Una Vita dedicata al lavoro parte 2 capitolo 1

Ho trascorso tutta la mia gioventù in Eritrea, dove avevo anche compiuto parte degli studi, prima presso il Collegio Comboni e poi, per i primi due anni, presso l’Istituto Vittorio Bottego di Asmara. Poiché ero riuscito bene negli studi, i miei genitori, come premio, mi mandarono in Italia per un viaggio, che feci con la nave “Tripolitania”, accompagnato dal fratello di mio padre Augusto, lo zio Francesco, il quale decise di rientrare in Italia definitivamente e infine si insediò a Napoli dove sposò la zia Maria.

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Porto di Massawa

Fu un viaggio incredibile. La partenza dal Porto di Massawa, la navigazione sulle acque del Mar Rosso. La traversata del canale di Suez e le fermate a Port Said e porto Suez, con tutte quelle barchette che avvicinavano la nave per offrirci souvenir e ricordi vari, costituirono un’esperienza esilarante. Poi il Mar Mediterraneo, con quell’impressionante colore blu scuro, ed infine l’arrivo al porto di Napoli dove, sulla cui banchina ci aspettavano gesticolando i cugini napoletani Adriana, Giulia ed Enrico, figli di Tina, sorella di Augusto, che aveva sposato Raimondo Viganò e si era trasferita a vivere a Napoli. Rimasi in quella bellissima città una settimana visitandola tutta; dopo alcuni anni vi tornai e mi fermai a lungo per i lavori legati alla ricostruzione dopo il terremoto. Ricordo un bel viaggio in macchina con RaimondoViganò che ci portò a Terracina per un favolosissimo pranzo.

Milano

Partii poi in treno per Milano dove fui ospite della zia Enrica e della nonna Celestina. Il nonno Amabile era trapassato molti anni prima. Io giunsi in Italia, a Milano, per la prima volta nel 1948, quando avevo cinque anni: lì mi fermai un anno e vi frequentai la prima elementare. Ricordo le belle foto con il nonno Amabile, un uomo di vecchio stampo con i suoi baffoni.

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Abitavano in Piazza Gramsci. Al centro della piazza vi era un bellissimo mercato coperto dove facevamo la spesa. La zia Enrica era la direttrice di una scuola speciale per ambliopici. Visitai questa scuola raccontando ai bambini storie dell’Africa. Andammo a Torino con la zia Enrica e con la sua scuola dove, , era in corso il Salone per la celebrazione del Centenario della fondazione della Repubblica Italiana. Mi impressionò un salone progettato da Nervi con colonne altissime, particolarmente sagomate, che sostenevano delle gigantesche solette quadrate a sbalzo. Mi impressionò anche una monorotaia con un treno aereo per lo spostamento dei visitatori.

Milano si presentò come una città bellissima con il suo Duomo e la sua Madonnina, L’ultima Cena di Leonardo da Vinci, i Navigli, il Castello Sforzesco, i tramvai, la metropolitana. Per un giovane che veniva da una cittadina dell’altopiano Eritreo fu un salto enorme. Mi colpì la massa di gente che si spostava da una parte all’altra della città e di vetture modernissime che sfrecciavano con velocità impressionante. Mi affascinarono anche le bellissime ragazze con i loro vestiti di una moda di cui non immaginavo l’esistenza. I negozi poi erano qualcosa di incredibile. Si dormiva con le finestre chiuse, in grande contrasto con l’Eritrea dove si dormiva invece con le finestre aperte. Mi mancava l’aria pura di Asmara respirando l’aria inquinata della metropoli di Milano.
Nel frattempo ricevemmo un telegramma da Asmara che ci segnalava l’arrivo di mio padre Augusto, il quale rientrava per curarsi la schiena che soffriva l’altissima umidità della città di Massawa sul Mar Rosso, dove aveva lavorato gli ultimi otto anni.
Papà arrivò e fu una felicità rincontrarlo. Iniziò le sue cure all’istituto Pesce e cominciò subito a migliorare. Con papà abbiamo fatto numerosi viaggi nei dintorni di Milano per scoprire le bellezze della pianura lombarda.

Egli andò a trovare un vecchio amico con cui aveva condiviso le battaglie contro l’avanzata inglese dal Sudan. Il Geom. Romeo era un ufficiale degli Alpini che combattè sul fronte di Cheren. Tornato in Italia, fondò l’omonima Impresa di Costruzioni ed era impegnato nella costruzione di opere d’ingegneria civile nell’area di Milano. Romeo offrì a mio padre un posto di lavoro invitandolo a restare e a non rientrare in Eritrea. Doveva fare il capo cantiere nella costruzione dello stabilimento della Società farmaceutica per prodotti biologici Braglia a Cinisello. Dopo essersi consultato con la famiglia, rimasta ad Asmara, e sapendo che il ritorno a Massawa sarebbe stato un disastro per la sua schiena, ed avendo, per giunta, avuto negato dal direttore del Municipio di Asmara la possibilità di ritornare nella capitale, decise di accettare l’offerta di Romeo. Fu un evento che provocò un cambiamento radicale della nostra famiglia. Naturalmente anch’io rimasi a Milano per proseguire gli studi in quella città. Papà diede le dimissioni dall’Acquedotto di Massawa per motivi di salute, mentre mamma, le due sorelle e il fratellino, che erano rimasti ad Asmara, dovettero rimanervi ancora un anno per permettere loro di terminare gli studi e a noi di organizzare il loro rientro e la ricerca di una residenza a Milano. Questo distacco di un anno fu un sacrificio enorme, data la grande unità della nostra famiglia. Papà iniziò a lavorare a Cinisello. Gli fu data una autovettura Fiat 600.
Evidentemente il destino voleva che così succedesse.

Il Cattaneo in Piazza Vetra

Io mi iscrissi al corso del 3° Geometri presso l’Istituto Tecnico “Carlo Cattaneo” di Milano che si trovava in Piazza Vetra. Ad Asmara il corso di studi per geometri si svolgeva in quattro anni mentre quello di Milano in cinque. Data la notevole preparazione che avevo maturato ad Asmara, potei fare gli ultimi tre anni in due, guadagnando un anno. Andavo a scuola prendendo il tram sotto casa e scendendo a due passi dall’Istituto. Ricordo vivamente tutti i miei insegnanti che potete vedere assieme ai miei compagni nelle foto. Prima degli esami finali, mi recai con due amici a Gubbio, in Umbria, dove in un intenso mese ripassammo tutta le materie studiate nei quattro anni precedenti.

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Ho finito il corso diplomandomi con voti altissimi nelle materie tecniche quali Costruzioni, Topografia, Estimo, mentre sono passato con il minimo in Italiano e Diritto. Pesò il fatto che scrivevo l’italiano come lo parlavo ad Asmara. In effetti, nel primo tema in Italiano, appena cominciai al Cattaneo, presi zero. Poi migliorai, ma fu una battaglia dura. Quando studiavo al Cattaneo, dove si tenevano corsi per geometri, ragionieri e chimici, la scuola era molto moderata. Solo successivamente, da quanto mi è stato raccontato, divenne un covo di protesta sociale.
Pensai poi di andare all’università per fare ingegneria. Per essere immatricolati, occorreva passare un esame di ammissione al quale partecipai. Purtroppo, non era un esame tecnico, ma un tema sull’Europa. Potete immaginare il risultato. Mi iscrissi allora ad Agraria che pure mi piaceva, ma alla fine decisi che sarebbe stato meglio andar a lavorare e cominciai a cercare un lavoro.

 


 

 

Dopo il ritorno dall’Eritrea ebbi il privilegio di divenire, assieme a papà, un membro della Comunità Baha’i Italiana. A Milano i primi baha’i vi giunsero alla fine degli anni ‘50. Vi erano molti persiani che avevano lasciato l’Iran e che avevano aperto delle attività economiche a Milano. Altri erano studenti che frequentavano le università italiane. Ricordo con grande affetto Mansur, il quale studiava ingegneria per poi tornare in Iran dove fu ucciso.

Ricordo con grande tenerezza i fratelli Manucher ed Iraj Majzub, che si laurearono in architettura a Torino e lavorarono poi con l’Architetto Gio Ponti, il progettista del grattacielo Pirelli a Milano. Ricordo la bellissima Faeseh che sposò Manucher. Vi erano la famiglia Anayati, la famiglia Saadati, la coppia degli anziani Kathirai, la famiglia Kasemzadeh. Vi era anche qualche baha’i italiano: Giuseppe Polizzi, la Signora Valtellina, e Marcello.
Vi erano piccole comunità a Torino, a Roma, a Firenze ed in altre località italiane. Erano appena stati piantati i semi della nuova Rivelazione. A Milano fu fondata la prima Istituzione eletta della città: l'Assemblea Spirituale Locale che gestiva gli affari della Fede in quella città. Ogni tanto veniva da Roma il Dr. Ugo Giackery, un nobile siciliano che aveva abbracciato la Fede anni prima. Veniva per tenere riunioni con i nostri simpatizzanti. Si faceva otto ore di treno per venire ed altrettante per tornare a Roma, a volte per parlare con una sola persona. La letteratura disponibile in italiano era molto esigua. L’aveva tradotta fino a quel momento l’esimio prof. Alessandro Bausani, Accademico dei Lincei, docente alla Sapienza di Roma e all’Orientale di Napoli, il quale parlava trentasei lingue e aveva conosciuto la Fede attraverso i suoi studi della letteratura persiana; era un grande esperto dell’Islam, avendo tradotto il Corano in lingua italiana.

