Una Vita dedicata al lavoro parte 1 capitolo 1

UNA VITA DEDICATA AL LAVORO, ALLA FAMIGLIA E ALLA FEDE

Cercherò nelle pagine che seguono di condurre una riflessione sugli anni della mia vita dedicata alla famiglia, al lavoro e alla Fede.

Per quanto riguarda il lavoro, racconterò delle aziende con cui ho lavorato, dei direttori che ho avuto, dei colleghi – dirigenti, impiegati, operai - che con me hanno condiviso momenti di grande fatica, di gioia, di sofferenze, di amarezze e anche di alcune esperienze umane all’estero ed in Italia; per ultimo tratterò alcuni paesi del mondo, paesi dove ho lasciato molto sudore.

Prima di cominciare questo racconto, desidero fare un ringraziamento particolare a mia moglie Jannette Margaret, alle mie figlie Nicole, Emma e Louise che per molti anni, con grandi sacrifici, mi hanno seguito nelle varie peregrinazioni all’estero ed in Italia. Con me hanno condiviso esperienze di vita, momenti belli, momenti duri, situazioni esilaranti.

Un altro ringraziamento particolare va a quelli che sono stati i miei maestri di vita: mio padre Augusto e mia madre Alma.

Un ricordo particolare anche alle mie sorelle e fratello, Anna Maria, Maria Grazia e Giuseppe, che mi hanno dato il loro sostegno quando ne avevo bisogno.

Un pensiero ai miei due straordinari nipoti, Nabil e Noemi, che stanno facendo grande onore al nome della nostra famiglia. Il piccolo Naeem Robiati, figlio di Nabil e della bella Nditha, nato in quella bella terra di Namibia, è ora il solo erede che porta il nostro cognome.

Con la mia famiglia d’origine ho anche condiviso quella straordinaria esperienza spirituale e sociale che ha avuto inizio in Eritrea negli anni ‘50 e che è stata il forte sostegno in tutti i momenti della nostra e della mia vita.

Ricordo con grandissimo affetto coloro che sono stati i miei maestri nel mondo del lavoro, i dirigenti delle Imprese: Romeo, Giuseppe Torno, Cogefar, Ipisystem, Icla, Impregilo e SC Sembenelli che mi hanno accompagnato nei miei primi passi e mi hanno poi guidato nella mia evoluzione e nel relativo consolidamento.

Ricordo con grande affetto ed emozione tutti i colleghi di lavoro ed amici con cui ho condiviso le tante battaglie per portare a termine tutti quei lavori nei quali siamo stati coinvolti. Ne ricorderò i nomi nei vari capitoli dedicati ai lavori. Molti li rivedo ancora oggi nei meeting, altri sono scomparsi, ma li tengo presenti nella mia mente e nel mio cuore.

Nel 1966, con un Super VC 10 della Vickers, un aereo della B.O.A.C., atterrammo a Lusaka, in Zambia, e scesi dall’aereo per rimettere piede in quel continente dove, ad Asmara (Eritrea), mia madre nel 1943 diede alla luce un figlio cui fu dato il nome di Vittorio Alessandro.


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Mia madre Alma Sarrubb Â Mio padre Augusto Robiati

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Mia madre con Vittorio


 

PRIMA PARTE

1943 - 1961

 

Gli anni trascorsi in Eritrea.

Nel capitolo Cenni biografici ho delineato in modo sommario gli elementi essenziali della mia vita in Eritrea. Qui entrerò in altri dettagli per raccontare quei 18 anni della mia gioventù ivi trascorsi.

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Asmara nel 1952

Asmara è una bellissima cittadina situata a 2500 metri sull’altopiano Eritreo, a circa 100 chilometri stradali dalla città di Massaua che si trova sul mar Rosso. E’ una città nata da un progetto di grandi architetti. Gli edifici sono bassi, le strade ampie, si trova di tutto, c’è una natura molto rigogliosa con un clima fantastico. Sorvolo i dettagli della storia di questa città perchè nel capitolo dedicato all’Eritrea si trova un’abbondanza di materiale che troverete assai interessante, fra cui la riproduzione del libro L’africa orientale Italiana pubblicato nel 1938.

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Asmara di notte

Asmara aveva tutte le infrastrutture di una città moderna. Anche il sistema sanitario era di un notevole standard. Fra gli ospedali, vi era Il Regina Elena dove sono nato e dove nacque poi mio fratello Giuseppe.

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Vista aerea di Asmara con i suoi vialoni

Mio padre Augusto si recò in Eritrea nel 1935 per realizzare, per conto della ditta Italiana “Ceretti e Tanfani” di Milano, una teleferica per trasportare dal porto di Massawa sul Mar Rosso ad Asmara, 2500 metri sull’altopiano, le munizioni per l’esercito che stava combattendo al fine di raggiungere e conquistare Addis Abeba.

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Mia madre Alma era a seguito del padre un pilota dell’Ala Littoria.Si conobbero durante la guerra e si sposaronoformando una nuova famiglia da cui nacquero quattro rampolli di cui io ero il primo. La loro storia la potete trovare nel sito WEB di mio padre.http://www.augustorobiati.it

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Il padre di mia madre

La mia gioventù fu molto rustica e molto rurale. Non vi era televisione. Ricordo invece la Radio Marina della marina militare americana (Kagnew Station) che trasmetteva tanta musica. Mi ritorna in mente quella bellissima canzone “Vieni, c’è una strada nel bosco, il tuo nome conosco…” Il nostro tempo libero lo passavamo in quelle aree della città dove vi erano boschi, cascate d’acqua, con i passatempi più semplici che si possano immaginare.

 

Si giocava a palla, a Pindolo Pandolo che consisteva nel colpire, lanciandolo più lontano possibile, tipo baseball, un pezzetto di legno sagomato che ti veniva lanciato; idem un gioco dal nome palla buca. Poi si giocava a figurine che venivano messe su un mucchietto di terra e poi colpite con piastre di marmo. Vinceva chi riusciva a colpire il mucchietto. Il premio erano le figurine. Un altro passatempo incredibile che però si poteva fare solo durante le piogge era quello della barchette. Quando pioveva, tutte le cunette delle strade si riempivano di acqua che correva in discesa. Noi costruivamo barchette di carta, le mettavamo nella corrente e giù di brutto a corrergli dietro per cercare di recuperarle. Ancora ci si divertiva ad andare a caccia con un fucile ad aria compressa.

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In Campeggio a Cheren

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Durante le vacanze si facevano campeggi in tenda. Si organizzavano molti viaggi con i Boy Scout, si visitavano varie aree del paese, anche molto lontane da Asmara. Spesso si andava a pescare nei fiumiciattoli e laghetti fuori dalla città. Si studiava e si faceva un mucchio di birbonate. Se le raccontassi tutte, ci sarebbe da mettersi le mani nei capelli. Si aiutavano papà e mamma la sera a confezionare cose che venivano vendute per ricavare qualche soldo in più per poter sbarcare il lunario. Cambiammo molte volte abitazione. Non ricordo bene dove fosse la prima abitazione. Credo si trovasse nel quartiere del Villaggio Paradiso.

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Papà e mamma mi raccontavano storie di quel periodo. Una di queste riguarda le torte margherita. Non avendo un lavoro fisso, i miei genitori pensarono bene di produrre torte margherita in casa e di andare a venderle ai bar la mattina, prima delle sei, perché lo facevano illegalmente non avendo la relativa licenza. I vicini si lamentavano dicendo che il nostro camino fumava giorno e notte. Papà sbatteva i bianchi d’uovo tanto da rendere il braccio destro così muscoloso da far paura e la mamma confezionava e cucinava le torte. A volte vi erano anche le torte bruciate che venivano date in pasto a noi figli che, dopo un po’, stanchi di mangiare solo roba bruciata e sempre torte, cominciammo a protestare. Come ho detto, di mattina presto, in bicicletta, papà andava a vendere le torte ai bar, tutto in nero. Iniziò la caccia dei trasgressori da parte della polizia municipale che li costrinse a smettere.

In seguito, si inventarono l’attività dei calendari che ci costringeva a passare pomeriggi interi ad incollare i blocchi con il datario su cartoni pubblicitari, i quali venivano commissionati dalle attività commerciali della città. I blocchetti con i datari venivano commissionati in Italia anno dopo anno e mia Zia Enrica veniva a Bergamo, presso la società"Istituto Italiano di Arti Grafiche", per ordinare il materiale che veniva confezionato e spedito per via mare. Noi figli, preparavamo la colla sciogliendo resina raccolta dalle piante, poi attaccavamo i blocchi sui cartoni già preparati da papà. Per ultimo, li imballavamo e la mamma con il biroccio, tirato da cavalli magri come un chiodo, li portava alle varie aziende che li avevano ordinati.

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In quell’epoca frequentavamo le elementari gestite dalle suore comboniane. Era una vita serena e tranquilla. Quando pioveva giocavamo con le barchette di carta fatte correre nei ruscelli.

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Alle elementari gestite dalle suore comboniane

Poi andammo a vivere in via Oriani. Di questo periodo ho ricordi più nitidi. L’abitazione era di legno e si trovava di fronte all’albergo CIAO. La casa era attorniata da un bel giardino e si trovava un paio di metri sotto il livello stradale. Prima della casa vi era un’enorme pianta di eucalipto. Su un lato si trovava una piattaforma circolare in cemento con un pozzo per l’acqua. Di fianco era collocata l’officina Vasconi. Credo che nel 1952 venne giù una grandinata terribile dello spessore di decine di centimetri ed il tetto dell’officina crollò miseramente.

In fondo al viale vi era una serie di negozi alimentari, in uno dei quali andavamo a comperare dei cubetti di marmellata che contenevano un francobollo. Nel viale prima di casa, vi erano i bagni Vasconi gestiti dalle bellissime Anna e Vanda, di cui mi ero nascostamente innamorato. Più su, al di là della strada, vi era la stazione dei vigili del fuoco della quale mio padre divenne il comandante.


 

Vado in Italia

Proprio in quel periodo, mio zio Francesco decise di rientrare in Italia definitivamente e mio padre pensò che fosse un’ottima opportunità quella di mandarmi con lui a conoscere i nonni che erano ancora vivi. Affrontammo il viaggio su una delle piccole navi passeggeri che facevano spola fra Massaua e Napoli.

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Porto di Massaua negli anni 50

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Porto di Massaua____________________Tripolitania

Non ho ben presente i particolari del viaggio. Ricordo che, quando arrivammo a Milano e andammo in piazza Gramsci n. 5, salimmo al secondo piano dove abitavano la Zia Enrica, ed i nonni Amabile e Celestina, chiamata anche nonna Italia. Appena entrati nell’appartamento, mi nascosi dietro la porta. La nonna era abbastanza anziana e incurvata, il nonno aveva i capelli bianchi e la Zia Enrica era invece molto giovanile. La zia Enrica aveva rinunciato a tutto per dedicarsi ai due genitori anziani.

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Primaelementare in Italia nel 1948 Con nonno Amabile Nonna Italia e Zia Enrica

 

Riguardando le poche foto fatte all’epoca, io vestito con grembiulino nero, ricordo vagamente la prima elementare che frequentai. In classe con me vi era Pigafetta che abitava nel bar gelateria all’angolo della piazza, che poi si laureò in architettura e che reincontrai negli anni ‘80 quando realizzai la Base Missilistica di Comiso dove installammo bagni prefabbricati dell’azienda in cui Pigafetta lavorava. L’anno successivo rientrai in Italia accompagnato da papà che era venuto per vedere i suoi genitori.

Valle Gnecchi- Acquedotto

Dopo che in Eritrea la guerra era finita, papà e mamma si sposarono, ma occorreva trovare qualche lavoro per sfamare la famiglia.

Papà mi raccontò che aveva preso, assieme a suo fratello Francesco, l’incarico di gestire l’acquedotto di Valle Gnecchi che si trovava a una quindicina di chilometri da Asmara. Oltre che gestire l’acquedotto, aveva messo insieme un grandissimo orto i cui prodotti venivano venduti al mercato di Asmara. Ci andavano con una motocicletta che, se ben ricordo, era un “Cammello” della Moto Guzzi. Nel frattempo siamo nati io e le due sorelle gemelle nell’arco di un anno. Mamma ebbe una mastite per la quale fu operata, i tre figli piangevano alternativamente giorno e notte,

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Papà con lo Zio Francesco Matrimonio dei miei genitori

lo zio Francesco si era ammalato e papà doveva giorno e notte curare i figli, gestire la Centrale dell’acquedotto, gestire l’orto. Non so proprio come fosse riuscito a fare tutto questo. Mi raccontava che, quando piangevo, l’unico modo di farmi smettere era quello di portarmi con la carrozzina sui sassi del giardino.

Bigiavamo la scuola - perdemmo tutti i libri.

Quando con Anna Maria e Maria Grazia andavamo a scuola al Comboni, come tutti i ragazzi, ogni tanto si bigiava. Naturalmente, ce ne andavamo a camminare sulle colline nei pressi di Asmara. Una volta facemmo un lungo giro e, siccome le cartelle con i libri pesavano, pensammo bene di lasciarle nascoste fra alcune rocce.

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Paesaggio sulla strada fra Asmara e Massaua –Luoghi delle nostre fughe da scuola

 

Alla fine della mattinata, andammo a riprendere le cartelle per tornarcene a casa, ma non trovammo più il luogo dove le avevamo lasciate. Dopo ore di ricerca, trovammo il posto, ma le cartelle erano sparite. Tornammo a casa e quando raccontammo l’avvenuto ci siamo prendemmo tutti e tre una bella lisciata di pelo di quelle che non si dimenticano facilmente. Non mi sembra di ricordare di aver bigiato la scuola altre volte.

 

Le cerimonie pubbliche alla caserma dei vigili del fuoco e la morte del pompiere Sarchielli

Papà divenne il comandante dei vigili del fuoco con una storia straordinaria che potete leggere sui suoi libri. Aveva riorganizzato il corpo in maniera incredibile e tutti gli anni la caserma veniva aperta al pubblico con una bellissima manifestazione. Venivano esposte le nuove autopompe e i camion con le scale estensibili e, sul castello di prova e di addestramento posto in caserma, venivano fatte delle incredibili esercitazioni salendo e scendendo scale e portando giù virtuali feriti.

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Ricordo come fosse ieri una esercitazione dove il pompiere di nome Sarchielli cominciò a salire la scala del castello di prova ad una velocità incredibile quando, ad un certo punto, perse la presa della scala e precipitò all’indietro stramazzandosi al suolo. Un altro pompiere di nome Cacciagli che si trovava nei pressi fu preso da un attacco d’ira, si tolse l’elmetto e lo scaraventò contro la vetrata della sala di comando. Fu un’esperienza terribile che colpì moltissimo mio padre. Anche lui scendeva dal castello di prova portandosi giù sulle spalle un virtuale ferito. Le cerimonie erano tenute alla presenza della autorità militari e civili inglesi e quelle della municipalità di Asmara.

 

Papà spegneva gli incendi delle case a seguito di conflitti religiosi fra copti e mussulmani

Anche in quell’epoca, vi erano scontri etnici e religiosi fra le diverse comunità della città di Asmara e dintorni. Gli scontri spesso si concludevano a fucilate e nell’incendiarsi le case gli uni con gli altri. Questo avveniva particolarmente fra cristiano copti e mussulmani. Venivano chiamati i pompieri che si recavano il più velocemente possibile a spegnere gli incendi e stabilirne le cause. Spesso rischiavano la vita e il più delle volte dovevano recarsi sul luogo dell’incendio armati di moschetto 91/38. Papà ci raccontava queste storie che gli procurarono anche un medaglia al valor civile per aver rischiato la propria vita.

