Una Vita dedicata al lavoro parte 1 capitolo 1

UNA VITA DEDICATA AL LAVORO, ALLA FAMIGLIA E ALLA FEDE

Cercherò nelle pagine che seguono di condurre una riflessione sugli anni della mia vita dedicata alla famiglia, al lavoro e alla Fede.

Per quanto riguarda il lavoro, racconterò delle aziende con cui ho lavorato, dei direttori che ho avuto, dei colleghi – dirigenti, impiegati, operai - che con me hanno condiviso momenti di grande fatica, di gioia, di sofferenze, di amarezze e anche di alcune esperienze umane all’estero ed in Italia; per ultimo tratterò alcuni paesi del mondo, paesi dove ho lasciato molto sudore.

Prima di cominciare questo racconto, desidero fare un ringraziamento particolare a mia moglie Jannette Margaret, alle mie figlie Nicole, Emma e Louise che per molti anni, con grandi sacrifici, mi hanno seguito nelle varie peregrinazioni all’estero ed in Italia. Con me hanno condiviso esperienze di vita, momenti belli, momenti duri, situazioni esilaranti.

Un altro ringraziamento particolare va a quelli che sono stati i miei maestri di vita: mio padre Augusto e mia madre Alma.

Un ricordo particolare anche alle mie sorelle e fratello, Anna Maria, Maria Grazia e Giuseppe, che mi hanno dato il loro sostegno quando ne avevo bisogno.

Un pensiero ai miei due straordinari nipoti, Nabil e Noemi, che stanno facendo grande onore al nome della nostra famiglia. Il piccolo Naeem Robiati, figlio di Nabil e della bella Nditha, nato in quella bella terra di Namibia, è ora il solo erede che porta il nostro cognome.

Con la mia famiglia d’origine ho anche condiviso quella straordinaria esperienza spirituale e sociale che ha avuto inizio in Eritrea negli anni ‘50 e che è stata il forte sostegno in tutti i momenti della nostra e della mia vita.

Ricordo con grandissimo affetto coloro che sono stati i miei maestri nel mondo del lavoro, i dirigenti delle Imprese: Romeo, Giuseppe Torno, Cogefar, Ipisystem, Icla, Impregilo e SC Sembenelli che mi hanno accompagnato nei miei primi passi e mi hanno poi guidato nella mia evoluzione e nel relativo consolidamento.

Ricordo con grande affetto ed emozione tutti i colleghi di lavoro ed amici con cui ho condiviso le tante battaglie per portare a termine tutti quei lavori nei quali siamo stati coinvolti. Ne ricorderò i nomi nei vari capitoli dedicati ai lavori. Molti li rivedo ancora oggi nei meeting, altri sono scomparsi, ma li tengo presenti nella mia mente e nel mio cuore.

Nel 1966, con un Super VC 10 della Vickers, un aereo della B.O.A.C., atterrammo a Lusaka, in Zambia, e scesi dall’aereo per rimettere piede in quel continente dove, ad Asmara (Eritrea), mia madre nel 1943 diede alla luce un figlio cui fu dato il nome di Vittorio Alessandro.


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Mia madre Alma Sarrubb Â Mio padre Augusto Robiati

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Mia madre con Vittorio


 

PRIMA PARTE

1943 - 1961

 

Gli anni trascorsi in Eritrea.

Nel capitolo Cenni biografici ho delineato in modo sommario gli elementi essenziali della mia vita in Eritrea. Qui entrerò in altri dettagli per raccontare quei 18 anni della mia gioventù ivi trascorsi.

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Asmara nel 1952

Asmara è una bellissima cittadina situata a 2500 metri sull’altopiano Eritreo, a circa 100 chilometri stradali dalla città di Massaua che si trova sul mar Rosso. E’ una città nata da un progetto di grandi architetti. Gli edifici sono bassi, le strade ampie, si trova di tutto, c’è una natura molto rigogliosa con un clima fantastico. Sorvolo i dettagli della storia di questa città perchè nel capitolo dedicato all’Eritrea si trova un’abbondanza di materiale che troverete assai interessante, fra cui la riproduzione del libro L’africa orientale Italiana pubblicato nel 1938.

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Asmara di notte

Asmara aveva tutte le infrastrutture di una città moderna. Anche il sistema sanitario era di un notevole standard. Fra gli ospedali, vi era Il Regina Elena dove sono nato e dove nacque poi mio fratello Giuseppe.

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Vista aerea di Asmara con i suoi vialoni

Mio padre Augusto si recò in Eritrea nel 1935 per realizzare, per conto della ditta Italiana “Ceretti e Tanfani” di Milano, una teleferica per trasportare dal porto di Massawa sul Mar Rosso ad Asmara, 2500 metri sull’altopiano, le munizioni per l’esercito che stava combattendo al fine di raggiungere e conquistare Addis Abeba.

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Mia madre Alma era a seguito del padre un pilota dell’Ala Littoria.Si conobbero durante la guerra e si sposaronoformando una nuova famiglia da cui nacquero quattro rampolli di cui io ero il primo. La loro storia la potete trovare nel sito WEB di mio padre.http://www.augustorobiati.it

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Il padre di mia madre

La mia gioventù fu molto rustica e molto rurale. Non vi era televisione. Ricordo invece la Radio Marina della marina militare americana (Kagnew Station) che trasmetteva tanta musica. Mi ritorna in mente quella bellissima canzone “Vieni, c’è una strada nel bosco, il tuo nome conosco…” Il nostro tempo libero lo passavamo in quelle aree della città dove vi erano boschi, cascate d’acqua, con i passatempi più semplici che si possano immaginare.

 

Si giocava a palla, a Pindolo Pandolo che consisteva nel colpire, lanciandolo più lontano possibile, tipo baseball, un pezzetto di legno sagomato che ti veniva lanciato; idem un gioco dal nome palla buca. Poi si giocava a figurine che venivano messe su un mucchietto di terra e poi colpite con piastre di marmo. Vinceva chi riusciva a colpire il mucchietto. Il premio erano le figurine. Un altro passatempo incredibile che però si poteva fare solo durante le piogge era quello della barchette. Quando pioveva, tutte le cunette delle strade si riempivano di acqua che correva in discesa. Noi costruivamo barchette di carta, le mettavamo nella corrente e giù di brutto a corrergli dietro per cercare di recuperarle. Ancora ci si divertiva ad andare a caccia con un fucile ad aria compressa.

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In Campeggio a Cheren

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Durante le vacanze si facevano campeggi in tenda. Si organizzavano molti viaggi con i Boy Scout, si visitavano varie aree del paese, anche molto lontane da Asmara. Spesso si andava a pescare nei fiumiciattoli e laghetti fuori dalla città. Si studiava e si faceva un mucchio di birbonate. Se le raccontassi tutte, ci sarebbe da mettersi le mani nei capelli. Si aiutavano papà e mamma la sera a confezionare cose che venivano vendute per ricavare qualche soldo in più per poter sbarcare il lunario. Cambiammo molte volte abitazione. Non ricordo bene dove fosse la prima abitazione. Credo si trovasse nel quartiere del Villaggio Paradiso.

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Papà e mamma mi raccontavano storie di quel periodo. Una di queste riguarda le torte margherita. Non avendo un lavoro fisso, i miei genitori pensarono bene di produrre torte margherita in casa e di andare a venderle ai bar la mattina, prima delle sei, perché lo facevano illegalmente non avendo la relativa licenza. I vicini si lamentavano dicendo che il nostro camino fumava giorno e notte. Papà sbatteva i bianchi d’uovo tanto da rendere il braccio destro così muscoloso da far paura e la mamma confezionava e cucinava le torte. A volte vi erano anche le torte bruciate che venivano date in pasto a noi figli che, dopo un po’, stanchi di mangiare solo roba bruciata e sempre torte, cominciammo a protestare. Come ho detto, di mattina presto, in bicicletta, papà andava a vendere le torte ai bar, tutto in nero. Iniziò la caccia dei trasgressori da parte della polizia municipale che li costrinse a smettere.

In seguito, si inventarono l’attività dei calendari che ci costringeva a passare pomeriggi interi ad incollare i blocchi con il datario su cartoni pubblicitari, i quali venivano commissionati dalle attività commerciali della città. I blocchetti con i datari venivano commissionati in Italia anno dopo anno e mia Zia Enrica veniva a Bergamo, presso la società"Istituto Italiano di Arti Grafiche", per ordinare il materiale che veniva confezionato e spedito per via mare. Noi figli, preparavamo la colla sciogliendo resina raccolta dalle piante, poi attaccavamo i blocchi sui cartoni già preparati da papà. Per ultimo, li imballavamo e la mamma con il biroccio, tirato da cavalli magri come un chiodo, li portava alle varie aziende che li avevano ordinati.

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In quell’epoca frequentavamo le elementari gestite dalle suore comboniane. Era una vita serena e tranquilla. Quando pioveva giocavamo con le barchette di carta fatte correre nei ruscelli.

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Alle elementari gestite dalle suore comboniane

Poi andammo a vivere in via Oriani. Di questo periodo ho ricordi più nitidi. L’abitazione era di legno e si trovava di fronte all’albergo CIAO. La casa era attorniata da un bel giardino e si trovava un paio di metri sotto il livello stradale. Prima della casa vi era un’enorme pianta di eucalipto. Su un lato si trovava una piattaforma circolare in cemento con un pozzo per l’acqua. Di fianco era collocata l’officina Vasconi. Credo che nel 1952 venne giù una grandinata terribile dello spessore di decine di centimetri ed il tetto dell’officina crollò miseramente.

In fondo al viale vi era una serie di negozi alimentari, in uno dei quali andavamo a comperare dei cubetti di marmellata che contenevano un francobollo. Nel viale prima di casa, vi erano i bagni Vasconi gestiti dalle bellissime Anna e Vanda, di cui mi ero nascostamente innamorato. Più su, al di là della strada, vi era la stazione dei vigili del fuoco della quale mio padre divenne il comandante.


 

Vado in Italia

Proprio in quel periodo, mio zio Francesco decise di rientrare in Italia definitivamente e mio padre pensò che fosse un’ottima opportunità quella di mandarmi con lui a conoscere i nonni che erano ancora vivi. Affrontammo il viaggio su una delle piccole navi passeggeri che facevano spola fra Massaua e Napoli.

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Porto di Massaua negli anni 50

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Porto di Massaua____________________Tripolitania

Non ho ben presente i particolari del viaggio. Ricordo che, quando arrivammo a Milano e andammo in piazza Gramsci n. 5, salimmo al secondo piano dove abitavano la Zia Enrica, ed i nonni Amabile e Celestina, chiamata anche nonna Italia. Appena entrati nell’appartamento, mi nascosi dietro la porta. La nonna era abbastanza anziana e incurvata, il nonno aveva i capelli bianchi e la Zia Enrica era invece molto giovanile. La zia Enrica aveva rinunciato a tutto per dedicarsi ai due genitori anziani.

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Primaelementare in Italia nel 1948 Con nonno Amabile Nonna Italia e Zia Enrica

 

Riguardando le poche foto fatte all’epoca, io vestito con grembiulino nero, ricordo vagamente la prima elementare che frequentai. In classe con me vi era Pigafetta che abitava nel bar gelateria all’angolo della piazza, che poi si laureò in architettura e che reincontrai negli anni ‘80 quando realizzai la Base Missilistica di Comiso dove installammo bagni prefabbricati dell’azienda in cui Pigafetta lavorava. L’anno successivo rientrai in Italia accompagnato da papà che era venuto per vedere i suoi genitori.

Valle Gnecchi- Acquedotto

Dopo che in Eritrea la guerra era finita, papà e mamma si sposarono, ma occorreva trovare qualche lavoro per sfamare la famiglia.

Papà mi raccontò che aveva preso, assieme a suo fratello Francesco, l’incarico di gestire l’acquedotto di Valle Gnecchi che si trovava a una quindicina di chilometri da Asmara. Oltre che gestire l’acquedotto, aveva messo insieme un grandissimo orto i cui prodotti venivano venduti al mercato di Asmara. Ci andavano con una motocicletta che, se ben ricordo, era un “Cammello” della Moto Guzzi. Nel frattempo siamo nati io e le due sorelle gemelle nell’arco di un anno. Mamma ebbe una mastite per la quale fu operata, i tre figli piangevano alternativamente giorno e notte,

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Papà con lo Zio Francesco Matrimonio dei miei genitori

lo zio Francesco si era ammalato e papà doveva giorno e notte curare i figli, gestire la Centrale dell’acquedotto, gestire l’orto. Non so proprio come fosse riuscito a fare tutto questo. Mi raccontava che, quando piangevo, l’unico modo di farmi smettere era quello di portarmi con la carrozzina sui sassi del giardino.