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Il Prof. Alessandro Bausani tiene una conferenza 
all’Accademia Tiberina

A Torino aveva abbracciato la Fede la Signora Boerio, la quale dedicò poi tutta la sua vita alla nuova Fede, aprendo la sua casa per riunioni, fire sides e conferenze.
Naturalmente, cominciammo a parlare della Fede ad amici e conoscenti. Erano tempi duri quando, ad esempio, esisteva ancora l’Indice con l’elenco di quei libri che non potevano essere acquistati in Italia. Così, per poter leggere il Tropico del Cancro e del Capricorno di Henry Miller dovetti recarmi in Svizzera per acquistarlo. Non era possibile tenere riunioni, se non con l’autorizzazione della polizia.
Lentamente la comunità cominciò a rinforzarsi. Papà divenne membro eletto dell’Assemblea Spirituale di Milano. Cominciammo a tenere riunioni a casa nostra facendo gli inviti, battendo a macchina, uno alla volta, con una macchina da scrivere portatile Olivetti lettere 22, dei cartoncini.
Che coraggio e stamina cercare di far conoscere nella sede della Cristianità un oscuro movimento nato in Persia, che noi consideravamo l’ultima Rivelazione in ordine di tempo, e che riconosceva divinamente rivelate tutte le Fedi del passato. Gli insegnamenti della nuova Fede erano talmente rivoluzionari da essere considerati pura Utopia. Lentamente però entrarono nella comunità numerosi cittadini italiani ed essa cominciò a rinforzarsi e iniziò a fare i primi passi per il riconoscimento da parte delle autorità nazionali. Nel 1963 fu fondata per elezione la massima Istituzione Nazionale: l’Assemblea Spirituale Nazionale dei Baha’i d’Italia, con sede a Roma. Fu fondata anche la Casa Editrice Baha’i. Qualche anno dopo, vi fu il riconoscimento delle Autorità Italiane con Decreto Legislativo Nazionale firmato dall’allora Presidente Saragat.
A Milano la comunità affittò un appartamento che divenne il Centro Baha’i di Milano, sempre vicino a Corso Vercelli, dove venivano tenute le riunioni della comunità e per le attività esterne, allo scopo di far conoscere al pubblico la nuova Fede.
Ogni anno venivano organizzate delle scuole estive nella zona di Rimini. Inizialmente la partecipazione era abbastanza limitata, ma poi esse aumentarono sistematicamente fino ad oggi con l’iscrizione di un migliaio di credenti. I temi trattati erano interessanti: la storia della Fede, i suoi principi, la crescita della Fede nel mondo, l’interazione con il resto del mondo, i progetti socio-economici nel mondo, il contributo baha’i nelle agenzie internazionali delle Nazioni Unite, la persecuzione contro i correligionari in Iran ed altri paesi arabi. Gli oratori erano italiani e stranieri. Erano delle settimane molto ispiratrici.

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Scuola estiva tenuta sulla riviera romagnola

 

I passi fatti dall’epoca sono straordinari. I baha’i sono ora presenti in oltre 500 località e sono impegnati in progetti socio-economici, hanno un importante Centro Studi in Acuto e si dà il proprio contributo nella crescita spirituale e sociale di questo paese e nel campo educativo. La letteratura Baha’i ha ora un cospicuo catalogo in lingua italiana e dispone di un sito Internet. La Massima Istituzione è ufficialmente riconosciuta dal Governo Italiano con Decreto Ministeriale Firmato dal presidente Saragat, così come la celebrazione dei suoi matrimoni.


 

Quando abitavamo con la nonna e la zia, io studiavo al Cattaneo e papà lavorava a Cinisello. Io rientravo da scuola all’una e mi fermavo a mangiare presso una trattoria vicino a casa. La nonna era molto anziana e non era in grado di cucinare e la zia arrivava solo la sera. La mattina veniva la piccola Carmela, una donna che assisteva la nonna e teneva la casa in ordine. Dopo aver mangiato in trattoria tornavo a casa e studiavo tutto il pomeriggio.

Naturalmente, esse seppero della nostra appartenenza alla Fede Baha’i e questo creò un caso eclatante. Ci considerarono dei deviatori della fede dei padri, degli eretici che macchiavano il nome della famiglia. Portammo a casa, in visita, eminenti baha’i, quali il Prof. Alessandro Bausani, eminente orientalista e il Dr. Ugo Giachery per far capire loro che la strada scelta non era eretica. Accettarono a malincuore, ma dentro di loro non ci perdonarono il passo fatto. Noi però continuammo ad amarle e voler loro un gran bene e cercammo lentamente di far capire loro che gli insegnamenti della nuova Fede non erano in contrasto con la fede cristiana, ma anzi ne erano il completamento.
Mentre la zia Enrica, che era molto colta e che lentamente cominciò ad approfondire gli scritti della nuova Rivelazione, e anni dopo divenne la correttrice ufficiale dei libri scritti da papà, la nonna, che era molto anziana, chiaramente non riusciva a capire perché avevamo abbandonato la religione tradizionale.

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Zia Enrica e nonna Italia

 

Allora, una volta, senza avvisare la zia Enrica, la nonna fece venire a casa un gesuita, Padre Giuseppe. Rientrando da scuola, trovai che mi attendevano. La nonna chiese che io parlassi con lui nella speranza che mi potesse convincere dell’errore che avevamo fatto.
Padre Giuseppe, che ovviamente non aveva mai sentito parlare della fede Baha’i e che la considerava una strana setta che cercava di portare via dal cristianesimo anime pure, mi chiese di raccontargli di cosa si trattava.
Partii da lontano cominciando a parlare di Dio, della creazione e del primo conosciuto profeta Abramo. Parlai della Rivelazione di Dio ad Abramo, della sua emigrazione nella terra di Canaan. Parlai del concetto che Egli portò che era quello dell’esistenza di un solo Dio e non di numerosi idoli. Parlai dei cambiamenti generati nel tempo dal suo messaggio, parlai della Bibbia e delle grandi cose che riportava. Poi parlai di Mosè, di quello che aveva rivelato, delle Tavole della Legge, parlai del Roveto Ardente, del compito assegnatogli da Dio di riportare il popolo eletto nella Terra Santa, parlai di come Egli sconfisse il Faraone, del fatto che attraverso di lui un popolo crebbe socialmente e spiritualmente, parlai del proseguimento del rapporto di Dio con l’umanità attraverso questi straordinari personaggi. Padre Giuseppe annuiva. Poi arrivai a parlare di Gesù, del Suo sacrificio per salvare l’umanità, delle sofferenze che passò, del suo messaggio d’amore che era allora possibile. Gli lessi un passo rivelato da Baha’u’llah, tratto dagli scritti baha’i sulla realtà del Cristo, come dal Suo sacrificio fosse nata una civilizzazione mondiale che porta il suo nome, di coloro che furono martirizzati perché portarono il suo nome. Rimase commosso. Parlai del concetto di rilevazione progressiva. Era d’accoro con tutto. Parlai della rivelazione dell’Induismo e del Buddismo. Non ci fece molto caso perché era roba lontana. Cominciò però poi ad oscillare negativamente la sua testa quando ripresi a parlare del messaggio di Maometto e della civiltà portata dalla Sua Rivelazione. Che il Corano aveva lo stesso profumo dei libri rivelati dell’ebraismo e cristianesimo, che con il Suo messaggio nacque una civiltà straordinaria che illuminò l’occidente quando questo era in pieno medioevo e poi cercai di cominciare a parlare di Baha’u’llah: il promesso di tutte le ere. Questo fece saltare il banco. Cominciò ad alzare la voce dicendo che Cristo era Dio fatto uomo, che gli altri erano dei falsi profeti e che io stavo bestemmiando. Cercai di calmarlo, ma continuò a voce sempre più alta. La nonna scappò e si chiuse in camera a chiave. Infine, si alzò correndo verso la porta dicendo che sarei finito nel fuoco dell’inferno, lasciò l’abitazione scendendo come un matto lungo le scale, perdendo il cappellino. Quando la zia Enrica tornò a casa, i vicini le raccontarono cosa era successo; lei si arrabbiò con la nonna dicendole che noi eravamo liberi di seguire ciò che ritenevamo più giusto e di non organizzare mai più incontri di questo tipo.

 


 

Nell’anno in cui rimasero ad Asmara, Anna Maria e Maria Grazia finirono i loro studi prendendo entrambe il diploma di segretaria aziendale. Giuseppe finì il suo anno all’Istituto per Geometri “Vittorio Bottega” per terminare poi gli studi a Milano al “Cattaneo”, dove studiavo io prendendo il diploma di geometra, per poi iscriversi alla Facoltà d’Ingegneria presso il Politecnico di Milano.

Per sopravvivere in quell’anno ad Asmara, fu utilizzata la liquidazione di nostro padre, i soldi ottenuti dalla vendita del maggiolino della Wolks Wagen ed i mobili di casa. Fecero il viaggio di ritorno come profughi, con la nave Diana, dormendo sul ponte e, dopo esser giunti in Italia, dovettero transitare per diverso tempo in un campo profughi sito in Alessandria, per non perdere il piccolo contributo datoci dallo Stato Italiano.

Essi portarono con sé solo i pochi effetti personali che erano rimasti.

Mentre io studiavo, papà aveva iniziato a lavorare sodo a Cinisello. Partiva la mattina alle sei e rientrava la sera alle sette. Un inizio duro per uno che era stato il direttore dell’ufficio tecnico del Municipio di Asmara.

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Corso Vercelli - Milano

 

Sbarcarono a Napoli dove papà era andato a riceverli e si fecero poi il viaggio in treno fino a Milano, in piedi di notte. Mamma soffriva di sciatica e fu un viaggio infernale.

La famiglia finalmente arrivò e fu un momento di grandissima gioia per tutti.
Una cosa pazza che feci il giorno che arrivarono… portai mio fratello Giuseppe a visitare il Duomo di Milano e l’ultima Cena di Leonardo Da Vinci. Così, cominciò una vita regolare. Quando potevamo, andavamo al cinema in Corso Vercelli. La famiglia si era riunita e così cominciava un nuovo ciclo delle nostre vite: Giuseppe si iscrisse al secondo anno per Geometri al “Cattaneo” e vi andavano insieme in tram. Maria Grazia ed Anna Maria trovarono lavoro con le imprese farmaceutiche Braglia e Ravizza.

 


 

 

Nel 1963 era stato organizzato il primo Congresso Mondiale Baha’i che è stato tenuto a Londra nell’Albert Hall. Fu un’esperienza straordinaria. Mi recai a Londra in macchina con la famiglia Anayati da Milano via Parigi. Visitammo la Torre Eiffel e la città. Com’è straordinaria Parigi con i suoi monumenti, la sua storia e la sua cultura! Poi proseguimmo per Calais dove ci imbarcammo su un traghetto. Raggiungemmo le bianche scogliere di Dover e poi proseguimmo per Londra. Assieme con me vi era Giuseppe Polizzi, un giovane Baha’i di Milano. Avevamo portato con noi due registratori audio di marca Geloso, a bobine. Uno era portatile a batterie ed il secondo a rete. Di giorno, durante il convegno, registravamo, e di notte riversavamo sull’altro più grande. Sono rammaricato che le bobine siano andate perse e con esse le storiche registrazioni.

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I registratori Geloso usati per le registrazioni 
e l’interno dell’Albert Hall dove si tenne il congresso

 

Gli oratori furono incredibili. Parlò il Sig. Samandari, l’unico essere vivente ad aver vissuto vicino a Baha’u’llah, che raccontò di quelle incredibili esperienze.
Parlò Amatu’l-Baha Ruhiyyh Khanum, la vedova del compianto Custode Shoghi Effendi, che parlò della sua vita con il primo Custode della Fede. Parlarono donne e uomini, anziani e giovani,e i rappresentanti di molte etnie. Due furono i momenti che più di tutti mi commossero: il primo fu la presentazione di un gruppo di bambini marocchini, i cui genitori erano stati arrestati in Marocco e condannati a morte per apostasia. Fu un momento di commozione generale. Fu solo l’intervento personale del Presidente degli Stati Uniti John Kennedy con il Re Hassan, Re del Marocco, che permise la sospensione della sentenza e poi la loro liberazione. Quando giunse la notizia ci fu un applauso incredibile.