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Spegnimento degli incendi come raccontato sopra       Mio padre a destra con Cacciagli

La situazione dei conflitti religiosi si trascina ancora oggi dopo 60 anni con un incremento della violenza e, al posto di dare fuoco alle case, nel nostro tempo usano l’esplosivo uccidendo decine, centinaia e migliaia di persone con autobomba e kamikaze.

Moschetto 91/38 e il Moschetto Mannlicher-Carcano

Papà teneva in casa un moschetto 91/38, un moschetto Mannlicher che si era portato nella sua abitazione dopo i combattimenti, avendoli nascosti nella casa della sua fidanzata che poi divenne sua moglie. Erano funzionanti e con essi aveva delle cartucciere con numerosi colpi. Mi raccontava che il fucile della Mannlicher-Carcano a canna lunga lo aveva usato nella campagna d’Etiopia ed era di una precisione incredibile. Mi diceva che una volta abbattè un’aquila ad un chilometro di distanza (mi sembra un po’ esagerato). Aveva anche una pistola che aveva nascosto sotto terra in un sacchetto pieno di olio, ma quando andò a cercarla dopo la guerra la trovò completamente arrugginita.

 

 

 

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Moschetto 91/38 con baionetta

 

 

 

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Moschetto Manlicher Carcano a canna corta

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Asmara recente


 

Le comunità religiose in Asmara

Asmara era una comunità multietnica.

Ricordo che vi erano: Cattolici che possedevano la loro bellissima e famosissima Cattedrale, i Cristiano-Ortodosso copti con la loro bellissima chiesa copta, i Cristiani Protestanti di varia denominazione, i Mussulmani Islamico-Sunniti con la loro bellissima Moschea, gli Ebrei con la loro bella Sinagoga; poi vi erano gli Eritrei di origine indiana di fede Indu e Buddista; infine la piccola comunità Baha’i con il suo bel centro, la comunità dei Sick ed una piccola minoranza Animista.

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Il viale principale di Asmara dove si trova la grande cattedrale cattolica

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Chiesa ortodossa Copta Chiesa Ortodossa di San Michele
   
   

 

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Dettagli della Enda Marian 

Immagine43Tipica Croce Copta

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Grande Moschea di Asmara

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Sinagoga Ebraica Centro Baha’i

 

Spendo qualche parola in più per la Chiesa Copta che non è molto conosciuta. Essa è una chiesa cristiana monofisita che ha il suo Pope in Alessandria d’Egitto.

Per monofisismo si intende una dottrina religiosa cristiana in cui si afferma che nella persona storica di Gesù Cristo esiste una sola natura, la natura divina del Figlio di Dio.

Il monofisismo si sviluppò in molte parti dell'Impero Romano d'Oriente, ma particolarmente in Eritrea, Egitto, Etiopia, Siria e Armenia. Oggi queste chiese, ancora esistenti, si autodefiniscono apostoliche, ortodosse o ortodosse copte, creando confusione con le chiese ortodosse calcedonesi, generalmente conosciute come ortodosse o cattoliche.

Nella mia classe al Comboni vi erano studenti appartenenti a molte di queste fedi.

Immagine48La mia classe al comboni con studenti di gruppi etnici e religiosi

 

I gruppi etnici in Eritrea

L'Eritrea ha una popolazione di origine afro-asiatica suddivisa in nove gruppi etnici con diverse origini linguistiche:

Quelli di origine linguistica kuscitica sono:

- Gli Afar che vivono nella Dancalia e rappresentano il 4% della popolazione;

- I Bileni che vivono nell'area di Cheren e rappresentano il 2% della popolazione;

- Gli Hedareb che vivono nell'area di Tessenei e rappresentano in 2% della popolazione;

- I Saho che vivono nell'area di Foro e rappresentano il 3% della popolazione.

Quelli di origine linguistica nilotica sono:

- I Kunama che vivono nei bassopiani e rappresentano il 3% della popolazione;

- I Nara (o Baria)che vivono nei bassopiani e rappresentano il 2% della popolazione.

Quelli di origine linguistica semitica sono:

- I Tigré che vivono sull'altopiano e rappresentano il 35% della popolazione;

- I Tigrini che vivono sull'altopiano e rappresentano il 48% della popolazione.

Quelli di recente origine araba sono:

- I Rashaida che vivono nell'area di Massawa e rappresentano l'1% della popolazione.

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Ragazze eritree a Cheren Ragazze nella zona basso piano verso il Sudan 
con le mie sorelle Anna Maria e Maria Grazia

 

Il clima in Eritrea

Il clima eritreo è molto diverso se consideriamo la zona costiera, l’entroterra a metà strada fra l’altopiano ed il bassopiano, e l’altopiano.

Il clima sull’altopiano dove si trova Asmara era fantastico. Non faceva né caldo né freddo e l’umidità era bassa. Le piogge erano molto regolari. A Massawa invece, le temperature estive erano molto elevate, fino a 50 gradi all’ombra e l’umidità altissima. L’acqua del mare in estate era calda come il brodo.

Il grafico qui di seguito indica le temperature ambientali annuali ad Asmara.

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I mesi migliori per visitare Massawa sono settembre, ottobre, marzo, aprile.

 

La Festa del Meskal – (La Festa della Croce) - 27 settembre

In Ethiopia vi è una festa famosa che prende il nome di festa del Meskal dal significato Festa della Croce, organizzata dai cristiano copti. Si celebra nel mese di Settembre. E’ la più importante celebrazione nell'anno liturgico della Chiesa Copta. Al termine della festa vengono accesi dei falò propiziatori bruciando dei rami di cactus posti a mo’ di tenda.

La ricorrenza prevede inoltre grandi banchetti allietati da canzoni, balli e musiche suonate con strumenti tradizionali. Qui sotto riproduciamo alcune foto della festa del Mescal con i relativi fuochi, di cui una ne abbiamo trovata nell'archivio fotografico di Augusto Robiati.

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Festa del Meskal in Eritrea Festa delle farchie a Fara Filorum Petri

 

Noi vi partecipavamo perché era molto folcloristica con le danze e i suoni dei tamburi.

E’ interessante sapere che una simile festa collegata con la festa per S. Antonio, viene celebrata a Fara Filorum Petri, un comune della provincia di Chieti nei gorni 13 – 17 del mese di gennaio di ogni anno, dove si bruciano le farchie che sono delle canne legate a fasci. Appunto, si tratta della festa delle farchie.

Un autobus piomba nel nostro giardino

La casa in cui abitavamo in via Oriani di fronte all’albergo CIAO, era fatta di legno. Si trovava nel centro di un ampio giardino ad un paio di metri sotto il livello della strada. Faceva da confine verso la strada un muretto di pietra sovrastato da una recinzione. Sull’angolo della casa vi era una gigantesca pianta di eucalipto con un tronco del diametro di almeno un metro. Una mattina verso le quattro saltiamo sul letto a seguito di un poderoso botto e la casa che si mise a vibrare tutta. Sentiamo papà urlare ‘tutti a terra’ e poi, avendo tirato fuori il moschetto 91/38, si mette a strisciare verso il giardino. Dopo un po’ sentiamo che si mette a ridere come un pazzo. Ci rechiamo fuori e, siccome erano le prime luci dell’alba, vediamo che contro la pianta di eucaliptus si era schiantato un autobus. Un tizio aveva rubato un mezzo alla società degli autobus per fare scuola guida e scendendo giù dalla via Oriani perse il controllo dell’autobus, virò a sinistra, abbattè la recinzione e finì nel nostro giardino schiantandosi appunto contro la pianta. Se non ci fosse stata la pianta saremmo sicuramente tutti morti.

La Topolino dei vigili del fuoco

Quando papà lavorava come comandante dei vigili del fuoco, aveva in dotazione una vettura aperta che era una Topolino rossa. Dietro vi era un piccolissimo spazio dove noi quattro figli ci sedevamo per andare a spasso. Era un po’ come la macchina di Topolino e qui, quo, qua. Ricordo che era una cosa fantastica andare in giro con quell’auto. Anni dopo, quando papà andò a lavorare al municipio di Asmara e vi era qualche soldo in più, nostro padre acquistò una Wolkswagen. Fu la cosa più esilarante della nostra vita.

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La strada fra le città di Asmara e di Massawa

La città di Massawa si trova sul Mar Rosso a circa 113 chilometri da Asmara, che è situata invece sull’altopiano, ad una quota di 2500 metri. Essa era bella, larga ed asfaltata. Era però tutta una curva. S incontravano almeno 50 tornanti.

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Solitamente quando si faceva quel viaggio si finiva per star male. Si raggiungeva il primo paese che si chiama Nefasit a circa 25 chilometri, dove vi è anche una stazione della ferrovia/littorina.

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Nefasit

Da Nefasit partiva verso destra la strada che scendeva ancora più in basso che, attraversando la piana d’Ala, raggiunge la località di Decamerè con una salita dal nome “Salita dei pozzi”. Nella piana d’Ala un nostro amico, l’Ing. Oxilia, aveva messo in piedi una bellissima concessione di conigli d’angora con cui produceva quella strepitosa lana per fare indumenti. Sempre da Nefasit partiva un sentiero che conduceva al monastero del Monte Bizen, dove erano famosissime delle banane piccole e dolcissime che, appunto, prendono il nome di banane del Bizen.

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Ghinda

Era possibile solo andare a piedi e solo per gli uomini. Da Nefasit la strada gira a sinistra e scende verso Ghinda che si trova a 1000 metri di altitudine. Qui vi era anche una fermata della ferrovia e littorina. Quando ci si fermava in questa località, le pietre erano così ben levigate e calde che sopra ci cuocevano le uova ottenendo delle straordinarie frittate da mangiare dentro un pezzo di pane. L’area era ricchissima di piantagioni di frutta.

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Frutta esotica dell’Eritrea e mercato di spezie dove si vede il rosso berberè.

Ricordo che caricavamo anche 50 chilogrammi di mandarini e arance da portare a Massawa o ad Asmara. In queste località si trovavano anche dei punti di ristoro dove si poteva mangiare. Naturalmente il famoso zighinì.

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La littorina sul percorso Asmara Massaua

Lungo il percorso si incrociava il tracciato ferroviario con delle straordinarie opere di ingegneria, fra cui gallerie e ponti alti anche 50 metri, realizzati con blocchi di granito tagliati dagli scalpellini in alcune cave che erano state aperte lungo il percorso.

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Ponti della ferrovia in pietra nell’alto piano   Nel Bassopiano prima di arrivare a Massaua

 

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In discesa verso il bassopiano Littorina in galleria

 

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Il percorso disseminato dai fichi d’india per stabilizzare i terreni del percorso ferroviario

L’area era anche coperta dai fichi d’India portati dalla Sicilia dagli Italiani per rinforzare i terreni del tracciato ferroviario. Poi, i fichi d’India si diffusero per tutto il territorio divenendo una sorgente per sfamarsi. Ricordo questi favolosissimi frutti sanguigni saporitissimi. Li vendevano dei venditori ambulanti che li chiamavano ‘Belè’, i quali rimuovevano la buccia spinosa prima di servirli uno alla volta. Non se ne potevano mangiare troppi perché causavano stitichezza.

Spesso la strada era avvolta nella nebbia. In effetti erano nuvole basse. Qualche volta si vedeva uno spettacolare scenario con tutte le cime dei monti spuntare fuori da questo lago di nuvole.

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Pianta e Fichi d’India

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Vista panoramica con le cime delle montagne sopra le nuvole

Una volta tornavamo ad Asmara e ci trovammo immersi nelle nuvole. Davanti a noi procedeva una motocicletta guidata da un americano della base militare che indossava una camicia aperta a petto nudo. Pensammo subito che era matto da legare.

Sotto i tornanti vi erano dei salti nei burroni fino a un chilometro di altezza. Una volta un italiano di cui non faccio il nome ebbe la brillante idea di lanciarsi con la sua macchina mettendo fine alla propria vita facendo un salto nel vuoto e sfracellandosi in fondo al burrone.

 

 

 

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Strada fra Asmara e Massaua con i suoi impressionanti tornanti

 

Il bassopiano verso il mare

Proseguendo da Ghinda verso Massawa la strada e le pendenze cominciano a farsi più dolci ed il paesaggio più arido. Si intravedevano torrenti con lunghissime opere d’arte realizzate dagli italiani, si potevano ammirare i piloni della teleferica su cui lavorò mio padre nel ‘35 e i ponti della ferrovia. Si scorgevano carovane di cammelli e piante spinose. La temperatura saliva minuto dopo minuto. Occorre ricordare che si passava dai 25 gradi centigradi di Asmara ai 50 gradi centigradi di Massaua, con una umidità relativa che saliva dal 50% di Asmara al 90% di Massawa.

Nel bassopiano, che poi prende il nome di Piana di Sabarguma, il paesaggio diviene quasi desertico.

Sulla sinistra, a pochi chilometri dalla strada, vi è una località che prende il nome di Ailet. E’ un luogo dove vi sono acque termali e fanghi speciali per cui gli abitanti delle città di Asmara e Massawa vi si recavano per le cure. Mi ricordo le piante dell’area cariche di nidi e di uccellini che facevano un baccano enorme. Una volta un uccellino cadde dal nido e fu uno spasso crescerlo in casa con le molliche di pane inbevute nel latte.

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Ponte di dogali Carovane di cammelli

 

La strada comincia ad essere ondulata e ad un certo punto si trova una salita che prende il nome di ‘salita dei Dik Dik’ perché in quell’area si trovavano delle piccolissime e bellissime antilopi che appunto si chiamavano Dik Dik.

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In quest’area è diventata famosa una leggenda,quella del fantasma dei paracarri.

Gli autisti di camion che percorrevano questa strada dicevano di vedere ogni tanto un fantasma che saltava da un paracarro all’altro. I paracarri erano ricavati in blocchi di granito e riportavano il chilometraggio da Massawa. Si raccontava che il fantasma era quello di un autista di camion Fiat 34 morto in un incidente, che non aveva ricevuto adeguata sepoltura. Trovato il cadavere e sepolto nel cimitero di Asmara, il fantasma non fece più alcuna apparizione. Le leggende a volte sono straordinarie.

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Una volta scendemmo a Massawa con una macchina presa in affitto, una balilla tre marce nera con il bagagliaio sul retro. Arrivati al ponte di dogali faceva già un caldo boia per cui decidemmo di fermarci e cambiare abbigliamento indossando abiti assai più leggeri di quelli che si usavano nell’altopiano. Togliemmo la valigia dal bagagliaio, la appoggiammo sul marciapiede del ponte, tirammo fuori i vestiti, ci cambiammo, risalimmo in macchina e ripartimmo per Massawa.

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Fiat Balilla Ponte di Dogali

 

Appena arrivati, ci dirigemmo nella piazza principale per prenderci una granatina, e scendemmo dalla macchina. Notammo con orrore che il bagagliaio era aperto e che la valigia aperta con tutto il resto era rimasta sul ponte di dogali. Ci rimettemmo in macchina, ma al ponte di dogali la valigia non c’era più. Tornammo nuovamente a Massawa per scoprire che un’altra vettura di passaggio di un nostro amico aveva notato la valigia, l’aveva presa e l’aveva lasciata allo stesso bar dove c’eravamo recati innanzi.

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Ponte finale che accede all’Isola di Massaua ed edifici di Massaua

Il ponte di Dogali

 

I ponti che si trovano sulla strada Asmara Massawa sono delle meravigliose opere d’arte. Erano stati costruiti in cemento armato, avevano un arco verso il cielo e catenarie che sostenevano l’impalcato. Si mostravano molto eleganti. Ricordo che su uno di questi era scritta una frase in piemontese che credo dicesse: “Ca custa lon ca custa” che apparentemente significa ‘costi quel che costi’. Poi vi erano ovunque i simboli del fascio.

