervin Laszlo, The Systems View of the World: A Holistic Vision for Our Time(Hampton Press, 1996) (La visione sistemica del mondo) con la presenza dell’Autore e del Rettore dell’Universita’ di Salerno. Ervin Laszlo è uno scienziato ungherese, membro del Club di Roma e fondatore del Club di Budapest, autore di circa 75 libri.

 


 

 

Si trova sulla strada che conduce da Calitri a Candela sull’autostrada Napoli - Bari. Era una bellissima cittadina posta su un bel cucuzzolo di conglomerato pliocenico. A seguito del terremoto del 1980 subì gravissimi danni e l’intero paese che si trova su detto cocuzzolo, poggiato su una base di argille, cominciava a scivolare lentamente verso valle. La regione lanciò una gara d’appalto per il risanamento idrogeologico di questi paesi e l’impresa per cui lavoravo vinse quello relativo alla cittadina di Bisaccia, mentre la Fondedile, poi acquistata da noi, vinse l’appalto relativo all’abitato di Calitri. Affidammo la progettazione alla Sia ed alla SGS sotto la guida dell’Ing. Marcellino.

Immagine73 Dopo aver effettuato una grandissima
campagna di indagini geognostiche durante la
quale fu scoperto che il genio civile negli anni
‘30 aveva già scavato una galleria al contatto
fra il conglomerato e le argille sottostanti per
drenare l’acqua che causava lo scivolamento
dell’abitato, completammo il progetto per
drenare le acque responsabili in parte degli
eventi e procedemmo a realizzare le opere
necessarie. Tuttavia, fu eseguita solo la prima
parte dei lavori, avendo poi la regione
mancato di finanziare le parti restanti.
A Bisaccia vi era un ristorante dove si
mangiava veramente bene. La parte
dell’abitato distrutto è stato poi ricostruito con
belle casette a schiera ed una nuova chiesa,
scuole e vari edifici amministrativi, fra cui il
nuovo comune. Le opere realizzate da diverse
importanti imprese nazionali sono state
eseguite mediante moderni criteri sismici con
la speranza che, se dovessero verificarsi altri
terremoti, non vi sia a ripetersi quello che
questa cittadina ebbe a passare con quel
drammatico evento del 1980.

 


Calitri è un bellissimo centro storico antico,
arroccato su un massiccio, come d’altronde
molti degli insediamenti abitativi della
Campania e Basilicata. Le argille del
territorio di Calitri fanno parte delle
formazioni irpine o argille varicolori che
sono le più difficili da gestire da un punto di
vista ingegneristico. Quando prendono
acqua, hanno dei coefficienti di
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                                              rigonfiamento altissimi e in questi materiali è molto difficile e costoso scavare gallerie o realizzare
                                              fondazioni di ponti ed altre strutture.
                                             Anche Calitri fu colpita dal terremoto del 1980, subendo dei danni gravissimi.