Bigiavamo la scuola - perdemmo tutti i libri.

Quando con Anna Maria e Maria Grazia andavamo a scuola al Comboni, come tutti i ragazzi, ogni tanto si bigiava. Naturalmente, ce ne andavamo a camminare sulle colline nei pressi di Asmara. Una volta facemmo un lungo giro e, siccome le cartelle con i libri pesavano, pensammo bene di lasciarle nascoste fra alcune rocce.

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Paesaggio sulla strada fra Asmara e Massaua –Luoghi delle nostre fughe da scuola

 

Alla fine della mattinata, andammo a riprendere le cartelle per tornarcene a casa, ma non trovammo più il luogo dove le avevamo lasciate. Dopo ore di ricerca, trovammo il posto, ma le cartelle erano sparite. Tornammo a casa e quando raccontammo l’avvenuto ci siamo prendemmo tutti e tre una bella lisciata di pelo di quelle che non si dimenticano facilmente. Non mi sembra di ricordare di aver bigiato la scuola altre volte.

 

Le cerimonie pubbliche alla caserma dei vigili del fuoco e la morte del pompiere Sarchielli

Papà divenne il comandante dei vigili del fuoco con una storia straordinaria che potete leggere sui suoi libri. Aveva riorganizzato il corpo in maniera incredibile e tutti gli anni la caserma veniva aperta al pubblico con una bellissima manifestazione. Venivano esposte le nuove autopompe e i camion con le scale estensibili e, sul castello di prova e di addestramento posto in caserma, venivano fatte delle incredibili esercitazioni salendo e scendendo scale e portando giù virtuali feriti.

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Ricordo come fosse ieri una esercitazione dove il pompiere di nome Sarchielli cominciò a salire la scala del castello di prova ad una velocità incredibile quando, ad un certo punto, perse la presa della scala e precipitò all’indietro stramazzandosi al suolo. Un altro pompiere di nome Cacciagli che si trovava nei pressi fu preso da un attacco d’ira, si tolse l’elmetto e lo scaraventò contro la vetrata della sala di comando. Fu un’esperienza terribile che colpì moltissimo mio padre. Anche lui scendeva dal castello di prova portandosi giù sulle spalle un virtuale ferito. Le cerimonie erano tenute alla presenza della autorità militari e civili inglesi e quelle della municipalità di Asmara.

 

Papà spegneva gli incendi delle case a seguito di conflitti religiosi fra copti e mussulmani

Anche in quell’epoca, vi erano scontri etnici e religiosi fra le diverse comunità della città di Asmara e dintorni. Gli scontri spesso si concludevano a fucilate e nell’incendiarsi le case gli uni con gli altri. Questo avveniva particolarmente fra cristiano copti e mussulmani. Venivano chiamati i pompieri che si recavano il più velocemente possibile a spegnere gli incendi e stabilirne le cause. Spesso rischiavano la vita e il più delle volte dovevano recarsi sul luogo dell’incendio armati di moschetto 91/38. Papà ci raccontava queste storie che gli procurarono anche un medaglia al valor civile per aver rischiato la propria vita.

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Spegnimento degli incendi come raccontato sopra       Mio padre a destra con Cacciagli

La situazione dei conflitti religiosi si trascina ancora oggi dopo 60 anni con un incremento della violenza e, al posto di dare fuoco alle case, nel nostro tempo usano l’esplosivo uccidendo decine, centinaia e migliaia di persone con autobomba e kamikaze.

Moschetto 91/38 e il Moschetto Mannlicher-Carcano

Papà teneva in casa un moschetto 91/38, un moschetto Mannlicher che si era portato nella sua abitazione dopo i combattimenti, avendoli nascosti nella casa della sua fidanzata che poi divenne sua moglie. Erano funzionanti e con essi aveva delle cartucciere con numerosi colpi. Mi raccontava che il fucile della Mannlicher-Carcano a canna lunga lo aveva usato nella campagna d’Etiopia ed era di una precisione incredibile. Mi diceva che una volta abbattè un’aquila ad un chilometro di distanza (mi sembra un po’ esagerato). Aveva anche una pistola che aveva nascosto sotto terra in un sacchetto pieno di olio, ma quando andò a cercarla dopo la guerra la trovò completamente arrugginita.

 

 

 

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Moschetto 91/38 con baionetta

 

 

 

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Moschetto Manlicher Carcano a canna corta

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Asmara recente


 

Le comunità religiose in Asmara

Asmara era una comunità multietnica.

Ricordo che vi erano: Cattolici che possedevano la loro bellissima e famosissima Cattedrale, i Cristiano-Ortodosso copti con la loro bellissima chiesa copta, i Cristiani Protestanti di varia denominazione, i Mussulmani Islamico-Sunniti con la loro bellissima Moschea, gli Ebrei con la loro bella Sinagoga; poi vi erano gli Eritrei di origine indiana di fede Indu e Buddista; infine la piccola comunità Baha’i con il suo bel centro, la comunità dei Sick ed una piccola minoranza Animista.

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Il viale principale di Asmara dove si trova la grande cattedrale cattolica

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Chiesa ortodossa Copta Chiesa Ortodossa di San Michele
   
   

 

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Dettagli della Enda Marian 

Immagine43Tipica Croce Copta

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Grande Moschea di Asmara

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Sinagoga Ebraica Centro Baha’i

 

Spendo qualche parola in più per la Chiesa Copta che non è molto conosciuta. Essa è una chiesa cristiana monofisita che ha il suo Pope in Alessandria d’Egitto.

Per monofisismo si intende una dottrina religiosa cristiana in cui si afferma che nella persona storica di Gesù Cristo esiste una sola natura, la natura divina del Figlio di Dio.

Il monofisismo si sviluppò in molte parti dell'Impero Romano d'Oriente, ma particolarmente in Eritrea, Egitto, Etiopia, Siria e Armenia. Oggi queste chiese, ancora esistenti, si autodefiniscono apostoliche, ortodosse o ortodosse copte, creando confusione con le chiese ortodosse calcedonesi, generalmente conosciute come ortodosse o cattoliche.

Nella mia classe al Comboni vi erano studenti appartenenti a molte di queste fedi.

Immagine48La mia classe al comboni con studenti di gruppi etnici e religiosi

 

I gruppi etnici in Eritrea

L'Eritrea ha una popolazione di origine afro-asiatica suddivisa in nove gruppi etnici con diverse origini linguistiche:

Quelli di origine linguistica kuscitica sono:

- Gli Afar che vivono nella Dancalia e rappresentano il 4% della popolazione;

- I Bileni che vivono nell'area di Cheren e rappresentano il 2% della popolazione;

- Gli Hedareb che vivono nell'area di Tessenei e rappresentano in 2% della popolazione;

- I Saho che vivono nell'area di Foro e rappresentano il 3% della popolazione.

Quelli di origine linguistica nilotica sono:

- I Kunama che vivono nei bassopiani e rappresentano il 3% della popolazione;

- I Nara (o Baria)che vivono nei bassopiani e rappresentano il 2% della popolazione.

Quelli di origine linguistica semitica sono:

- I Tigré che vivono sull'altopiano e rappresentano il 35% della popolazione;

- I Tigrini che vivono sull'altopiano e rappresentano il 48% della popolazione.

Quelli di recente origine araba sono:

- I Rashaida che vivono nell'area di Massawa e rappresentano l'1% della popolazione.

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Ragazze eritree a Cheren Ragazze nella zona basso piano verso il Sudan 
con le mie sorelle Anna Maria e Maria Grazia

 

Il clima in Eritrea

Il clima eritreo è molto diverso se consideriamo la zona costiera, l’entroterra a metà strada fra l’altopiano ed il bassopiano, e l’altopiano.

Il clima sull’altopiano dove si trova Asmara era fantastico. Non faceva né caldo né freddo e l’umidità era bassa. Le piogge erano molto regolari. A Massawa invece, le temperature estive erano molto elevate, fino a 50 gradi all’ombra e l’umidità altissima. L’acqua del mare in estate era calda come il brodo.

Il grafico qui di seguito indica le temperature ambientali annuali ad Asmara.

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I mesi migliori per visitare Massawa sono settembre, ottobre, marzo, aprile.

 

La Festa del Meskal – (La Festa della Croce) - 27 settembre

In Ethiopia vi è una festa famosa che prende il nome di festa del Meskal dal significato Festa della Croce, organizzata dai cristiano copti. Si celebra nel mese di Settembre. E’ la più importante celebrazione nell'anno liturgico della Chiesa Copta. Al termine della festa vengono accesi dei falò propiziatori bruciando dei rami di cactus posti a mo’ di tenda.

La ricorrenza prevede inoltre grandi banchetti allietati da canzoni, balli e musiche suonate con strumenti tradizionali. Qui sotto riproduciamo alcune foto della festa del Mescal con i relativi fuochi, di cui una ne abbiamo trovata nell'archivio fotografico di Augusto Robiati.

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Festa del Meskal in Eritrea Festa delle farchie a Fara Filorum Petri

 

Noi vi partecipavamo perché era molto folcloristica con le danze e i suoni dei tamburi.

E’ interessante sapere che una simile festa collegata con la festa per S. Antonio, viene celebrata a Fara Filorum Petri, un comune della provincia di Chieti nei gorni 13 – 17 del mese di gennaio di ogni anno, dove si bruciano le farchie che sono delle canne legate a fasci. Appunto, si tratta della festa delle farchie.

Un autobus piomba nel nostro giardino

La casa in cui abitavamo in via Oriani di fronte all’albergo CIAO, era fatta di legno. Si trovava nel centro di un ampio giardino ad un paio di metri sotto il livello della strada. Faceva da confine verso la strada un muretto di pietra sovrastato da una recinzione. Sull’angolo della casa vi era una gigantesca pianta di eucalipto con un tronco del diametro di almeno un metro. Una mattina verso le quattro saltiamo sul letto a seguito di un poderoso botto e la casa che si mise a vibrare tutta. Sentiamo papà urlare ‘tutti a terra’ e poi, avendo tirato fuori il moschetto 91/38, si mette a strisciare verso il giardino. Dopo un po’ sentiamo che si mette a ridere come un pazzo. Ci rechiamo fuori e, siccome erano le prime luci dell’alba, vediamo che contro la pianta di eucaliptus si era schiantato un autobus. Un tizio aveva rubato un mezzo alla società degli autobus per fare scuola guida e scendendo giù dalla via Oriani perse il controllo dell’autobus, virò a sinistra, abbattè la recinzione e finì nel nostro giardino schiantandosi appunto contro la pianta. Se non ci fosse stata la pianta saremmo sicuramente tutti morti.

La Topolino dei vigili del fuoco

Quando papà lavorava come comandante dei vigili del fuoco, aveva in dotazione una vettura aperta che era una Topolino rossa. Dietro vi era un piccolissimo spazio dove noi quattro figli ci sedevamo per andare a spasso. Era un po’ come la macchina di Topolino e qui, quo, qua. Ricordo che era una cosa fantastica andare in giro con quell’auto. Anni dopo, quando papà andò a lavorare al municipio di Asmara e vi era qualche soldo in più, nostro padre acquistò una Wolkswagen. Fu la cosa più esilarante della nostra vita.

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La strada fra le città di Asmara e di Massawa

La città di Massawa si trova sul Mar Rosso a circa 113 chilometri da Asmara, che è situata invece sull’altopiano, ad una quota di 2500 metri. Essa era bella, larga ed asfaltata. Era però tutta una curva. S incontravano almeno 50 tornanti.

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Solitamente quando si faceva quel viaggio si finiva per star male. Si raggiungeva il primo paese che si chiama Nefasit a circa 25 chilometri, dove vi è anche una stazione della ferrovia/littorina.

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Nefasit

Da Nefasit partiva verso destra la strada che scendeva ancora più in basso che, attraversando la piana d’Ala, raggiunge la località di Decamerè con una salita dal nome “Salita dei pozzi”. Nella piana d’Ala un nostro amico, l’Ing. Oxilia, aveva messo in piedi una bellissima concessione di conigli d’angora con cui produceva quella strepitosa lana per fare indumenti. Sempre da Nefasit partiva un sentiero che conduceva al monastero del Monte Bizen, dove erano famosissime delle banane piccole e dolcissime che, appunto, prendono il nome di banane del Bizen.

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Ghinda

Era possibile solo andare a piedi e solo per gli uomini. Da Nefasit la strada gira a sinistra e scende verso Ghinda che si trova a 1000 metri di altitudine. Qui vi era anche una fermata della ferrovia e littorina. Quando ci si fermava in questa località, le pietre erano così ben levigate e calde che sopra ci cuocevano le uova ottenendo delle straordinarie frittate da mangiare dentro un pezzo di pane. L’area era ricchissima di piantagioni di frutta.