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Ponte di Dogali

Io ero appassionato di ciclismo e papà mi acquistò una bicicletta usata. Alla prima uscita ruppi il telaio che fortunatamente fu saldato ad ottone dal ciclista di Asmara, Sig. Di Cagno. Una volta ebbi l’idea brillante di proporre a mio padre l’andata a Massawa; io in bicicletta e gli altri in macchina. La idea brillante funzionò bene fino a che vi era discesa, diciamo per una sessantina di chilometri, ma poi arrivarono i guai: il caldo, l’umidità, la sete, la fame e la mancanza di allenamento. Non so come, ma ci arrivai molto distrutto. Fu la prima ed ultima volta che seguii quel percorso per tutta la sua lunghezza. Naturalmente l’idea originale di fare anche il viaggio di ritorno con 60 chilometri di salita fu subito abbandonata.

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Gare in circuito in Asmara
 

Massawa e l’isola verde

Prima di giungere a Massawa, la pianura era coperta di acacie spinose. Si incrociavano carovane di cammelli che andavano e venivano dalla costa. I cammelli si nutrivano anche delle acacie spinose. Poi si intravedevano degli alloggi fatti di arbusti e terra, o sterco di animali. Certo non era proprio un ambiente dove si poteva vivere con facilità. Una vita assai dura, specialmente per noi abituati a tutti i confort di un mondo moderno.

Nei pressi di Massawa si cominciava a sentire l’odore dell’acqua salmastra proveniente dal mare. Massawa si trova su un’isola collegata alla terraferma da un ponte. Le sue costruzioni erano state realizzate da blocchi tagliati e squadrati ricavati dal corallo. Si assisteva ad un vero spettacolo.

Arrivando a Massawa, dove spesso rimanevamo tutta l’estate, ci si metteva il costume da bagno che toglievamo solo quando ripartivamo, naturalmente neri come il carbone. Se non si stava attenti, nei primi giorni si rischiavano delle micidiali bruciature. All’inizio facevamo il bagno con una maglietta bianca, esponendoci al sole solo pochi minuti al giorno fino a che si otteneva una buona abbronzatura. L’acqua del mare di Massawa era caldissima, sembrava di fare il bagno nel brodo. Noi ragazzi passavamo ore in acqua fino allo spappolamento della pelle.

Massawa era un porto molto grande dove attraccavano molte navi, che fu costruito inizialmente dagli italiani per poter rifornire le nostre truppe impegnate in combattimenti già dalla fine del 1800. Erano state montate delle grandi gru portuali per scaricare le merci che arrivavano via terra.

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Gru portuale Palazzo del governo

 

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Massaua ed il suo porto

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Isola verde di fronte a Massaua

Di fronte a Massaua, nel cui accesso al porto vi erano delle navi affondate durante la guerra, a circa uno, due chilometri, vi era un’isola famosa che prendeva il nome di Isola Verde, caratterizzata appunto da una vegetazione lussureggiante. Non ricordo bene, ma credo che le piante fossero simili alle mangrovie con le loro radici in acqua. Spesso andavamo con delle barche leggere o sandolini in mezzo a questa vegetazione e cacciavamo dei granchi giganteschi con le fiocine. Una volta vi trovammo anche un cumulo di bombe abbandonate tutte arrugginite. A volte usavamo delle barche prese a nolo con relativo vogatore, altre volte la nostra barca. C’era il rudere di un vecchio albergo costruito molti anni prima ormai abbandonato. La sabbia era bellissima e bianca.

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Spiagge dell'Isola Verde Vecchio albergo abbandonato

 

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All’Isola verde –manca solo Maria Grazia che era in Italia –Massaua si vede sullo sfondo

Il luogo maggiormente frequentato era il lido, costruito realizzando una scogliera che lo collegava con il mare aperto, per cui l’acqua del lido era salata e si ricambiava con l’alzarsi e l’abbassarsi della marea. Sul fondo, di sabbia naturale, vi erano delle piccole collinette, pure di sabbia, sotto la cui punta si trovavano le ostriche che noi andavamo a prendere immergendoci centinaia di volte. Vi erano due trampolini da cui ci tuffavamo; su un lato vi era una zona coperta, con il bar e le sedie ed i tavolini, dall’altro una scogliera ed il mare aperto.

 

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Disegno d’epoca di Massaua con il suo ponte

 

 

 

 

 

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Al lido di Massaua

 

Gli angareb

 

Noi abbiamo vissuto in diverse abitazioni. Una di queste era abbastanza rustica; quivi spesso, durante la notte, per dormire era necessario uscire sulla terrazza attrezzata con alcuni lettini fatti di legno e fibra vegetale chiamati angareb. Pur essendo duri e rigidi, essi permettevano di dormire senza sudare eccessivamente nonostante l’alta umidità della notte. Su questo tipo di letto dormivano anche molti abitanti di Massawa nei quartieri poveri. Lì però i letti erano messi in strada per cercare un po’ di venticello. Era normale fare delle camminate in questi vicoli e trovarvi gente che appunto dormiva in strada.


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Gli angareb

Poi man mano che le abitazioni diventarono più confortevoli e cominciarono ad arrivare apparecchi di condizionamento, si dormiva nelle stanze con un bel fresco.

A pesca

 

Il Mar Rosso è uno spettacolo di fondi corallini con tinte favolose ed una vita acquatica incredibilmente colorata e variopinta. Pesciolini piccolissimi si infilano fra i rami dei coralli, pesci enormi sguazzano accompagnati dai loro colori vivaci come il pesce pappagallo o dalle loro forme più strane come il pesce porcospino con i suoi aculei aguzzi, le murene escono minacciosamente dalle loro tane… Poi si vedono passare stupende cernie dalle dimensioni più varie, i lucci, le aguglie, le ombrette e infinite altre specie di pesci assai saporiti. L’acqua mi si mostrava così trasparente da poter vedere per una profondità di anche dieci metri.

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Immagini varie dei banchi corallini e della fauna marina con i suoi stupendi colori
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Murena Cernia

Noi pescavamo in diverse maniere. La mattina presto ci recavamo sulle spiagge sabbiose con delle reti da lanciare per catturare le sardine, che si spostavano in branco. Quindi disponevamo le sardine dentro dei cesti di vimini che appendevamo alle barche o ai sandolini che usavamo per andare a pescare. Pescavamo con lenze sciolte e con le sardine vive attaccate all’amo. Data la trasparenza dell’acqua, si potevano fisicamente vedere i pesci mentre si lanciavano sulle prelibate prede per rimanere poi attaccati all’amo finendo in ultimo in padella per qualche succulenta zuppa di pesce preparata dal nostro cuoco Ali’.

A volte andavamo a pescare con sandolini e fiocine, come già accennato, soprattutto sotto le mangrovie dell’Isola verde.

Spesso ci muovevamo a pesca con maschera, boccaglio, pinne e fucile a fiocina a molla (ricordo che avevo un fucile da due metri di marca Cernia). Per caricare la fiocina era necessaria una forza bestiale e spesso non si riusciva se non si aveva dove appoggiarsi. Si scendeva sott’acqua fino a sette, otto metri in cui era possibile prendere qualche bel pesce di notevole dimensione.

Naturalmente, pescare in mare aperto comportava il serio rischio di essere avvicinato da pesci cane assai pericolosi.

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Ogni tanto si vedevano passare delle mante bellissime che, con le loro ali, producevano grandissimi spostamenti d’acqua. Le mante sono tra gli animali acquatici più belli. Vederle passare e infilarsi in un branco di sardine con la bocca aperta è uno spettacolo indimenticabile.

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Manta

Vi è anche un tipo di pesca non molto conosciuto che noi praticavano. Spesso la notte andavamo a pesca con il Sig. Murgia che era l’autista di papà all’acquedotto di Massawa. Andavano a piedi nelle spiagge con un fondale di trenta, quaranta centimetri d’acqua. Portavamo con noi delle lampare per far luce e delle fiocine. A parte i pesci che si avvicinavano attratti dalla luce della lampara, si notavano spesso dei dossi che indicavano la presenza di qualche pesce nascosto sotto la sabbia. Si trattava dei pesci pilota che accompagnano i pescicani che di notte si sganciano e si nascondono. A quel punto, con la fiocina era facile catturarli e risultavano anche molto gustosi dopo averli mangiati.

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Pesci pilota Una razza

 

Un ulteriore metodo di pesca era quello di appendere una lenza dietro una barca veloce con esche vive o finte. In tal modo, spesso, i pesci, vedendo passare queste esche si mettevano a caccia inseguendole e rimanendo inevitabilmente attaccati agli ami.

Una volta ci trovavamo in campeggio a sud di Massawa e utilizzammo come esche delle anguille di mare salato attaccate ad un amo gigantesco e un cavo di acciaio di 3 mm. Attaccammo il tutto ad un molo e una notte la preda venne attaccata da un pescecane giovane che vi rimase appeso e che per cercare di sganciarsi si era massacrato contro gli scogli. Lo scuoiammo e ne mangiammo la carne al curry che risultò essere sopraffina.

Quando invece andavamo nei fiumi dell’interno, pescavamo con reti quadrate appese a delle corde. La pesca era in tal caso costituita da pesce piccolino con cui però si potevano fare delle meravigliose fritture.

Le ostriche invece non le pescavamo noi. Giungevano in spiaggia o al lido i pescatori locali con le loro ceste piene di ostriche fresche, appena pescate, che venivano aperte al momento e servite con alcune gocce di limone. Avevano un sapore fantastico indimenticabile. L’accordo era che se si fossero trovate delle perle, queste sarebbero rimaste a noi.

Immagine112Ostriche fresche

 

Una volta andando a pesca mi rimase impigliato l’amo ad una mano e siccome l’amo ha un contro uncino per evitare che il pesce si sganci, l’unico modo per rimuoverlo fu quello di andare all’ospedale e con un taglietto l’amo fu rimosso. La mano destra, oltre al colpo di fucile con un pallino sparato contro la prima falange dell’indice aveva ora anche qualche punto utilizzato per rimuovere l’amo.

 

 

 

Cavallette o locuste e farfalle

Una delle sette o dieci piaghe relative al braccio di ferro fra Mosè ed il Faraone fu quella delle cavallette o delle locuste.

Esodo - Capitolo 10 8a piaga: le cavallette [1]Allora il Signore disse a Mosè: «Và dal faraone, perché io ho reso irremovibile il suo cuore e il cuore dei suoi ministri, per operare questi miei prodigi in mezzo a loro [2]e perché tu possa raccontare e fissare nella memoria di tuo figlio e di tuo nipote come io ho trattato gli Egiziani e i segni che ho compiuti in mezzo a loro e così saprete che io sono il Signore!». [3]Mosè e Aronne entrarono dal faraone e gli dissero: «Dice il Signore, il Dio degli Ebrei: Fino a quando rifiuterai di piegarti davanti a me? Lascia partire il mio popolo, perché mi possa servire. [4]Se tu rifiuti di lasciar partire il mio popolo, ecco io manderò da domani le cavallette sul tuo territorio. [5]Esse copriranno il paese, così da non potersi più vedere il suolo: divoreranno ciò che è rimasto, che vi è stato lasciato dalla grandine, e divoreranno ogni albero che germoglia nella vostra campagna. [6]Riempiranno le tue case, le case di tutti i tuoi ministri e le case di tutti gli Egiziani, cosa che non videro i tuoi padri, né i padri dei tuoi padri, da quando furono su questo suolo fino ad oggi!». Poi voltarono le spalle e uscirono dalla presenza del faraone. [7]I ministri del faraone gli dissero: «Fino a quando costui resterà tra noi come una trappola? Lascia partire questa gente perché serva il Signore suo Dio! Non sai ancora che l'Egitto va in rovina?». [8]Mosè e Aronne furono richiamati presso il faraone, che disse loro: «Andate, servite il Signore, vostro Dio! Ma chi sono quelli che devono partire?». [9]Mosè disse: «Andremo con i nostri giovani e i nostri vecchi, con i figli e le figlie, con il nostro bestiame e le nostre greggi perché per noi è una festa del Signore». [10]Rispose: «Il Signore sia con voi, come io intendo lasciar partire voi e i vostri bambini! Ma badate che voi avete di mira un progetto malvagio. [11]Così non va! Partite voi uomini e servite il Signore, se davvero voi cercate questo!». Li allontanarono dal faraone. [12]Allora il Signore disse a Mosè: «Stendi la mano sul paese d'Egitto per mandare le cavallette: assalgano il paese d'Egitto e mangino ogni erba di quanto la grandine ha risparmiato!». [13]Mosè stese il bastone sul paese di Egitto e il Signore diresse sul paese un vento d'oriente per tutto quel giorno e tutta la notte. Quando fu mattina, il vento di oriente aveva portato le cavallette. [14]Le cavallette assalirono tutto il paese d'Egitto e vennero a posarsi in tutto il territorio d'Egitto. Fu una cosa molto grave: tante non ve n'erano mai state prima, né vi furono in seguito. [15]Esse coprirono tutto il paese, così che il paese ne fu oscurato; divorarono ogni erba della terra e ogni frutto d'albero che la grandine aveva risparmiato: nulla di verde rimase sugli alberi e delle erbe dei campi in tutto il paese di Egitto. [16]Il faraone allora convocò in fretta Mosè e Aronne e disse: «Ho peccato contro il Signore, vostro Dio, e contro di voi. [17]Ma ora perdonate il mio peccato anche questa volta e pregate il Signore vostro Dio perché almeno allontani da me questa morte!». [18]Egli si allontanò dal faraone e pregò il Signore. [19]Il Signore cambiò la direzione del vento e lo fece soffiare dal mare con grande forza: esso portò via le cavallette e le abbattè nel Mare Rosso; neppure una cavalletta rimase in tutto il territorio di Egitto. [20]Ma il Signore rese ostinato il cuore del faraone, il quale non lasciò partire gli Israeliti.

Anche ad Asmara ogni tanto piombavano giù dal deserto del Sudan orde di cavallette che divoravano tutto. Si posavano ovunque, sul terreno, sulle piante, sui giardini. Quando arrivavano e ripartivano il cielo si oscurava, poiché si spostavano a milioni. Tutte le volte che ripartivano lasciavano dietro di sé terra bruciata. Avevano mangiato ogni cosa. Noi ragazzi non ci rendevamo conto del danno che facevano, ci interessava solo andare a caccia e, avendo costruito delle specie di racchette, ne abbattevamo tantissime o nel momento del loro atterraggio o alla loro partenza. Poi le racchette dovevamo lavarle perché vi si accumulava una montagna di materiale organico. Le cavallette erano però considerate dai locali anche un buon cibo e spesso le mangiavano dorate e fritte. Io non ci ho mai provato.

 

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Un altro tipo di caccia che praticavamo era quella delle farfalle. Avevamo costruito delle reti molto morbide con cui catturarle. Ce n’erano di bellissime dai colori meravigliosi. Mi ricordo di un tipo che chiamavamo ‘Verdone’. Poi le infilzavamo con uno spillo per appenderle in casa.

 

Le Isole Dahlak

Al largo di Massawa vi è un arcipelago straordinario di isole che prende il nome di Arcipelago delle Isole Dahlak.

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Mappe dove si vede l’ubicazione dell’arcipelago delle isole Dahlak

Sapevamo che esse erano straordinariamente selvagge e che pochi vi erano stati. Io avevo un amico Baha’i eritreo che aveva lavorato in una di queste dove era presente una miniera di zolfo. Lui si ammalò e poi trapassò a causa di una intossicazione al fegato che gli procurò una cirrosi epatica. Mi hanno raccontato che queste isole erano famose perché durante l’ultima guerra mondiale, quando erano scoppiati anche conflitti etnici fra cristiani ed eritrei, molti mussulmani cercavano di scappare lasciando l’Eritrea per recarsi ad Aden, nello Yemen, utilizzando delle piccole barche a vela artigianali. Il dramma fu che i conduttori di queste barche scaricavano questi poveri disperati su dette isole assicurando che fosse lo Yemen. Naturalmente, morirono tutti per fame e sete e/o mangiati dai granchi che affollavano questi luoghi.Oggi, d’altro canto, costituiscono una straordinaria meta turistica in un’area incontaminata ed ancora selvaggia. Speriamo che gli uomini la mantengano tale.