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Con gli amici Baha'i della Bolivia

 

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L’altro evento fu quello della presentazione dei membri della nuova eletta Casa Universale di Giustizia che era avvenuta qualche giorno prima a Haifa, in Terra Santa, e che avevano poi proseguito per Londra per essere presentati al convegno. Fu un’esperienza incredibile. Noi crediamo che tale Istituzione sarà la futura Istituzione che dirigerà gli affari del mondo intero e vederne nascere il primo embrione era come partecipare all’evoluzione della storia.

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Alla fine del convegno andammo a rendere omaggio alla Tomba del Custode della Fede Baha’i, Shoghi Effendi trapassato a Londra nel 1957. Fu un momento di grande commozione. Lascio ai lettori di entrare nella letteratura baha’i disponibile su internet per approfondire la storia di questo straordinario personaggio che guidò la Causa nella sua espansione in tutto il mondo.

 


 

L’anno prima era stata eletta per la prima volta l’Assemblea Spirituale Nazionale dei Baha’i d’Italia che, fino a quell’anno, era invece quella italo-svizzera. I membri vengono scelti mediante elezioni dei delegati provenienti dalle comunità baha’i di tutta la penisola.

Mio padre Augusto era stato eletto in questa prima Assemblea Nazionale e fu poi eletto per altri ventisette anni fino al suo ritiro per anzianità. Come membro dell’Assemblea Nazionale, ebbe il diritto di recarsi in Israele assieme agli otto membri per partecipare, assieme ai membri delle stesse Istituzioni di altre decine di Assemblee Nazionali del Mondo, all’elezione, per la prima volta nella storia della Fede, della Massima Istituzione che avrebbe diretto gli affari della Causa nel mondo.
L’elezione fu tenuta in un’atmosfera di grande spiritualità senza propaganda, ma scegliendo solo personaggi che lo meritavano per la loro qualità e capacità. Al suo ritorno da Haifa, fu tenuta una conferenza dove poté raccontare a tutta la comunità di Milano ed ai conoscenti questa incredibile esperienza di vita.

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Haifa, Israele, Convenzione internazionale anni 80 
per l’elezione della Casa Universale di Giustizia

 

Qualche esperienza lavorativa

In quegli anni ho potuto anche fare qualche piccolo lavoro che mi ha fatto sperimentare cosa sarebbe poi stata la mia vita nel mondo dell’ingegneria. Ho potuto fare anche un po’ di esperienza lavorativa nei cantieri diretti da mio padre Augusto a Cinisello Balsamo e Muggiò, vicino a Milano, dove ho cominciato a farmi le ossa iniziando con l’incarico di marcatempo, portando la contabilità dei subappaltatori e cottimisti, seguendo i primi getti di calcestruzzo, eseguendo i primi tracciati topografici, tenendo contatti con i nostri progettisti. Ricordo bene l’Ing. Egone Cegnar, l’Ing. Fidanza, l’Architetto Lombardo, l’Ing. Patcheider.

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Stabilmento Amilcare Pizzi a Cinisello 

 

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Getto delle volte sottili postcompresse

Il Geom. Romeo, proprietario della omonima Impresa di Costruzioni, per la quale mio padre ricominciò a lavorare, mi permise di operare nei suoi cantieri. Inizialmente non mi pagava neanche le spese dell’autobus e del pranzo di mezzogiorno. Più il là, però, mi dava qualcosa in nero. Infine, per ringraziarmi per quello che avevo fatto, mi regalò come bonus, una cinepresa 8mm. Agfa, con la quale cominciai a fare dei filmini. Ricordo il filmino della gita sul lago di Como con mio padre, la nonna Celestina e la zia Enrica, partendo con la mitica Fiat 600 da Piazzale Gramsci, che aveva il suo mercato rionale nel centro della piazza che oggi non esiste più.


 

 

In quegli anni crebbe il conflitto causato dalla guerra fredda. Fu abbattuto in Russia, sopra Mosca, l’aereo spia U2 americano; russi e americani si accusavano reciprocamente che gli uni tentassero di attaccare gli altri. L’URSS cercava di influenzare politicamente molti Paesi per farli entrare sotto la loro influenza in opposizione agli USA. Fra questi, vi fu Cuba con Fidel Castro e l’antimperialismo.

Americani e Russi testavano armi sempre più potenti. Fu fatta esplodere una bomba all’idrogeno di cento Megaton. Furono lanciati missili sempre più potenti in grado di trasportare bombe atomiche multiple in grado di raggiungere qualsiasi posto del globo, poi vennero costruiti i sommergibili atomici Polaris in grado di lanciare, da qualsiasi parte degli oceani, missili armati con testate atomiche. Il mondo si stava avviando verso l’olocausto. Poi i Russi cercarono di installare a Cuba missili con testate atomiche puntati sugli Stati Uniti a due passi. Gli americani si accorsero dei trasporti dei missili con foto aeree. Gli Stati Uniti imposero un assedio navale dell’isola per fermare l’arrivo delle navi. Iniziò un braccio di ferro che condusse a due passi dalla guerra atomica. Nikita Krutscev e John Kennedy, alla fine, risolsero il braccio di ferro, le navi cambiarono rotta e ritornarono da dove erano venute. Fu finalmente installato il famoso telefono rosso per contatti diretti istantanei fra Mosca e Washington.

L’integrazione razziale negli Stati Uniti

L’assassinio dei Kennedy

Rimasi scioccato quando sentii nel quotidiano radiofonico, e poi alla televisione, che il Presidente degli Stati Uniti era stato assassinato durante la sua visita a Dallas, mentre transitava con la sua macchina scoperta. Io ero simpatetico verso Kennedy per le azioni che aveva intrapreso al fine di ridurre la disparità razziale negli Stati Uniti trasferendo studenti bianchi nelle scuole dei neri e viceversa, usando la Guardia Nazionale. In quell’epoca era molto forte al Sud il Ku Klux Klan che invece cercava d’impedire che vi fosse eguaglianza razziale. Non si seppe mai chi fu il mandante e chi il vero assassino, ma io sono certo che ciò che decise la sua condanna furono proprio le sue attività in favore dell’amicizia razziale.
Poi venne il turno di suo fratello Bob che era ministro di giustizia. Anch’egli era un paladino della giustizia razziale. Terribile. Il loro assassinio allunga anche l’elenco delle persone della storia uccise perché cercavano di riportare nel mondo un po’ di giustizia. Mi vengono in mente i nomi di Abraham Lincoln, Martin Luther King, Mahatma Ghandi, Tahirih, Benazir Butto e tanti altri.

In un libretto di passi di mistica dal titolo “Le Parole Celate”, Baha’u’llah dice:

O FIGLIOLI DEGLI UOMINI!
Non sapete voi perché vi creammo tutti dalla stessa polvere?
Affinché nessuno esaltasse se stesso sull'altro.
Ponderate costantemente nei vostri cuori in qual modo foste creati.
Poiché vi abbiamo creati tutti da una stessa sostanza, v'incombe d'essere
appunto come un'anima sola, di camminare con gli stessi piedi,
di mangiare con la stessa bocca e di dimorare sulla stessa terra,
affinché dal vostro intimo essere, mercé il vostro operato e le
vostre azioni, possano manifestarsi i segni dell'unicità e della
rinunzia. Tale è il mio consiglio per voi, o moltitudine di luce!
Date ascolto a questo consiglio affinché possiate raccogliere il
frutto della santità dall'albero della meravigliosa gloria.

Tutto questo mi faceva soffrire, considerando che gli scritti baha’i contengono tutti gli elementi utili ad abbattere le barriere che dividono l’umanità e forniscono gli strumenti per rendere questo possibile. Perchè mai l’umanità, che aveva già combattuto due guerre mondiali con la morte di oltre 70 milioni di persone e centinaia di milioni di feriti, e ben 181 guerre nello scorso secolo, continuava a perpetrare una strada opposta a quella dell’amore universale e della pace? Tutto ciò mi convinse sempre di più che la strada tracciata da Baha’u’llah è l’unica che contiene gli strumenti necessari per cambiare direzione e per illuminare il sentiero del cammino dell’umanità.
Le comunità Baha’i nel mondo ne sono la testimonianza palese.


 

Arrivò la cartolina per presentarmi al distretto militare di Milano, per espletare l’obbligatorio servizio militare. Fui destinato alla scuola trasmissioni per sottufficiali a San Giorgio a Cremano, vicino Napoli. Conobbi i miei commilitoni con la stessa destinazione ed in gruppo, con un treno militare, ci recammo a quella destinazione. La caserma era bella e spaziosa con cameroni molto confortevoli.

Rimasi a SanGiorgio sei mesi e poi, in qualità di sergente, fui trasferito a Novara nella Divisione Centauro. Mi ritenni fortunato di passare un periodo del servizio militare dedicato anche allo sport e alla partecipazione ai Campionati italiani militari di atletica leggera a Cagliari nelle gare dei 100 e 200 metri piani e nella staffetta 4 x 200. Terminato il servizio militare, rientrai a casa e cominciai a pensare al mio futuro.

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Caserma Cavalli a Novara – Divisione Centauro

 

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Con il gruppo degli altri atleti della Divisione.

 


 

 

Dopo aver presentato numerose domande a varie imprese di costruzioni, senza ricevere alcuna risposta, decisi di emigrare in Canada. In quel frangente, ricevetti la richiesta dell’Impresa Giuseppe Torno di Milano che cercava un geometra, che fosse fluente nella lingua inglese, da mandare a Trieste dove era in corso la costruzione del Parco Serbatoi e della Stazione di Pompaggio per l’oleodotto Trieste – Ingholstad, la cui direzione dei lavori era stata affidata alla Bechtel International Corporation di San Francisco.

Mi presentai nella sede dell’Impresa di Costruzioni Generale Ing. Giuseppe Torno a Milano in Via Albricci 7. Feci il colloquio con l’Ing. Brescancin, dirigente responsabile di questo lavoro, che diede il suo benestare mandandomi, però, prima a verificare la conoscenza della lingua inglese mediante un colloquio con il Geom. Olivari, un dipendente dell’azienda, esperto in questa lingua. Il colloquio andò bene ed egli diede il suo benestare.
Mentre compilava la scheda con il mio nome, con grande sorpresa mi chiese se venivo da Asmara e ad un mio cenno di assenso, mi disse che aveva lavorato con mio padre al Municipio di Asmara.
Fui quindi assunto dall’Impresa Giuseppe Torno e dopo aver fatto i bagagli, ivi comprese le lenzuola e federe dei cuscini, partii in treno, per Trieste, con mia madre, la quale mi accompagnò alla stazione centrale di Milano in lacrime quando il treno iniziò il viaggio.
Il cantiere si trovava a San Dorligo della Valle, dopo Trieste. Era stata costruita a mare, credo dall’Impresa Farsura, una banchina per l’attracco delle petroliere. A terra occorreva costruire il Parco Serbatoi e la Stazione di Pompaggio.