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Frutta esotica dell’Eritrea e mercato di spezie dove si vede il rosso berberè.

Ricordo che caricavamo anche 50 chilogrammi di mandarini e arance da portare a Massawa o ad Asmara. In queste località si trovavano anche dei punti di ristoro dove si poteva mangiare. Naturalmente il famoso zighinì.

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La littorina sul percorso Asmara Massaua

Lungo il percorso si incrociava il tracciato ferroviario con delle straordinarie opere di ingegneria, fra cui gallerie e ponti alti anche 50 metri, realizzati con blocchi di granito tagliati dagli scalpellini in alcune cave che erano state aperte lungo il percorso.

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Ponti della ferrovia in pietra nell’alto piano   Nel Bassopiano prima di arrivare a Massaua

 

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In discesa verso il bassopiano Littorina in galleria

 

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Il percorso disseminato dai fichi d’india per stabilizzare i terreni del percorso ferroviario

L’area era anche coperta dai fichi d’India portati dalla Sicilia dagli Italiani per rinforzare i terreni del tracciato ferroviario. Poi, i fichi d’India si diffusero per tutto il territorio divenendo una sorgente per sfamarsi. Ricordo questi favolosissimi frutti sanguigni saporitissimi. Li vendevano dei venditori ambulanti che li chiamavano ‘Belè’, i quali rimuovevano la buccia spinosa prima di servirli uno alla volta. Non se ne potevano mangiare troppi perché causavano stitichezza.

Spesso la strada era avvolta nella nebbia. In effetti erano nuvole basse. Qualche volta si vedeva uno spettacolare scenario con tutte le cime dei monti spuntare fuori da questo lago di nuvole.

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Pianta e Fichi d’India

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Vista panoramica con le cime delle montagne sopra le nuvole

Una volta tornavamo ad Asmara e ci trovammo immersi nelle nuvole. Davanti a noi procedeva una motocicletta guidata da un americano della base militare che indossava una camicia aperta a petto nudo. Pensammo subito che era matto da legare.

Sotto i tornanti vi erano dei salti nei burroni fino a un chilometro di altezza. Una volta un italiano di cui non faccio il nome ebbe la brillante idea di lanciarsi con la sua macchina mettendo fine alla propria vita facendo un salto nel vuoto e sfracellandosi in fondo al burrone.

 

 

 

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Strada fra Asmara e Massaua con i suoi impressionanti tornanti

 

Il bassopiano verso il mare

Proseguendo da Ghinda verso Massawa la strada e le pendenze cominciano a farsi più dolci ed il paesaggio più arido. Si intravedevano torrenti con lunghissime opere d’arte realizzate dagli italiani, si potevano ammirare i piloni della teleferica su cui lavorò mio padre nel ‘35 e i ponti della ferrovia. Si scorgevano carovane di cammelli e piante spinose. La temperatura saliva minuto dopo minuto. Occorre ricordare che si passava dai 25 gradi centigradi di Asmara ai 50 gradi centigradi di Massaua, con una umidità relativa che saliva dal 50% di Asmara al 90% di Massawa.

Nel bassopiano, che poi prende il nome di Piana di Sabarguma, il paesaggio diviene quasi desertico.

Sulla sinistra, a pochi chilometri dalla strada, vi è una località che prende il nome di Ailet. E’ un luogo dove vi sono acque termali e fanghi speciali per cui gli abitanti delle città di Asmara e Massawa vi si recavano per le cure. Mi ricordo le piante dell’area cariche di nidi e di uccellini che facevano un baccano enorme. Una volta un uccellino cadde dal nido e fu uno spasso crescerlo in casa con le molliche di pane inbevute nel latte.

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Ponte di dogali Carovane di cammelli

 

La strada comincia ad essere ondulata e ad un certo punto si trova una salita che prende il nome di ‘salita dei Dik Dik’ perché in quell’area si trovavano delle piccolissime e bellissime antilopi che appunto si chiamavano Dik Dik.

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In quest’area è diventata famosa una leggenda,quella del fantasma dei paracarri.

Gli autisti di camion che percorrevano questa strada dicevano di vedere ogni tanto un fantasma che saltava da un paracarro all’altro. I paracarri erano ricavati in blocchi di granito e riportavano il chilometraggio da Massawa. Si raccontava che il fantasma era quello di un autista di camion Fiat 34 morto in un incidente, che non aveva ricevuto adeguata sepoltura. Trovato il cadavere e sepolto nel cimitero di Asmara, il fantasma non fece più alcuna apparizione. Le leggende a volte sono straordinarie.

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Una volta scendemmo a Massawa con una macchina presa in affitto, una balilla tre marce nera con il bagagliaio sul retro. Arrivati al ponte di dogali faceva già un caldo boia per cui decidemmo di fermarci e cambiare abbigliamento indossando abiti assai più leggeri di quelli che si usavano nell’altopiano. Togliemmo la valigia dal bagagliaio, la appoggiammo sul marciapiede del ponte, tirammo fuori i vestiti, ci cambiammo, risalimmo in macchina e ripartimmo per Massawa.

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Fiat Balilla Ponte di Dogali

 

Appena arrivati, ci dirigemmo nella piazza principale per prenderci una granatina, e scendemmo dalla macchina. Notammo con orrore che il bagagliaio era aperto e che la valigia aperta con tutto il resto era rimasta sul ponte di dogali. Ci rimettemmo in macchina, ma al ponte di dogali la valigia non c’era più. Tornammo nuovamente a Massawa per scoprire che un’altra vettura di passaggio di un nostro amico aveva notato la valigia, l’aveva presa e l’aveva lasciata allo stesso bar dove c’eravamo recati innanzi.

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Ponte finale che accede all’Isola di Massaua ed edifici di Massaua

Il ponte di Dogali

 

I ponti che si trovano sulla strada Asmara Massawa sono delle meravigliose opere d’arte. Erano stati costruiti in cemento armato, avevano un arco verso il cielo e catenarie che sostenevano l’impalcato. Si mostravano molto eleganti. Ricordo che su uno di questi era scritta una frase in piemontese che credo dicesse: “Ca custa lon ca custa” che apparentemente significa ‘costi quel che costi’. Poi vi erano ovunque i simboli del fascio.

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Ponte di Dogali

Io ero appassionato di ciclismo e papà mi acquistò una bicicletta usata. Alla prima uscita ruppi il telaio che fortunatamente fu saldato ad ottone dal ciclista di Asmara, Sig. Di Cagno. Una volta ebbi l’idea brillante di proporre a mio padre l’andata a Massawa; io in bicicletta e gli altri in macchina. La idea brillante funzionò bene fino a che vi era discesa, diciamo per una sessantina di chilometri, ma poi arrivarono i guai: il caldo, l’umidità, la sete, la fame e la mancanza di allenamento. Non so come, ma ci arrivai molto distrutto. Fu la prima ed ultima volta che seguii quel percorso per tutta la sua lunghezza. Naturalmente l’idea originale di fare anche il viaggio di ritorno con 60 chilometri di salita fu subito abbandonata.

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Gare in circuito in Asmara
 

Massawa e l’isola verde

Prima di giungere a Massawa, la pianura era coperta di acacie spinose. Si incrociavano carovane di cammelli che andavano e venivano dalla costa. I cammelli si nutrivano anche delle acacie spinose. Poi si intravedevano degli alloggi fatti di arbusti e terra, o sterco di animali. Certo non era proprio un ambiente dove si poteva vivere con facilità. Una vita assai dura, specialmente per noi abituati a tutti i confort di un mondo moderno.

Nei pressi di Massawa si cominciava a sentire l’odore dell’acqua salmastra proveniente dal mare. Massawa si trova su un’isola collegata alla terraferma da un ponte. Le sue costruzioni erano state realizzate da blocchi tagliati e squadrati ricavati dal corallo. Si assisteva ad un vero spettacolo.

Arrivando a Massawa, dove spesso rimanevamo tutta l’estate, ci si metteva il costume da bagno che toglievamo solo quando ripartivamo, naturalmente neri come il carbone. Se non si stava attenti, nei primi giorni si rischiavano delle micidiali bruciature. All’inizio facevamo il bagno con una maglietta bianca, esponendoci al sole solo pochi minuti al giorno fino a che si otteneva una buona abbronzatura. L’acqua del mare di Massawa era caldissima, sembrava di fare il bagno nel brodo. Noi ragazzi passavamo ore in acqua fino allo spappolamento della pelle.

Massawa era un porto molto grande dove attraccavano molte navi, che fu costruito inizialmente dagli italiani per poter rifornire le nostre truppe impegnate in combattimenti già dalla fine del 1800. Erano state montate delle grandi gru portuali per scaricare le merci che arrivavano via terra.

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Gru portuale Palazzo del governo

 

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Massaua ed il suo porto

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Isola verde di fronte a Massaua

Di fronte a Massaua, nel cui accesso al porto vi erano delle navi affondate durante la guerra, a circa uno, due chilometri, vi era un’isola famosa che prendeva il nome di Isola Verde, caratterizzata appunto da una vegetazione lussureggiante. Non ricordo bene, ma credo che le piante fossero simili alle mangrovie con le loro radici in acqua. Spesso andavamo con delle barche leggere o sandolini in mezzo a questa vegetazione e cacciavamo dei granchi giganteschi con le fiocine. Una volta vi trovammo anche un cumulo di bombe abbandonate tutte arrugginite. A volte usavamo delle barche prese a nolo con relativo vogatore, altre volte la nostra barca. C’era il rudere di un vecchio albergo costruito molti anni prima ormai abbandonato. La sabbia era bellissima e bianca.

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Spiagge dell'Isola Verde Vecchio albergo abbandonato

 

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All’Isola verde –manca solo Maria Grazia che era in Italia –Massaua si vede sullo sfondo

Il luogo maggiormente frequentato era il lido, costruito realizzando una scogliera che lo collegava con il mare aperto, per cui l’acqua del lido era salata e si ricambiava con l’alzarsi e l’abbassarsi della marea. Sul fondo, di sabbia naturale, vi erano delle piccole collinette, pure di sabbia, sotto la cui punta si trovavano le ostriche che noi andavamo a prendere immergendoci centinaia di volte. Vi erano due trampolini da cui ci tuffavamo; su un lato vi era una zona coperta, con il bar e le sedie ed i tavolini, dall’altro una scogliera ed il mare aperto.

 

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Disegno d’epoca di Massaua con il suo ponte

 

 

 

 

 

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Al lido di Massaua

 

Gli angareb

 

Noi abbiamo vissuto in diverse abitazioni. Una di queste era abbastanza rustica; quivi spesso, durante la notte, per dormire era necessario uscire sulla terrazza attrezzata con alcuni lettini fatti di legno e fibra vegetale chiamati angareb. Pur essendo duri e rigidi, essi permettevano di dormire senza sudare eccessivamente nonostante l’alta umidità della notte. Su questo tipo di letto dormivano anche molti abitanti di Massawa nei quartieri poveri. Lì però i letti erano messi in strada per cercare un po’ di venticello. Era normale fare delle camminate in questi vicoli e trovarvi gente che appunto dormiva in strada.


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Gli angareb

Poi man mano che le abitazioni diventarono più confortevoli e cominciarono ad arrivare apparecchi di condizionamento, si dormiva nelle stanze con un bel fresco.

A pesca

 

Il Mar Rosso è uno spettacolo di fondi corallini con tinte favolose ed una vita acquatica incredibilmente colorata e variopinta. Pesciolini piccolissimi si infilano fra i rami dei coralli, pesci enormi sguazzano accompagnati dai loro colori vivaci come il pesce pappagallo o dalle loro forme più strane come il pesce porcospino con i suoi aculei aguzzi, le murene escono minacciosamente dalle loro tane… Poi si vedono passare stupende cernie dalle dimensioni più varie, i lucci, le aguglie, le ombrette e infinite altre specie di pesci assai saporiti. L’acqua mi si mostrava così trasparente da poter vedere per una profondità di anche dieci metri.

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Immagini varie dei banchi corallini e della fauna marina con i suoi stupendi colori
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Murena Cernia

Noi pescavamo in diverse maniere. La mattina presto ci recavamo sulle spiagge sabbiose con delle reti da lanciare per catturare le sardine, che si spostavano in branco. Quindi disponevamo le sardine dentro dei cesti di vimini che appendevamo alle barche o ai sandolini che usavamo per andare a pescare. Pescavamo con lenze sciolte e con le sardine vive attaccate all’amo. Data la trasparenza dell’acqua, si potevano fisicamente vedere i pesci mentre si lanciavano sulle prelibate prede per rimanere poi attaccati all’amo finendo in ultimo in padella per qualche succulenta zuppa di pesce preparata dal nostro cuoco Ali’.

A volte andavamo a pescare con sandolini e fiocine, come già accennato, soprattutto sotto le mangrovie dell’Isola verde.