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You tube

Ho scoperto che su internet vi sono molti filmati pubblicati su You Tube che hanno a che fare con l’Eritrea. Alcuni di questi sono stati imbucati da Colonel Stephens che ha girato l’Eritrea. Chi lo desidera può fare una ricerca in rete con Google.

Le partite a carte con il Sig. Derviniotti a casa di mia zia Mercedes e il cinema Dante.

Mia madre Alma Sarrubbi - che la sua anima possa volare negli infiniti mondi di Dio – venne ad Asmara che era una ragazzina, a seguito del padre, pilota dell’ala littoria. Ad Asmara viveva anche Mercedes, la sorella maggiore dei Sarrubbi, mentre gli altri tre fratelli si erano recati a Gibuti dove aprirono un’officina. Ad Asmara viveva anche Sandra, mia cugina, figlia di Mercedes.

Ricordo che la domenica pomeriggio tutta la famiglia si recava a casa della zia Mercedes dove si svolgeva una routinaria partita a carte, e precisamente, a scala quaranta. Noi ragazzi non sapevamo cosa fare e giocavamo nel garage. Uno dei frequentatori delle partite era il Sig. Derviniotti, credo di origine greca, proprietario di una panetteria e del cinema Dante dove lavorava la zia. Era un’ottima persona. Una volta, mentre io volli tirargli uno scherzo, rischiò di farsi male. Si era alzato per distribuire le carte ed io ebbi la brillante idea di rimuovere la sedia. Quando fece per sedersi, finì per terra sbattendo la testa sul pavimento. Per fortuna non si fece molto male. Naturalmente, la conseguenza fu quella di una bella lisciata di pelo da parte di mio padre. Una volta, nel rincorrere mia cugina Sandra con arco e frecce, causai un altro incidente perché lei andò a sbattere la faccia contro un albero rompendosi il naso, cosa che la costrinse ad una operazione.

La partita a carte della domenica era sacra. Però per noi ragazzi era una scocciatura perché non avevamo grandi spazi dove andare a giocare.

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Il cinema Dante considerato il pidocchietto di Asmara

La zia Mercedes lavorava come responsabile del cinema Dante e noi approfittavamo per andarci e, com’era ovvio, gratuitamente. Il Cinema Dante era forse il più piccolo cinema di Asmara e lo chiamavano il “pidocchietto”. Era uno svago, dato che ad Asmara vi era solo la radio, mentre la televisione arrivò solo poco prima che noi rientrassimo in Italia definitivamente.

Maria Grazia va in Italia

Maria Grazia viene invitata dai nonni a recarsi in Italia per compiere gli studi. Papà e mamma acconsentirono e Maria partì con la nave. A Milano fu ospite dei nonni dove rimase diversi anni per tornare poi in Eritrea molto cresciuta e maturata. Stando a contatto con la zia Enrica, ebbe l’opportunità di farsi una grande cultura. Viaggiò anche molto e visitò molte località della nostra bella Italia. Per noi ragazzi fu un po’ uno shock perché eravamo molto uniti e, quando mancava uno dei quattro, ci sembrava di essere monchi. Grazie a Dio, Maria Grazia tornò fra di noi e ci raccontò tantissime storie della sua esperienza italiana.

Il Para Tifo

Verso il 1953 mio fratello Giuseppe si ammalò ed aveva un febbrone da cavallo. Gli mettevamo sul capo delle pezze bagnate per abbassargli la temperatura. Ricordo vivamente quei momenti e, nello specifico, l’arrivo a casa del medico che si mostrò subito preoccupatissimo. Giuseppe aveva preso il tifo o paratifo, probabilmente bevendo acqua infetta da qualche sorgente inquinata e rischiava seriamente la morte. In quel periodo noi avevamo fatto amicizia con delle famiglie della base militare statunitense. Con una coppia in particolare legammo un bellissimo rapporto d’amicizia. Lei era di origine indiana e la sua pelle era leggermente olivastra. Naturalmente, questo eccitava le nostre menti, pensando agli indios degli Stati Uniti con i loro fluenti caschi di penne. Parlammo con il marito, che era un ufficiale, il quale ci disse che era appena arrivato alla base un nuovo prodotto costituito da penicillina che apparentemente era molto efficace contro le infezioni. Ce ne fornì subito una certa quantità che fu somministrata a Beppe. Lentamente la febbre cominciò a regredire e dopo pochi giorni guarì. Il miracolo della scienza.

I Tè danzanti al circolo sportivo Asmara

Molto popolare in Asmara era la musica con i tè danzanti. All’epoca ricordo che vi era il compianto Carosone con la sua orchestra. Papà e mamma lo conoscevano benissimo. Vi erano poi altri gruppi musicali molto famosi. Presa la sede del gruppo sportivo Asmara, si tenevano la domenica pomeriggio dei favolosi Tè danzanti con musica dal vivo. Ricordo che noi ragazzi vi partecipavamo. Ogni tanto noi due fratelli e le due sorelle gemelle venivamo folgorati da bellezze femminili e maschili; noi ragazzi, catturati da tanta meraviglia, trovavamo il coraggio per invitare qualche bella fanciulla a ballare e sentirci però rispondere di no. Eravamo naturalmente molto imbarazzati. Succedeva infatti che Asmara era divisa in quartieri e si conoscevano bene molte delle persone dello stesso quartiere d’appartenenza, e meno quelle degli altri quartieri per cui non era facile intrecciare dei rapporti stretti. Inoltre, vi erano i clan e la non appartenenza a quel clan ti tagliava fuori dal giro. Lo stesso dicasi in relazione ai vari circoli culturali, scuole o licei. Come in tutte le società, vi erano i meno ricchi e i più ricchi ed anche questo era motivo di frequentazioni.

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Mappa della città di Asmara del 1938

 

Ad Asmara c’era tutto

Asmara è una città nata nel 1800 da un progetto architettonico con un preciso piano regolatore. E’ molto bella: offre viali larghi a doppie corsie, stabili bassi di stile classico, bellissimi edifici religiosi, un verde incredibile e delle palme straordinarie adornanti i larghissimi marciapiedi dove la domenica si facevano delle bellissime passeggiate domenicali di famiglia prima di andare o al ritorno dalla Santa Messa, con relative foto fatte dai fotografi professionisti. Naturalmente non poteva mancare il gelato. Asmara poi era, da un punto di vista industriale, avanzatissima. Vi erano fabbriche per produrre tutto quanto era necessario per una vita normale. Fabbriche per produrre compensati e legnami da costruzione, prosciutti e salami, prodotti caseari e formaggi di tutti i tipi. Ricordo il negozio di Tagliero dove vi era ogni ben di Dio. Erano presenti dei favolosi cinema e teatri e ristoranti.

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Cinema Capitol Cinema Impero
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Cinema Odeon Cinema Roma


C’era lo stadio di calcio dove ricordo partite combattute fra il Gruppo sportivo Asmara e l’Amasien. Noi ci andavamo perché papà, come comandante dei vigili del fuoco, poteva accedervi gratuitamente.

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Stadio e papà e mamma alla partita fra le nazionali Eritrea e quella del Sudan

Erano famose le gare automobilistiche: Bigi e Barone, uno con l’Alfa Romeo ed l’altro con la Ferrari, tutte vetture da corsa. Vi erano i rispettivi schieramenti di tifosi. Assistevamo poi anche alle gare di motociclette e biciclette che si tenevano o in strada aperta verso Decamerè o Nefasit e Adi Ugri o in circuito cittadino di cui quello piu’ famoso era l’ex mape in fondo a corso Italia. Vi correvano i pulcini, gli esordienti, gli allievi ed i dilettanti. Correvano Mazzola, Saglimbeni, Casini, Scalas, Sansone, Dioguardi e tanti altri, fra cui molti eritrei davvero bravi. Vi erano officine automobilistiche come la Fiat Tagliero con il bellissimo edificio a forma di aeroplano. Le scuole erano molte belle ed avanzate, soprattutto i licei classici e scientifici, scuole per geometri e ragionieri, scuole per segretarie di azienda, un collegio di Oxford gestito dai padri comboniani, e le Facoltà di Medicina ed Ingegneria.

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Officina Fiat Tagliero

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Mercato

Le piantagioni fuori Asmara, di cui ben ricordo Ertola e Marazzani, producevano tutto il ben di Dio che si poteva immaginare: frutta, verdura, carne, latte. Addirittura, fino a quando fu chiuso il canale di Suez a seguito della guerra dei sei giorni, le nostre navi partivano per l’Italia settimanalmente portando ivi tutti questi prodotti freschi. Non mancava l’acqua potabile, prodotta, trattata e distribuita da un modernissimo sistema di dighe e di acquedotti. Né mancava la corrente elettrica generata da un poderoso e moderno impianto di generazione elettrica: la Sedao.

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Ci si spostava in biroccio, in autobus, in macchina, in bicicletta ed a piedi. Le strade erano asfaltate.

Molti andavano a caccia e tornavano con la vettura carica di uccellagione, in particolare, di quaglie. Ora mi sovviene che vi era anche un velodromo ciclistico con le curve rialzate.

Famose erano anche le fabbriche di produzione di birra della famiglia Melotti e l’azienda vinaria della Famiglia Fenili, ora trapiantata a Viareggio dove ha messo su un bel Bowling. Fra le infrastrutture vi erano anche delle belle piscine e campi ove giocare a pallacanestro, di cui ben ricordo il famoso cestista Patzimas.

I trasporti avvenivano mediante i famosi autocarri Fiat 34 ed altri che erano dei veri e propri muli, e quelli in città anche con i birocci trainati da cavalli.

Non mancavano scuole di musica e di teatro. Io stesso passai un paio di anni a studiare violino e le mie sorelle il pianoforte, mentre mia cugina Sandra, che poi sposò Italo Ganassali, seguiva lezioni di danza classica.

Insomma, una città dove la vita si svolgeva in tutto, regolarmente e in modo molto ordinato e sereno.

Vi erano purtroppo anche i poveri e coloro che chiedevano l’elemosina pieni di mosche.

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Il collegamento con Massawa era ottimo, una strada asfaltata bella larga, la ferrovia con le littorine ed i treni trascinati da locomotive a vapore. Nella parte più ripida, occorrevano due locomotive in serie. Per di più vi era la teleferica con i suoi 7000 carrelli. Con la partenza degli inglesi, la funivia venne interrotta perché si portarono via i motori di trazione che erano dei gioielli. I piloni e i cavi vennero poi venduti come ferro vecchio. Con la guerra d’indipendenza, furono distrutti molti ponti ed interrotta la ferrovia che sta cominciando a funzionare ora dopo importanti lavori di rinnovamento. Vi erano anche delle belle strade asfaltate che conducevano a Decamerè, nella Piana D’ala, verso Adi Ugri e verso Cheren.

Dopo Cheren, vi era una fabbrica di bottoni che usava le noci di cocco come materia prima.

Era anche disponibile una quantità enorme di piante di agave, da cui si ottenevano le corde di canapa. Le foglie si tagliavano e si macinavano. La fibra delle foglie, debitamente lavorata, che ne usciva, veniva avvolta ed intrecciata con delle macchine e ciò permetteva la costruzione di corde di canapa usate in tutto il mondo sin dall’antichità.

Apparivano infine enormi distese di piantagioni di noccioline americane e di caffè arabico.

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Pianta di Agave da cui si recupera la fibra per fare le corde di canapa.

 

 

 

Mio padre Augusto: dai pompieri al municipio.

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Papà al municipio di Asmara

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Alcuni progetti di mio padre Augusto

Papà rimase a dirigere e rimodernare il corpo dei vigili del fuoco per molti anni fino a che un giorno venne chiamato a lavorare presso il Municipio di Asmara come Direttore dell’Ufficio Tecnico. Vi rimase per molti anni. Aveva ottenuto un incarico di prestigio, lo stipendio era migliorato e in casa vi era una maggiore disponibilità di risorse economiche. Papà provvide subito a progettare molte cose per migliorare la situazione della città. Una volta fu anche lanciato un bando di concorso per la costruzione di abitazioni a basso costo per Eritrei, concorso che papà vinse intascando un cospicuo malloppo di dollari eritrei rivelatosi molto utile alla famiglia.

Cambiammo residenza. Ci spostammo nel quartiere di Gaggiret.

Fu in quel periodo che la famiglia decise di trasferire la propria residenza dalla via Oriani al quartiere di Gaggiret. Trovammo una casa singola sita in via Tornabuoni, che divenne poi Via Amdezion. Si trovava a poche centinaia di metri dalla chiesa di Gaggiret gestita dai francescani. La

chiesa era molto bella, realizzata in pietra vulcanica nera e si affacciava su una bella piazza con un monumento circondato da verdissime siepi. Sul fianco destra vi era un muro che racchiudeva un giardino pieno di alberi da frutta, in particolare peschi.

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Il quartiere di Gaggiret con la chiesa ed il monumento di San Francesco.

Nell’ottagono la nostra casa. Sulla destra, viveva la famiglia Tonnellotto.

A destra il campo di pallone dei Fratelli Cristiani

Immagine ricavata da Google

Noi ci andavamo spesso la notte per portar via un po’ di frutta, rischiando di essere mangiati dai cani lupo che erano stati messi a guardia. La nostra casa era ornata da un bel giardino ed aveva un capannone coperto dove riporre vari materiali, ed una volta utilizzato anche per costruirvi un ring da box. Vi erano anche alcuni alberi con una vegetazione fitta, sui quali ci arrampicavamo per lanciare sui passanti, utilizzando delle cerbottane, coni di carta con uno spillo sulla punta. Vicino a noi abitavano la famiglia Tonnellotto, di fronte il Geom. Burlando, il giornalista Ciro che lavorava per il Corriere Eritreo e molti altri amici. Lungo la via Tornabuoni risiedeva Gritti e la famiglia Varnero che si interessava di costruzioni. Sul lato opposto, vi era la dimora della cara Anna Colosetti, amica delle mie sorelle. Prima di giungere alla chiesa di Gaggiret, sul lato destro, vi era un negozietto gestito da un arabo, un certo Ali’, che vendeva un po’ di tutto.

In quel quartiere vi era anche la scuola dei ‘Fratelli La Salle’ dove andò a studiare mio fratello Beppe e si trovava anche il laboratorio di Cacciagli, il pompiere che in quel periodo aveva messo in piedi un’attività d’imbalsamatore (Taxidermist) dove noi ragazzi ogni tanto andavamo a lavorare per rimuovere la carne morta degli animali ed uccelli da imbalsamare utilizzando, se ben ricordo,

l’acido fenico. Ricordo che ci faceva anche montare degli occhi di vetro bellissimi che venivano dall’Italia e sembravano veri. La casa fu anche allietata da due cani: Bill e Fufi e da una tartaruga gigante alla quale le mie sorelle diedero il nome di Amabile, nome di una ragazza di Asmara di cui mi ero invaghito. I nostri due cani ebbero un triste destino. Il primo, Bill, era un bellissimo lupo che finì sotto una macchina e perdette completamente un arto posteriore, ma morì comunque di vecchiaia, mentre Fufi era un lupetto più piccolo che anche finì sotto una macchina perdendo un arto anteriore che però gli rimase appeso necrotizzato. Quando rientrammo in Italia lo lasciamo alla nostra donna di servizio che lo accudì per molti anni.

In Eritrea era abitudine avere in casa delle badanti locali che chiamavamo ‘letè’. Io ricordo benissimo Fanà che ci seguì per molti anni e che poi prese i voti divenendo suora, prendendo il nome di Suor Maria Mezenghi, che aprì un orfanotrofio per i bambini orfani della guerra di secessione dall’Etiopia, a cui mandavamo regolarmente fondi per aiutarla in questa meravigliosa missione umanitaria. E’ trapassata a causa di un brutto male al fegato ed ora è nelle schiere celesti insieme ai miei cari genitori e a mia sorella Anna Maria che lei accudì come tutti noi con straordinario amore quando eravamo piccolini.

