Una Vita dedicata al lavoro parte 2 capitolo 5

In Medio Oriente

Arabia Saudita

Mentre stavamo completando le finiture della costruzione della centrale idroelettrica di Ruacana sul fiume Cunene, al confine con l'Angola, fui chiamato dalla sede di Milano per rientrare in Italia con tutta la famiglia. Destinazione Arabia Saudita. Rientrai e mi feci un buon periodo di ferie, portai la famiglia in Inghilterra e mi organizzai per questa nuova avventura.
Si trattava della costruzione di una strada della lunghezza di oltre 100 chilometri per un valore di oltre 100 milioni di $ USA, che collegava le oasi di Dukna e Nafee nel nord del paese nell'area di Ghassim, Bureidagh.

Immagine

Immagine2

Mappa dell'Europa e della 
posizione del Regno dell'Arabia saudita

 

Immagine3

Bandiera Saudita

 

Immagine4

Mappa del Paese e dettaglio dell'area 
dove andammo a lavorare

Il cantiere era già stato avviato con la spedizione del macchinario e la costruzione dei campi per ospitare le maestranze.
Vi era andato il Geom. Giuseppe Ruzzi, un veterano della società che era stato il mio capo cantiere in Zambia nella costruzione della strada Chipata - Nyimba e che era poi andato a Taiwan per la costruzione della grande diga del Tachien. 
Ruzzi operava sotto la guida dell'Ing. Giacomo Marcheselli, anch'egli mio direttore in numerosi lavori in Zambia e in Namibia.
Mio fratello Giuseppe vi era già stato perchè faceva parte del team che studiò l'offerta, che fu poi vinta e che mi diede le prime informazioni.
Feci un primo viaggio in Arabia Saudita e con il Geom. Giuseppe Ruzzi andammo in macchina da Riyadh a Jeddha per vedere la tipologia di alcune unità abitative che erano prodotte in loco e per visitare alcuni fornitori di macchinario.

Immagine5   Immagine6

 

Il viaggio fu impressionante. La sabbia fluiva da un lato all'altro della strada sopra il manto di asfalto come un velo. Si trovavano in continuazione pozzi di petrolio con la loro tipica fiamma che bruciava i gas residui e, naturalmente, carovane di cammelli. Arrivati a Jeddha, era così caldo ed umido che appena uscimmo dall'auto eravamo letteralmente impregnati d'acqua.

Immagine7   Immagine8
Sulla strada si nota il flusso della sabbia del deserto spinta 
dai venti e si vede un pozzio di petrolio

 

Fu deciso di far venire tutto dall'Italia perché, essendo l'ambiente particolarmente caldo, occorrevano delle infrastrutture ben isolate termicamente che permettessero almeno di dormire bene la notte e durante le festività e di star bene durante il giorno.
Le temperature raggiungevano i 50° all'ombra e l'umidità nel deserto era solo il 15% , era, infatti, così bassa che si spaccava la pelle contrariamente a quella di Jeddha e Dhahran, dove l'umidità raggiungeva il 98%.

Immagine9

A Dahran sul Golfo arabico o persico come lo chiamano
i rispettivi paesi che vi si bagnano

Feci poi un secondo viaggio, quello che mi portò in quel Paese per dirigere la costruzione di quell'opera. 
Dopo un volo di alcune ore, atterrammo nella capitale Riyadh. Qui avevamo un ufficio centrale cui si appoggiava tutta l'organizzazione del cantiere che si trovava a qualche centinaio di chilometri a nord.

Immagine10

Immagine di Riyadh all'epoca dei lavori

 

Era impressionante la differenza rispetto ai paesi che avevo visitato negli anni precedenti. Le donne erano tutte coperte e non mostravano il loro viso o parti del corpo. Di alcune non si vedevano neppure gli occhi. Le straniere dovevano coprirsi i capelli con un velo. Non c'era una vettura guidata da donne e seppi più tardi che a loro era proibito guidare, ed anche alle straniere.
Il paradosso era che vi abitavano donne americane che volavano sui jet da combattimento, ma che non potevano guidare le macchine. Non vi dico lo strombazzare delle auto. Tutti suonavano il clascon per qualsiasi futile motivo.
Partimmo in macchina con autista sudanese, per raggiungere la meta: il cantiere di Al Athala, un'oasi a metà strada fra Duckna e Nafee. Oltre 500 chilometri verso il nord nella zona di Ghassim, Bureidagh.
Viaggiammo su un fuoristrada di marca International, con un motore diesel di 6000 cc. di cilindrata dotato di aria condizionata. La nafta costava solo 30 lire al litro.
Attraversammo grandi estensioni di deserto, di affioramenti rocciosi impressionanti, ogni tanto si incontrava qualche oasi e alcune carovane di cammelli. Si incrociavano dei fiumi secchi chiamati Wadi che si potevano attraversare senza problemi, dati la potenza del veicolo e delle marce ridotte e il blocco del differenziale di cui era dotata. Ogni tanto si vedevano pick up che nel cassone avevano i cammelli che guardavano il paesaggio o erano carichi di pecore.