Spesso ci muovevamo a pesca con maschera, boccaglio, pinne e fucile a fiocina a molla (ricordo che avevo un fucile da due metri di marca Cernia). Per caricare la fiocina era necessaria una forza bestiale e spesso non si riusciva se non si aveva dove appoggiarsi. Si scendeva sott’acqua fino a sette, otto metri in cui era possibile prendere qualche bel pesce di notevole dimensione.

Naturalmente, pescare in mare aperto comportava il serio rischio di essere avvicinato da pesci cane assai pericolosi.

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Ogni tanto si vedevano passare delle mante bellissime che, con le loro ali, producevano grandissimi spostamenti d’acqua. Le mante sono tra gli animali acquatici più belli. Vederle passare e infilarsi in un branco di sardine con la bocca aperta è uno spettacolo indimenticabile.

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Manta

Vi è anche un tipo di pesca non molto conosciuto che noi praticavano. Spesso la notte andavamo a pesca con il Sig. Murgia che era l’autista di papà all’acquedotto di Massawa. Andavano a piedi nelle spiagge con un fondale di trenta, quaranta centimetri d’acqua. Portavamo con noi delle lampare per far luce e delle fiocine. A parte i pesci che si avvicinavano attratti dalla luce della lampara, si notavano spesso dei dossi che indicavano la presenza di qualche pesce nascosto sotto la sabbia. Si trattava dei pesci pilota che accompagnano i pescicani che di notte si sganciano e si nascondono. A quel punto, con la fiocina era facile catturarli e risultavano anche molto gustosi dopo averli mangiati.

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Pesci pilota Una razza

 

Un ulteriore metodo di pesca era quello di appendere una lenza dietro una barca veloce con esche vive o finte. In tal modo, spesso, i pesci, vedendo passare queste esche si mettevano a caccia inseguendole e rimanendo inevitabilmente attaccati agli ami.

Una volta ci trovavamo in campeggio a sud di Massawa e utilizzammo come esche delle anguille di mare salato attaccate ad un amo gigantesco e un cavo di acciaio di 3 mm. Attaccammo il tutto ad un molo e una notte la preda venne attaccata da un pescecane giovane che vi rimase appeso e che per cercare di sganciarsi si era massacrato contro gli scogli. Lo scuoiammo e ne mangiammo la carne al curry che risultò essere sopraffina.

Quando invece andavamo nei fiumi dell’interno, pescavamo con reti quadrate appese a delle corde. La pesca era in tal caso costituita da pesce piccolino con cui però si potevano fare delle meravigliose fritture.

Le ostriche invece non le pescavamo noi. Giungevano in spiaggia o al lido i pescatori locali con le loro ceste piene di ostriche fresche, appena pescate, che venivano aperte al momento e servite con alcune gocce di limone. Avevano un sapore fantastico indimenticabile. L’accordo era che se si fossero trovate delle perle, queste sarebbero rimaste a noi.

Immagine112Ostriche fresche

 

Una volta andando a pesca mi rimase impigliato l’amo ad una mano e siccome l’amo ha un contro uncino per evitare che il pesce si sganci, l’unico modo per rimuoverlo fu quello di andare all’ospedale e con un taglietto l’amo fu rimosso. La mano destra, oltre al colpo di fucile con un pallino sparato contro la prima falange dell’indice aveva ora anche qualche punto utilizzato per rimuovere l’amo.

 

 

 

Cavallette o locuste e farfalle

Una delle sette o dieci piaghe relative al braccio di ferro fra Mosè ed il Faraone fu quella delle cavallette o delle locuste.

Esodo - Capitolo 10 8a piaga: le cavallette [1]Allora il Signore disse a Mosè: «Và dal faraone, perché io ho reso irremovibile il suo cuore e il cuore dei suoi ministri, per operare questi miei prodigi in mezzo a loro [2]e perché tu possa raccontare e fissare nella memoria di tuo figlio e di tuo nipote come io ho trattato gli Egiziani e i segni che ho compiuti in mezzo a loro e così saprete che io sono il Signore!». [3]Mosè e Aronne entrarono dal faraone e gli dissero: «Dice il Signore, il Dio degli Ebrei: Fino a quando rifiuterai di piegarti davanti a me? Lascia partire il mio popolo, perché mi possa servire. [4]Se tu rifiuti di lasciar partire il mio popolo, ecco io manderò da domani le cavallette sul tuo territorio. [5]Esse copriranno il paese, così da non potersi più vedere il suolo: divoreranno ciò che è rimasto, che vi è stato lasciato dalla grandine, e divoreranno ogni albero che germoglia nella vostra campagna. [6]Riempiranno le tue case, le case di tutti i tuoi ministri e le case di tutti gli Egiziani, cosa che non videro i tuoi padri, né i padri dei tuoi padri, da quando furono su questo suolo fino ad oggi!». Poi voltarono le spalle e uscirono dalla presenza del faraone. [7]I ministri del faraone gli dissero: «Fino a quando costui resterà tra noi come una trappola? Lascia partire questa gente perché serva il Signore suo Dio! Non sai ancora che l'Egitto va in rovina?». [8]Mosè e Aronne furono richiamati presso il faraone, che disse loro: «Andate, servite il Signore, vostro Dio! Ma chi sono quelli che devono partire?». [9]Mosè disse: «Andremo con i nostri giovani e i nostri vecchi, con i figli e le figlie, con il nostro bestiame e le nostre greggi perché per noi è una festa del Signore». [10]Rispose: «Il Signore sia con voi, come io intendo lasciar partire voi e i vostri bambini! Ma badate che voi avete di mira un progetto malvagio. [11]Così non va! Partite voi uomini e servite il Signore, se davvero voi cercate questo!». Li allontanarono dal faraone. [12]Allora il Signore disse a Mosè: «Stendi la mano sul paese d'Egitto per mandare le cavallette: assalgano il paese d'Egitto e mangino ogni erba di quanto la grandine ha risparmiato!». [13]Mosè stese il bastone sul paese di Egitto e il Signore diresse sul paese un vento d'oriente per tutto quel giorno e tutta la notte. Quando fu mattina, il vento di oriente aveva portato le cavallette. [14]Le cavallette assalirono tutto il paese d'Egitto e vennero a posarsi in tutto il territorio d'Egitto. Fu una cosa molto grave: tante non ve n'erano mai state prima, né vi furono in seguito. [15]Esse coprirono tutto il paese, così che il paese ne fu oscurato; divorarono ogni erba della terra e ogni frutto d'albero che la grandine aveva risparmiato: nulla di verde rimase sugli alberi e delle erbe dei campi in tutto il paese di Egitto. [16]Il faraone allora convocò in fretta Mosè e Aronne e disse: «Ho peccato contro il Signore, vostro Dio, e contro di voi. [17]Ma ora perdonate il mio peccato anche questa volta e pregate il Signore vostro Dio perché almeno allontani da me questa morte!». [18]Egli si allontanò dal faraone e pregò il Signore. [19]Il Signore cambiò la direzione del vento e lo fece soffiare dal mare con grande forza: esso portò via le cavallette e le abbattè nel Mare Rosso; neppure una cavalletta rimase in tutto il territorio di Egitto. [20]Ma il Signore rese ostinato il cuore del faraone, il quale non lasciò partire gli Israeliti.

Anche ad Asmara ogni tanto piombavano giù dal deserto del Sudan orde di cavallette che divoravano tutto. Si posavano ovunque, sul terreno, sulle piante, sui giardini. Quando arrivavano e ripartivano il cielo si oscurava, poiché si spostavano a milioni. Tutte le volte che ripartivano lasciavano dietro di sé terra bruciata. Avevano mangiato ogni cosa. Noi ragazzi non ci rendevamo conto del danno che facevano, ci interessava solo andare a caccia e, avendo costruito delle specie di racchette, ne abbattevamo tantissime o nel momento del loro atterraggio o alla loro partenza. Poi le racchette dovevamo lavarle perché vi si accumulava una montagna di materiale organico. Le cavallette erano però considerate dai locali anche un buon cibo e spesso le mangiavano dorate e fritte. Io non ci ho mai provato.

 

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Un altro tipo di caccia che praticavamo era quella delle farfalle. Avevamo costruito delle reti molto morbide con cui catturarle. Ce n’erano di bellissime dai colori meravigliosi. Mi ricordo di un tipo che chiamavamo ‘Verdone’. Poi le infilzavamo con uno spillo per appenderle in casa.

 

Le Isole Dahlak

Al largo di Massawa vi è un arcipelago straordinario di isole che prende il nome di Arcipelago delle Isole Dahlak.

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Mappe dove si vede l’ubicazione dell’arcipelago delle isole Dahlak

Sapevamo che esse erano straordinariamente selvagge e che pochi vi erano stati. Io avevo un amico Baha’i eritreo che aveva lavorato in una di queste dove era presente una miniera di zolfo. Lui si ammalò e poi trapassò a causa di una intossicazione al fegato che gli procurò una cirrosi epatica. Mi hanno raccontato che queste isole erano famose perché durante l’ultima guerra mondiale, quando erano scoppiati anche conflitti etnici fra cristiani ed eritrei, molti mussulmani cercavano di scappare lasciando l’Eritrea per recarsi ad Aden, nello Yemen, utilizzando delle piccole barche a vela artigianali. Il dramma fu che i conduttori di queste barche scaricavano questi poveri disperati su dette isole assicurando che fosse lo Yemen. Naturalmente, morirono tutti per fame e sete e/o mangiati dai granchi che affollavano questi luoghi.Oggi, d’altro canto, costituiscono una straordinaria meta turistica in un’area incontaminata ed ancora selvaggia. Speriamo che gli uomini la mantengano tale.

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You tube

Ho scoperto che su internet vi sono molti filmati pubblicati su You Tube che hanno a che fare con l’Eritrea. Alcuni di questi sono stati imbucati da Colonel Stephens che ha girato l’Eritrea. Chi lo desidera può fare una ricerca in rete con Google.

Le partite a carte con il Sig. Derviniotti a casa di mia zia Mercedes e il cinema Dante.

Mia madre Alma Sarrubbi - che la sua anima possa volare negli infiniti mondi di Dio – venne ad Asmara che era una ragazzina, a seguito del padre, pilota dell’ala littoria. Ad Asmara viveva anche Mercedes, la sorella maggiore dei Sarrubbi, mentre gli altri tre fratelli si erano recati a Gibuti dove aprirono un’officina. Ad Asmara viveva anche Sandra, mia cugina, figlia di Mercedes.

Ricordo che la domenica pomeriggio tutta la famiglia si recava a casa della zia Mercedes dove si svolgeva una routinaria partita a carte, e precisamente, a scala quaranta. Noi ragazzi non sapevamo cosa fare e giocavamo nel garage. Uno dei frequentatori delle partite era il Sig. Derviniotti, credo di origine greca, proprietario di una panetteria e del cinema Dante dove lavorava la zia. Era un’ottima persona. Una volta, mentre io volli tirargli uno scherzo, rischiò di farsi male. Si era alzato per distribuire le carte ed io ebbi la brillante idea di rimuovere la sedia. Quando fece per sedersi, finì per terra sbattendo la testa sul pavimento. Per fortuna non si fece molto male. Naturalmente, la conseguenza fu quella di una bella lisciata di pelo da parte di mio padre. Una volta, nel rincorrere mia cugina Sandra con arco e frecce, causai un altro incidente perché lei andò a sbattere la faccia contro un albero rompendosi il naso, cosa che la costrinse ad una operazione.

La partita a carte della domenica era sacra. Però per noi ragazzi era una scocciatura perché non avevamo grandi spazi dove andare a giocare.

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Il cinema Dante considerato il pidocchietto di Asmara

La zia Mercedes lavorava come responsabile del cinema Dante e noi approfittavamo per andarci e, com’era ovvio, gratuitamente. Il Cinema Dante era forse il più piccolo cinema di Asmara e lo chiamavano il “pidocchietto”. Era uno svago, dato che ad Asmara vi era solo la radio, mentre la televisione arrivò solo poco prima che noi rientrassimo in Italia definitivamente.

Maria Grazia va in Italia

Maria Grazia viene invitata dai nonni a recarsi in Italia per compiere gli studi. Papà e mamma acconsentirono e Maria partì con la nave. A Milano fu ospite dei nonni dove rimase diversi anni per tornare poi in Eritrea molto cresciuta e maturata. Stando a contatto con la zia Enrica, ebbe l’opportunità di farsi una grande cultura. Viaggiò anche molto e visitò molte località della nostra bella Italia. Per noi ragazzi fu un po’ uno shock perché eravamo molto uniti e, quando mancava uno dei quattro, ci sembrava di essere monchi. Grazie a Dio, Maria Grazia tornò fra di noi e ci raccontò tantissime storie della sua esperienza italiana.