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Fanà o Suor Maria Mezenghi con tutta la nostra famiglia in Eritrea e a Milano - Una ns. lete’

Un muro di cinta, alto diversi metri, in pietra ci separava da un edificio e da un giardino dove in effetti era ubicato un bordello che veniva gestito, se ben ricordo, da una certa Antonietta. Spesso con mio fratello ci arrampicavamo sul muro per vedere chi fossero i frequentatori di quel locale.

La discarica ed i cavalli

Da casa nostra si raggiungeva in pochi chilometri un’area dove si trovava una discarica nella quale confluivano i rifiuti della città. La cosa impressionante era che sopra vi volavano in circolo centinaia di falchi in cerca di cibo che ogni tanto piombavano giù a catturare le loro prede o pezzi di cibo avariato. Vi abitava una famiglia il cui padre gestiva la discarica. Ricordo con grande affetto Antonio e Lisa che ho avuto la fortuna di rivedere a Bergamo, tantissimi anni dopo, durante un incontro degli ex asmarini. Sempre in quella direzione vi era una tenuta di cavalli che noi andavamo a prendere in affitto per qualche dollaro etiopico. Si cavalcavano senza sella, tipo gli indiani d’America. Ricordo bene un cavallo nero bellissimo che si chiamava ‘Morello’. Cavalcare senza sella era un godimento pazzesco.

Il Tè bollente ed il caffè eritreo.

Immagine142Era abitudine in eritrea bere il Tè che prende il nome di ‘Sciai’. Nelle teccerie, così come vengono chiamati i locali dove si serve il tè, esso viene appunto servito in bicchierini piccoli, già zuccherato e con un pezzetto di cannella che gli dà un sapore gradevolissimo. Solitamente la bevanda scotta maledettamente e la si deve bere a piccoli sorsi. Una volta andammo con amici ciclisti eritrei in uno di questi locali. Era la prima volta che mi ci recavo. Poco pratico, quando mi arrivò il bicchierino ne ingoiai un sorso un po’ abbondante bruciandomi letteralmente la lingua e non sentendo più il sapore per almeno un paio di settimane fino a quando le papille gustative non si erano riformate. Sempre in questi locali veniva servito un caffè che veniva fatto con chicchi di caffè arabico, molto famoso in Eritrea, macinato e versato dentro una piccola anfora di terra cotta cui veniva messo un tappo di peli di coda di cavallo per non farvi entrare le mosche. E’ un po’ come il caffè turco, molto saporito.

Gli amici che ricordo con grande affetto

Avevo tantissimi amici di cui non riesco a ricordare i nomi, dato che sono trascorsi numerosi anni:

Giordimaina, Dell’Oro, Lamberto Casini, Scalas, Tonnellotto Mario ed Aldo, Saglimbeni, Ciro il giornalista, Burlando, Cacciagli, Spaggiari, Stocco, Gandini con il figlio che correva nei pulcini, Zonta, Buglioni, Bertarelli, Adriana Buffoni, Stocco, Odino, i fratelli Bettoni, Lisa ed Antonio della discarica, tutta la grande famiglia Mazzola.

Vita un po’ movimentata

Non sempre tutto filava liscio e spesso ne combinavamo di brutte. Ogni tanto si finiva a sassaiola con uso di fionde con altri gruppi e qualcuno si rompeva qualche testa. Una volta con Aldo Tonnellotto stavamo sperimentando di usare una bottiglia e pellicola cinematografica recuperata negli scarti dei cinema di Asmara. Si metteva la pellicola dentro la bottiglia lasciandone fuori un pezzetto e dandogli fuoco. La pellicola conteneva nitro ed una volta esplose ferendo al volto Aldo. In un’altra occasione andavo a caccia con Aldo il quale, per impedirmi di sparare, mirò alla canna del mio fucile. Il pallino deviato sulla mia canna si piantò fra l’occhio ed il naso. Per un pelo non mi accecò. Pieno di sangue mi recai a casa dove presi la seconda dose. Per continuare, un giorno giocavamo a pindolo pandolo e fu un caso che per raggiungerlo in aria feci un salto verso l’alto finendo dentro una vasca di grassello (calce spenta). Per fortuna, ero sul bordo e mi ci attaccai, altrimenti vi sarei finito dentro per diversi metri morendo sicuramente. In un’altra circostanza demmo fuoco alla siepe della chiesa di San Francesco.

In occasione dei nostri giochi più vivaci, per costruire i carrettini, andavamo a fregare i cuscinetti e le porte delle palazzine. Per completare il ring a casa, mancandoci la corda, recuperammo qualche chilometro di filo del telefono staccandolo dai pali della città. Ce ne sarebbero tante altre, ma non si possono raccontare tutte per evitare di essere preso per delinquente!

Per un’ulteriore bravata, a caccia chiusi la canna del fucile lasciandoci davanti il dito indice della mano destra. Partì il colpo ed il pallino si piantò sull’osso del dito. Naturalmente corsa all’ospedale, radiografia ed incisione con bisturi per rimuovere il pallino e chiusura con relativi punti di sutura. Non parliamo della pesca, quando mi piantai l’amo nel palmo della mano sinistra. Siccome l’amo ha una controfreccia per evitare che il pesce che abbocca scappi, era impossibile sfilare l’amo. Di nuovo all’ospedale, dove questa volta usarono una cesoia per tagliare l’amo. A Massawa spesso andavamo a scoprire quello che c’era sopra le coperture dei fabbricati abbandonati ed una volta il piano di appoggio si sfondò, la gamba destra entrò nel solaio marcio ed un bel ferro mi aprì uno squarcio sul ginocchio destro che richiese diciotto punti iniziali di sutura, seguiti poi da una riapertura ed una ulteriore ricucitura, dal momento che non avevano ben pulito la ferita che aveva formato l’infezione.

Questa mia tendenza grazie a Dio cambiò con la scoperta del pensiero Baha’i che m’incanalò le energie in modo positivo verso cose utili a me, alla famiglia, agli amici, alla comunita’ baha’i ed all’umanità.

Gli UFO

Nel 1953 circa cominciarono ad apparire nel cielo terso di Asmara delle strane strisce luminose lasciate da qualche strano oggetto volante che si muoveva a velocità incredibili cambiando direzione anche a 90° in modo repentino. Eravamo estremamente turbati da questi eventi. Papà allora ordinò un libro, riguardo al quale aveva letto su qualche rivista, scritto da due scienziati del Centro astronomico di Palomar, di cui uno era George Adamsky direttore del Centro. Il titolo del libro era: ‘Flying Saucers Have Landed’ (I dischi volanti sono atterrati). Lo leggemmo attentamente scoprendo che molto materiale delle forze armate americane era segregato ma che ci poteva essere qualcosa di interessante. Questo è un tema che ancora oggi è rimasto completamente al buio.

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Centro astronomico di Monte Palomar

 

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Il libro di George Adamski del centro astronomico di Monte palomar sui dischi volanti

 

I Fichi d’india e tanta altra frutta

Come ho detto, l’Eritrea è coperta di fichi d’india. In effetti, non si tratta di una pianta autoctona. Fu portata in Eritrea dagli italiani all’inizio del XIX secolo quando fu costruita la ferrovia Massawa – Asmara, la seconda più alta ferrovia al mondo che andava dal mar Rosso ai 2600 metri di Asmara. Era necessario stabilizzare i terreni lungo la ferrovia e la pianta più adatta era appunto il fico d’india che ha delle radici che penetrano molto profondamente e impediscono la formazione di frane. Essi furono portati dalla Sicilia.

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Foto di mercati ad Asmara e a Cheren –La foto si destra e’ di P. Reffo

L’Eritrea, data la grande varietà di clima, che va dal temperato di Asmara al caldo torrido ed umido di Massawa a quello di mezza collina di Ghinda, è ricchissima di frutta. Ricordo i saporitissimi zaitung, i giganteschi e saporitissimi mango della piantagione di Ertola, gli aranci e mandarini di Ghinda, le noci di cocco, i chichingioli, i dolcissimi e giganteschi datteri del basso piano.

A Ghezzabanda vi era un favoloso mercato di frutta esotica.

Cure naturali

In Eritrea era anche abitudine curarsi in modo naturale. Ricordo che quando qualcuno di noi si beccava un malanno ai bronchi o polmoni, mamma metteva a bollire una pentola d’acqua con dentro le foglie di eucalipto raccolte dalle piante lungo la strada. Poi ci metteva con il viso sopra la pentola ed un asciugamano sopra la testa costringendoci a respirare il vapore che conteneva eucaliptolo. Dopo poche sedute di questo tipo, il malanno se ne era andato. Vi erano dei casi più seri per cui mamma ci curava nella seguente maniera: prendeva dei semi di lino e li metteva a cuocere in una pentola formando una specie di polenta. Poi tirava fuori questa pasta, la avvolgeva in uno straccio e poi in un asciugamano e ce la poneva sopra il petto o sopra la schiena. Faceva un caldo boia, ma il suo effetto era notevole rimuovendo l’infermità. Mamma faceva anche uso di estratti di piante naturali. Mi ricordo che quando cambiavamo aria ed andavamo a Massawa era obbligo prendere una purga. La purga in questo caso era l’olio di ricino che faceva veramente schifo. Ci chiudeva il naso e giù il cucchiaio di ricino seguito da un cucchiaio di zucchero. Mamma diceva che ci faceva bene e che la lingua che era la spia di una pancia intossicata tornava bella limpida. Poi vi era anche l’olio di fegato di merluzzo che faceva schifo quanto l’olio di ricino. Diceva che serviva per rinfrescare il fegato da affaticamento.

 

Lo zighinì

E’ forse il piatto più prelibato e conosciuto dell’Eritrea ed ha oramai preso una diffusione mondiale. A Milano ogni tanto ci rechiamo nei vari ristoranti eritrei a farci una scorpacciata di zighinì. Si tratta di cubetti di carne cucinata nel sugo di pomodoro insieme ad altre verdure a cui viene aggiunta una sostanza rossa che prende il nome di ‘berberè’. Da quello che so, essa è prodotta macinando insieme una cinquantina di spezie aromatiche col peperoncino. Brucia in modo incredibile, ma è per di più saporito (attenti a non abbondare perché si rischia il soffocamento!). Il tutto viene poi servito con un pane che prende il nome di ‘ingera’ che è realizzato usando una pastella prodotta con miglio fermentato cucinato su terra cotta sopra il fuoco. In tal modo, si produce una pizza circolare, molto porosa, acidula. Con essa e con l’accompagnamento delle mani si prendono pezzetti di carne e verdure da avvicinare alla bocca sempre rigorosamente con le mani. Non si usano le posate. Se se ne mangia molto, lo stomaco si gonfia perché l’ingera assorbe la parte liquida e si gonfia come una spugna.

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Ingera e verdure e zighinì Zighinì
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Zighinì Alichà, patate, carote,crauti
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Tumtumò (ceci) Ingera
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Scirò (Lenticchie) Cocchi e chichingioli

 

 

 

 

La scuola continua

Nello stesso tempo, raccontando tutti questi episodi sporadici della vita di quegli anni, ricomincio dal punto in cui frequentavo le elementari presso le suore del collegio Comboni dove rimasi cinque anni. Per passare alle medie, occorreva un esame di ammissione e, sfortunatamente in quel periodo, presi la scarlattina che mi impedì di fare gli esami. Pertanto, avrei perso un anno e mio padre decise che sarei allora andato al Comboni College, gestito dai padri comboniani. Era una scuola pubblica multirazziale, etnica e religiosa come ho già raccontato brevemente nel capitolo contenente una breve biografia. Vi andai con grande entusiasmo, anche se si parlava solo l’inglese di cui io non conoscevo neanche una parola. Era una scuola che seguiva i corsi di Oxford ed occorreva fare i primi quattro anni primari e poi i quattro secondari, per accedere finalmente all’università. I primi giorni non capivo una sola parola perché le lezioni si svolgevano soltanto in lingua inglese tanto che mio padre venne a scuola a protestare, ma gli fu suggerito di avere pazienza perché in poco tempo avrei fatto dei progressi rapidissimi. In effetti fu proprio così. Dopo pochi mesi cominciavo a parlare e a comprendere. Si trattava di quello che oggi chiamano full immersion. Ricordo che gli esercizi dei primi giorni comprendevano espressioni quali: stand up, sit down, go to the window, open the window, close the window, come back, go to the door, open the door, close the door, walk, run, drink, glass, bottle ecc. ecc.

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Il Comboni con iul suo gruppo dei Boy Scout e Padre Vantini

Furono anni bellissimi. Al Comboni si sviluppavano infinite attività. Gli insegnanti erano veramente favolosi. Ricordo molto bene Padre Vantini, Padre Chistè, e tanti altri. Si studiava letteratura, matematica, fisica, scienze, educazione fisica e tante altre materie. Come ho già scritto, la scuola era multirazziale e multietnica. Io avevo molti amici eritrei di cui conservo bellissimi ricordi. A scuola erano anche molto più bravi di me.

Un aspetto piacevole di questa scuola era l’infinità di gite organizzate fuori città, di campeggi che duravano settimane, di viaggi in luoghi molto lontani e selvaggi. Fu un’ottima scuola di vita. Facevamo escursioni in bicicletta e a piedi, scoprendo dei posti bellissimi di questo meraviglioso paese. Molte delle visite erano legate ai luoghi della guerra. Ricordo una bellissima gita dopo Cheren per visitare un forte servito agli alpini per rallentare l’avanzata dell’esercito inglese che veniva dal Sudan. Andammo a visitare il cimitero di Cheren dove si trovavano le tombe di molti dei nostri soldati, fra cui quella del Generale Lorenzini colpito da una granata inglese mentre osservava con il binocolo lo spostamento delle truppe nemiche. Facevamo molte esercitazioni, quali quelle per attraversare un fiume con tre corde o quella di risalire ripidi pendii.

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Sulle colline dopo Cheren in un vecchio fortino degli alpini costruito per rallentare l’avanzata degli inglesi dal Sudan nella seconda guerra mondiale verso Asmara ed Addis Abeba.

Papà aveva operato come ufficiale del genio a far saltare tutti i ponti per rallentarne l’avanzata.

Una volta facemmo un viaggio molto lungo fino a Barentù che si trovava quasi ai confini col Sudan. Trovammo una interessante fauna ed un caldo molto secco. Il territorio era pianeggiante e le piante spinose. Si incontravano molte carovane di cammelli di popolazioni nomade. Si incrociavano spesso dei piccoli insediamenti realizzati o con legno e sterco o fango, o con pelli realizzate con pelo di cammello.

Un'altra volta ancora andammo a fare un viaggio a trovare amici Baha’i che abitavano ai confini del Sudan, però nel Nord. La località che raggiungemmo si chiamava Nakfa e per arrivarci fu una bella avventura. Bucammo il serbatoio della benzina. Queste storie si trovano nei libri di mio padre sul suo sitohttp://www.augustorobiat.it che si possono scaricare gratuitamente.

I Boy Scout

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Io facevo parte de gruppo dei Boy Scout della scuola. Seguimmo tanti corsi per imparare cose utili nella vita, in particolare per acquisire quei valori morali che sono alla base di tutto. Facemmo un grande giuramento alla presenza del nostro direttore. Fu una cerimonia bellissima. Con i boy scout furono organizzate numerosissime gite fuori Asmara.