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Scavatori Dragline Link belt e 
Bulldozer fiat
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Parco Serbatoi come si 
presenta oggi

La costruzione di tutti i lavori civili era stata acquisita dall’Impresa Giuseppe Torno, comprese le fondazioni dei giganteschi serbatoi, gli argini attorno agli stessi per contenere il greggio in caso di incidente. (Se ben ricordo, una decina di anni dopo, vi è stato un attentato terroristico dei fedayn e, grazie agli argini che contennero il greggio, il danno fu limitato.)
È stata una bella esperienza di lavoro. La vita in cantiere era dura, ma fu un’ottima scuola.


 

Rimasi in questo cantiere un anno. La Società Torno aveva nel frattempo vinto la gara di appalto internazionale per la costruzione di una strada in Zambia – Africa Australe - della lunghezza di 180 miglia. Mi fu chiesto se ero disponibile a recarmi in quel paese. Ne parlai con la mia famiglia a casa e, nonostante il dolore di vedere un figlio allontanarsi di parecchio, sapendo che il richiamo dell’Africa natale era forte, mi fu data la benedizione.
Lasciai indietro anche la comunità Baha’i italiana che era nella sua giovinezza, perché il richiamo dell’Africa, dove si trovavano le mie radici, era divenuto troppo forte.

Era il 1966. Inizia qui un primo periodo di otto anni in varie località dello Zambia, quello spettacolare Paese che era divenuto indipendente da pochi anni, per proseguire poi in molti altri Paesi del mondo.
Prima di partire ebbi l’onore di conoscere personalmente Giuseppe Torno, un imprenditore che si era fatto con le proprie mani e con coraggio, nel cui curriculum vi era la costruzione di grandi opere d’ingegneria in Italia ed all’estero, specialmente nel campo degli impianti idroelettrici.

Ricordo le sue raccomandazioni: Primo: Lavorare bene e secondo quanto previsto dai capitolati tecnici. Secondo: mantenere i programmi dei lavori concordati. Terzo: Rispettare le disposizioni della Direzione Lavori. Quarto: Rispettare il personale dell’impresa che è vitale nei lavori da eseguire. Quinto: Preoccuparsi dell’aspetto economico dei lavori dato che l’impresa deve guadagnare. Mi disse che se avessimo rispettato le prime quattro regole, la quinta sarebbe stata più facile da mantenere e migliore la predisposizione del cliente verso richieste economiche.
Io ero giovane e forse non mi resi conto di quanto mi stesse dicendo. Sarò sempre grato a Giuseppe Torno per avermi instillato quei principi e raccomandazioni che feci miei e che ho poi messo in pratica nei decenni successivi.

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Ricordo il primo volo della mia vita con un aereo della B.O.A.C. L’aereo era un Super VC 10 della Vickers con 4 motori in coda. Il volo da Milano a Londra e poi Lusaka richiese ben 12 ore, con una sosta a Nairobi.
Volammo sopra il deserto del Sahara. Fu una impressione straordinaria. Una estensione di sabbia e rocce per migliaia di chilometri e pensare che migliaia di anni fa al suo posto vi erano foreste. Ora il Sahara sta avanzando di circa 10 km l’anno.
Quando atterrammo a Nairobi e scesi dall’aereo per la sosta, sentii l’odore tipico della terra d’Africa e vidi un gran numero di persone di colore: sensazioni che mi riportarono, nella mia mente, ai diciotto anni trascorsi nella terra d’Eritrea.
Arrivammo a Lusaka la mattina presto, assieme ad altri colleghi che si recavano in quel cantiere, fra cui il meccanico per impianti di frantumazione, certo Sig. Mastellotto.

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Mi colpì la bellezza del clima. Eravamo su un altopiano a circa 1000 metri di altitudine, in piena savana. Lusaka era una bella cittadina di stile inglese, con belle strade asfaltate contornate dalle bellissime giacarande.
Negli anni trascorsi in Zambia ebbi l’opportunità di vistare tutto il Paese e le sue straordinarie bellezze, parchi nazionali, fauna di cui parlo in altro capitolo.
Qui conobbi anche colei che divenne poi mia moglie e con cui ho condiviso la vita insieme.
Ci portarono agli uffici della società Torno in Connaught Road, dove conobbi l’Ing. Giacomo Marcheselli che fu poi il mio maestro in quegli anni.

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Uffici della Società Giuseppe Torno a Lusaka

 

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Planimetria ed immagini di Lusaka

 

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immagini di Lusaka

Alloggiammo al Ridgeway Hotel. Ricordo che mangiammo un piatto tipico: “Chicken in the basket Piri Piri”: pollo con una salsa a base di “piri piri”, un peperoncino assai piccante, contornato da patate fritte.

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Finalmente cominciò il viaggio in macchina per la località di Fort Jameson – oggi Chipata. Questa è una bella cittadina dove vivevano sostanzialmente dei farmisti europei, vecchi coloniali che rimasero in zona dopo l’indipendenza. Il viale principale era contornato da giacarande ed acacie che in fiore erano stupende.
Si trovava a pochi chilometri dal confine con il Malawi dove iniziava l’avventura della costruzione di una strada senza fine, fino a raggiungere la località di Nyimba in direzione Lusaka 163 miglia, quasi 263 chilometri.

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Cittadina di Fort Jameson, oggi Chipata

 

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Confine Zambia - Malawi dove iniziarono i lavori

 

l viaggio fu assai avventuroso. La strada che portava da Lusaka a Fort Jameson era per la maggior parte in terra battuta. Percorremmo circa 1000 chilometri. Eravamo in tre su un pick up che era stato caricato con attrezzature per l’officina da portare in cantiere.
Durante il percorso dovemmo superare dei guadi e, dal momento che era piovuto, abbiamo dovuto aspettare molte ore in attesa che l’acqua scendesse. Il territorio attraversato era molto ondulato ed il panorama straordinario. Le variazioni di colore, una vegetazione incredibile, e molti animali che ogni tanto attraversavano la strada davanti a noi.
La strada aveva dei rettilinei incredibili di decine e decine di chilometri che salivano e scendevano su queste straordinarie colline. Il clima assolutamente fantastico, temperato e asciutto.
Attraversammo il grandissimo corso d’acqua del fiume Luangwa, dove saremmo ritornati qualche mese dopo per collaborare con il Ministero dei Lavori Pubblici, dato che il ponte esistente fu abbattuto con l’esplosivo, fatto probabilmente da ricondurre a qualche movimento di liberazione del Mozambico. La strada in quel punto passa molto vicina al confine e veniva spesso usata dai portoghesi per portare rifornimenti alle proprie truppe che combattevano la guerriglia. Su quel fiume poi sono ritornato molte volte quando visitavo i parchi nazionali e l’ho percorso in barca per andare a pescare con i miei amici della direzione lavori.

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Vittorio sulle strutture crollate del ponte sul Luangwa

Dopo aver attraversato il fiume Luangwa, arrivammo a Nyimba che era il villaggio dove terminava la strada da costruire.

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Villaggio di Nyimba

Successivamente arrivammo a Petauke, un paesino più grande di Nyimba.

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Piccoli negozi lungo la strada a Petauke

 


 

 

Cinquanta miglia più in là, trovammo la cittadina di Katete. I negozietti che si trovavano lungo la strada erano spesso gestiti da indiani che si erano trasferiti in Zambia. Molti avevano delle macchine da cucire a pedale e producevano vestiario.
La strada era sempre in terra battuta rivestita da una materiale quarzitico o di laterite. Ogni tanto beccavamo una buca e saltavamo per aria. Scoprimmo poi che le buche si chiamavano Pot Holes (Pignatte) e venivano formate dal traffico che transitava sulla strada.
Un'altra caratteristica che ti scuoteva il cervello erano le vibrazioni prodotte dalle ondulazioni (corrugations) molto fitte che si formavano trasversalmente e che si trasmettevano al veicolo. Per ultimo, vi era la polvere, sollevata dai veicoli che precedevano o che ci incrociavano, che rendeva praticamente impossibile vedere dove si andava. Se non si stava attenti, vi era il rischio di finire dentro le cunette laterali costruite per raccogliere l’acqua piovana che scorreva attraverso la strada. Spesso era impossibile sorpassare i camion dato che non si vedeva nulla e si rischiava di andare a sbattere contro un veicolo che procedeva dal lato opposto.

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Donne che vendevamo prodotti della terra

Arrivammo al campo di Fort Jameson in tarda nottata, stanchi e distrutti, ma felici di aver finalmente raggiunto la tanto agognata meta. Nella notte, fummo ricevuti dal Sig. Elianti, capo officina che sentì l’arrivo del veicolo e ordinò alla guardia di aprire la sbarra.
Un’avanguardia di altri tecnici era già in zona, fra cui il capo campo Sig. Jori. Avevano preso in affitto subito fuori città un vecchio albergo abbandonato monopiano che divenne la nostra residenza per circa un anno, prima del trasferimento ai campi avanzati, Katete e Petauke.

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Alloggi a Fort Jameson

 

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La mia prima macchina, una morris minor

Fu messo in piedi anche il villaggio vero e proprio con officine, magazzini, uffici che qui sotto si vede dall’aereo.

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vista erea

Fu costruito il campo per la Direzione Lavori, la “Wilson and Murrow”, che aveva anche compilato e mandato in Gara Internazionale il progetto esecutivo. Gli alloggi erano con prefabbricati della ditta IMO, spediti dall’Italia. Il campo della direzione lavori comprendeva alloggi per i dipendenti, uffici e laboratori.
Il direttore lavori si chiamava Mr. Reginald Lloyd, un vecchio ufficiale inglese alto, con i tipici pantaloni corti, alla zuava, molto severo ma gentiluomo. Coltivammo una forte amicizia con lui e con la sua famiglia. Alla fine dei lavori rientrò in Sud Africa. Il direttore della sede di Lusaka della Wilson and Murrow si chiamava Mr. Roy Robinson.

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Al confine con gli Ing. Enrico Bertinelli, 
Giacomo Marcheselli e Saverio Fabozzi

 

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Iniziano i primi rilievi – Sullo sfondo il geom Paolo Fortini

La Rodesia del Nord, oggi Zambia e la Rodesia del Sud, oggi Zimbabwe, restano famose nella storia delle imprese di costruzione italiane in quanto negli anni ‘50 il consorzio Impresit Kariba si aggiudicò la costruzione della diga di Kariba sul possente fiume Zambesi che faceva da confine fra le due Rodesie. Fu il primo grande lavoro acquisito all’estero dalle imprese italiane che fece da trampolino per l’acquisizione e costruzione di opere d’ingegneria in tutto il mondo negli anni a venire. Io visitai la diga di Kariba rimanendone stupefatto.