Immagine11

Immagine12

Immagine13

Paesaggio che scorreva nei nostri occhi man mano
che proseguivamo sulla strada per il cantiere

Arrivammo ad Al Athala, un'oasi vicino alla quale era stato posto il cantiere e dove il campo era ancora in costruzione. 
Non erano ancora arrivati i materiali per montare nelle abitazioni gli apparecchi per l'aria condizionata, per cui il nostro alloggio era composto da tende. 
Potevamo andare a letto solo dopo la mezzanotte quando arrivava un po' di venticello fresco, e ci alzavamo alle quattro di mattina perché con il levarsi del sole la temperatura schizzava alle stelle ed era impossibile dormire. 
Fortunatamente, poco dopo arrivarono i cavi, i generatori, i condizionatori e potemmo completare gli alloggi per gli scapoli, camerette con bagno, utilizzando unità abitative prefabbricate ben isolate prodotte dalla ditta Ferretti di Como.

Immagine14   Immagine15
Montaggio delle abitazioni per famiglie e scapoli
della ditta Ferretti di Como

 

Nel frattempo cominciammo a costruire le abitazioni per le famiglie.
Il panorama attorno al cantiere era sconcertante. Dovunque volgessi lo sguardo, erano deserto e roccia, ragnacci simili a tarantole, velocissimi scorpioni e, naturalmente, le nostre abitazioni e la torre con il sopraelevato serbatoio per l'acqua potabile, di cui il cantiere aveva bisogno.
Incontrai alcuni dei miei vecchi amici e colleghi. Concordammo che quel lavoro sarebbe stata una grande sfida. Conobbi anche l'Emiro del villaggio di Al Athala, sotto la cui giurisdizione dovevamo operare. Si trattava di un arabo piccolo, vestito nei suoi tradizionali abiti, con turbante, che si chiamava Abu Fahd. Era una persona semplice a capo di questo piccolo villaggio e devo dire che con lui si è creata un'amicizia, nonostante le differenti abitudini, cultura e fede. Ci ha sempre aiutato quando ne avevamo bisogno. I Sauditi normalmente non lavoravano con le imprese provenienti dall'estero ma suo figlio si era innamorato delle pale caterpillar e lavorò con noi come palista per tutta la durata dei lavori.
Il macchinario per eseguire i lavori arrivò tutto dall'Italia usando come trasportatore la ditta Merzario con un sistema Roll On - Roll Off che permetteva di ricevere i macchinari e materiale in tempi relativamente brevi.
Quando arrivai, oltre alla costruzione dei campi, alloggi, uffici, officine, magazzini ecc., si stavano facendo i tracciati ed i rilievi, la ricognizione delle aree e la ricerca dell'acqua necessaria per l'esecuzione dei 10 milioni di metri cubi del rilevato stradale.

Immagine16

 

L'acqua era un problema di grande preoccupazione perché nelle oasi, dove essa affiorava, era così poca che bastava a dar da bere a cammelli, pecore, capre e alla popolazione, oltre ad irrigare quei piccoli appezzamenti di terra dove gli abitanti del villaggio coltivavano ortaggi.
La direzione lavori era americana ed impiegava tutti tecnici filippini. Erano molto fiscali, come lo erano le norme tecniche, per cui occorreva lavorare al massimo della qualità. Diversamente i lavori venivano fermati.
Il nostro personale era composto quasi completamente da italiani e da sudanesi, e da qualche palestinese. Il medico e la moglie erano egiziani. La forza lavoro era di circa 200 persone.
Fu interessante il processo mediante il quale trovammo l'acqua necessaria per l'esecuzione dei lavori. Utilizzammo immagini del satellite avute da Telespazio per localizzare i possibili bacini imbriferi. I dettagli li troverete nel capitolo dedicato ai lavori.