Ricordo un’uscita verso Addis Abeba. Non so se eravamo arrivati nella regione del Tigrai. Visitammo numerose chiese copte e scoprimmo alcune tombe antichissime che sarebbe stato utile aprire. Poi trovammo dei piccoli obelischi di cui l’Etiopia è piena, anche se quelli più famosi si trovavano ad Axum. Visitammo numerosi cimiteri di guerra dove erano sepolti molti soldati caduti durante la famosa campagna d’Etiopia. Occorre ricordare che l’Italia aveva laggiù più di 500.000 soldati per attuare l’idea di Mussolini di un grande impero al pari delle altre potenze occidentali quali l’Inghilterra, la Francia, la Germania. Naturalmente, come la storia poi ha messo in luce, fu un sacrificio di vite umane enorme. L’Italia perse poi tutto sconfitta dall’Inghilterra, ed il Negus Hailè Sellasiè fu rimesso sul trono.

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Cimitero di guerra Italiano

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L’Imperatore Haile Sellasie, il leone di Giuda, prigionieri di guerra Italiani

Quando ci spostavamo, portavamo con noi delle bellissime tende bianche costruite con il tessuto dei paracadute. Erano tende molto grandi e molto comode. Imparammo a vivere in modo sano e spartano sotto la guida dei nostri insegnanti. Una volta in un campeggio, per pranzo, era stata abbattuta una piccola antilope che cucinammo sopra un fuoco.

Avevamo con noi dei fucili a pallini, dei Flobert, Diana e Falckett. Cacciavamo tortore e uccellagione di piccola dimensione che cucinavamo allo spiedo su fuochi improvvisati.

Una volta eravamo a caccia verso Cheren e stavamo camminando nell’alveo di un torrente asciutto che credo fosse o il Barca o il Gash. Ad un certo momento, sentimmo uno strano rumore e, volgendoci indietro, vedemmo arrivare un fiume in piena. Cominciammo a correre in modo obliquo per raggiungere una sponda e la raggiungemmo arrampicandoci sulla ripida scarpata, appena in tempo per non essere trascinati via dalla corrente. Evidentemente, aveva piovuto fortemente a monte e questo aveva provocato una piena del torrente.

Angelo di Falco e l’ipnosi

 

Assieme a molti amici Baha’i, conoscemmo Angelo di Falco. Lavorava all’ospedale nel settore autopsie. Aveva anche molte abilità extrasensoriali e faceva l’ipnotizzatore. Lo faceva però in maniera scientifica. Uno dei temi che più gli stava a cuore era quello del ritorno della memoria. Diceva che tutta la nostra vita è incisa in modo chiaro nella nostra memoria e mediante sedute di un paziente in stato ipnotico era possibile risalire ai suoi ricordi più profondi, più primordiali. Angelo Cacciagli e De Leo erano due soggetti con i quali lui condivideva studi ed approfondimenti. Un altro tema era quello di addestrare il paziente in stato di ipnosi nel riuscire a resistere a scariche elettriche sempre più forti. Noi partecipammo a molte delle sedute. Egli in effetti le registrava su uno dei primi magnetofoni arrivati dalla Germania, un Grundig. Sfortunatamente quelle bobine andarono perdute. Angelo era una di quelle persone che affrontavano la ricerca in modo serio e scientifico, e non alla maniera di certi ciarlatani con le sedute spiritiche ed altro.

 

Papà trasferito a Massawa e l’inizio di un radicale cambiamento nella sua vita e in quella della famiglia.

Mentre la nostra vita proseguiva normalmente, arrivò la brutta notizia che papà era stato trasferito a Massawa, e precisamente all’acquedotto, con l’incarico di ri-progettare e rinnovare la condotta che portava da Dogali a Massawa, la relativa stazione di pompaggio e clorinazione e poi la rete idrica di Massawa. Fu una notizia terribile perché la nostra famiglia era molto unita e questo non ci voleva. In effetti, la causa del trasferimento fu determinata dal fatto che mio padre si era rifiutato di firmare la consegna di tubazioni mai arrivate e, dal momento che aveva ben documentato il tutto e ne teneva copia in luogo segreto, non lo si poteva licenziare. Di qui il trasferimento per punizione. Iniziò così un periodo molto difficile per papà ed anche per noi figli che durò fino al rientro definitivo in Italia nel 1961. Gli fu data comunque una bella abitazione sul mare, vicino al lido e noi ragazzi per molti anni potemmo andare a passare le vacanze estive al mare. Papà fece un lavoro straordinario rimettendo a posto le gallerie filtranti a Dogali dove vi era la captazione delle acque per l’acquedotto, ordinò tutte le attrezzature ed i macchinari, ricostruì la stazione di pompaggio e clorinazione e posò la nuova linea fino a Massawa con tubazioni realizzate con nuovi materiali che non si corrodevano facilmente, data l’azione fortemente aggressiva della salsedine del mare.

Io ricordo di aver partecipato per qualche tempo, durante le vacanze, alla realizzazione di questi lavori poiché avevo cambiato scuola e studiavo per divenire geometra.

Sull’effetto di questo trasferimento a Massaua e sulla vita di mio padre vi rimando al suo sito: Http://www.augustorobiati.it in cui questa storia è ben raccontata nei suoi libri che si possono scaricare gratuitamente.

L’istituto Tecnico per Geometri Vittorio Bottego

Nel capitolo ‘La mia visione’ si racconta come, ad un certo punto, mentre frequentavo il penultimo anno della scuola di Oxford gestita dai padri comboniani, un episodio mi obbligò ad abbandonare il Collegio Comboni e reiniziare, perdendo ben tre anni di studi, frequentando i corsi per geometri all’Istituto Tecnico Vittorio Bottego. La scuola era ottima, con insegnanti bravissimi. Ricordo il Prof. Amighini che ci insegnava matematica e topografia, l’Architetto Fornaini che ci insegnava disegno. Mi sfuggono i nomi degli altri insegnanti. Quello di Scienze delle Costruzioni era bravissimo e da lui imparai veramente moltissimo.

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Gli studi tecnici terminati in Italia mi aprirono una strada che mi condusse in giro per il mondo a realizzare grandi e piccole opere d’ingegneria.

La mia aspirazione era quella di studiare medicina, come il mio amico Julio Savi, ma non so se, in realtà, finito il corso al Comboni, avrei intrapreso quegli studi. Probabilmente il DNA della nostra famiglia era quello dell’indirizzo tecnico. Forse il fato ha appunto voluto che il mio corso di studi cambiasse direzione.

Le saline

Massawa è sul Mar Rosso dove impera un caldo impressionante. Se ricordo bene, a volte la temperatura arrivava a 48 gradi all’ombra, con una umidità altissima. Era naturale che in questo ambiente l’evaporazione fosse molto alta e quindi risultava essere un ambiente favorevole per la produzione di sale marino. Vi erano delle enormi saline che si sviluppavano per chilometri. L’acqua del mare veniva fatta confluire in pre vasche dove subiva una prima evaporazione addensandosi, poi l’acqua addensata veniva fatta confluire in un altro tipo di vasca dove avveniva l’evaporazione finale e il sale veniva raccolto meccanicamente, accumulato in enormi coni e infine caricato e portato al porto per essere spedito in varie parti del mondo.

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L’inchiostro

Quando abitavamo nel quartiere di Gaggiret, nel nostro giardino vi erano delle piante che producevano degli strani pallini di colore nero. Un giorno ne raccogliemmo qualche chilo. Spremendoli veniva rilasciata una sostanza liquida di color nero. Provammo a scrivere su un foglio di carta con quelle penne che si usavano una volta, con il pennino. Scoprimmo che lo scritto si vedeva molto bene. Avevamo scoperto l’inchiostro, però poi non se ne fece niente.

 

I Russi

Ricordo una stranissima storia legata ai russi. Qualcuno potrebbe domandarsi che c’entrano i Russi. Era arrivata ad Asmara prima, e a Massawa poi, una delegazione di tecnici russi. Essi stavano studiando la possibilità di realizzare una raffineria ed avevano bisogno di una grande quantità di acqua potabile, per cui furono indirizzati a mio padre il quale, essendo il direttore dell’acquedotto, poteva dar loro le necessarie informazioni. Fecero numerose visite ed una volta mio padre invitò il loro direttore e la interprete a casa a prendere un tè. Ricordo che ci eravamo tutti vestiti a festa perché era un’occasione molto importante. Io ricordo bene l’interprete. Era bellissima e credo che me ne innamorai a prima vista. A noi ragazzi regalarono una montagna di spille dai colori, forme e disegni vari, che subito appendemmo ai nostri abiti. Quando poi lasciarono la casa, mio padre venne a recuperare le spille che scoprimmo essere i simboli del partito comunista e dell’URSS. Era cominciata la guerra fredda e anche la penetrazione in Africa delle due grandi potenze mondiali, gli Stati Uniti e l’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche.

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Non ricordo bene come andò a finire. So solo che negli anni 1963 – 93, gli anni della guerra d’indipendenza dell’Eritrea dall’Etiopia, trent’anni di guerra che causò molti morti e molte distruzioni, erano presenti in Eritrea molti soldati dell’Est Europeo, fra cui soldati sovietici, dato che questi appoggiarono in modo aperto il governo militare di Menghistù che aveva preso il potere con un colpo di stato, mettendo poi a morte il Negus. Menghistù si era apertamente schierato con le forze di sinistra e il suo esercito fu addestrato ed armato dall’Unione Sovietica. Tutto terminò con il crollo del muro di Berlino e la fuga di Menghistù in Zimbabwe, e la sconfitta delle forze etiopiche.

Chissà che fine fece la bella e giovane interprete!

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Carri armati russi in Eritrea durante i 30 anni di guerra di liberazione - 

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Generale Menghistu

 

 

Cheren

Cheren è una bella cittadina distante da Asmara, se la memoria non m’inganna, un centinaio di chilometri. Si arrivava con una strada che ad un certo punto era tutta curve in quanto si scendeva verso il bassopiano del Sudan. Arrivando a Cheren faceva un grandissimo effetto vedere queste grandi piante spinose – forse erano acacie – su cui le gru o le cicogne giganti avevano costruito nidi giganteschi di paglia dove depositavano le uova.

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Strada per Cheren. Arrivo a Cheren con foto panoramiche della citta’ Foto di Odino
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Cicogne che occupavano con i loro nidi tutte le piante di cheren – Donne che portano acqua dai pozzi

Era molto famoso un certo artigianato che lavorava oro ed argento, realizzando favolose croci, anelli, collane e bracciali di una finezza incredibile utilizzando la filigrana.

Vi era anche un famosissimo ristorante gestito da un italiano con due baffoni che non finivano più!

La piantagione di Ertola era poi straordinaria. Ricordo la bella entrata circondata da gigantesche piante di mango.

Sul bassopiano abitavano delle popolazioni nomadi le cui donne erano molto belle, quasi scolpite nel legno. Si portavano sempre dietro i piccoli sulle loro schiene e le vecchie spesso avevano seni che toccavano terra.

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Il Baobab con dentro la madonnina nera

Una cosa molto particolare si trovava vicino a Cheren: la madonnina nera del baobab. Durante la guerra, un gruppo di soldati si nascose dentro il cavo di un gigantesco baobab. Un caccia inglese sganciò una bomba che si infilò dentro l’albero senza esplodere. I militari lo considerarono un miracolo e vi installarono un piccola statuetta di madonna nera a ringraziamento. Oggi è oggetto di visita sia degli italiani che vengono nell’area che di eritrei.

Sempre vicino a Cheren organizzavamo dei campeggi sia con la scuola che con la comunità Baha’i che vi teneva le scuole estive.

 

 

 

 

 

Le piantagioni degli Italiani

Come ho già detto, gli Italiani avevano sviluppato il territorio creando grandi infrastrutture e molti altri si erano dedicati all’agricoltura realizzando delle grandissime piantagioni. Fra questi ultimi, la mia memoria ricorda Marazzani, Ertola, De Nadai. Avevano anche costruito delle dighe per avere abbondante acqua per l’irrigazione. Credo che a causa della guerra e con il trascorrere degli anni, esse siano state abbandonate. In Eritrea all’epoca vivevano circa 60.000 Italiani e, da quello che so, oggi di connazionali ne sono rimasti circa 200.

La passione per la bicicletta

Come ho raccontato sopra, mi era venuta una passione straordinaria per la bicicletta. Papà me ne comperò una di seconda mano, di cui si ruppe il telaio e con cui feci la famosa pedalata fino a Massawa. Mi iscrissi al circolo sportivo Asmara dove avevamo un bravissimo allenatore che si chiamava Saba. Mi ero fatto mandare da mia zia in Italia un bel libro di come fare gli allenamenti che mi servì moltissimo. Era un bel sacrificio perché mi alzavo la mattina alle quattro per andare ad allenarmi o nel circuito cittadino della Ex Mape in fondo a Corso Italia o nella strada che portava a Decamerè. Solitamente arrivavo fino alla cantoniera distante una ventina di chilometri. Il ciclismo in Eritrea era famoso e vi era stato un grande che negli anni ‘50 era addirittura partecipato alle olimpiadi. Vi erano atleti eritrei di colore molto bravi, passisti, scalatori, velocisti. Poi vi erano molte categorie: i pulcini, gli esordienti, gli allievi e i dilettanti. Fu famoso il mio caro amico Lamberto Casini che poi rientrato in Italia si iscrisse nella squadra ‘Pedale Lombardo’ con la quale vinse molte gare, fra cui il campionato italiano a cronometro a squadre. Infine, raggiunse il record del mondo per cinquantenni, che credo detenga ancora oggi, al Vigorelli con la bicicletta con ruote lamellari in carbonio usata da Francesco Moser.

La mia prima gara fu a Decamerè. Andavo bene, ma l’emozione mi tradì e su una curva scivolai cadendo. Mi strappai tutti i pantaloncini che all’epoca erano di lana. Mi rimisi in sella e ripartii ma non ce la feci a riprendere il gruppo di testa. Quella caduta fu uno stimolo ad allenarmi sempre di più per migliorare. Ero nella categoria degli esordienti. Le gare successive mi videro vincitore. A volte partivo in fuga senza ben calcolare le riserve di energia rischiando di essere ripreso. Ero forte in volata e nelle salite. In effetti, vinsi molte gare e molti traguardi a premio che mi procurarono ogni ben di Dio, salami, formaggi ed altro. Quando facevamo le gare nel circuito cittadino, l’Ex Mape o quello al mercato con quel lunghissimo rettilineo a due corsie, vi era una moltitudine di spettatori che facevano il tifo. Io avevo come miei primi tifosi, mio padre, mia madre e le mie sorelle e i miei fratelli. Una volta mio padre si trovava sopra un semirimorchio dopo il traguardo e, quando mi vide battere tutti in una gara ad eliminazione mista con allievi e dilettanti, saltò giù come un forsennato bloccandosi con la schiena. Fu portato all’ospedale dove gli fecero le cure del caso.

Vinsi molte coppe e anche il campionato eritreo esordienti. Siccome andavo bene, papà mi acquistò un'altra bicicletta: una Fuchs. Le gare su strada mi piacevano moltissimo perché erano su percorso misto con strappi dove si poteva scattare e scappar via. Il ciclismo mi formò moltissimo, mi rinforzò il fisico e la forza di volontà perché è uno sport dove occorre soffrire e stringere i denti. Una volta in allenamento, tornando da Decamerè, bucai, cominciai a tirar giù la ruota ed a cambiare il tubolare con quello che mi portavo dietro di scorta. Si fermò una vettura guidata da un americano che mi scattò una foto. La cosa incredibile è che la macchina fotografica era una delle prime Polaroid. Mi regalò la foto che vedete qui accanto.

Continuai a correre, passai agli allievi e anche in quella categoria vinsi molte gare. Quando cambiai scuola, passando dal Comboni al Bottego, ebbi un momento difficile perché avevo poco tempo per allenarmi bene e persi alcune gare.

Corsi fino al momento della mia partenza per l’Italia. Allora non ripresi a correre perché avevo un disturbo diagnosticato come strappo al diaframma intercostale che mi procurava dei grossi crampi nell’area del fegato.