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Diga di Kariba sul fiume Zambesi con le paratoie aperte 
e il sottoscritto

 

I miei dirigenti d’allora venivano da quella scuola che si era formata nei grandi lavori fatti in Italia e poi a Kariba. Ad esempio, il compianto Ing.Marcheselli era capo diga, l’Ing. Fabozzi era direttore centrale con la responsabilità di molti lavori e il compianto Ing. Bertinelli era il responsabile della Società Torno per i lavori all’estero, mentre l’Ing. Zanon responsabile per i lavori in Italia.
Da loro ho appreso molto.
Mentre stavamo sistemando la logistica, la costruzione dei magazzini, officine, mensa, uffici, ecc. cominciavano ad arrivare in cantiere macchinari, impianti, materiali da costruzione, ricambi ecc.
Io non sapevo guidare, ma in quel periodo i miei colleghi mi aiutarono ad imparare, feci gli esami e presi la parente zambiana che poi, al ritorno in Italia, convertii in patente italiana.
Una parte di macchinario fu acquistato nuovo: pale gommate Euclid, motorscraper Euclid, motorgrader Caterpillar, bulldozer Caterpillar, pale gommate caterpillar, dumper Euclid, autovetture Land Rover ecc., rulli gommati Albaret, rulli a piè di pecora Massey Fergusson, scavatori gommati Poclain, autobotti per l’acqua, rulli gommati Albaret.

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Quindi via ferrovia fino alla città di Blantyre e poi vicino a Lilongwe. Da qui il materiale veniva caricato su camion e carrelloni e trasportato fino a Fort Jameson. Al confine veniva fatto lo sdoganamento, di cui era responsabile il Sig. Bensaia.
Molto del macchinario arrivò dall’Italia. Era stato imbarcato a Genova e spedito via mare fino al porto di Beira, nell’allora Mozambico. Da qui proseguì via ferrovia fino in Malawi da dove continuò per strada con mezzi propri o caricato su cartelloni fino al cantiere.
Occorreva andare a Beira a renderci conto di come trattavano il macchinario. Andammo fino a Blantyre via terra e poi via aerea fino a Beira. L’aereo era un Fokker 27 utilizzato anche per atterrare su piste in terra battuta. Beira era una bella cittadina con strade alberate. Il porto molto efficiente. Naturalmente in Mozambico erano in corso scontri fra la guerriglia gestita dal movimento di liberazione di Frelimo e le truppe portoghesi.

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Porto di Beira in Mozambico oggi chiamato Maputo

Vi erano anche problemi con disponibilità di energia elettrica. Il paese utilizzava la corrente prodotta dall’impianto idroelettrico costruito sullo Zambesi che prende il nome di Cabora Bassa. La corrente elettrica generata era del tipo continuo, trasportata mediante linee aeree che utilizzavano cavi di alluminio e non di rame. La corrente veniva poi trasformata in alternata vicino ai punti di utilizzo. Buona parte della corrente andava al Sud Africa che aveva contribuito alla costruzione della diga. Frelimo colpiva spesso le linee di trasmissione elettrica per danneggiare il Mozambico ed il Sud Africa e per spingerli a rinunciare al possedimento coloniale. Il Mozambico divenne indipendente negli anni ‘70 con la caduta della dittatura in Portogallo.
Il primo Presidente fu Samora Machel che era a capo di Frelimo. Vi era anche un altro movimento che prendeva il nome di Renano. I due movimenti poi cominciarono a combattersi per prendere il controllo del potere del paese.


Vi è una storia interessante relativa alla diga di Cabora Bassa. La zona dove venne fatta la diga era un’area di rapide che prendevano il nome di Kebra Basa. Stranamente quest’area è legata a Livingstone, un grande esploratore.

Quando Livingstone scoprì le Cascate Vittoria più a Ovest, cercò una strada per raggiungere Beira e poter poi risalire il fiume dalla foce dello Zambesi.

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Area Cascate Vittoria 
con il ponte in ferro
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Hotel a Livingstone

 

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Cascate Vittoria sul fiume Zambesi

 

Costui scendeva a piedi lungo lo Zambesi, ma quando arrivò nella zona della diga, il fiume faceva un’ampia curva che egli cercò di evitare tagliandola via per guadagnare tempo. I pescatori meticci portoghesi, che conoscevano bene la zona, lo misero in guardia sul problema delle rapide. Livingstone però non ascoltò e proseguì per Beira. Nel frattempo incontrava colonne di schiavi che venivano portati al porto per essere spediti nelle Americhe. Lui rimase sconvolto del traffico degli schiavi e pensò di rientrare in Inghilterra per proporre al governo inglese due grandi progetti: il collegamento via fiume fra Beira e le cascate Vittoria e il progetto per eliminare la schiavitù. Convinse il governo a finanziare la costruzione di una nave piccola smontata da assemblare dentro il porto di Beira. Caricò la nave su navi maggiori, la trasportò al porto di Beira, la montò e iniziò il suo viaggio via fiume verso le Cascate Vittoria. Naturalmente quando arrivò nella zona delle rapide di Kebra Basa dovette rinunciare e tornò indietro fino ad incontrare il fiume Shire che portava verso il lago Nyassa (Malawi). Anche qui, dopo un po’ di chilometri, incontrò le cascate di Murchisson. Dovette smontare la nave, portarla via terra fino a superare le cascate e raggiungere poi il lago Malawi. Il suo progetto iniziale era fallito.
Sul secondo tema, quello della schiavitù, egli propose il progetto delle “3 C”: cristianità, civiltà, cultura. Mettendo in pratica questi tre temi, egli avrebbe abolito la schiavitù. Il governo inglese e, subito dopo, molte nazioni europee adottarono il progetto. Però come dice il grande storico inglese Faulkner, le 3C divennero 1 C: “Conquista” per cui, in poco più di venti anni, cinque nazioni europee ed un privato conquistarono letteralmente tutta l’Africa, avviando un progetto colonialistico che è poi durato per oltre ottanta anni. Il privato, che fu il re Leopoldo del Belgio, divenne il proprietario personale del Congo. Anche qui Livingstone fallì.
Naturalmente, non vi è due senza tre. Egli cercava di stabilire quali fossero le sorgenti del Nilo. Pertanto, si spinse a Nord, in quello che è oggi il territorio dello Zambia. Dopo anni di silenzio fu mandato in Africa il famoso giornalista del New York Herald, Henry M. Stanley a cercarlo. È noto il famoso incontro in un villaggio africano quando Stanley, vedendo Livingstone, disse: “Dr. Livingstone I presume?” (Presumo che lei sia il Dr.Livingstone). Stanley non riuscì a convincere Livingstone a tornare indietro. Egli proseguì fino a giungere vicino al Ruanda per poi tornare indietro fino alle paludi del lago del Bengwelu dove morì il 1° maggio del 1873, apparentemente a causa del dissanguamento da emorroidi. La località era originariamente Chitambo nel Barotseland, oggi Zambia.

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l suo cippo si trova poco prima del lago. Il suo corpo fu però poi portato in Inghilterra e sepolto nella cattedrale di Westminster nel 1874. Il suo cuore e le viscere sono invece sepolte nella terra d’Africa che lui tanto amava.
Tornando ai lavori di costruzione della Great East Road, arrivò il capo cantiere, il Geom. Sist, che avevo conosciuto a Trieste. Vi rimase per circa un anno, quando poi sopraggiunse il Geom. Giuseppe Ruzzi che era anche stato a Kariba, sullo Zambesi, dove le imprese italiane realizzarono la prima grande opera d’ingegneria idraulica all’estero.
Cominciò ad arrivare anche il personale italiano: numerosi tecnici, fra cui ricordo:

Assistente Lorenzet ai Movimenti terra e sottofondazioni;

Assistente Guastaferro alle Opere civili;

Assistente Bruno Bruni ai Calcestruzzi;

Elianti, Capo officina;

Turchetto, Capo magazziniere;

Mastellotto agli Impianti di frantumazione;

Ing. Massarotti per l’Officina;

Ing. Roberto Caudano, Responsabile dei servizi meccanici;

Sig. Cominotto, Responsabile per gli impianti di frantumazione;

Assistente Gustinelli ai Movimenti terra;

Assentente Marcelli ai Movimenti terra;

Assistente De Lorenzi alle Opere d’arte;

Assistente Vitale alle Opere d’arte;

Geom. Gianpaolo Fortini, Topografia;

Geom. Martignago, Ufficio tecnico - Contabilità;

Geom. Lodi, Ufficio tecnico e Topografia;

Geom Boni, Ufficio tecnico e Topografia;

Geom. Vallese, Ufficio tecnico e Topografia;

Rag. Granchelli, Responsabile amministrativo;

Rag. Kamal Zulfa, Amministrazione;

Rag.Perona, Amministrazione e Contabilità;

Ibrahim El Fatih, contabilità di magazzino.

 

Mi scuso se non menziono tutti, ma sono passati numerosi anni. Alcuni di loro sono trapassati, ma riserbo sempre nel mio cuore un grandissimo ricordo.
Arrivarono anche numerosi operatori di macchine pesanti e meccanici che, con il passare dei mesi, vennero sostituti da operatori e meccanici locali, man mano che questi apprendevano il mestiere.
Cominciarono anche ad arrivare uomini per il personale della direzione lavori, fra i quali ricordo:

Roy. W. Robinson, Direttore di area;

Reginald M. Lloyd, Direttore dei lavori residente;

Mc Alpine, Progettista;

Vernon Kent, Assistente del direttore dei lavori;

Loutjie Taljaard, Laboratorio materiali e Controllo qualità all’esterno;

J.H. Boylett, Progettista;

D. Tucker, Progettista opere civili;

Henry Seville, Laboratorio materiali;

E. Foster, Assistente supervisione ai lavori;

V. Ough, Assistente tecnico;

Chris Manchett, Topografo;

L.C. Salimi, Topografo.

Non appena sistemati logistica, mensa ed uffici ed arrivati gli strumenti topografici, individuammo sul terreno il tracciato dell’asse ed i capisaldi posati dalla direzione lavori.
Da un controllo sommario ci rendemmo conto che le sezioni del terreno non corrispondevano pienamente ai disegni del contratto e, siccome queste erano la base per la contabilità dei movimenti terra, che erano pagati a misura, la direzione decise di dover rilevare nuovamente a terra le sezioni del terreno.
Un lavoro enorme dato che le sezioni erano una ogni 30 metri per una larghezza di 30 metri per lato. Vi erano da rilevare ben 9000 sezioni. Fummo incaricati io ed il Geom. Fortini, il quale nel frattempo cominciò anche a tracciare e posare le modine per l’esecuzione dei movimenti terra. Dal momento che ci si spostava in continuazione, ci organizzammo con alcune roulottes che spostavamo man mano che la distanza diventava eccessiva. Per incentivarci, ci fu inoltre dato un contratto a cottimo che stabiliva un minimo di determinate sezioni al giorno. Per quelle in più ci veniva dato un tanto a sezione. Intascammo dei bei soldi perché partivamo alle cinque di mattina e rientravamo con il buio.