Il Para Tifo

Verso il 1953 mio fratello Giuseppe si ammalò ed aveva un febbrone da cavallo. Gli mettevamo sul capo delle pezze bagnate per abbassargli la temperatura. Ricordo vivamente quei momenti e, nello specifico, l’arrivo a casa del medico che si mostrò subito preoccupatissimo. Giuseppe aveva preso il tifo o paratifo, probabilmente bevendo acqua infetta da qualche sorgente inquinata e rischiava seriamente la morte. In quel periodo noi avevamo fatto amicizia con delle famiglie della base militare statunitense. Con una coppia in particolare legammo un bellissimo rapporto d’amicizia. Lei era di origine indiana e la sua pelle era leggermente olivastra. Naturalmente, questo eccitava le nostre menti, pensando agli indios degli Stati Uniti con i loro fluenti caschi di penne. Parlammo con il marito, che era un ufficiale, il quale ci disse che era appena arrivato alla base un nuovo prodotto costituito da penicillina che apparentemente era molto efficace contro le infezioni. Ce ne fornì subito una certa quantità che fu somministrata a Beppe. Lentamente la febbre cominciò a regredire e dopo pochi giorni guarì. Il miracolo della scienza.

I Tè danzanti al circolo sportivo Asmara

Molto popolare in Asmara era la musica con i tè danzanti. All’epoca ricordo che vi era il compianto Carosone con la sua orchestra. Papà e mamma lo conoscevano benissimo. Vi erano poi altri gruppi musicali molto famosi. Presa la sede del gruppo sportivo Asmara, si tenevano la domenica pomeriggio dei favolosi Tè danzanti con musica dal vivo. Ricordo che noi ragazzi vi partecipavamo. Ogni tanto noi due fratelli e le due sorelle gemelle venivamo folgorati da bellezze femminili e maschili; noi ragazzi, catturati da tanta meraviglia, trovavamo il coraggio per invitare qualche bella fanciulla a ballare e sentirci però rispondere di no. Eravamo naturalmente molto imbarazzati. Succedeva infatti che Asmara era divisa in quartieri e si conoscevano bene molte delle persone dello stesso quartiere d’appartenenza, e meno quelle degli altri quartieri per cui non era facile intrecciare dei rapporti stretti. Inoltre, vi erano i clan e la non appartenenza a quel clan ti tagliava fuori dal giro. Lo stesso dicasi in relazione ai vari circoli culturali, scuole o licei. Come in tutte le società, vi erano i meno ricchi e i più ricchi ed anche questo era motivo di frequentazioni.

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Mappa della città di Asmara del 1938

 

Ad Asmara c’era tutto

Asmara è una città nata nel 1800 da un progetto architettonico con un preciso piano regolatore. E’ molto bella: offre viali larghi a doppie corsie, stabili bassi di stile classico, bellissimi edifici religiosi, un verde incredibile e delle palme straordinarie adornanti i larghissimi marciapiedi dove la domenica si facevano delle bellissime passeggiate domenicali di famiglia prima di andare o al ritorno dalla Santa Messa, con relative foto fatte dai fotografi professionisti. Naturalmente non poteva mancare il gelato. Asmara poi era, da un punto di vista industriale, avanzatissima. Vi erano fabbriche per produrre tutto quanto era necessario per una vita normale. Fabbriche per produrre compensati e legnami da costruzione, prosciutti e salami, prodotti caseari e formaggi di tutti i tipi. Ricordo il negozio di Tagliero dove vi era ogni ben di Dio. Erano presenti dei favolosi cinema e teatri e ristoranti.

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Cinema Capitol Cinema Impero
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Cinema Odeon Cinema Roma


C’era lo stadio di calcio dove ricordo partite combattute fra il Gruppo sportivo Asmara e l’Amasien. Noi ci andavamo perché papà, come comandante dei vigili del fuoco, poteva accedervi gratuitamente.

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Stadio e papà e mamma alla partita fra le nazionali Eritrea e quella del Sudan

Erano famose le gare automobilistiche: Bigi e Barone, uno con l’Alfa Romeo ed l’altro con la Ferrari, tutte vetture da corsa. Vi erano i rispettivi schieramenti di tifosi. Assistevamo poi anche alle gare di motociclette e biciclette che si tenevano o in strada aperta verso Decamerè o Nefasit e Adi Ugri o in circuito cittadino di cui quello piu’ famoso era l’ex mape in fondo a corso Italia. Vi correvano i pulcini, gli esordienti, gli allievi ed i dilettanti. Correvano Mazzola, Saglimbeni, Casini, Scalas, Sansone, Dioguardi e tanti altri, fra cui molti eritrei davvero bravi. Vi erano officine automobilistiche come la Fiat Tagliero con il bellissimo edificio a forma di aeroplano. Le scuole erano molte belle ed avanzate, soprattutto i licei classici e scientifici, scuole per geometri e ragionieri, scuole per segretarie di azienda, un collegio di Oxford gestito dai padri comboniani, e le Facoltà di Medicina ed Ingegneria.

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Officina Fiat Tagliero

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Mercato

Le piantagioni fuori Asmara, di cui ben ricordo Ertola e Marazzani, producevano tutto il ben di Dio che si poteva immaginare: frutta, verdura, carne, latte. Addirittura, fino a quando fu chiuso il canale di Suez a seguito della guerra dei sei giorni, le nostre navi partivano per l’Italia settimanalmente portando ivi tutti questi prodotti freschi. Non mancava l’acqua potabile, prodotta, trattata e distribuita da un modernissimo sistema di dighe e di acquedotti. Né mancava la corrente elettrica generata da un poderoso e moderno impianto di generazione elettrica: la Sedao.

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Ci si spostava in biroccio, in autobus, in macchina, in bicicletta ed a piedi. Le strade erano asfaltate.

Molti andavano a caccia e tornavano con la vettura carica di uccellagione, in particolare, di quaglie. Ora mi sovviene che vi era anche un velodromo ciclistico con le curve rialzate.

Famose erano anche le fabbriche di produzione di birra della famiglia Melotti e l’azienda vinaria della Famiglia Fenili, ora trapiantata a Viareggio dove ha messo su un bel Bowling. Fra le infrastrutture vi erano anche delle belle piscine e campi ove giocare a pallacanestro, di cui ben ricordo il famoso cestista Patzimas.

I trasporti avvenivano mediante i famosi autocarri Fiat 34 ed altri che erano dei veri e propri muli, e quelli in città anche con i birocci trainati da cavalli.

Non mancavano scuole di musica e di teatro. Io stesso passai un paio di anni a studiare violino e le mie sorelle il pianoforte, mentre mia cugina Sandra, che poi sposò Italo Ganassali, seguiva lezioni di danza classica.

Insomma, una città dove la vita si svolgeva in tutto, regolarmente e in modo molto ordinato e sereno.

Vi erano purtroppo anche i poveri e coloro che chiedevano l’elemosina pieni di mosche.

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Il collegamento con Massawa era ottimo, una strada asfaltata bella larga, la ferrovia con le littorine ed i treni trascinati da locomotive a vapore. Nella parte più ripida, occorrevano due locomotive in serie. Per di più vi era la teleferica con i suoi 7000 carrelli. Con la partenza degli inglesi, la funivia venne interrotta perché si portarono via i motori di trazione che erano dei gioielli. I piloni e i cavi vennero poi venduti come ferro vecchio. Con la guerra d’indipendenza, furono distrutti molti ponti ed interrotta la ferrovia che sta cominciando a funzionare ora dopo importanti lavori di rinnovamento. Vi erano anche delle belle strade asfaltate che conducevano a Decamerè, nella Piana D’ala, verso Adi Ugri e verso Cheren.

Dopo Cheren, vi era una fabbrica di bottoni che usava le noci di cocco come materia prima.

Era anche disponibile una quantità enorme di piante di agave, da cui si ottenevano le corde di canapa. Le foglie si tagliavano e si macinavano. La fibra delle foglie, debitamente lavorata, che ne usciva, veniva avvolta ed intrecciata con delle macchine e ciò permetteva la costruzione di corde di canapa usate in tutto il mondo sin dall’antichità.

Apparivano infine enormi distese di piantagioni di noccioline americane e di caffè arabico.

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Pianta di Agave da cui si recupera la fibra per fare le corde di canapa.

 

 

 

Mio padre Augusto: dai pompieri al municipio.

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Papà al municipio di Asmara

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Alcuni progetti di mio padre Augusto

Papà rimase a dirigere e rimodernare il corpo dei vigili del fuoco per molti anni fino a che un giorno venne chiamato a lavorare presso il Municipio di Asmara come Direttore dell’Ufficio Tecnico. Vi rimase per molti anni. Aveva ottenuto un incarico di prestigio, lo stipendio era migliorato e in casa vi era una maggiore disponibilità di risorse economiche. Papà provvide subito a progettare molte cose per migliorare la situazione della città. Una volta fu anche lanciato un bando di concorso per la costruzione di abitazioni a basso costo per Eritrei, concorso che papà vinse intascando un cospicuo malloppo di dollari eritrei rivelatosi molto utile alla famiglia.

Cambiammo residenza. Ci spostammo nel quartiere di Gaggiret.

Fu in quel periodo che la famiglia decise di trasferire la propria residenza dalla via Oriani al quartiere di Gaggiret. Trovammo una casa singola sita in via Tornabuoni, che divenne poi Via Amdezion. Si trovava a poche centinaia di metri dalla chiesa di Gaggiret gestita dai francescani. La

chiesa era molto bella, realizzata in pietra vulcanica nera e si affacciava su una bella piazza con un monumento circondato da verdissime siepi. Sul fianco destra vi era un muro che racchiudeva un giardino pieno di alberi da frutta, in particolare peschi.

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Il quartiere di Gaggiret con la chiesa ed il monumento di San Francesco.

Nell’ottagono la nostra casa. Sulla destra, viveva la famiglia Tonnellotto.

A destra il campo di pallone dei Fratelli Cristiani

Immagine ricavata da Google

Noi ci andavamo spesso la notte per portar via un po’ di frutta, rischiando di essere mangiati dai cani lupo che erano stati messi a guardia. La nostra casa era ornata da un bel giardino ed aveva un capannone coperto dove riporre vari materiali, ed una volta utilizzato anche per costruirvi un ring da box. Vi erano anche alcuni alberi con una vegetazione fitta, sui quali ci arrampicavamo per lanciare sui passanti, utilizzando delle cerbottane, coni di carta con uno spillo sulla punta. Vicino a noi abitavano la famiglia Tonnellotto, di fronte il Geom. Burlando, il giornalista Ciro che lavorava per il Corriere Eritreo e molti altri amici. Lungo la via Tornabuoni risiedeva Gritti e la famiglia Varnero che si interessava di costruzioni. Sul lato opposto, vi era la dimora della cara Anna Colosetti, amica delle mie sorelle. Prima di giungere alla chiesa di Gaggiret, sul lato destro, vi era un negozietto gestito da un arabo, un certo Ali’, che vendeva un po’ di tutto.

In quel quartiere vi era anche la scuola dei ‘Fratelli La Salle’ dove andò a studiare mio fratello Beppe e si trovava anche il laboratorio di Cacciagli, il pompiere che in quel periodo aveva messo in piedi un’attività d’imbalsamatore (Taxidermist) dove noi ragazzi ogni tanto andavamo a lavorare per rimuovere la carne morta degli animali ed uccelli da imbalsamare utilizzando, se ben ricordo,

l’acido fenico. Ricordo che ci faceva anche montare degli occhi di vetro bellissimi che venivano dall’Italia e sembravano veri. La casa fu anche allietata da due cani: Bill e Fufi e da una tartaruga gigante alla quale le mie sorelle diedero il nome di Amabile, nome di una ragazza di Asmara di cui mi ero invaghito. I nostri due cani ebbero un triste destino. Il primo, Bill, era un bellissimo lupo che finì sotto una macchina e perdette completamente un arto posteriore, ma morì comunque di vecchiaia, mentre Fufi era un lupetto più piccolo che anche finì sotto una macchina perdendo un arto anteriore che però gli rimase appeso necrotizzato. Quando rientrammo in Italia lo lasciamo alla nostra donna di servizio che lo accudì per molti anni.

In Eritrea era abitudine avere in casa delle badanti locali che chiamavamo ‘letè’. Io ricordo benissimo Fanà che ci seguì per molti anni e che poi prese i voti divenendo suora, prendendo il nome di Suor Maria Mezenghi, che aprì un orfanotrofio per i bambini orfani della guerra di secessione dall’Etiopia, a cui mandavamo regolarmente fondi per aiutarla in questa meravigliosa missione umanitaria. E’ trapassata a causa di un brutto male al fegato ed ora è nelle schiere celesti insieme ai miei cari genitori e a mia sorella Anna Maria che lei accudì come tutti noi con straordinario amore quando eravamo piccolini.