. Qui di seguito vi riporto qualche immagine di alcuni lavori

 

Immagine17   Immagine18

Un disastro.

In Arabia Saudita non piove spesso, ma una volta ci ha colpiti una grandinata che è durata un'ora. Sul terreno vi erano 40 cm di grandine. Aveva sfondato tutti i vetri dei mezzi di lavoro e nei wadi correva acqua come un fiume in piena. Ci cagionò molti danni. In parte dei rilevati, dove non avevamo ancora completato i tombini che l'attraversavano, l'acqua correva longitudinalmente al rilevato, portandone via una fetta. Nei punti in cui avevamo scavato le fondazioni dei ponti, e magari dove eravamo pronti a gettarle o avevamo casserato le pile, ci ha riempito tutto di sabbia. Fu un disastro e ci volle molto tempo per rimediare.

La vita sociale.

Noi lavoravamo tutto il giorno, ma non c'era molto da fare per le quattro famiglie: Robiati, Conti, Giannini, Racitti. Avevamo organizzato una scuola elementare per i bambini. Quando uscivano a passeggiare più che altro, incontravamo ragni, scorpioni e tanta sabbia. Qualche volta organizzavamo dei pic nic presso un massiccio roccioso distante qualche decina di chilometri con relativa grigliata.

Immagine19   Immagine20
Una delle aree dove facevamo i pic-nic al venerdì
giornata festiva settimanale in Arabia Saudita

 

Ogni tanto andavamo all'oasi dell'emiro e le donne saudite preparavano il loro pane cotto su rocce scottate dal sole. Lo stesso si poteva fare con le uova e frittate.

Ogni tanto l'emiro del villaggio ci invitava con le famiglie a casa sua nell'oasi. Le donne passavano dal retro e noi uomini dal davanti. Ci si sedeva per terra con le gambe incrociate. Al centro vi era un gran vassoio di ottone su cui erano molti chili di riso bollito contenente uvette e pinoli e sopra vi era un capretto bollito (kharouf). Si mangiava con le mani. Con il riso si facevano delle palline che si infilavano in bocca con il pollice, e la carne di capretto veniva strappata letteralmente e messa in bocca. Devo dire che il tutto era saporito. Alla fine si mangiava del formaggio che ti veniva versato nelle mani da una sacca di intestino nella quale era stato sbattuto. Spremevi via il caglio e mettevi il resto in bocca. Poi ti portavano delle bacinelle di acqua con cui ti potevi lavare le mani. Finalmente arrivava il caffé. Si chiamava ghawah. Era un caffé macinato praticamente crudo a cui venivano aggiunte delle spezie. Veniva versato in tazzine molto piccole e quando restituivi la tazzina, o la coprivi con la mano o dicevi "Khalas" ("Basta"), altrimenti te ne rifilavano ancora un po'. Quando lo assaggiai per la prima volta nella tenda di un emiro, per un pelo non caddi svenuto! Poi ci ho fatto l'abitudine…

Immagine21   Immagine22
Tipico caffè saudita contente i semi di Cardamon 
e tipico versatore e tazzine

 

Le donne che erano entrate nel retro, e che mangiarono con le donne arabe della famiglia, ebbero il privilegio di poter assumere il cibo con le posate.

Una volta in un pic-nic con l'emiro, nella sua oasi, ci assaporammo un lucertolone di deserto bollito. Per loro era una roba prelibata, sapeva di pollo.

Le famiglie si riunivano per pranzare e passare assieme qualche ora lieta in allegria.

Immagine23   Immagine24

 

A Natale organizzammo una festa in mensa con Babbo Natale che vi arrivò con un dumperino con i pacchettini regalo per tutti. È strano che ce lo permisero, dato che in quel paese vi è molta intolleranza, specialmente quando si tratta di cose religiose.

Immagine25

 

Qualche volta si andava nei paesini un po' più grandi per fare la spesa al mercato.
Quando arrivavano le tempeste di sabbia, questa si infilava dappertutto e occorrevano giorni per poterla ripulire tutta.

Immagine26

 

Una volta venni invitato da un emiro di un villaggio vicino, di sera, senza molto preavviso. Vi andai in macchina scortato dai miei ospiti. Era nel deserto, sotto una tenda fatta di lana di cammello. Sotto le stelle, con il fuoco acceso perché la notte nel deserto spesso fa freddo, con il turbante da arabo, mangiammo alla solita maniera. Siccome l'umidità era molto bassa, forse il 15%, il cielo stellato era qualcosa di fantastico, credevo di poter toccare gli astri con le mani.