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La mattina dopo una land Rover portava al campo base i libretti di campagna che andavano restituiti e le sezioni disegnate, su cui venivano poi montate le sezioni dei rilevati e fatti i calcoli delle aree ed il calcolo dei volumi.

Potemmo lavorare all’asciutto perché era appena finita la stagione delle piogge.

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Uno dopo l’altro partirono i lavori: disboscamenti, movimenti di terra, tombini, opere d’arte, ponti, pavimentazioni. Quelli di asfaltatura furono invece subappaltati ad una ditta locale che aveva realizzato numerose strade in Kenia.
Per la descrizione dettagliata e immagini dei lavori vi rimando allo specifico capitolo nella cartella contenente i lavori eseguiti, e seguito invece a raccontarvi episodi di questo periodo della mia vita.
I lavori assunsero un buon ritmo, furono aperte le cave di roccia per la produzione di inerti, in cui furono installati gli impianti di frantumazione che producevano il misto per la base della strada, gli inerti per la pavimentazione bituminosa e gli inerti per i calcestruzzi. Furono anche sistemati gli impianti di betonaggio e gli impianti per la produzione di asfalti, nonché aperte le cave naturali di quarzite o laterite per la costruzione della sotto base e spalle. Tutte queste strutture, diciotto in tutto, venivano disposte qualche mese prima dell’arrivo dei lavori principali.

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Una delle numerose Cave di roccia

 

Si procedeva con il disboscamento, poi i movimenti di terra per creare una livelletta uniforme eseguendo rilevati, scavi e curve sopraelevate. Poi seguiva la squadra che realizzava le opere idrauliche, tombini in cls e in tubi corrugati tipo Armco.

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Motorscraper per i movimenti 
di terra
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Tombini tipo Armco

 

In seguito, agiva la squadra che eseguiva la sottobase e la base e successivamente una squadra realizzava la pavimentazione bituminosa. Per ultimo, lavorava la squadra che realizzava le finiture, la segnaletica orizzontale e verticale. In anticipo su tutti, vi era la squadra che realizzò i pochi ponti previsti, alcuni dei quali con le travi in acciaio ed altri con travi prefabbricate in calcestruzzo.

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Davanti a questi, tuttavia, procedeva una squadretta che preparava i campi avanzati, cosicché i lavoratori e i tecnici potevano trovare campi ed alloggi confortevoli e ben organizzati. Era importante avere l’acqua e attraverso il Ministero dell’Agricoltura furono recuperati i vecchi pozzi abbandonati dagli agricoltori che furono riperforati, ripuliti e riattivati. L’acqua era ottima e veniva solo clorinata.
Quando il lavoro prese il suo ritmo, si riusciva a produrre mezzo chilometro al giorno di strada finita.

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Lentamente ripercorremmo il percorso che feci venendo da Lusaka nel primo viaggio per raggiungere il confine con il Malati: Katete nella cui zona scoprimmo delle farm dove veniva coltivata frutta di tutti i tipi, poi il villaggio di Petauke ed infine Nyimba.
Avevamo messo in piedi un sistema radiofonico con radio installate nei campi e nelle auto così da poter comunicare con facilità.

Il barbiere

Dopo qualche mese dal nostro arrivo, avevamo una zazzera da far paura! Non sapevamo come fare per tagliarci i capelli e ci mancava il solito carpentiere che si era portato da casa la macchinetta. Decidemmo quindi di far visita al barbiere locale della città di Fort Jameson. Si trovava sotto un’acacia con una sedia scassata di legno. Eravamo in quattro. Per primo si sottopose al taglio un meccanico. Dopo aver visto il risultato, sembrava essere divenuto l’ultimo dei Mohicani con una striscia di capelli al centro, decidemmo che sarebbe stato meglio attendere l’arrivo in cantiere di qualche operaio con relativa macchinetta. Così fu.


Molti si comperarono l’autovettura per poter essere indipendenti. Io acquistai una Land Rover nuova del tipo corto. Qui però mi imbattei in una disavventura. Andai a Lusaka a ritirare la vettura che avevo ordinato e pensai di celebrare l’avvenimento invitando a cena la segretaria dell’ufficio di Lusaka, Lidia Galitzin. Andammo al Ridgway Hotel dove parcheggiai la nuova land Rover e consumammo un’ottima cena.

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Quando tornammo a prendere la macchina, vi fu la sorpresa amara di scoprire che era stata rubata. Aveva dieci chilometri. Ero inferocito. Prendemmo un taxi, accompagnai Lidia a casa ed andai alla polizia per fare la denuncia. Questa mi accompagnò in direzione nord dove solitamente venivano portate le vetture rubate per essere vendute in Zaire. Trovammo la macchina dopo una trentina di chilometri. Il ladro aveva perduto il controllo della vettura ed era finito contro un palo della luce in cemento.
La macchina era distrutta e il ladro era morto. Feci caricare la macchina su un carro attrezzi e la portai in cantiere. Fu un disastro anche perché non avevo ancora stipulato l’assicurazione e persi quindi tutto. Un mese dopo, rientrando dal cantiere, trovai una Land Rover della Polizia che aveva avuto un incidente e riuscii a procurarmi il motore, cambio e portiere per poter ricostruire la mia land Rover che utilizzai per alcuni anni.

 

Lo Zambia è una piattaforma ad una altitudine di circa 1000 metri, con clima temperato e savana. È ricco di acqua con i suoi fiumi: lo Zambesi,il Luangwa, il Kafue ed altri. Ha dei bellissimi parchi: il Parco Nazionale del Luangwa, quello del Kafue ed altri. Sono delle riserve meravigliose con una ricchezza di fauna incredibile. Quello del Luangwa si trova fra due catene di monti al centro delle quali corre il fiume. Vi erano almeno 100.000 elefanti, gazelle, impala, puku, kudu, coccodrilli, leoni, giraffe, zebre, gnu, sable antilope, roan antilope, scimmie, ippopotami, facoceri, wild dogs, rinoceronti bianchi e neri, ceetah, leopardi ecc. ed una varietà incredibile di uccelli.

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Zambia – Parco Nazionale del Luangwa

 

Potete vederne le immagini nel capitolo de "Il mondo da me visitato"

Quando avevamo del tempo libero andavamo a visitare questi parchi nazionali. Erano disponibili anche degli alloggi dove si poteva trascorrere la notte. A scelta si poteva anche prenotare una guida dei cacciatori bianchi o guardie del parco.

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L’accesso ai parchi era costituito da pontoni trascinati manualmente mediante delle leve che lavoravano su due cavi di acciaio.


 

Una volta, durante una visita al Parco Nazionale del Kafue, assieme al mio amico Paolo Fortini, incappammo in una disavventura. Ci eravamo messi su una collina ed esploravamo con il binocolo il territorio sottostante per vedere che vi erano animali solo relativamente pericolosi. Notammo soltanto zebre, giraffe ed antilopi. Decidemmo pertanto di scendere in basso e camminare lungo il fiume per scattare delle foto. Mentre risalivamo il fiume lungo la sponda orientale, Paolo grida: “Un leopardo!” e schizza come una molla su una pianta che si trovava lì vicino. Io punto il binocolo nella direzione da cui avanzava velocemente un’ombra. Istintivamente lascio il binocolo e lancio verso l’animale, che si stava avvicinando rapidamente, la borsa nera contenente la macchina fotografica e gli obbiettivi. L’animale, probabilmente vedendo tale strana macchia nera, si è inchiodata emettendo un potente ruggito che mi fece raddrizzare i capelli in testa. Allo stesso tempo feci come il mio amico Paolo, schizzai su una pianta per rendermi conto, appena salito, che non era verticale ma era inclinata, cosa che avrebbe permesso alla bestia in questione di salire con un solo balzo. Persi gli occhiali e vedevo tutto sfocato, non mi rendevo conto di quello che stava avvenendo. Si trattava di una leonessa. Anzi, erano due leonesse con i piccoli che stavamo incrociando. Di qui la reazione. Eravamo saliti su piante spinose per cui sanguinavamo da tutte le parti ed eravamo attaccati da decine di mosche (hippo flies) che ci stavano mangiando vivi. Le leonesse poi si allontanarono passando dietro un termitaio gigante. Non avendo la certezza di dove si trovassero, rimanemmo sulle piante una buona ora e poi lentamente scendemmo e recuperammo la vettura sani e salvi. Non avremmo dovuto scendere dalla vettura ed avventurarci a piedi… Recuperai peraltro anche le mie macchine fotografiche!

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Famiglia di leoni che consumano il pasto 
con la loro ultima vittima

 


 

 

Chris era un topografo della direzione lavori. Divenimmo amici. Era stato assunto localmente. Una volta mi invitò a colazione e mi preparò baked beans on toast (fagioli cotti in salsa di pomodoro dolce su pane tosato.) Ne mangiai per rispetto, ma per me era una emerita schifezza inglese. Negli anni successiv,i dopo aver conosciuto mia moglie, cominciai a farci il palato! Chris veniva dall’Inghilterra. Apparteneva ad una famiglia nobile. In casa aveva le foto del re e della regina. Era venuto a piedi dall’Inghilterra attraversando tutta l’Africa e fermandosi per un po’ di tempo in un lebbrosario in Ethiopia. Aveva un cappellaccio trovato nel lebbrosario che mi voleva regalare, ma che rifiutai. Amava i serpenti e aveva un serpentario nel quale entrava a piacimento. Ogni tanto si beccava qualche morso. Una volta volle farmi provare la sensazione di un serpente innocuo attorcigliato attorno al braccio. Acconsentii. Fu una sensazione strana, non era viscido ma assai ruvido e le spirali avevano una forza incredibile stringendomi il braccio in una morsa. Poi finalmente me lo fece scivolare via.
Una volta andò a caccia di facoceri con solo un ascia. Fu fortunato di non trovarne perché credo che vi avrebbe lasciato le penne.
Anni dopo divenne un cacciatore bianco. Dalle ultime novità ricevute, se vere, apparentemente si trovava nel nord della Tanzania vivendo in un tucul africano con una donna locale. Conoscendolo, la notizia non mi sorprese.