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Fanà o Suor Maria Mezenghi con tutta la nostra famiglia in Eritrea e a Milano - Una ns. lete’

Un muro di cinta, alto diversi metri, in pietra ci separava da un edificio e da un giardino dove in effetti era ubicato un bordello che veniva gestito, se ben ricordo, da una certa Antonietta. Spesso con mio fratello ci arrampicavamo sul muro per vedere chi fossero i frequentatori di quel locale.

La discarica ed i cavalli

Da casa nostra si raggiungeva in pochi chilometri un’area dove si trovava una discarica nella quale confluivano i rifiuti della città. La cosa impressionante era che sopra vi volavano in circolo centinaia di falchi in cerca di cibo che ogni tanto piombavano giù a catturare le loro prede o pezzi di cibo avariato. Vi abitava una famiglia il cui padre gestiva la discarica. Ricordo con grande affetto Antonio e Lisa che ho avuto la fortuna di rivedere a Bergamo, tantissimi anni dopo, durante un incontro degli ex asmarini. Sempre in quella direzione vi era una tenuta di cavalli che noi andavamo a prendere in affitto per qualche dollaro etiopico. Si cavalcavano senza sella, tipo gli indiani d’America. Ricordo bene un cavallo nero bellissimo che si chiamava ‘Morello’. Cavalcare senza sella era un godimento pazzesco.

Il Tè bollente ed il caffè eritreo.

Immagine142Era abitudine in eritrea bere il Tè che prende il nome di ‘Sciai’. Nelle teccerie, così come vengono chiamati i locali dove si serve il tè, esso viene appunto servito in bicchierini piccoli, già zuccherato e con un pezzetto di cannella che gli dà un sapore gradevolissimo. Solitamente la bevanda scotta maledettamente e la si deve bere a piccoli sorsi. Una volta andammo con amici ciclisti eritrei in uno di questi locali. Era la prima volta che mi ci recavo. Poco pratico, quando mi arrivò il bicchierino ne ingoiai un sorso un po’ abbondante bruciandomi letteralmente la lingua e non sentendo più il sapore per almeno un paio di settimane fino a quando le papille gustative non si erano riformate. Sempre in questi locali veniva servito un caffè che veniva fatto con chicchi di caffè arabico, molto famoso in Eritrea, macinato e versato dentro una piccola anfora di terra cotta cui veniva messo un tappo di peli di coda di cavallo per non farvi entrare le mosche. E’ un po’ come il caffè turco, molto saporito.

Gli amici che ricordo con grande affetto

Avevo tantissimi amici di cui non riesco a ricordare i nomi, dato che sono trascorsi numerosi anni:

Giordimaina, Dell’Oro, Lamberto Casini, Scalas, Tonnellotto Mario ed Aldo, Saglimbeni, Ciro il giornalista, Burlando, Cacciagli, Spaggiari, Stocco, Gandini con il figlio che correva nei pulcini, Zonta, Buglioni, Bertarelli, Adriana Buffoni, Stocco, Odino, i fratelli Bettoni, Lisa ed Antonio della discarica, tutta la grande famiglia Mazzola.

Vita un po’ movimentata

Non sempre tutto filava liscio e spesso ne combinavamo di brutte. Ogni tanto si finiva a sassaiola con uso di fionde con altri gruppi e qualcuno si rompeva qualche testa. Una volta con Aldo Tonnellotto stavamo sperimentando di usare una bottiglia e pellicola cinematografica recuperata negli scarti dei cinema di Asmara. Si metteva la pellicola dentro la bottiglia lasciandone fuori un pezzetto e dandogli fuoco. La pellicola conteneva nitro ed una volta esplose ferendo al volto Aldo. In un’altra occasione andavo a caccia con Aldo il quale, per impedirmi di sparare, mirò alla canna del mio fucile. Il pallino deviato sulla mia canna si piantò fra l’occhio ed il naso. Per un pelo non mi accecò. Pieno di sangue mi recai a casa dove presi la seconda dose. Per continuare, un giorno giocavamo a pindolo pandolo e fu un caso che per raggiungerlo in aria feci un salto verso l’alto finendo dentro una vasca di grassello (calce spenta). Per fortuna, ero sul bordo e mi ci attaccai, altrimenti vi sarei finito dentro per diversi metri morendo sicuramente. In un’altra circostanza demmo fuoco alla siepe della chiesa di San Francesco.

In occasione dei nostri giochi più vivaci, per costruire i carrettini, andavamo a fregare i cuscinetti e le porte delle palazzine. Per completare il ring a casa, mancandoci la corda, recuperammo qualche chilometro di filo del telefono staccandolo dai pali della città. Ce ne sarebbero tante altre, ma non si possono raccontare tutte per evitare di essere preso per delinquente!

Per un’ulteriore bravata, a caccia chiusi la canna del fucile lasciandoci davanti il dito indice della mano destra. Partì il colpo ed il pallino si piantò sull’osso del dito. Naturalmente corsa all’ospedale, radiografia ed incisione con bisturi per rimuovere il pallino e chiusura con relativi punti di sutura. Non parliamo della pesca, quando mi piantai l’amo nel palmo della mano sinistra. Siccome l’amo ha una controfreccia per evitare che il pesce che abbocca scappi, era impossibile sfilare l’amo. Di nuovo all’ospedale, dove questa volta usarono una cesoia per tagliare l’amo. A Massawa spesso andavamo a scoprire quello che c’era sopra le coperture dei fabbricati abbandonati ed una volta il piano di appoggio si sfondò, la gamba destra entrò nel solaio marcio ed un bel ferro mi aprì uno squarcio sul ginocchio destro che richiese diciotto punti iniziali di sutura, seguiti poi da una riapertura ed una ulteriore ricucitura, dal momento che non avevano ben pulito la ferita che aveva formato l’infezione.

Questa mia tendenza grazie a Dio cambiò con la scoperta del pensiero Baha’i che m’incanalò le energie in modo positivo verso cose utili a me, alla famiglia, agli amici, alla comunita’ baha’i ed all’umanità.

Gli UFO

Nel 1953 circa cominciarono ad apparire nel cielo terso di Asmara delle strane strisce luminose lasciate da qualche strano oggetto volante che si muoveva a velocità incredibili cambiando direzione anche a 90° in modo repentino. Eravamo estremamente turbati da questi eventi. Papà allora ordinò un libro, riguardo al quale aveva letto su qualche rivista, scritto da due scienziati del Centro astronomico di Palomar, di cui uno era George Adamsky direttore del Centro. Il titolo del libro era: ‘Flying Saucers Have Landed’ (I dischi volanti sono atterrati). Lo leggemmo attentamente scoprendo che molto materiale delle forze armate americane era segregato ma che ci poteva essere qualcosa di interessante. Questo è un tema che ancora oggi è rimasto completamente al buio.

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Centro astronomico di Monte Palomar

 

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Il libro di George Adamski del centro astronomico di Monte palomar sui dischi volanti

 

I Fichi d’india e tanta altra frutta

Come ho detto, l’Eritrea è coperta di fichi d’india. In effetti, non si tratta di una pianta autoctona. Fu portata in Eritrea dagli italiani all’inizio del XIX secolo quando fu costruita la ferrovia Massawa – Asmara, la seconda più alta ferrovia al mondo che andava dal mar Rosso ai 2600 metri di Asmara. Era necessario stabilizzare i terreni lungo la ferrovia e la pianta più adatta era appunto il fico d’india che ha delle radici che penetrano molto profondamente e impediscono la formazione di frane. Essi furono portati dalla Sicilia.

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Foto di mercati ad Asmara e a Cheren –La foto si destra e’ di P. Reffo

L’Eritrea, data la grande varietà di clima, che va dal temperato di Asmara al caldo torrido ed umido di Massawa a quello di mezza collina di Ghinda, è ricchissima di frutta. Ricordo i saporitissimi zaitung, i giganteschi e saporitissimi mango della piantagione di Ertola, gli aranci e mandarini di Ghinda, le noci di cocco, i chichingioli, i dolcissimi e giganteschi datteri del basso piano.

A Ghezzabanda vi era un favoloso mercato di frutta esotica.

Cure naturali

In Eritrea era anche abitudine curarsi in modo naturale. Ricordo che quando qualcuno di noi si beccava un malanno ai bronchi o polmoni, mamma metteva a bollire una pentola d’acqua con dentro le foglie di eucalipto raccolte dalle piante lungo la strada. Poi ci metteva con il viso sopra la pentola ed un asciugamano sopra la testa costringendoci a respirare il vapore che conteneva eucaliptolo. Dopo poche sedute di questo tipo, il malanno se ne era andato. Vi erano dei casi più seri per cui mamma ci curava nella seguente maniera: prendeva dei semi di lino e li metteva a cuocere in una pentola formando una specie di polenta. Poi tirava fuori questa pasta, la avvolgeva in uno straccio e poi in un asciugamano e ce la poneva sopra il petto o sopra la schiena. Faceva un caldo boia, ma il suo effetto era notevole rimuovendo l’infermità. Mamma faceva anche uso di estratti di piante naturali. Mi ricordo che quando cambiavamo aria ed andavamo a Massawa era obbligo prendere una purga. La purga in questo caso era l’olio di ricino che faceva veramente schifo. Ci chiudeva il naso e giù il cucchiaio di ricino seguito da un cucchiaio di zucchero. Mamma diceva che ci faceva bene e che la lingua che era la spia di una pancia intossicata tornava bella limpida. Poi vi era anche l’olio di fegato di merluzzo che faceva schifo quanto l’olio di ricino. Diceva che serviva per rinfrescare il fegato da affaticamento.

 

Lo zighinì

E’ forse il piatto più prelibato e conosciuto dell’Eritrea ed ha oramai preso una diffusione mondiale. A Milano ogni tanto ci rechiamo nei vari ristoranti eritrei a farci una scorpacciata di zighinì. Si tratta di cubetti di carne cucinata nel sugo di pomodoro insieme ad altre verdure a cui viene aggiunta una sostanza rossa che prende il nome di ‘berberè’. Da quello che so, essa è prodotta macinando insieme una cinquantina di spezie aromatiche col peperoncino. Brucia in modo incredibile, ma è per di più saporito (attenti a non abbondare perché si rischia il soffocamento!). Il tutto viene poi servito con un pane che prende il nome di ‘ingera’ che è realizzato usando una pastella prodotta con miglio fermentato cucinato su terra cotta sopra il fuoco. In tal modo, si produce una pizza circolare, molto porosa, acidula. Con essa e con l’accompagnamento delle mani si prendono pezzetti di carne e verdure da avvicinare alla bocca sempre rigorosamente con le mani. Non si usano le posate. Se se ne mangia molto, lo stomaco si gonfia perché l’ingera assorbe la parte liquida e si gonfia come una spugna.

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Ingera e verdure e zighinì Zighinì
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Zighinì Alichà, patate, carote,crauti
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Tumtumò (ceci) Ingera
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Scirò (Lenticchie) Cocchi e chichingioli

 

 

 

 

La scuola continua

Nello stesso tempo, raccontando tutti questi episodi sporadici della vita di quegli anni, ricomincio dal punto in cui frequentavo le elementari presso le suore del collegio Comboni dove rimasi cinque anni. Per passare alle medie, occorreva un esame di ammissione e, sfortunatamente in quel periodo, presi la scarlattina che mi impedì di fare gli esami. Pertanto, avrei perso un anno e mio padre decise che sarei allora andato al Comboni College, gestito dai padri comboniani. Era una scuola pubblica multirazziale, etnica e religiosa come ho già raccontato brevemente nel capitolo contenente una breve biografia. Vi andai con grande entusiasmo, anche se si parlava solo l’inglese di cui io non conoscevo neanche una parola. Era una scuola che seguiva i corsi di Oxford ed occorreva fare i primi quattro anni primari e poi i quattro secondari, per accedere finalmente all’università. I primi giorni non capivo una sola parola perché le lezioni si svolgevano soltanto in lingua inglese tanto che mio padre venne a scuola a protestare, ma gli fu suggerito di avere pazienza perché in poco tempo avrei fatto dei progressi rapidissimi. In effetti fu proprio così. Dopo pochi mesi cominciavo a parlare e a comprendere. Si trattava di quello che oggi chiamano full immersion. Ricordo che gli esercizi dei primi giorni comprendevano espressioni quali: stand up, sit down, go to the window, open the window, close the window, come back, go to the door, open the door, close the door, walk, run, drink, glass, bottle ecc. ecc.