Immagine27   Immagine28
Nel deserto con un cammello arrabbiato e in una tenda di beduini

 

Occorreva stare molto attenti con il linguaggio e il comportamento poiché bastava un nonnulla per essere denunciato ed arrestato. A molti lavoratori italiani scappava una bestemmia e si beccavano la denuncia con arresto. Per liberarli occorreva trattare con il denunciante e risolvere la questione a colpi di dollari. A qualcuno venne la bella idea di produrre bevande alcoliche con i datteri. Fu scoperto e denunciato. Per tirarlo fuori di prigione stessa tiritera.


Un'altra volta il contabile di cantiere, certo Conti, andò al mercato di Bureidagh a fare un po' di spesa per la mensa - piuttosto, i polli venivano dai frigoriferi di De Nadai a Geddah e le uova erano in polvere. Egli portava i capelli un po' lunghi, ma non eccessivamente. Arrivato al mercato, fu visto da un vecchio Muttawah - un prete che con il bastone cominciò a colpirlo e poi, chiamata la polizia, lo portarono dal barbiere e, davanti ad una folla di curiosi che si sbellicavano dalle risa, lo rasarono a zero e poi lo lasciarono andare. Naturalmente, al rientro al campo chiese di poter avere il biglietto di ritorno per l'Italia.

Immagine29

 

Feci diversi viaggi a Riyadh per sbrigare pratiche che richiedevano la mia presenza dato che non ci furono concesse le licenze per le radio. Avevamo due macchine che partivano tutte le mattine, una per il cantiere e una dal cantiere.
Dopo un lungo periodo su quel cantiere, mi fu chiesto di rientrare in sede perché destinato alla direzione della costruzione della diga di Shiroro, in Nigeria, dove però non andai.
Con moglie e figlie, facemmo un viaggio in Kenia, a Malindi, dove potemmo assaporare di nuovo del buon cibo, la vista del verde ed un mare meraviglioso.
In quell'occasione andammo a visitare la famosa piattaforma San Marco posta proprio sull'equatore, da cui venivano lanciati i satelliti utilizzando razzi Scout di fabbricazione americana. La traiettoria dei satelliti era equatoriale e poteva fare rilevamenti per studiare i campi magnetici terrestri.
Abbiamo potuto esplorare i meravigliosi colorati banchi della barriera corallina e dei pesci che la frequentavano. Io feci anche un viaggio a mare su una barca a vela locale dove pescammo con le reti tradizionali, catturando anche un pesce martello che fa parte della famiglia degli squali.
Non perdemmo l'occasione di visitare numerosi Parchi Nazionali, vicino a Malindi, e poi vicino a Nairobi, osservando una straordinaria fauna.

 


Al ritorno dall'Arabia Saudita, con l'impresa Torno, dovevo andare a Sciroro, in Nigeria, per la costruzione di una grandissima diga. Però l'accordo con l'Impresa Torno non andò a buon fine perché, dopo molti anni passati con quella società, decisi che dovevo tentare altre strade; arrivò come il cacio sui maccheroni l'Impresa Cogefar che stava cercando personale per il Camerun dove stava costruendo la diga di Song.Lou Lou sul fiume La Sanaga, in piena foresta equatoriale.
Ci mettemmo d'accordo con l'Ing. Leopardi, l'allora Amministratore delegato, e con il compianto Rag. Fiore, Direttore del personale, e partii per questa nuova esperienza lavorativa.
Del compianto Ing. Leonardi serbo nel cuore un grandissimo ricordo che esternai al figlio durante un incontro annuale degli ex dipendenti Cogefar.
Mi fu di grande aiuto quando, al ritorno dal Camerun, io e mia moglie abbiamo avuto la disgrazia di perdere la nostra adorata figlia Emma, in tenera età. Ebbi poi l'occasione di tornare a lavorare assieme a lui in uno dei periodi successivi della mia vita.
La diga era un'opera molto complessa e, per quanto riguarda i lavori, vi rimando a quel capitolo.
Si trattava di una collaborazione fra le imprese Cogefar e Razel freres.
In cantiere si parlava la lingua francese e il francese studiato a scuola mi aiutò molto.


Vi parlo un po' del Camerun.