I Cacciatori bianchi

In quegli anni, molti europei ed americani venivano in Africa per partecipare ai safari di caccia a pagamento (assai costosi). Venivano alloggiati campi organizzati e dei cacciatori (bianchi – ex coloniali) li accompagnavano ad abbattere le prede per le quali avevano pagato ingenti somme. Naturalmente, anche i cacciatori bianchi a volte rischiavano la pelle. Norman Carr, ad esempio, fu ferito gravemente da un bufalo. Una volta, un mio amico, un cacciatore bianco di origine danese, accompagnò un cliente europeo che in quell’occasione ferì gravemente un ghepardo. Le regole prevedevano che le bestie ferite non potevano essere lasciate libere ed andavano rintracciate ed uccise. Lo seguirono localizzando le tracce nella savana con erba alta fino a quando, uscendo in una radura, il ghepardo, accucciato in mezzo all’erba, si alzò sulle zampe posteriori e con le zampe inferiori letteralmente massacrò il viso del cacciatore bianco a cui poi in ospedale diedero oltre cento punti. Egli allora smise di cacciare. Il ghepardo fu abbattuto con una doppietta da una delle guide africane con il gruppo che gli sparò a bruciapelo. Un'altra volta accadde che un leone ferito piombò addosso al cacciatore bianco e con una zampata gli fece un’incisione lungo tutta la gamba. Il cacciatore bianco su cui il leone ferito si era avventato cercò con il fucile a pallettoni di abbatterlo a distanza ravvicinata senza avervi successo. Vi riuscì ancora una volta un povero tracker di colore che abbatté il leone ferito salvando il cacciatore bianco.

Norman Carr poi si convertì e divenne guida per safari fotografici.

Un vecchio leone

Io ho avuto numerose occasioni di avvicinarmi ad animali selvatici. Una volta ero abbastanza vicino ad un coppia di elefanti con il piccolo, ed il maschio si era messo sulla difensiva pronto ad attaccare, al minimo cenno di pericolo, strani intrusi che avevano un odore assai differente da quello cui erano abituati. Un’altra volta ero vicinissimo a due giraffe che però, pur guardandomi dalla loro altezza, non si scomposero più di tanto. Con i felini invece rimanevo sempre a grandi distanze perché molto pericolosi.
Una volta in un villaggio vicino al cantiere vi fu un incidente dove un leone già vecchio, non potendo più andare a caccia, si era messo ad attaccare le vacche di un villaggio, sbranandone alcune. Allora gli fu data la caccia e non passò molto che venne trovato ed ucciso dai guardiacaccia del parco. Io ero in zona e potei quindi vedere e toccare da vicino il re della foresta. Aveva i canini molto consumati ma gli artigli erano affilatissimi. Aveva anche una bella criniera.

 

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La presenza di una gran quantità di fauna ed un campo di operai da nutrire mi spinse anche ad acquistare tre fucili, una doppietta per l’uccellagione Westley Richards e due carabine 9.3 mm: una Huskvarna con un otturatore molto semplice tipo mauser ed una Winchester con un otturatore molto sofisticato. Dopo aver acquistato le relative licenze, mi organizzai; nei fine settimana mi recavo con la land Rover ed amici nelle aree di caccia. Abbiamo cacciato di tutto: galline faraone, antilopi piccole e grandi, bufali, facoceri, coccodrilli. Era un’attività a rischio, in particolare quando si andava a caccia di bufali. Tentammo di andare anche a caccia di leopardi di notte, ma senza successo. Non riuscimmo mai ad arrivare a tiro. Vi andavo con un meticcio, grande cacciatore e tracker, uno che è in grado di seguire le tracce degli animali guardando le impronte sul terreno o i rami rotti dei cespugli. Sfortunatamente qualche anno dopo, cercando di attraversare il fiume Luangwa in piena, appeso alle funi che tirano solitamente il pontone quando è fermo, data la grande corrente causata da recenti piogge, scivolò nell’acqua e fu letteralmente mangiato dai coccodrilli.

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La carne dei bufali era veramente ottima e, dopo essere stata tenuta sott’aceto per qualche ora, veniva seccata a strisce dentro una zanzariera per tenerla lontana dalle mosche. Il prodotto finale che prende il nome di biltong, è secco e si mastica. È assai squisito.
Anni dopo, quando mi sposai, decisi che era meglio lasciar perdere la caccia e divenire in effetti un protettore della fauna, facendo anche molte conferenze nelle scuole, proiettando programmi di immagini sui parchi nazionali.
Purtroppo, oggi molte specie di animali sono a rischio di estinzione come i rinoceronti, che vengono uccisi per recuperarne il corno perché considerato afrodisiaco.
Nel Parco nazionale del Luangwa sono rimasti solo 5.000 elefanti dei 100.000 presenti negli anni ‘60. Nel capitolo dei paesi visitati, alla voce Zambia è anche riportata qualche immagine del libro della famiglia Hamilton dal titolo Battaglia per gli elefanti. Vi trovate, oltre che immagini orrende sul massacro di elefanti e dei cacciatori di frodo, le statistiche relative alla diminuzione della massa degli elefanti d’Africa per lo sfruttamento del traffico dell’avorio.
In effetti, quello che mi convinse a smettere furono due quasi disastri con un bufalo ed un elefante. Mi trovavo a caccia a sud del fiume Luangwa fuori dal Parco Nazionale. Era tutta la mattina che cercavamo di avvicinarci ad un branco di bufali ma senza successo. Siccome sapevamo che stavano per recarci dentro il parco nazionale attraversando un fiume secco, facemmo una lunga corsa di chilometri by-passando il branco ed attendendolo in una pianura soggiacente il fiume asciutto. Attendemmo nascosti dietro dei cespugli fino a che il branco arrivò. I bufali cominciarono a scendere uno alla volta lungo una scarpata. Sparai al primo che, colpito al cuore dal fianco, si abbatté al suolo. Poi sparai ad altri due bufali colpendoli bene. Però, la vitalità del primo bufalo fu tale da farlo rialzare e caricarmi. Ero inginocchiato, tentai di ricaricare il fucile, ma il proiettile si inceppò nel complesso otturatore della carabina Winchester. Mi si congelò il sangue. Il bufalo mi stava caricando quando, a circa 30 metri, si abbatté al suolo senza vita. Ho raccontato questo per dimostrare la straordinaria vitalità dei bufali. Ne hanno fatto molte volte le spese gli esperti cacciatori bianchi. Gli altri due bufali erano stati colpiti a morte. Quando scuoiammo il primo bufalo per portarne la carne al campo, notammo che il cuore era stato spappolato dal primo colpo. Pensate che ebbe la forza di percorrere almeno 100 metri dopo essere stato colpito!
Quando si spara frontalmente ad un bufalo che si avvicina con la testa alzata, occorre cercare di colpirlo nella zona del naso per giungere al cervello. Se si colpisce la fronte, il proiettile rimbalza sul 'Boss', così come si chiama la corazza che sostiene le due corna. 
Se si colpisce il petto, il colpo non è mortale e la bestia può rialzarsi e ricaricare.

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In un'altra occasione stavamo esplorando un'altra zona molti fitta di vegetazione dove si trovava un branco di elefanti. Ci trovavamo sotto vento per cui gli elefanti, che hanno nella proboscide una capacità sensoriale incredibile, non ci avevano individuati. Sfortunatamente il vento cambiò direzione e gli elefanti poterono sentire la nostra presenza. La foresta esplose con una massa di elefanti in fuga che trascinarono quanto si trovava lungo la loro strada. Solo un maschio venne verso di noi caricando per difendere le femmine ed i piccoli del branco. Era enorme. Io decisi di correre lateralmente per salire su di un termitaio alto 4,5 metri. Mi girai e vidi l'elefante che correva dietro ad un mio amico canadese che faceva parte del nostro gruppo. Allora presi di mira l'animale sul fianco della testa, sotto l'orecchio, dove si trova un punto debole in cui il proiettile può raggiungere il piccolo cervello e non essere invece assorbito dal nido d'ape delle ossa della testa. 
Stavo per sparare quando improvvisamente l'elefante si fermò e tornò indietro per raggiungere il branco. Ero saturo di adrenalina e ci misi un po' prima di ritrovare la mia calma. Non vi dico la paura del mio amico che per un pelo non si trovò schiacciato da una bestia che correva alla velocità di oltre 30 chilometri all'ora!

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Il Luangwa è un fiume con importanti erosioni e le sue sponde sono spesso a piombo. Nel suo letto si vedono i tronchi di numerose piante trascinate a valle dalle correnti. Vi sono spesso anche isole che escono dall'acqua. Una volta notai con il binocolo un coccodrillo su una spiaggetta vicino alla sponda del fiume. Aveva la bocca aperta. Lo fanno per permettere agli uccellini di andare a rimuovere pezzetti di carne incastrata nei denti. Riuscii ad avvicinarmi con passo felpato perché se sentono una vibrazione strana si gettano in acqua. A circa 120 metri, gli sparai con la carabina che aveva il cannocchiale. Colpito alla testa, rimase immobile. Se invece viene colpito altrove, si getta in acqua e si perde. Entrammo nel fiume e ci portammo sull'isoletta per trascinare fuori il coccodrillo morto. Eravamo assai preoccupati per la presenza di possibili altri coccodrilli, ma principalmente per un branco di ippopotami che non si trovavano molto lontano e che erano molto inquieti, data la presenza di cose estranee. Gli ippopotami sono animali molto feroci e, sulla sabbia delle spiagge dei fiumi, anche molto veloci nonostante l'apparenza.

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Dunque, portammo il nostro coccodrillo al campo, lo scuoiammo e recuperammo la carne della coda che, cucinata al curry, fu molto prelibata. Per giunta, in poco tempo la pelle si seccò diventando molto dura. È stato interessante notare che, contrariamente a quello che si vede nei film di Tarzan, la pelle del coccodrillo è così dura, compresa quella del ventre, che una coltellata l'avrebbe semplicemente scalfito, altro che ucciso!

 


 

 

Un'altra parte dello Zambia che visitammo fu di grandissimo interesse: il nord minerario. Lo Zambia è ricchissimo di rame, in effetti era il terzo produttore al mondo. Le miniere erano del tipo a cielo aperto, costituivano degli scavi spaventosi, profondi anche 100 metri, con le strade di accesso che correvano lungo le scarpate per raggiungere i filoni in cui veniva scavato il minerale contenente il rame. La massa rocciosa contenente il minerale veniva portato agli impianti dove la roccia veniva frantumata ed il rame recuperato attraverso imponenti apparecchiature industriali. Poi i lingotti venivano caricati su autocarri e treni e inviati ai porti di Beira in Mozambico, Dar Es Salam in Tanzania e a Lobito Bay in Angola. 
Visitai anche una vecchia miniera d'oro abbandonata, di cui era ancora in piedi il frantoio che serviva per frantumare la roccia, contenente il prezioso minerale, prima di mandarlo ai vagli.

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In un altro momento andammo a visitare il cantiere dove era in corso la costruzione della diga di Itezhi Tezhi da parte del consorzio Impresit/Recchi. Si trattava di una diga in Rockfill costruita sul fiume Kafue allo scopo di creare un bacino idroelettrico per alimentare la costruenda centrale in caverna di Kafue da parte dell'Impresa di costruzione slava 'Energo Project' che si trovava molti chilometri a valle. Trovammo il mio compagno di gioventù ad Asmara, Roberto Passarani, con la sua famiglia. Vi era anche l'Ing. Antonio Portioli che ci accompagnò a vedere gli impianti. 
Passarani era il responsabile per la costruzione delle gallerie di deviazione.