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Il Comboni con iul suo gruppo dei Boy Scout e Padre Vantini

Furono anni bellissimi. Al Comboni si sviluppavano infinite attività. Gli insegnanti erano veramente favolosi. Ricordo molto bene Padre Vantini, Padre Chistè, e tanti altri. Si studiava letteratura, matematica, fisica, scienze, educazione fisica e tante altre materie. Come ho già scritto, la scuola era multirazziale e multietnica. Io avevo molti amici eritrei di cui conservo bellissimi ricordi. A scuola erano anche molto più bravi di me.

Un aspetto piacevole di questa scuola era l’infinità di gite organizzate fuori città, di campeggi che duravano settimane, di viaggi in luoghi molto lontani e selvaggi. Fu un’ottima scuola di vita. Facevamo escursioni in bicicletta e a piedi, scoprendo dei posti bellissimi di questo meraviglioso paese. Molte delle visite erano legate ai luoghi della guerra. Ricordo una bellissima gita dopo Cheren per visitare un forte servito agli alpini per rallentare l’avanzata dell’esercito inglese che veniva dal Sudan. Andammo a visitare il cimitero di Cheren dove si trovavano le tombe di molti dei nostri soldati, fra cui quella del Generale Lorenzini colpito da una granata inglese mentre osservava con il binocolo lo spostamento delle truppe nemiche. Facevamo molte esercitazioni, quali quelle per attraversare un fiume con tre corde o quella di risalire ripidi pendii.

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Sulle colline dopo Cheren in un vecchio fortino degli alpini costruito per rallentare l’avanzata degli inglesi dal Sudan nella seconda guerra mondiale verso Asmara ed Addis Abeba.

Papà aveva operato come ufficiale del genio a far saltare tutti i ponti per rallentarne l’avanzata.

Una volta facemmo un viaggio molto lungo fino a Barentù che si trovava quasi ai confini col Sudan. Trovammo una interessante fauna ed un caldo molto secco. Il territorio era pianeggiante e le piante spinose. Si incontravano molte carovane di cammelli di popolazioni nomade. Si incrociavano spesso dei piccoli insediamenti realizzati o con legno e sterco o fango, o con pelli realizzate con pelo di cammello.

Un'altra volta ancora andammo a fare un viaggio a trovare amici Baha’i che abitavano ai confini del Sudan, però nel Nord. La località che raggiungemmo si chiamava Nakfa e per arrivarci fu una bella avventura. Bucammo il serbatoio della benzina. Queste storie si trovano nei libri di mio padre sul suo sitohttp://www.augustorobiat.it che si possono scaricare gratuitamente.

I Boy Scout

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Io facevo parte de gruppo dei Boy Scout della scuola. Seguimmo tanti corsi per imparare cose utili nella vita, in particolare per acquisire quei valori morali che sono alla base di tutto. Facemmo un grande giuramento alla presenza del nostro direttore. Fu una cerimonia bellissima. Con i boy scout furono organizzate numerosissime gite fuori Asmara.

Ricordo un’uscita verso Addis Abeba. Non so se eravamo arrivati nella regione del Tigrai. Visitammo numerose chiese copte e scoprimmo alcune tombe antichissime che sarebbe stato utile aprire. Poi trovammo dei piccoli obelischi di cui l’Etiopia è piena, anche se quelli più famosi si trovavano ad Axum. Visitammo numerosi cimiteri di guerra dove erano sepolti molti soldati caduti durante la famosa campagna d’Etiopia. Occorre ricordare che l’Italia aveva laggiù più di 500.000 soldati per attuare l’idea di Mussolini di un grande impero al pari delle altre potenze occidentali quali l’Inghilterra, la Francia, la Germania. Naturalmente, come la storia poi ha messo in luce, fu un sacrificio di vite umane enorme. L’Italia perse poi tutto sconfitta dall’Inghilterra, ed il Negus Hailè Sellasiè fu rimesso sul trono.

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Cimitero di guerra Italiano

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L’Imperatore Haile Sellasie, il leone di Giuda, prigionieri di guerra Italiani

Quando ci spostavamo, portavamo con noi delle bellissime tende bianche costruite con il tessuto dei paracadute. Erano tende molto grandi e molto comode. Imparammo a vivere in modo sano e spartano sotto la guida dei nostri insegnanti. Una volta in un campeggio, per pranzo, era stata abbattuta una piccola antilope che cucinammo sopra un fuoco.

Avevamo con noi dei fucili a pallini, dei Flobert, Diana e Falckett. Cacciavamo tortore e uccellagione di piccola dimensione che cucinavamo allo spiedo su fuochi improvvisati.

Una volta eravamo a caccia verso Cheren e stavamo camminando nell’alveo di un torrente asciutto che credo fosse o il Barca o il Gash. Ad un certo momento, sentimmo uno strano rumore e, volgendoci indietro, vedemmo arrivare un fiume in piena. Cominciammo a correre in modo obliquo per raggiungere una sponda e la raggiungemmo arrampicandoci sulla ripida scarpata, appena in tempo per non essere trascinati via dalla corrente. Evidentemente, aveva piovuto fortemente a monte e questo aveva provocato una piena del torrente.

Angelo di Falco e l’ipnosi

 

Assieme a molti amici Baha’i, conoscemmo Angelo di Falco. Lavorava all’ospedale nel settore autopsie. Aveva anche molte abilità extrasensoriali e faceva l’ipnotizzatore. Lo faceva però in maniera scientifica. Uno dei temi che più gli stava a cuore era quello del ritorno della memoria. Diceva che tutta la nostra vita è incisa in modo chiaro nella nostra memoria e mediante sedute di un paziente in stato ipnotico era possibile risalire ai suoi ricordi più profondi, più primordiali. Angelo Cacciagli e De Leo erano due soggetti con i quali lui condivideva studi ed approfondimenti. Un altro tema era quello di addestrare il paziente in stato di ipnosi nel riuscire a resistere a scariche elettriche sempre più forti. Noi partecipammo a molte delle sedute. Egli in effetti le registrava su uno dei primi magnetofoni arrivati dalla Germania, un Grundig. Sfortunatamente quelle bobine andarono perdute. Angelo era una di quelle persone che affrontavano la ricerca in modo serio e scientifico, e non alla maniera di certi ciarlatani con le sedute spiritiche ed altro.

 

Papà trasferito a Massawa e l’inizio di un radicale cambiamento nella sua vita e in quella della famiglia.

Mentre la nostra vita proseguiva normalmente, arrivò la brutta notizia che papà era stato trasferito a Massawa, e precisamente all’acquedotto, con l’incarico di ri-progettare e rinnovare la condotta che portava da Dogali a Massawa, la relativa stazione di pompaggio e clorinazione e poi la rete idrica di Massawa. Fu una notizia terribile perché la nostra famiglia era molto unita e questo non ci voleva. In effetti, la causa del trasferimento fu determinata dal fatto che mio padre si era rifiutato di firmare la consegna di tubazioni mai arrivate e, dal momento che aveva ben documentato il tutto e ne teneva copia in luogo segreto, non lo si poteva licenziare. Di qui il trasferimento per punizione. Iniziò così un periodo molto difficile per papà ed anche per noi figli che durò fino al rientro definitivo in Italia nel 1961. Gli fu data comunque una bella abitazione sul mare, vicino al lido e noi ragazzi per molti anni potemmo andare a passare le vacanze estive al mare. Papà fece un lavoro straordinario rimettendo a posto le gallerie filtranti a Dogali dove vi era la captazione delle acque per l’acquedotto, ordinò tutte le attrezzature ed i macchinari, ricostruì la stazione di pompaggio e clorinazione e posò la nuova linea fino a Massawa con tubazioni realizzate con nuovi materiali che non si corrodevano facilmente, data l’azione fortemente aggressiva della salsedine del mare.

Io ricordo di aver partecipato per qualche tempo, durante le vacanze, alla realizzazione di questi lavori poiché avevo cambiato scuola e studiavo per divenire geometra.

Sull’effetto di questo trasferimento a Massaua e sulla vita di mio padre vi rimando al suo sito: Http://www.augustorobiati.it in cui questa storia è ben raccontata nei suoi libri che si possono scaricare gratuitamente.

L’istituto Tecnico per Geometri Vittorio Bottego

Nel capitolo ‘La mia visione’ si racconta come, ad un certo punto, mentre frequentavo il penultimo anno della scuola di Oxford gestita dai padri comboniani, un episodio mi obbligò ad abbandonare il Collegio Comboni e reiniziare, perdendo ben tre anni di studi, frequentando i corsi per geometri all’Istituto Tecnico Vittorio Bottego. La scuola era ottima, con insegnanti bravissimi. Ricordo il Prof. Amighini che ci insegnava matematica e topografia, l’Architetto Fornaini che ci insegnava disegno. Mi sfuggono i nomi degli altri insegnanti. Quello di Scienze delle Costruzioni era bravissimo e da lui imparai veramente moltissimo.

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Gli studi tecnici terminati in Italia mi aprirono una strada che mi condusse in giro per il mondo a realizzare grandi e piccole opere d’ingegneria.

La mia aspirazione era quella di studiare medicina, come il mio amico Julio Savi, ma non so se, in realtà, finito il corso al Comboni, avrei intrapreso quegli studi. Probabilmente il DNA della nostra famiglia era quello dell’indirizzo tecnico. Forse il fato ha appunto voluto che il mio corso di studi cambiasse direzione.

Le saline

Massawa è sul Mar Rosso dove impera un caldo impressionante. Se ricordo bene, a volte la temperatura arrivava a 48 gradi all’ombra, con una umidità altissima. Era naturale che in questo ambiente l’evaporazione fosse molto alta e quindi risultava essere un ambiente favorevole per la produzione di sale marino. Vi erano delle enormi saline che si sviluppavano per chilometri. L’acqua del mare veniva fatta confluire in pre vasche dove subiva una prima evaporazione addensandosi, poi l’acqua addensata veniva fatta confluire in un altro tipo di vasca dove avveniva l’evaporazione finale e il sale veniva raccolto meccanicamente, accumulato in enormi coni e infine caricato e portato al porto per essere spedito in varie parti del mondo.

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L’inchiostro

Quando abitavamo nel quartiere di Gaggiret, nel nostro giardino vi erano delle piante che producevano degli strani pallini di colore nero. Un giorno ne raccogliemmo qualche chilo. Spremendoli veniva rilasciata una sostanza liquida di color nero. Provammo a scrivere su un foglio di carta con quelle penne che si usavano una volta, con il pennino. Scoprimmo che lo scritto si vedeva molto bene. Avevamo scoperto l’inchiostro, però poi non se ne fece niente.

 

I Russi

Ricordo una stranissima storia legata ai russi. Qualcuno potrebbe domandarsi che c’entrano i Russi. Era arrivata ad Asmara prima, e a Massawa poi, una delegazione di tecnici russi. Essi stavano studiando la possibilità di realizzare una raffineria ed avevano bisogno di una grande quantità di acqua potabile, per cui furono indirizzati a mio padre il quale, essendo il direttore dell’acquedotto, poteva dar loro le necessarie informazioni. Fecero numerose visite ed una volta mio padre invitò il loro direttore e la interprete a casa a prendere un tè. Ricordo che ci eravamo tutti vestiti a festa perché era un’occasione molto importante. Io ricordo bene l’interprete. Era bellissima e credo che me ne innamorai a prima vista. A noi ragazzi regalarono una montagna di spille dai colori, forme e disegni vari, che subito appendemmo ai nostri abiti. Quando poi lasciarono la casa, mio padre venne a recuperare le spille che scoprimmo essere i simboli del partito comunista e dell’URSS. Era cominciata la guerra fredda e anche la penetrazione in Africa delle due grandi potenze mondiali, gli Stati Uniti e l’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche.

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Non ricordo bene come andò a finire. So solo che negli anni 1963 – 93, gli anni della guerra d’indipendenza dell’Eritrea dall’Etiopia, trent’anni di guerra che causò molti morti e molte distruzioni, erano presenti in Eritrea molti soldati dell’Est Europeo, fra cui soldati sovietici, dato che questi appoggiarono in modo aperto il governo militare di Menghistù che aveva preso il potere con un colpo di stato, mettendo poi a morte il Negus. Menghistù si era apertamente schierato con le forze di sinistra e il suo esercito fu addestrato ed armato dall’Unione Sovietica. Tutto terminò con il crollo del muro di Berlino e la fuga di Menghistù in Zimbabwe, e la sconfitta delle forze etiopiche.

Chissà che fine fece la bella e giovane interprete!

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Carri armati russi in Eritrea durante i 30 anni di guerra di liberazione - 

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Generale Menghistu

 

 

Cheren

Cheren è una bella cittadina distante da Asmara, se la memoria non m’inganna, un centinaio di chilometri. Si arrivava con una strada che ad un certo punto era tutta curve in quanto si scendeva verso il bassopiano del Sudan. Arrivando a Cheren faceva un grandissimo effetto vedere queste grandi piante spinose – forse erano acacie – su cui le gru o le cicogne giganti avevano costruito nidi giganteschi di paglia dove depositavano le uova.