Immagine30   Immagine31

 

Il Camerun si trova nell'Africa occidentale, subito a nord dell'equatore. Ha capitale Yaounde e il porto principale è Douala. Ha una superficie di 470,000 chilometri quadrati di cui il 78% è boschiva e di foresta equatoriale. Il territorio a nord è occupato dalla savana ed è perciò arido. Si va dal livello del mare ai 4095 metri, dove si trova anche un vulcano attivo. Questo Stato ha una popolazione di circa 15 milioni di persone rappresentanti sette gruppi etnici. Vengono parlate due lingue europee: il francese e l'inglese, oltre a 24 lingue locali. La maggioranza della popolazione è cristiana (52%) con una forte componente islamica (30%), e il restante 16% è costituito da altri gruppi religiosi, fra cui i baha'i. L'economia è legata alla vendita di legname che però sta portando ad una grande deforestazione. Recentemente sono state anche fatte scoperte nel campo petrolifero. Sono numerose le piantagioni di caucciù, caffé e tè.
Le infrastrutture dei trasporti comprendono la ferrovia transcamerunense di 1100 km, strade di vario tipo per una lunghezza di 34.000 chilometri di cui 4000 asfaltate. Dispone di 44 aereoporti, di cui 22 hanno piste asfaltate.
Questo paese ha una storia complessa anche perché coinvolta nella fase colonialistica di tre potenze europee: Francia, Inghilterra e Germania. Dopo un volo via Parigi con Air France giungo a Douala. Il clima è caldo umido. Andammo in cantiere via Edea percorrendo una strada per buona parte in terra battuta. Attraversammo numerosi fiumi viaggiando su ponti di acciaio. Mi colpì molto la foresta sempre più densa con piante alte anche 100 metri man mano che ci avvicinavamo a Song Lou Lou dove si trovava la zona dei lavori, a circa quattro ore di viaggio da Douala.

Immagine32 Immagine33

Immagine34

Immagine35


 

Eravamo in piena foresta equatoriale. L'ultimo ponte in ferro costruito dall'impresa si trovava sul La Sanaga, un fiume che in piena porta anche 10.000 mc di acqua al secondo. Il fiume era largo quasi un chilometro con delle rapide a valle della zona dei lavori. L'acqua era turbolenta e schiumosa, quasi una sfida ai costruttori.
Il campo era ben organizzato con alloggi molto confortevoli, con aria condizionata, club, piscina, scuole, mensa, cinema ed altro. Erano comodità necessarie dato che non vi erano altri svaghi.
Il consorzio che eseguiva i lavori era composto dall'Azienda Italiana Cogefar e dalla Francese Razel Freres.

 

Immagine36   Immagine37
Vista aerea del fiume, del ponte di accesso e del villaggio
con il ma mensa, il club e la piscina

 

Immagine38   Immagine39
Alloggi famiglia e area piscina

 

Immagine40   Immagine41
Uffici e panoramica della vallata

 

Ebbi l'opportunità di conoscere molti giovani tecnici ed operai di grande valore. Ricordo il francese Arnold e il compianto Ing. Bertocchi. Avevamo in cantiere oltre cento espatriati e oltre tremila camerunesi, cui occorreva provvedere con alloggi e infrastrutture. Feci poi arrivare tecnici di grande valore che avevano lavorato con me in altri grandi progetti: il Geom. Barattin, l'Assistente Bruni ed il Geom. Aspasini. Ricordo sempre con grande affetto l'Ing. Carlo Silva che era il Responsabile Generale del progetto con cui condividemmo oltre un anno di duro ma fruttuoso lavoro.
Da Milano ci diedero un grandissimo appoggio logistico l'Ing. Martinengo, Responsabile dei lavori in Africa della Cogefar, del Geom. Braito, Coordinatore di sede dell'ufficio impianti della Cogefar che aveva dei tecnici di incredibile valore, fra cui l'Ing. Carrara, l'Ing. Farina, l'Ing. Mattioli, il Geom. Garlaschelli. Vi erano altri tecnici molto bravi, ma la memoria mi fa cilecca. Ci diede un grande aiuto l'Ufficio Acquisti con il Geom. Melè per la logistica dei materiali e ricambi necessari per mantenere le macchine in buono stato.