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Matrimoni

Nei tre anni passati in questo cantiere vi furono due matrimoni. Uno dell'Assistente ai movimenti terra, Marcelli, con Maurine, un'infermiera inglese, e quello di Paolo Fortini con Netta, un'altra infermiera inglese. Paolo e Netta diedero vita ad una bellissima figlia chiamata Angela.

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Amici della direzione lavori

Divenimmo amici con alcuni membri della direzione lavoro. Loutjie Taljaard che operava nel gruppo di laboratorio ed era responsabile per il ritrovamento di cave di laterite e quarzite. Era rodesiano, sposato con Poppy, ed avevano una figlia di nome Nicole, una bella biondina. Il vice responsabile della direzione lavori, il sudafricano Vernon Kent con la moglie Muriel. Erano amanti di cavalli e cani che si portavano dietro, lavoro dopo lavoro. Il cagnolino era un cane salsiccia.

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Con loro andavamo spesso a visitare il parco del Luangwa, fuori dalla zona protetta. Costruimmo un campo sul fiume, con paglia e fango, che visitavamo con regolarità. Facevamo il bagno nelle acque limose del fiume, avendo a volte gli ippopotami a 50 metri. La mattina ci facevamo la colazione a base di galline faraone alla griglia. Dormivamo all'aperto sotto una zanzariera con il fucile a portata di mano. Durante la notte si sentivano i suoni più disparati degli animali selvatici, il barrire degli elefanti, la lotta fra babbuini e leopardi ed il suono bellissimo degli uccelli e le risate delle iene.

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La sera al tramonto si godeva una vista bellissima del sole che scendeva all'orizzonte e degli animali che si avvicinavano alla sponda opposta ad abbeverarsi.

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Naturalmente, facendo il bagno in queste acque, contrassi una forma leggera di bilharziosi che curai bene quando rientrai in Italia con il farmaco Ambilhar della Ciba.

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Una volta decidemmo di passare una settimana risalendo il fiume Luangwa, partendo dal punto in cui il fiume incrociava la Great East Road. Risalimmo il fiume in canoa per circa 18 chilometri fino alla intersezione con il fiume Lunsenfwa. Portammo viveri per una settimana. Dormivamo all'aperto sotto una tenda. Si pescava dove l'acqua limpida del Lunsenfwa attraversava quella scura del Luangwa. Il pesce pescato lo cucinavano sul fuoco ed era saporitissimo. Al ritorno incrociammo una gran quantità di animali, fra cui coccodrilli ed ippopotami.
Ho un film di quella gita che potete aprire nel capitolo "Il mondo visitato da Vittorio - Zambia."
Si potevano vedere le impressionanti aquile pescatrici con la loro testa bianca, sentire i loro strilli e scorgerle qualche volta piombare sull'acqua e ripartire con un pesce agganciato agli artigli.
La notte si potevano vedere i bush baby, degli animaletti grandi quanto un gatto, con i loro occhi fosforescenti e le ventose alla fine dei loro arti, con cui si
arrampicano sulle cime degli alberi.
Si potevano vedere colonie di babbuini che, all'ombra delle piante, si rimuovevano reciprocamente cimici ed altri insetti. Ogni tanto si vedeva qualche femmina saltare da un albero all'altro con il piccolino avvinghiato sotto la pancia.
Quando di notte si camminava nella foresta era facile andare a sbattere la faccia contro gigantesche ragnatele con al centro ragni giganti. Poi spesso si sentivano serpenti strusciare da sotto i piedi che cercavano di raggiungere la propria tana. Erano abbastanza noti i puff adder che si potevano anche catturare con un bastone con una V finale che bloccasse loro la testa.

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Pericolosissimo invece era incontrare i mamba nero e verde che, in piedi su pochi centimetri di coda e da una altezza di 1.80 metri, potevano piombarti addosso e morderti, scaricandoti la dose di veleno mortale contenuto nelle sacche sopra i due denti superiori. A volte si incontrava qualche cobra sputante che da due forellini posti sopra i due denti superiori era in grado di sputarti una dose di veleno negli occhi da diversi metri accecandoti. Quando si incontravano, e questi si rizzavano sulla coda allargando il collo, non bisognava mai guardarli direttamente per evitare questo rischio. 
Poi era frequente incrociare dei pitoni. Sono dei serpenti molto grossi capaci di ingerire un capretto intero e di rimanere fermi per qualche giorno fino a che la preda non sia assorbita. Non era inusuale che nelle fauci del serpente ci finisse qualche neonato dei vicini villaggi. Al ritorno, facemmo una passeggiata lungo il fiume con il cane di Taljaard, che stava con le zampe nell'acqua. Ad un certo punto, un coccodrillo gli piombò addosso prendendolo per la testa e trascinandolo nel fiume. Non lo rivedemmo più. Taljaard fu preso dalla disperazione per l'incidente con cui perse il cane che amava.


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Egli era un tipo strano. Mi raccontò che una volta stava andando con una vecchia auto fra Lilongwe e Blantyre, in Malawi. La macchina si fermò e non ci fu verso di farla ripartire. Era arrabbiatissimo e cominciò a tirar calci alla macchina. Ad un certo momento, passa a piedi un nero. Lo ferma e gli regala le chiavi della macchina proseguendo poi con mezzi di fortuna.
Rincontrammo lui e tutta la sua famiglia in Sud Africa molti anni dopo, per il battesimo del piccolo della figlia maggiore Nicole.

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Quando andavamo nel Parco nazionale del Luangwa andavamo a trovare Norman Carr, un cacciatore bianco, grande conoscitore del parco. Mi ha anche regalato un bellissimo libro con tanto di autografo. Dopo tanti anni come cacciatore, divenne guida per turisti che facevano safari fotografici. I figli vissero con lui nella savana, divenendo impegnati in quel tipo di vita.

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Quegli anni erano stati interessati dalla guerriglia che stava insanguinando il Mozambico e l'Angola. Il confine con il Mozambico era abbastanza lungo e spesso vi erano infiltrazioni di guerriglieri provenienti dallo Zambia.

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La Great East Road attraversava il fiume Luangwa mediante un ponte assai lungo in ferro. Probabilmente, per interrompere il flusso di armi e guerriglieri dallo Zambia, i soldati portoghesi fecero saltare il ponte con la dinamite. La nostra società fu interpellata per realizzare delle rampe che conducevano al fiume dove fu installato rapidamente un ponte Bailey per permettere al traffico di riprendere a viaggiare e collegare le due sponde. Nella foto allegata si vede il ponte fatto saltare e poi il ponte in costruzione che fu commissionato successivamente per sostituire quello distrutto.

Con gli amici baha'i

Durante uno dei viaggi fatti a Lusaka, partecipai alla prima Convenzione Nazionale Baha'i per l'elezione della prima Assemblea Spirituale Nazionale. Fu un bellissimo incontro con gli amici Baha'i di Lusaka e delle varie provincie. La convenzione fu tenuta in una scuola e dormimmo tutti sul pavimento della palestra. Oggi in Zambia la comunità baha'i è cresciuta moltissimo e rappresenta una grossa fetta della popolazione con numerose scuole e progetti socio-economici.

Aneddoti

Qualche aneddoto sull'Ing. Marcheselli, di cui conserviamo un bellissimo ricordo, assieme alla sua gentile moglie Signora Coca.
Quando installammo l'impianto di frantumazione, ci rendemmo conto che le nostre produzioni erano inferiori a quanto necessario ed allora il nostro Ing. Giacomo Marcheselli si piazzò all'impianto per cercare di dipanare la matassa ed aumentare la produzione. L'impianto era alimentato tramite un alimentatore a piastre Loro e Parisini. L'ing. Marcheselli si metteva dentro l'alimentatore per vedere come funzionava la piastra di trascinamento. Passando di là, lo vidi e mi permisi di consigliargli di esaminare il tutto dall'esterno perché, se una pietra fosse rotolata indietro, avrebbe potuto fargli male. Purtroppo la mia previsione fu di malaugurio. Un giorno una pietra rotolò indietro e gli ruppe un piede. Fu ingessato e si portò il gesso per un mese. Naturalmente, in cantiere gli fu appioppato benevolmente il nomignolo di Piedone. L'impianto fu poi messo a posto diminuendo la pendenza dell'alimentatore, alzando la quota del piano di scarico dei camion che lo alimentavano.
Un'altra volta ci stavamo recando in macchina a Lusaka. La macchina era una Fiat 124. A bordo c'eravamo io, l'Ing. Marcheselli ed il meccanico Mura. Ad un certo punto, si accende la spia dell'olio e il meccanico lo segnala all'Ing. Marcheselli. Egli gli rispose dicendo di non preoccuparsi perché si trattava solo di un contatto. Dopo un po' di chilometri, la macchina si inchioda di colpo. Dal cofano usciva una marea di fumo. Marcheselli cercò di aprire il cofano mentre il meccanico fece qualche metro indietro e tornò con un pezzo biella in mano. Il motore si era disintegrato.
Il viaggio fino a Lusaka lo completammo nell'autobus pieno di viaggiatori locali. I lavori della strada Fort Jameson - Nymba finirono in tre anni. Fu un bel successo ed una bellissima strada che venti anni dopo venne riasfaltata dall'Impresa Cogefar, con cui andai a lavorare negli anni '80 per realizzare la centrale idroelettrica di Song Lou Lou in Cameroun.


Completata la costruzione della strada dal confine con il Malawi fino a Nyimba, fummo trasferiti a circa 100 chilometri ad ovest della capitale Lusaka per la realizzazione di un acquedotto da 8" che sarebbe servito per alimentare di acqua il futuro aeroporto militare da costruirsi nell'area di Mumbwa. Si trattava di rialzare una diga esistente. Non era un lavoro molto grande e fu eseguito in pochi mesi. Fu poi costruita la stazione di pompaggio e posata la tubazione per una lunghezza di circa 20 chilometri, attraversando anche zone paludose piene di acqua. I tubi venivano trasportati su zattere di legno trascinate da un bulldozer con pattini larghi che non sprofondavano. Nella parte terminale dell'acquedotto costruimmo una grande vasca che rivestimmo di plastica dalla quale partivano le tubazioni per alimentare la futura base aerea e nel frattempo sarebbe stata usata per la costruzione dei lavori della base.

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I dettagli di questo lavoro si trovano nel capitolo dedicato ai lavori.

Io avevo cominciato la strada come topografo ed ebbi l'opportunità di eseguire ogni tipo di incarico che mi fece crescere professionalmente. Alla fine del lavoro ero divenuto un capo settore. Avevo studiato anche molto afferrando quanto più potevo. Ascoltavo molto anche le storie raccontate dagli anziani del cantiere che, avendo realizzato molte opere, specialmente nel campo idroelettrico, avevano molto da insegnare.