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Con le mie sorelle e con Clara la sorella di Casini – Con Scalas

 

 

 

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Durante una festa post gara - All’inizio di una gara

 

 

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In fuga con a sinistra il mio grande tifoso, mio padre Augusto che mi incita

 

L’arte eritrea

 

L’arte Eritrea e’ assai interessante ed anche l’artigianato. Riporto qui a seguire alcune foto di quadri che tutti noi ex asmarini teniamo a casa.

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I baha’i

Trovate i dettagli del mio incontro con questa comunità nel capitolo dedicato alla mia visione. Accettai questa meravigliosa fede e divenni sempre più impegnato ad approfondire questi nuovi e profondi insegnamenti. Un’opera impressionante che lessi subito è l’opera dello storico Nabil dal titolo “The Dawn Breakers – Gli araldi dell’aurora.” Un’opera di 1000 pagine sulla storia del movimento. La lessi tutto d’un fiato. Era come leggere la storia della nascita del cristianesimo. Naturalmente, qui era di prima mano con storie che mi fecero rabbrividire e commuovere: il sacrificio e l’assassinio di 20.000 credenti ammazzati nei modi più barbari possibili, donne, uomini, bambini colpevoli solo di credere nell’idea di un modo unito libero da pregiudizi e divisione. Leggendo la storia del Bab, questo straordinario personaggio, mi sembrava di rivivere la storia di Abramo, Mosè, Gesù perseguitati dal potere religioso e civile contemporanei solo perché colpevoli di portare una visione che poteva minare il potere di quelli in carica. Sapevo anche che nessuna forza terrena poteva bloccare la crescita di una Fede divinamente rivelata.

Conobbi molti Baha’i di varie nazionalità. Gente colta e preparata: Angelo di Falco, Julio Savi, la famiglia del Dr. Niederreiter, Elio Pruscini, la famiglia Fahroumand, la famiglia Ahdieh il Dr.Shayani, Asmellash e famiglia, Techeste Alderom che poi divenne il rappresentante Baha’i alle Nazioni Unite, presso la Baha’i International Comunity, Aurora Savi, il papà di Julio Savi, e tanti altri.

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Foto di una scuola estiva Baha’i a Cheren

Il mio avvicinamento a questa Fede che era stato un po’ come un colpo di fulmine, divenne la consapevolezza di aver trovato una comunità mondiale embrionale con il suo Centro Mondiale sul monte Carmelo in Israele, con il suo sistema amministrativo e con la forza delle opere rivelate, ben 17.000 che contengono tutto quello di cui ha bisogno l’umanità. Costruimmo un bellissimo centro Baha’i dove si tenevano regolarmente le riunioni della comunità.

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Il Centro Mondiale Baha’i a Haifa – Israele sul Monte carmelo

Famosi erano i pic nic e le scuole estive dove si viveva assieme un’esperienza spirituale emozionantissima, costruendo straordinarie amicizie che ancora oggi porto profonde dentro il mio cuore. Potete andare a leggere molte di queste storie straordinarie nei libri che si possono scaricare gratuitamente nel sito di mio padre: http://www.augustorobiati.it in particolare il libro ‘L’amo e il pesce’. Ancora oggi sono in contatto con alcuni degli amici conosciuti in quel periodo, fra cui Nasi Fahroumand che ora si trova a Washington ed Elio Pruscini che viaggia per il mondo.

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Pic nic con amici Baha’i di Asmara fuori dalla città sotto favolosi boschi di eucaliptus

Nella foto di destra sono con mia mamma Alma e il caro amico Julio Savi

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Si intravedono Nasi, Asmellash, mia madre, Asmellash, Julio Savi, Angelo di Falco, Elio Pruscini, Aurora e Vittorio.

Le istituzioni religiose attaccarono pubblicamente e ferocemente la nostra famiglia considerandola colpevole di essere eretica avendo abbandonato la fede dei padri. I soli risultati furono quelli di rinforzare la nostra fede in quello che avevamo abbracciato e nel portare all’interno della comunità molti Italiani che decisero di approfondire il tema oggetto di tali attacchi.

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Tempio Baha’i in Uganda a Kampala sulla collina Kikuyu

Un evento importante di quegli anni fu l’inaugurazione del Tempio Baha’i per l’Africa a Kampala in Uganda costruito su un’altura che prende il nome di Collina Kikuyu. Vi si recarono molti amici Baha’i di Asmara che ritornarono con dei bellissimi racconti e delle belle foto del meraviglioso Tempio. Anche negli anni di guerra civile in Uganda, il Tempio è sempre stato un luogo mai violato ed un luogo di armonia religiosa in quanto qualsiasi credente di qualsiasi Fede vi può entrare a recitare gli scritti sacri di qualsiasi religione o per meditare silenziosamente.

In quegli anni personalità Baha’i visitarono la città di Asmara e la comunità baha’i. Fra loro, ricordo Ali Nakjavani, le Mani della Causa Musa Banani, John Robarts e Samandari, l’ultimo Baha’i vivente che incontrò personalmente Baha’u’llah fondatore della Fede Baha’i al Cui servizio egli si pose.

 

 

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Foto di gruppo di amici baha’i fuori di Asmara in mezzo ai fichi d’india

 

 

 

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A sinistra la famiglia Farhouman con la Mano della Causa Musa Banani e Ali Nakjavani.

A destra alcuni amici della comunità baha’i di Asmara con la Mano della Causa Samandari

 

 

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Membri della ns. famiglia ed altri amici Baha’i a Massaua con la Mano della Causa John Robarts

 

 

 

 

Rientro in Italia

 

Come detto innanzi, dopo aver cambiato scuola, passando dal Collegio Comboni all’Istituto Tecnico per geometri Vittorio Bottego, a causa della mancata accettazione della mia iscrizione all’ultimo anno perché frequentavo la comunità Baha’i, avendo perso tre anni e dovendo ricominciare da capo, non essendo stati nemmeno riconosciuti accademicamente gli anni passati al Comboni, feci un grande sforzo per inserirmi nel nuovo corso di studi, superando bene tutti gli esami e completando l’anno di transizione ed i primi due anni. Mio padre, soddisfatto dei risultati ottenuti, mi mandò in Italia come premio. Partii con la nave Tripolitania e sbarcai a Napoli.

Il viaggio fu poi senza ritorno in Eritrea, come vedrete nei capitoli successivi.

Si chiude quindi il ciclo della mia vita in Eritrea, Paese che non ho più visitato da quella data ma che spero di ritornare a visitare presto.

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Tutta la nostra famiglia

Ciao Asmara!

Una Vita dedicata al lavoro parte 2 capitolo 2

Appena terminato questo piccolo lavoro idraulico, nei pressi di Mumbwa, seppi che l'Impresa aveva acquisito dal Ministero della Difesa la costruzione di una piccola diga al confine del Malawi che serviva per alimentare di acqua un costruendo accampamento militare: la 'Lunkwakwa Army Dam'. Io fui nominato capo cantiere sotto la direzione dell'Ing. Roberto Caudano. Il lavoro si trovava a 15 chilometri dalla cittadina di Fort Jameson, rinominata Chipata. La durata del lavoro sarebbe stata di un anno.

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Si trattava di costruire una diga in terra e roccia di circa 100.000 mc, alta una ventina di metri e lunga 200, uno sfioratore ricavato nella roccia e protetto da spritz beton, un'opera di presa con stazione di pompaggio ed un canale di scarico a valle dello sfioratore dotato di ogiva in calcestruzzo. Il laghetto che si sarebbe formato era di circa un paio di chilometri. Per eseguire i lavori occorreva anche scavare un canale di deviazione da chiudere successivamente.
Il progettista era l'azienda inglese Watermeyer, Legge, Piesold & Uhlman.
Appena studiati i disegni iniziammo la mobilitazione del macchinario e la costruzione in tempi brevissimi di un campo assai rustico, alloggi, uffici, officina. Furono anche montati degli uffici per la direzione lavori nella persona dell'Ing. Darleston (?). 
Fu aperta rapidamente una cava e furono montati gli impianti di frantumazione che, essendo mobili, furono messi in piedi molto rapidamente. Il capo impianti era un certo Susanna che rincontrai anni dopo al funerale del mio caro amico Gianni Lorenzet. 
Arrivarono due Bulldozer, pale gommate, macchine di perforazione, autocarri, gru, casseri e quant'altro.

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Preparammo il programma dei lavori. Viste le quantità di lavoro da fare decidemmo di eseguire tutti i lavori nella stagione di magra, eliminando la deviazione del fiume e facendoci risparmiare un bel po' di tempo e soldi. Prevedemmo di lasciare solo una tubazione in acciaio da 500 mm nel punto più basso del fiumiciattolo per smaltire le acque di magra.
Iniziammo gli scavi per la fondazione della diga, che andarono bene, ma quando si trattò di fare gli scavi in roccia, dove doveva essere completato lo sfioratore, scoprimmo che nell'area interessata vi era solo uno gnoccone di roccia. Durante le indagini fatte dai progettisti inglesi, essi fecero un solo carotaggio in quel punto e basarono tutto il progetto su un grosso banco di roccia in cui scavare la sezione necessaria, compresa l'ogiva, trattando il tutto con dello spritz beton e facendo la sola soletta in calcestruzzo. Una bella sfiga!

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Scavo della poca roccia trovata; nell'area dello sfioratore
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Impianti di frantumazione per produrre inerti per i calcestruzzi

Arrivarono di corsa due progettisti dall'Inghilterra che riprogettarono tutto lo sfioratore prevedendolo in cls armato. 
Fu un guaio. Non avevamo fatta la deviazione ed i lavori si sarebbero protratti in piena stagione piovosa con la portata del fiume che sarebbe salita. Inoltre, non eravamo attrezzati per realizzare gli 8000 mc di calcestruzzo. Non avevamo impianti di betonaggio e sistemi di trasporto e getto per il calcestruzzo stesso.
Non ci perdemmo d'animo e mentre terminavamo gli scavi e realizzavamo la diga in terra, ci preparammo per le opere in cls. 
Facemmo venire di corsa dall'Italia alcuni carpentieri e ferraioli.

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Impianto per calcestruzzi artigianale
messo su in quattro e quattrotto

Il cantiere era nelle mani mie e di Bruno Bruni, un assistente per cls. che veniva dalla Great East Road, ma che aveva già fatto la grossa diga dell'Acaray in Paraguay da cui proveniva anche l'Ing. Caudano. Noleggiammo i casseri, ordinammo il ferro che ci necessitava e mettemmo in piedi un rudimentale impianto per realizzare il calcestruzzo, ponendo in linea tre betoniere tradizionali, trasportando il cls. con autocarri. I getti venivano fatti mediante autogrù locatelli Grillo 5 e benne e anche con nastri trasportatori. I ponteggi per realizzare la calotta della galleria di scarico furono noleggiati a Lusaka.

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Tubo per deviare le poche acque in periodo 
di magra con relativi Cut Off walls

L'unico problema vero era quello di realizzare l'opera senza la deviazione. Ideammo allora un sistema banale. Realizzammo la parte bassa dei muri dello sfioratore. Poi vi lasciammo un'apertura larga 3 metri alta 6. Davanti vi realizzammo un cofferdam in terra che si poteva demolire e rifare a piacimento. Intanto, l'acqua di magra scorreva nella tubazione da mezzo metro. Quando le portate aumentavano, sfruttavamo la capacità del bacino che si riempiva fino a raggiungere la quota massima del cofferdam. A quel punto, con un Bulldozer demolivamo il cofferdam facendo scaricare tutta l'acqua e, appena scaricatala, richiudevamo con un altro cofferdam in terra e proseguivamo con i lavori dall'interno. Apri, chiudi, apri, chiudi e via di seguito. In tal modo, potemmo completare le opere in modo soddisfacente. Quando l'acqua era bassa, realizzammo anche la torre di presa con le relative pompe e ponticello di avvicinamento.

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Scavi sfioratore terminati.

 

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Iniziata diga in terra 
Si vede l'unico gnocco di roccia trovata negli scavi

 

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Perforazione e posa ancoraggi di fondo 
e collaudo degli stessi con Triches

 

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Perforazione e posa ancoraggi di fondo 
e collaudo degli stessi con Triches

 

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Posa Getti dei solettoni di base con nastri

 


 

Mentre realizzavamo le opere in calcestruzzo iniziammo la costruzione della diga in terra e roccia.
Iniziammo prima con i filtri di ghiaia e sabbia e poi cominciammo a salire verso l'alto umidificando e compattando le argille. Naturalmente posavamo anche i filtri verticali ed a monte posavamo la roccia per il Rip Rap di protezione della scarpata in terra. A Valle posavamo un manto d'erba.
Tutte le lavorazioni venivano controllate da un piccolo laboratorio che avevamo messo in piedi rapidamente. Si provavano le densità delle terre e la resistenza dei calcestruzzi.

 

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Inizio della Diga in terra con la posa dei filtri. A Ds. 
Il direttore lavori Ing. Keith Darlaston

 

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Diga in terra. Rulli albaret, Motorgrader, Minetto e Zanier, 
Posa erba a vale

 

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Inizio opere verticali, Muri e contrafforti

 

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In una sola circostanza abbiamo avuto paura di un disastro. Per aprire e chiudere il cofferdam davanti allo sfioratore, infatti, occorreva arrivare da valle in un passaggio lasciato nella diga. Quel passaggio era un punto debole perché, se fosse venuta una piena molto grossa e lo scarico attraverso lo sfioratore non fosse stato sufficiente, vi sarebbe stato il rischio che essa scavalcasse la diga in quel punto portandola via. L'acqua è una brutta bestia. 
Io avevo predisposto una serie di misuratori della portata del fiume e dei pluviometri in varie parti del bacino per cui ero in grado di sapere approssimativamente quanta acqua sarebbe arrivata in diga e in quanto tempo.

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Nelle foto si vede la diga in terra accostata allo sfioratore 
con il pericoloso passaggio valle monte

 

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Costruzione degli speroni esterni ed interni per realizzare l'ogiva

Notasi l'acqua del bacino di cui si parla nel racconto
e l'apertura a monte x scaricare l'acqua.

 

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Sfioratore in costruzione, la galleria artificiale, la diga a destra
e l'apertura a monte per scaricare le acque di piena. Notasi il
passaggio fra valle e monte che poteva costarci un disastro

 

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Realizzazione del canale di scarico

 

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Completamento delle ogive

 

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Opere di chiusura a monte lasciando un'apertura minima per
scaricare le acque utilizzando il bacino come serbatoio. Una
volta che il bacino si era riempito, occorreva scaricare le acque
in poche ore per richiudere nuovamente il varco e lavorare
all'interno. Come detto questo ha permesso di realizzare
l'opera senza canale di deviazione

 


 

Una sera mi trovavo a casa della mia futura moglie e pioveva, pioveva. Decisi allora di rientrare in cantiere che non distava molto. Controllando gli elementi idraulici a mia disposizione, mi spaventai perchè sarebbe arrivata, da lì a poche ore, una piena di dimensioni impreviste.

Arrivai al campo, feci saltare tutti giù dal letto e cominciammo a chiudere il passaggio lasciato in diga con terra e roccia e quant'altro si trovava nelle vicinanze.

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Misi il topografo Zanier a controllare il livello dell'acqua nel bacino a monte della diga minuto per minuto. Al mattino alle sei, l'acqua continuava a salire. La breccia attraverso la diga in terra era stata chiusa. L'acqua però oltre che a passare nell'apertura lasciata precedentemente continuava a salire superando l'ogiva di scarico dello sfioratore che era stata completata, passava dentro il tunnel artificiale e procedeva attraverso il canale di scarico ricongiungendosi con il letto del fiume a valle. Saliva, saliva, ma dai rilievi si notò che la salita stava rallentando. Arrivò a superare i 50 cm sopra la quota dell'ogiva per una lunghezza di 48 metri e si fermò. Tirammo un respiro di sollievo. Poi l'acqua ridiscese. Scaricammo il bacino un'ultima volta e il tempo ci permise di completare le opere rimanenti in sicurezza. Eseguimmo di nuovo anche il riempimento del passaggio dentro la diga. Completammo l'inerbimento della diga a valle ed il rip rap a monte. Per ultimo, terminammo di completare le opere di pompaggio della torre di presa.
L'opera era finita. A seguito delle varianti l'aspetto economico fu molto positivo.