Immagine42

Immagine43   Immagine44
Immagine45
Con l'Ing. Carlo Silva
  Immagine46
Bruni e Barattin

 

Immagine47
L'Ing. Bertocchi
  Immagine48
Con un gruppo di amici

 

Immagine49
L'Opera di presa e condotte forzate
  Immagine50
Opere sullo sfioratore

 


I lavori erano già iniziati con la deviazione del fiume e si erano iniziati gli scavi della rampa di accesso alla fondazione della diga di presa. Abbattemmo molti alberi giganteschi, ma avevamo anche avviato un programma di riforestazione. Il lavoro proseguì bene, ma richiedemmo l'arrivo di attrezzatura addizionale per poter mantenere il programma che era molto stretto. In parallelo con gli scavi della diga, iniziammo gli scavi per lo sfioratore, un'opera immensa con numerose paratoie nella quale avrebbe dovuto essere deviato il fiume per dar vita ad una seconda fase di lavoro. Nel frattempo completammo gli impianti per la frantumazione della roccia scavata e quelli per la produzione dei calcestruzzi. Qui scoprimmo che la roccia conteneva una quantità altissima di mica (biotite e muscovite), una sostanza deleteria per i calcestruzzi, per cui dovemmo effettuare numerose modifiche progettuali, buttar via la sabbia di frantumazione ed ottenere la sabbia quarzitica dal fiume mediante una draga fatta venire appositamente dall'Italia. Oltre a ciò, scoprimmo una faglia dentro le fondazioni della diga principale che ci costrinse ad importanti modifiche contrattuali.

 

Immagine51   Immagine52
Sparo della roccia con dinamite e suo carico e trasporto

 

Della vita di tutti i giorni ricordo l'ambiente molto umido che fronteggiammo grazie ai condizionatori. Poi vi erano le moltitudini di zanzare da cui bisognava proteggersi dormendo sotto le zanzariere e proteggendosi con repellenti tipo Autan. Soprattutto, vi era il micidiale insetto di nome 'mut mut'. Era un moscerino molto dannoso che pungeva specialmente al tramonto. Ve ne erano alcuni, portatori malati di un parassita che, una volta iniettato sotto la pelle, cominciava a crescere sotto forma di filamento sviluppandosi per chilometri e provocando un prurito terribile. La malattia praticamente inguaribile prendeva il nome di "filaire" (filariosi). Si poteva solo tenere sotto controllo con particolari cure che si somministravano presso l'Istituto Pasteur in Francia. Una forma virulenta della malattia era l'oncocercosi, quando il parassita si sviluppava attorno agli occhi producendo anche la cecità e la morte.

Immagine53   Immagine54

 

Immagine55
Diffusione
della malattia
  Immagine56
Il parassita
  Immagine57
Malati di elefantiasi 
appunto causata dalla
filariosi

 

Spesso si potevano vedere africani con la parte inferiore delle gambe assai gonfie ed erano, appunto, malati di filariosi.
Era disponibile molta frutta tropicale. La mattina ci facevamo preparare delle fantastiche spremute di ananas.
Pioveva molto e l'umidità era altissima. Le piogge erano del tipo tropicale, erano violente e duravano anche molto. In quei casi il fiume schizzava alle stelle.
Una cosa curiosa a Song Lou Lou succedeva quando trapassava qualcuno della famiglia: i defunti non venivano sepolti al cimitero ma nel proprio giardino per cui, passando, si potevano vedere nei giardini dei veri e propri cimiteri.
Io avevo fatto amicizia con una scimmietta molto carina ed affettuosa che qui potete vedere.

Immagine58   immagine59

 

Il legname che veniva abbattuto fu anche usato per predisporre gli alloggiamenti, le infrastrutture e le casseforme per la costruzione della diga. Si trattava a volte di un legno molto pregiato e strano. Ricordo un legname che prende il nome di azobe. Il peso specifico risultava superiore all'acqua per cui affondava. Però, siccome era molto duro, veniva usato dalle popolazioni che abitavano lungo il fiume per scavare all'interno dei tronchi ricavandone delle piroghe. Avevamo in cantiere una segheria che ci permetteva di tagliare tronchi fino a due metri di diametro, cosa che mi permise di portare a casa in Italia una fetta di un tronco di azobe, con cui realizzai un bellissimo tavolo per la sala. Un altro legname interessante era una pianta che all'interno aveva un'anima nera. Credo si trattasse del famoso tek. Era nero e con esso si realizzavano le statuine vendute ai turisti. Di queste piante però non se ne trovavano molte e di qui derivavano l'alto costo delle statuine o l'utilizzo, per produrle, di altro legname, in seguito impregnato di nero. Mi torna in mente un'altra pianta di cui però non ricordo il nome: quando si segava il suo legname, la sua segatura produceva delle irritazioni alle narici causando potentissimi starnuti che non finivano mai.

