Una Vita dedicata al lavoro parte 1 capitolo 1 - Gli anni trascorsi in Eritrea

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PRIMA PARTE

1943 - 1961

 

Gli anni trascorsi in Eritrea.

Nel capitolo Cenni biografici ho delineato in modo sommario gli elementi essenziali della mia vita in Eritrea. Qui entrerò in altri dettagli per raccontare quei 18 anni della mia gioventù ivi trascorsi.

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Asmara nel 1952

Asmara è una bellissima cittadina situata a 2500 metri sull’altopiano Eritreo, a circa 100 chilometri stradali dalla città di Massaua che si trova sul mar Rosso. E’ una città nata da un progetto di grandi architetti. Gli edifici sono bassi, le strade ampie, si trova di tutto, c’è una natura molto rigogliosa con un clima fantastico. Sorvolo i dettagli della storia di questa città perchè nel capitolo dedicato all’Eritrea si trova un’abbondanza di materiale che troverete assai interessante, fra cui la riproduzione del libro L’africa orientale Italiana pubblicato nel 1938.

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Asmara di notte

Asmara aveva tutte le infrastrutture di una città moderna. Anche il sistema sanitario era di un notevole standard. Fra gli ospedali, vi era Il Regina Elena dove sono nato e dove nacque poi mio fratello Giuseppe.

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Vista aerea di Asmara con i suoi vialoni

Mio padre Augusto si recò in Eritrea nel 1935 per realizzare, per conto della ditta Italiana “Ceretti e Tanfani” di Milano, una teleferica per trasportare dal porto di Massawa sul Mar Rosso ad Asmara, 2500 metri sull’altopiano, le munizioni per l’esercito che stava combattendo al fine di raggiungere e conquistare Addis Abeba.

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Mia madre Alma era a seguito del padre un pilota dell’Ala Littoria.Si conobbero durante la guerra e si sposaronoformando una nuova famiglia da cui nacquero quattro rampolli di cui io ero il primo. La loro storia la potete trovare nel sito WEB di mio padre.http://www.augustorobiati.it

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Il padre di mia madre

La mia gioventù fu molto rustica e molto rurale. Non vi era televisione. Ricordo invece la Radio Marina della marina militare americana (Kagnew Station) che trasmetteva tanta musica. Mi ritorna in mente quella bellissima canzone “Vieni, c’è una strada nel bosco, il tuo nome conosco…” Il nostro tempo libero lo passavamo in quelle aree della città dove vi erano boschi, cascate d’acqua, con i passatempi più semplici che si possano immaginare.

 

Si giocava a palla, a Pindolo Pandolo che consisteva nel colpire, lanciandolo più lontano possibile, tipo baseball, un pezzetto di legno sagomato che ti veniva lanciato; idem un gioco dal nome palla buca. Poi si giocava a figurine che venivano messe su un mucchietto di terra e poi colpite con piastre di marmo. Vinceva chi riusciva a colpire il mucchietto. Il premio erano le figurine. Un altro passatempo incredibile che però si poteva fare solo durante le piogge era quello della barchette. Quando pioveva, tutte le cunette delle strade si riempivano di acqua che correva in discesa. Noi costruivamo barchette di carta, le mettavamo nella corrente e giù di brutto a corrergli dietro per cercare di recuperarle. Ancora ci si divertiva ad andare a caccia con un fucile ad aria compressa.

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In Campeggio a Cheren

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Durante le vacanze si facevano campeggi in tenda. Si organizzavano molti viaggi con i Boy Scout, si visitavano varie aree del paese, anche molto lontane da Asmara. Spesso si andava a pescare nei fiumiciattoli e laghetti fuori dalla città. Si studiava e si faceva un mucchio di birbonate. Se le raccontassi tutte, ci sarebbe da mettersi le mani nei capelli. Si aiutavano papà e mamma la sera a confezionare cose che venivano vendute per ricavare qualche soldo in più per poter sbarcare il lunario. Cambiammo molte volte abitazione. Non ricordo bene dove fosse la prima abitazione. Credo si trovasse nel quartiere del Villaggio Paradiso.

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Papà e mamma mi raccontavano storie di quel periodo. Una di queste riguarda le torte margherita. Non avendo un lavoro fisso, i miei genitori pensarono bene di produrre torte margherita in casa e di andare a venderle ai bar la mattina, prima delle sei, perché lo facevano illegalmente non avendo la relativa licenza. I vicini si lamentavano dicendo che il nostro camino fumava giorno e notte. Papà sbatteva i bianchi d’uovo tanto da rendere il braccio destro così muscoloso da far paura e la mamma confezionava e cucinava le torte. A volte vi erano anche le torte bruciate che venivano date in pasto a noi figli che, dopo un po’, stanchi di mangiare solo roba bruciata e sempre torte, cominciammo a protestare. Come ho detto, di mattina presto, in bicicletta, papà andava a vendere le torte ai bar, tutto in nero. Iniziò la caccia dei trasgressori da parte della polizia municipale che li costrinse a smettere.

In seguito, si inventarono l’attività dei calendari che ci costringeva a passare pomeriggi interi ad incollare i blocchi con il datario su cartoni pubblicitari, i quali venivano commissionati dalle attività commerciali della città. I blocchetti con i datari venivano commissionati in Italia anno dopo anno e mia Zia Enrica veniva a Bergamo, presso la società"Istituto Italiano di Arti Grafiche", per ordinare il materiale che veniva confezionato e spedito per via mare. Noi figli, preparavamo la colla sciogliendo resina raccolta dalle piante, poi attaccavamo i blocchi sui cartoni già preparati da papà. Per ultimo, li imballavamo e la mamma con il biroccio, tirato da cavalli magri come un chiodo, li portava alle varie aziende che li avevano ordinati.

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In quell’epoca frequentavamo le elementari gestite dalle suore comboniane. Era una vita serena e tranquilla. Quando pioveva giocavamo con le barchette di carta fatte correre nei ruscelli.

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Alle elementari gestite dalle suore comboniane

Poi andammo a vivere in via Oriani. Di questo periodo ho ricordi più nitidi. L’abitazione era di legno e si trovava di fronte all’albergo CIAO. La casa era attorniata da un bel giardino e si trovava un paio di metri sotto il livello stradale. Prima della casa vi era un’enorme pianta di eucalipto. Su un lato si trovava una piattaforma circolare in cemento con un pozzo per l’acqua. Di fianco era collocata l’officina Vasconi. Credo che nel 1952 venne giù una grandinata terribile dello spessore di decine di centimetri ed il tetto dell’officina crollò miseramente.

In fondo al viale vi era una serie di negozi alimentari, in uno dei quali andavamo a comperare dei cubetti di marmellata che contenevano un francobollo. Nel viale prima di casa, vi erano i bagni Vasconi gestiti dalle bellissime Anna e Vanda, di cui mi ero nascostamente innamorato. Più su, al di là della strada, vi era la stazione dei vigili del fuoco della quale mio padre divenne il comandante.

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