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Strada per Cheren. Arrivo a Cheren con foto panoramiche della citta’ Foto di Odino
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Cicogne che occupavano con i loro nidi tutte le piante di cheren – Donne che portano acqua dai pozzi

Era molto famoso un certo artigianato che lavorava oro ed argento, realizzando favolose croci, anelli, collane e bracciali di una finezza incredibile utilizzando la filigrana.

Vi era anche un famosissimo ristorante gestito da un italiano con due baffoni che non finivano più!

La piantagione di Ertola era poi straordinaria. Ricordo la bella entrata circondata da gigantesche piante di mango.

Sul bassopiano abitavano delle popolazioni nomadi le cui donne erano molto belle, quasi scolpite nel legno. Si portavano sempre dietro i piccoli sulle loro schiene e le vecchie spesso avevano seni che toccavano terra.

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Il Baobab con dentro la madonnina nera

Una cosa molto particolare si trovava vicino a Cheren: la madonnina nera del baobab. Durante la guerra, un gruppo di soldati si nascose dentro il cavo di un gigantesco baobab. Un caccia inglese sganciò una bomba che si infilò dentro l’albero senza esplodere. I militari lo considerarono un miracolo e vi installarono un piccola statuetta di madonna nera a ringraziamento. Oggi è oggetto di visita sia degli italiani che vengono nell’area che di eritrei.

Sempre vicino a Cheren organizzavamo dei campeggi sia con la scuola che con la comunità Baha’i che vi teneva le scuole estive.

 

 

 

 

 

Le piantagioni degli Italiani

Come ho già detto, gli Italiani avevano sviluppato il territorio creando grandi infrastrutture e molti altri si erano dedicati all’agricoltura realizzando delle grandissime piantagioni. Fra questi ultimi, la mia memoria ricorda Marazzani, Ertola, De Nadai. Avevano anche costruito delle dighe per avere abbondante acqua per l’irrigazione. Credo che a causa della guerra e con il trascorrere degli anni, esse siano state abbandonate. In Eritrea all’epoca vivevano circa 60.000 Italiani e, da quello che so, oggi di connazionali ne sono rimasti circa 200.

La passione per la bicicletta

Come ho raccontato sopra, mi era venuta una passione straordinaria per la bicicletta. Papà me ne comperò una di seconda mano, di cui si ruppe il telaio e con cui feci la famosa pedalata fino a Massawa. Mi iscrissi al circolo sportivo Asmara dove avevamo un bravissimo allenatore che si chiamava Saba. Mi ero fatto mandare da mia zia in Italia un bel libro di come fare gli allenamenti che mi servì moltissimo. Era un bel sacrificio perché mi alzavo la mattina alle quattro per andare ad allenarmi o nel circuito cittadino della Ex Mape in fondo a Corso Italia o nella strada che portava a Decamerè. Solitamente arrivavo fino alla cantoniera distante una ventina di chilometri. Il ciclismo in Eritrea era famoso e vi era stato un grande che negli anni ‘50 era addirittura partecipato alle olimpiadi. Vi erano atleti eritrei di colore molto bravi, passisti, scalatori, velocisti. Poi vi erano molte categorie: i pulcini, gli esordienti, gli allievi e i dilettanti. Fu famoso il mio caro amico Lamberto Casini che poi rientrato in Italia si iscrisse nella squadra ‘Pedale Lombardo’ con la quale vinse molte gare, fra cui il campionato italiano a cronometro a squadre. Infine, raggiunse il record del mondo per cinquantenni, che credo detenga ancora oggi, al Vigorelli con la bicicletta con ruote lamellari in carbonio usata da Francesco Moser.

La mia prima gara fu a Decamerè. Andavo bene, ma l’emozione mi tradì e su una curva scivolai cadendo. Mi strappai tutti i pantaloncini che all’epoca erano di lana. Mi rimisi in sella e ripartii ma non ce la feci a riprendere il gruppo di testa. Quella caduta fu uno stimolo ad allenarmi sempre di più per migliorare. Ero nella categoria degli esordienti. Le gare successive mi videro vincitore. A volte partivo in fuga senza ben calcolare le riserve di energia rischiando di essere ripreso. Ero forte in volata e nelle salite. In effetti, vinsi molte gare e molti traguardi a premio che mi procurarono ogni ben di Dio, salami, formaggi ed altro. Quando facevamo le gare nel circuito cittadino, l’Ex Mape o quello al mercato con quel lunghissimo rettilineo a due corsie, vi era una moltitudine di spettatori che facevano il tifo. Io avevo come miei primi tifosi, mio padre, mia madre e le mie sorelle e i miei fratelli. Una volta mio padre si trovava sopra un semirimorchio dopo il traguardo e, quando mi vide battere tutti in una gara ad eliminazione mista con allievi e dilettanti, saltò giù come un forsennato bloccandosi con la schiena. Fu portato all’ospedale dove gli fecero le cure del caso.

Vinsi molte coppe e anche il campionato eritreo esordienti. Siccome andavo bene, papà mi acquistò un'altra bicicletta: una Fuchs. Le gare su strada mi piacevano moltissimo perché erano su percorso misto con strappi dove si poteva scattare e scappar via. Il ciclismo mi formò moltissimo, mi rinforzò il fisico e la forza di volontà perché è uno sport dove occorre soffrire e stringere i denti. Una volta in allenamento, tornando da Decamerè, bucai, cominciai a tirar giù la ruota ed a cambiare il tubolare con quello che mi portavo dietro di scorta. Si fermò una vettura guidata da un americano che mi scattò una foto. La cosa incredibile è che la macchina fotografica era una delle prime Polaroid. Mi regalò la foto che vedete qui accanto.

Continuai a correre, passai agli allievi e anche in quella categoria vinsi molte gare. Quando cambiai scuola, passando dal Comboni al Bottego, ebbi un momento difficile perché avevo poco tempo per allenarmi bene e persi alcune gare.

Corsi fino al momento della mia partenza per l’Italia. Allora non ripresi a correre perché avevo un disturbo diagnosticato come strappo al diaframma intercostale che mi procurava dei grossi crampi nell’area del fegato.

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Con le mie sorelle e con Clara la sorella di Casini – Con Scalas

 

 

 

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Durante una festa post gara - All’inizio di una gara

 

 

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In fuga con a sinistra il mio grande tifoso, mio padre Augusto che mi incita

 

L’arte eritrea

 

L’arte Eritrea e’ assai interessante ed anche l’artigianato. Riporto qui a seguire alcune foto di quadri che tutti noi ex asmarini teniamo a casa.

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I baha’i

Trovate i dettagli del mio incontro con questa comunità nel capitolo dedicato alla mia visione. Accettai questa meravigliosa fede e divenni sempre più impegnato ad approfondire questi nuovi e profondi insegnamenti. Un’opera impressionante che lessi subito è l’opera dello storico Nabil dal titolo “The Dawn Breakers – Gli araldi dell’aurora.” Un’opera di 1000 pagine sulla storia del movimento. La lessi tutto d’un fiato. Era come leggere la storia della nascita del cristianesimo. Naturalmente, qui era di prima mano con storie che mi fecero rabbrividire e commuovere: il sacrificio e l’assassinio di 20.000 credenti ammazzati nei modi più barbari possibili, donne, uomini, bambini colpevoli solo di credere nell’idea di un modo unito libero da pregiudizi e divisione. Leggendo la storia del Bab, questo straordinario personaggio, mi sembrava di rivivere la storia di Abramo, Mosè, Gesù perseguitati dal potere religioso e civile contemporanei solo perché colpevoli di portare una visione che poteva minare il potere di quelli in carica. Sapevo anche che nessuna forza terrena poteva bloccare la crescita di una Fede divinamente rivelata.

Conobbi molti Baha’i di varie nazionalità. Gente colta e preparata: Angelo di Falco, Julio Savi, la famiglia del Dr. Niederreiter, Elio Pruscini, la famiglia Fahroumand, la famiglia Ahdieh il Dr.Shayani, Asmellash e famiglia, Techeste Alderom che poi divenne il rappresentante Baha’i alle Nazioni Unite, presso la Baha’i International Comunity, Aurora Savi, il papà di Julio Savi, e tanti altri.

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Foto di una scuola estiva Baha’i a Cheren

Il mio avvicinamento a questa Fede che era stato un po’ come un colpo di fulmine, divenne la consapevolezza di aver trovato una comunità mondiale embrionale con il suo Centro Mondiale sul monte Carmelo in Israele, con il suo sistema amministrativo e con la forza delle opere rivelate, ben 17.000 che contengono tutto quello di cui ha bisogno l’umanità. Costruimmo un bellissimo centro Baha’i dove si tenevano regolarmente le riunioni della comunità.

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Il Centro Mondiale Baha’i a Haifa – Israele sul Monte carmelo

Famosi erano i pic nic e le scuole estive dove si viveva assieme un’esperienza spirituale emozionantissima, costruendo straordinarie amicizie che ancora oggi porto profonde dentro il mio cuore. Potete andare a leggere molte di queste storie straordinarie nei libri che si possono scaricare gratuitamente nel sito di mio padre: http://www.augustorobiati.it in particolare il libro ‘L’amo e il pesce’. Ancora oggi sono in contatto con alcuni degli amici conosciuti in quel periodo, fra cui Nasi Fahroumand che ora si trova a Washington ed Elio Pruscini che viaggia per il mondo.

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Pic nic con amici Baha’i di Asmara fuori dalla città sotto favolosi boschi di eucaliptus

Nella foto di destra sono con mia mamma Alma e il caro amico Julio Savi

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Si intravedono Nasi, Asmellash, mia madre, Asmellash, Julio Savi, Angelo di Falco, Elio Pruscini, Aurora e Vittorio.

Le istituzioni religiose attaccarono pubblicamente e ferocemente la nostra famiglia considerandola colpevole di essere eretica avendo abbandonato la fede dei padri. I soli risultati furono quelli di rinforzare la nostra fede in quello che avevamo abbracciato e nel portare all’interno della comunità molti Italiani che decisero di approfondire il tema oggetto di tali attacchi.

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Tempio Baha’i in Uganda a Kampala sulla collina Kikuyu

Un evento importante di quegli anni fu l’inaugurazione del Tempio Baha’i per l’Africa a Kampala in Uganda costruito su un’altura che prende il nome di Collina Kikuyu. Vi si recarono molti amici Baha’i di Asmara che ritornarono con dei bellissimi racconti e delle belle foto del meraviglioso Tempio. Anche negli anni di guerra civile in Uganda, il Tempio è sempre stato un luogo mai violato ed un luogo di armonia religiosa in quanto qualsiasi credente di qualsiasi Fede vi può entrare a recitare gli scritti sacri di qualsiasi religione o per meditare silenziosamente.

In quegli anni personalità Baha’i visitarono la città di Asmara e la comunità baha’i. Fra loro, ricordo Ali Nakjavani, le Mani della Causa Musa Banani, John Robarts e Samandari, l’ultimo Baha’i vivente che incontrò personalmente Baha’u’llah fondatore della Fede Baha’i al Cui servizio egli si pose.

 

 

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Foto di gruppo di amici baha’i fuori di Asmara in mezzo ai fichi d’india

 

 

 

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A sinistra la famiglia Farhouman con la Mano della Causa Musa Banani e Ali Nakjavani.

A destra alcuni amici della comunità baha’i di Asmara con la Mano della Causa Samandari

 

 

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Membri della ns. famiglia ed altri amici Baha’i a Massaua con la Mano della Causa John Robarts

 

 

 

 

Rientro in Italia

 

Come detto innanzi, dopo aver cambiato scuola, passando dal Collegio Comboni all’Istituto Tecnico per geometri Vittorio Bottego, a causa della mancata accettazione della mia iscrizione all’ultimo anno perché frequentavo la comunità Baha’i, avendo perso tre anni e dovendo ricominciare da capo, non essendo stati nemmeno riconosciuti accademicamente gli anni passati al Comboni, feci un grande sforzo per inserirmi nel nuovo corso di studi, superando bene tutti gli esami e completando l’anno di transizione ed i primi due anni. Mio padre, soddisfatto dei risultati ottenuti, mi mandò in Italia come premio. Partii con la nave Tripolitania e sbarcai a Napoli.

Il viaggio fu poi senza ritorno in Eritrea, come vedrete nei capitoli successivi.

Si chiude quindi il ciclo della mia vita in Eritrea, Paese che non ho più visitato da quella data ma che spero di ritornare a visitare presto.

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Tutta la nostra famiglia

Ciao Asmara!