Immagine60   Immagine61

 

Al nostro arrivo scoprimmo che il personale locale veniva condotto con i camion da molto lontano su strade impossibili. Spesso facevano dei lunghi tratti a piedi per raggiungere il loro villaggio. Decidemmo pertanto di costruire un grande accampamento vicino ai lavori con alloggi, mercatini ecc., dove trasferimmo i lavoratori e le loro famiglie per poter lavorare con maggiore serenità.
A volte andavamo a pescare nella zona delle rapide e prendevamo pesci che risalivano la corrente. Erano buoni ma assai spinosi. Un pesce che, per esempio, si pescava in Camerun era abbastanza grosso, con due strisce bianche vicino alla testa che gli conferivano il nome di "Le Capitain". Era molto buono e si scioglieva in bocca.
Data la natura tropicale dell'area, si vedevano stranissimi insetti e colonne di inferocite formiche giganti. Guai se riuscivano a risalire all'interno dei pantaloni. Si attaccavano alla carne e per toglierle occorreva ucciderle…
Si lavorava molto ma qualche occasione festiva ci permise di uscire per qualche viaggio. Con Barattin ed Aspasini andammo a fare un viaggio lungo la costa a Nord di Douala. Giungemmo ai piedi del Vulcano che prende il nome di Monte Camerun, in una località chiamata Vittoria. Il mare era bello e la sabbia, sebbene fosse fine, era tipicamente nera per la presenza di materiale eruttivo. 
Avemmo la cattiva idea di dormire in macchina, sulla spiaggia. Poco prima dell'alba, Barattin, che dormiva con le gambe fuori dal finestrino, tirò un urlo spaventoso facendoci sobbalzare violentemente. Aveva sentito qualcosa che gli toccava le gambe e, svegliandosi, vide due occhi infuocati di qualcuno che stava cercando di aprirgli le gambe per rubare la borsa che si trovava al di sotto. Pensate che spavento! I due o tre che stavano per derubarci si diedero alla fuga. Io saltai fuori dall'auto per correr loro dietro, ma persi gli occhiali e vidi solo delle macchie scure allontanarsi. La notte dopo dormimmo in albergo per sentirci dire che molte persone erano state ivi assassinate e derubate. Ci era andata bene…

Immagine62   Immagine63
Monte Camerun

Andammo poi a visitare delle piantagioni di caucciù. Erano state piantate dai tedeschi e i filari erano così diritti da sembrare piantati con uno strumento topografico. Lungo il fusto delle piante venivano fatte delle incisioni a spirale e fissati dei barattoli dentro i quali scorreva la linfa della pianta con cui si produceva quindi la gomma. Cercammo poi di raggiungere la vetta del Monte Camerun a 4000 metri, ma non fu un viaggio di successo poiché essa era permanentemente immersa nelle nuvole. Lungo la salita trovammo numerosi mercati che vendevano frutta, fra cui dei mango straordinari, oltre a papaie, noci di cocco e banane.

 

Immagine64   Immagine65
     
Immagine66
Inizio salita al Monte Camerun
  Immagine67
Membri della Comunità Baha'i

 

Ho avuto anche l'opportunità e il privilegio di visitare il Centro Nazionale Baha'i a Nord di Douala. Sfortunatamente non trovo nei miei archivi le foto degli incontri con quei meravigliosi amici. Un'altra volta, con la famiglia Bertocchi ed altri, andammo a Sud di Doula, lungo la costa in una località di nome Kribi. Fu un viaggio fantastico. Il mare, la costa e la vegetazione furono di una bellezza incredibile. Pochi chilometri dopo Kribi, proseguendo verso il confine della Guinea Equatoriale, ci apparve davanti agli occhi uno spettacolo favoloso: il fiume Lobé con le sue cascate che precipitavano direttamente dentro il mare. Facemmo dei bagni fantastici. In seguito fu la scoperta dei gamberi di acqua dolce che venivano venduti dalle popolazioni della zona. Ce ne facemmo delle scorpacciate, alla griglia, direttamente in spiaggia. Al ritorno in cantiere ne portammo diversi chili che consumammo nelle settimane successivi.

 

Immagine68

Le Cascate del Fiume Lobe

direttamente in mare

 

Immagine69

Immagine70
I crostacei poi fatti 
alla griglia sulla
spiaggia

 

Immagine71   Immagine72

 

Quest'area era anche abitata dai pigmei che abbiamo potuto vedere, anche se non da vicino. 
La zona di Kribi fu poi insediata anche da numerose industrie agricole che esportavano all'estero materiali coltivati ed inscatolati. Ora a Kribi è stato anche costruito un aeroporto con una pista di 2500 metri per il turismo internazionale.

Immagine73
Una bellissima spiaggia vicino alle cascate
del fiume Lobe a Sud di Kribi

 

Immagine74

In un altro viaggio ci recammo a visitare la Capitale Yaoundé ed alcuni altri lavori che la Cogefar stava realizzando, fra cui la ferrovia Transcamerunese, sotto la guida del Direttore per l'estero, Ing.Martinengo e il sostegno del Geom. Bruno Braito dalla sede di Milano. 
Le difficoltà degli scavi in roccia richiesero la venuta di consulenti internazionali, fra cui ricordo l'Ing. Abersten, ex ingegnere specialista in esplosivi, proveniente dalla Nitro Nobel, che qualche anno dopo fu incaricato di sparare le volate per la deviazione della lava sull'Etna, e gli ingegneri Carastro e Dantini che ritrovai anni dopo durante lo scavo delle gallerie nella costruzione della ferrovia ad alta velocità Roma-Napoli. 
Richiedemmo anche la consulenza del famoso gruppo di ingegneria francese Cohen & Bellier per problemi legati alla stabilità della diga di presa.

Immagine75   Immagine76

Immagine77

 

Quando si lavora in cantieri di queste dimensioni, possono capitare anche degli incidenti. Ne ricordo due, uno sul lavoro, con una barra di ferro da 12 metri che era scivolata dalle mani di un operaio ed aveva trafitto vicino al collo un ferraiolo italiano. Riuscimmo a salvarlo mandandolo a Douala in elicottero per essere poi prelevato da un aereo di soccorso Cessa Citation della Europe Assistance. Un altro fu causato da un bufalo di foresta che aveva incornato un nostro operaio. Salvammo anche lui con le stesse modalità. Vi fu poi, nella fase finale di cantiere, un incidente con il collasso di due gru causato da una tromba d'aria che li fece scontrare. Si piegarono sopra la diga in costruzione, morirono molti operai camerunesi, ad eccezione dei due operatori.

Immagine78

 

Ci fu un allagamento della zona della centrale in costruzione a causa delle alte portate del fiume nello sfioratore, causato dall'errore progettuale della quota del muro di guida sinistro di quest'ultima opera che noi prevedemmo e che fu oggetto di riserve e contenzioso.
I lavori proseguirono bene e per me fu un'esperienza incredibile. Iniziarono i lavori elettromeccanici e la posa delle condotte forzate e delle chiocciole delle turbine.
Le deviazioni seguirono il loro corso secondo i programmi stabiliti.
Nella cartella dei lavori potete andare a vedere il film di mezz'ora fatto dal Gruppo 5 della Rizzoli con a capo Silvano Bergamaschi che racconta da vicino la costruzione di questa complessa e stupenda opera.
La famiglia che era rimasta in Inghilterra aveva deciso di non venire in cantiere. Forse fu meglio così, date le difficili condizioni climatiche della zona. Feci quindi richiesta all'azienda, e mi fu concesso, avendo anche raggiunto i risultati attesi, di poter rientrare in Italia dove fui raggiunto dalla famiglia per ricominciare un periodo tutti assieme a Milano.
In Cantiere arrivarono l'Ing. Maurizio Bergonzoni ed il compianto Capo cantiere Onesti, detto "Pipa", a sostituire l'Ing. Silva e me stesso.

Immagine79   Immagine80

 

Al rientro in sede dell'Impresa Cogefar, che si trovava in via Bastioni di Porta Nuova, inizia per me un periodo di viaggi relativamente brevi che mi portarono in diverse parti del mondo, fra cui le isole Mauritius.
Desidero qui ricordare con grande affetto il Dr. Nobili, Presidente dell'Impresa di Costruzioni Cogefar S.p.a., che fece crescere e fece divenire questa impresa un colosso. Egli fu generoso con me al ritorno dal Camerun. Ho avuto l'occasione di incontrarlo e salutarlo negli incontri annuali degli ex dipendenti della società.
Molti anni dopo ho avuto l'onore di presentare l'esecuzione di qusta magnifica opera all'ordine degli ingegneri di Milano