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Completamento lavorazioni opera di presa

 

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Completamento dell'opera di pressa che contiene le pompe 
per mandare l'acqua al campo militare per cui l'opera 
è stata realizzata.

 

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Chiusura a monte e valle del tubo di deviazione provvisorio
montato all'inizio dei lavori con l'utilizzo di sormozzatori giunti 
dall'Italia e relativa iniezione del tubo con una miscela di cemento

 

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Completamento delle finiture delle opere in calcestruzzo e 
della diga in terra

 

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Lavori completi, Invaso completato, 
Impianto di pompaggio funzionante

 

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Quanto è stato descritto sopra è ben visibile nelle varie foto qui inserite. Ho tenuto entrare in dettaglio su poiché questo è stato il mio primo lavoro a tutti gli effetti come responsabile.
Con me, hanno lavorato l'Ing. Roberto Caudano come Responsabile della sede dello Zambia a Lusaka, Bruno Bruni come Assistente capo, Susanna all'Impianto di frantumazione, Zanier come Topografo, Minetto come Grederista, Gigio e Cason come Capi carpentieri, ed altri di cui mi sfuggono i nomi.

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Foto satellitari dell'opera

Una Vita dedicata al lavoro parte 2 capitolo 1


Ho trascorso tutta la mia gioventù in Eritrea, dove avevo anche compiuto parte degli studi, prima presso il Collegio Comboni e poi, per i primi due anni, presso l’Istituto Vittorio Bottego di Asmara. Poiché ero riuscito bene negli studi, i miei genitori, come premio, mi mandarono in Italia per un viaggio, che feci con la nave “Tripolitania”, accompagnato dal fratello di mio padre Augusto, lo zio Francesco, il quale decise di rientrare in Italia definitivamente e infine si insediò a Napoli dove sposò la zia Maria.

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Porto di Massawa

Fu un viaggio incredibile. La partenza dal Porto di Massawa, la navigazione sulle acque del Mar Rosso. La traversata del canale di Suez e le fermate a Port Said e porto Suez, con tutte quelle barchette che avvicinavano la nave per offrirci souvenir e ricordi vari, costituirono un’esperienza esilarante. Poi il Mar Mediterraneo, con quell’impressionante colore blu scuro, ed infine l’arrivo al porto di Napoli dove, sulla cui banchina ci aspettavano gesticolando i cugini napoletani Adriana, Giulia ed Enrico, figli di Tina, sorella di Augusto, che aveva sposato Raimondo Viganò e si era trasferita a vivere a Napoli. Rimasi in quella bellissima città una settimana visitandola tutta; dopo alcuni anni vi tornai e mi fermai a lungo per i lavori legati alla ricostruzione dopo il terremoto. Ricordo un bel viaggio in macchina con RaimondoViganò che ci portò a Terracina per un favolosissimo pranzo.

Milano

Partii poi in treno per Milano dove fui ospite della zia Enrica e della nonna Celestina. Il nonno Amabile era trapassato molti anni prima. Io giunsi in Italia, a Milano, per la prima volta nel 1948, quando avevo cinque anni: lì mi fermai un anno e vi frequentai la prima elementare. Ricordo le belle foto con il nonno Amabile, un uomo di vecchio stampo con i suoi baffoni.

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Abitavano in Piazza Gramsci. Al centro della piazza vi era un bellissimo mercato coperto dove facevamo la spesa. La zia Enrica era la direttrice di una scuola speciale per ambliopici. Visitai questa scuola raccontando ai bambini storie dell’Africa. Andammo a Torino con la zia Enrica e con la sua scuola dove, , era in corso il Salone per la celebrazione del Centenario della fondazione della Repubblica Italiana. Mi impressionò un salone progettato da Nervi con colonne altissime, particolarmente sagomate, che sostenevano delle gigantesche solette quadrate a sbalzo. Mi impressionò anche una monorotaia con un treno aereo per lo spostamento dei visitatori.

Milano si presentò come una città bellissima con il suo Duomo e la sua Madonnina, L’ultima Cena di Leonardo da Vinci, i Navigli, il Castello Sforzesco, i tramvai, la metropolitana. Per un giovane che veniva da una cittadina dell’altopiano Eritreo fu un salto enorme. Mi colpì la massa di gente che si spostava da una parte all’altra della città e di vetture modernissime che sfrecciavano con velocità impressionante. Mi affascinarono anche le bellissime ragazze con i loro vestiti di una moda di cui non immaginavo l’esistenza. I negozi poi erano qualcosa di incredibile. Si dormiva con le finestre chiuse, in grande contrasto con l’Eritrea dove si dormiva invece con le finestre aperte. Mi mancava l’aria pura di Asmara respirando l’aria inquinata della metropoli di Milano.
Nel frattempo ricevemmo un telegramma da Asmara che ci segnalava l’arrivo di mio padre Augusto, il quale rientrava per curarsi la schiena che soffriva l’altissima umidità della città di Massawa sul Mar Rosso, dove aveva lavorato gli ultimi otto anni.
Papà arrivò e fu una felicità rincontrarlo. Iniziò le sue cure all’istituto Pesce e cominciò subito a migliorare. Con papà abbiamo fatto numerosi viaggi nei dintorni di Milano per scoprire le bellezze della pianura lombarda.

Egli andò a trovare un vecchio amico con cui aveva condiviso le battaglie contro l’avanzata inglese dal Sudan. Il Geom. Romeo era un ufficiale degli Alpini che combattè sul fronte di Cheren. Tornato in Italia, fondò l’omonima Impresa di Costruzioni ed era impegnato nella costruzione di opere d’ingegneria civile nell’area di Milano. Romeo offrì a mio padre un posto di lavoro invitandolo a restare e a non rientrare in Eritrea. Doveva fare il capo cantiere nella costruzione dello stabilimento della Società farmaceutica per prodotti biologici Braglia a Cinisello. Dopo essersi consultato con la famiglia, rimasta ad Asmara, e sapendo che il ritorno a Massawa sarebbe stato un disastro per la sua schiena, ed avendo, per giunta, avuto negato dal direttore del Municipio di Asmara la possibilità di ritornare nella capitale, decise di accettare l’offerta di Romeo. Fu un evento che provocò un cambiamento radicale della nostra famiglia. Naturalmente anch’io rimasi a Milano per proseguire gli studi in quella città. Papà diede le dimissioni dall’Acquedotto di Massawa per motivi di salute, mentre mamma, le due sorelle e il fratellino, che erano rimasti ad Asmara, dovettero rimanervi ancora un anno per permettere loro di terminare gli studi e a noi di organizzare il loro rientro e la ricerca di una residenza a Milano. Questo distacco di un anno fu un sacrificio enorme, data la grande unità della nostra famiglia. Papà iniziò a lavorare a Cinisello. Gli fu data una autovettura Fiat 600.
Evidentemente il destino voleva che così succedesse.

Il Cattaneo in Piazza Vetra

Io mi iscrissi al corso del 3° Geometri presso l’Istituto Tecnico “Carlo Cattaneo” di Milano che si trovava in Piazza Vetra. Ad Asmara il corso di studi per geometri si svolgeva in quattro anni mentre quello di Milano in cinque. Data la notevole preparazione che avevo maturato ad Asmara, potei fare gli ultimi tre anni in due, guadagnando un anno. Andavo a scuola prendendo il tram sotto casa e scendendo a due passi dall’Istituto. Ricordo vivamente tutti i miei insegnanti che potete vedere assieme ai miei compagni nelle foto. Prima degli esami finali, mi recai con due amici a Gubbio, in Umbria, dove in un intenso mese ripassammo tutta le materie studiate nei quattro anni precedenti.

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Ho finito il corso diplomandomi con voti altissimi nelle materie tecniche quali Costruzioni, Topografia, Estimo, mentre sono passato con il minimo in Italiano e Diritto. Pesò il fatto che scrivevo l’italiano come lo parlavo ad Asmara. In effetti, nel primo tema in Italiano, appena cominciai al Cattaneo, presi zero. Poi migliorai, ma fu una battaglia dura. Quando studiavo al Cattaneo, dove si tenevano corsi per geometri, ragionieri e chimici, la scuola era molto moderata. Solo successivamente, da quanto mi è stato raccontato, divenne un covo di protesta sociale.
Pensai poi di andare all’università per fare ingegneria. Per essere immatricolati, occorreva passare un esame di ammissione al quale partecipai. Purtroppo, non era un esame tecnico, ma un tema sull’Europa. Potete immaginare il risultato. Mi iscrissi allora ad Agraria che pure mi piaceva, ma alla fine decisi che sarebbe stato meglio andar a lavorare e cominciai a cercare un lavoro.

 


 

 

Dopo il ritorno dall’Eritrea ebbi il privilegio di divenire, assieme a papà, un membro della Comunità Baha’i Italiana. A Milano i primi baha’i vi giunsero alla fine degli anni ‘50. Vi erano molti persiani che avevano lasciato l’Iran e che avevano aperto delle attività economiche a Milano. Altri erano studenti che frequentavano le università italiane. Ricordo con grande affetto Mansur, il quale studiava ingegneria per poi tornare in Iran dove fu ucciso.

Ricordo con grande tenerezza i fratelli Manucher ed Iraj Majzub, che si laurearono in architettura a Torino e lavorarono poi con l’Architetto Gio Ponti, il progettista del grattacielo Pirelli a Milano. Ricordo la bellissima Faeseh che sposò Manucher. Vi erano la famiglia Anayati, la famiglia Saadati, la coppia degli anziani Kathirai, la famiglia Kasemzadeh. Vi era anche qualche baha’i italiano: Giuseppe Polizzi, la Signora Valtellina, e Marcello.
Vi erano piccole comunità a Torino, a Roma, a Firenze ed in altre località italiane. Erano appena stati piantati i semi della nuova Rivelazione. A Milano fu fondata la prima Istituzione eletta della città: l'Assemblea Spirituale Locale che gestiva gli affari della Fede in quella città. Ogni tanto veniva da Roma il Dr. Ugo Giackery, un nobile siciliano che aveva abbracciato la Fede anni prima. Veniva per tenere riunioni con i nostri simpatizzanti. Si faceva otto ore di treno per venire ed altrettante per tornare a Roma, a volte per parlare con una sola persona. La letteratura disponibile in italiano era molto esigua. L’aveva tradotta fino a quel momento l’esimio prof. Alessandro Bausani, Accademico dei Lincei, docente alla Sapienza di Roma e all’Orientale di Napoli, il quale parlava trentasei lingue e aveva conosciuto la Fede attraverso i suoi studi della letteratura persiana; era un grande esperto dell’Islam, avendo tradotto il Corano in lingua italiana.

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Il Prof. Alessandro Bausani tiene una conferenza 
all’Accademia Tiberina

A Torino aveva abbracciato la Fede la Signora Boerio, la quale dedicò poi tutta la sua vita alla nuova Fede, aprendo la sua casa per riunioni, fire sides e conferenze.
Naturalmente, cominciammo a parlare della Fede ad amici e conoscenti. Erano tempi duri quando, ad esempio, esisteva ancora l’Indice con l’elenco di quei libri che non potevano essere acquistati in Italia. Così, per poter leggere il Tropico del Cancro e del Capricorno di Henry Miller dovetti recarmi in Svizzera per acquistarlo. Non era possibile tenere riunioni, se non con l’autorizzazione della polizia.
Lentamente la comunità cominciò a rinforzarsi. Papà divenne membro eletto dell’Assemblea Spirituale di Milano. Cominciammo a tenere riunioni a casa nostra facendo gli inviti, battendo a macchina, uno alla volta, con una macchina da scrivere portatile Olivetti lettere 22, dei cartoncini.
Che coraggio e stamina cercare di far conoscere nella sede della Cristianità un oscuro movimento nato in Persia, che noi consideravamo l’ultima Rivelazione in ordine di tempo, e che riconosceva divinamente rivelate tutte le Fedi del passato. Gli insegnamenti della nuova Fede erano talmente rivoluzionari da essere considerati pura Utopia. Lentamente però entrarono nella comunità numerosi cittadini italiani ed essa cominciò a rinforzarsi e iniziò a fare i primi passi per il riconoscimento da parte delle autorità nazionali. Nel 1963 fu fondata per elezione la massima Istituzione Nazionale: l’Assemblea Spirituale Nazionale dei Baha’i d’Italia, con sede a Roma. Fu fondata anche la Casa Editrice Baha’i. Qualche anno dopo, vi fu il riconoscimento delle Autorità Italiane con Decreto Legislativo Nazionale firmato dall’allora Presidente Saragat.
A Milano la comunità affittò un appartamento che divenne il Centro Baha’i di Milano, sempre vicino a Corso Vercelli, dove venivano tenute le riunioni della comunità e per le attività esterne, allo scopo di far conoscere al pubblico la nuova Fede.
Ogni anno venivano organizzate delle scuole estive nella zona di Rimini. Inizialmente la partecipazione era abbastanza limitata, ma poi esse aumentarono sistematicamente fino ad oggi con l’iscrizione di un migliaio di credenti. I temi trattati erano interessanti: la storia della Fede, i suoi principi, la crescita della Fede nel mondo, l’interazione con il resto del mondo, i progetti socio-economici nel mondo, il contributo baha’i nelle agenzie internazionali delle Nazioni Unite, la persecuzione contro i correligionari in Iran ed altri paesi arabi. Gli oratori erano italiani e stranieri. Erano delle settimane molto ispiratrici.

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Scuola estiva tenuta sulla riviera romagnola

 

I passi fatti dall’epoca sono straordinari. I baha’i sono ora presenti in oltre 500 località e sono impegnati in progetti socio-economici, hanno un importante Centro Studi in Acuto e si dà il proprio contributo nella crescita spirituale e sociale di questo paese e nel campo educativo. La letteratura Baha’i ha ora un cospicuo catalogo in lingua italiana e dispone di un sito Internet. La Massima Istituzione è ufficialmente riconosciuta dal Governo Italiano con Decreto Ministeriale Firmato dal presidente Saragat, così come la celebrazione dei suoi matrimoni.


 

Quando abitavamo con la nonna e la zia, io studiavo al Cattaneo e papà lavorava a Cinisello. Io rientravo da scuola all’una e mi fermavo a mangiare presso una trattoria vicino a casa. La nonna era molto anziana e non era in grado di cucinare e la zia arrivava solo la sera. La mattina veniva la piccola Carmela, una donna che assisteva la nonna e teneva la casa in ordine. Dopo aver mangiato in trattoria tornavo a casa e studiavo tutto il pomeriggio.

Naturalmente, esse seppero della nostra appartenenza alla Fede Baha’i e questo creò un caso eclatante. Ci considerarono dei deviatori della fede dei padri, degli eretici che macchiavano il nome della famiglia. Portammo a casa, in visita, eminenti baha’i, quali il Prof. Alessandro Bausani, eminente orientalista e il Dr. Ugo Giachery per far capire loro che la strada scelta non era eretica. Accettarono a malincuore, ma dentro di loro non ci perdonarono il passo fatto. Noi però continuammo ad amarle e voler loro un gran bene e cercammo lentamente di far capire loro che gli insegnamenti della nuova Fede non erano in contrasto con la fede cristiana, ma anzi ne erano il completamento.
Mentre la zia Enrica, che era molto colta e che lentamente cominciò ad approfondire gli scritti della nuova Rivelazione, e anni dopo divenne la correttrice ufficiale dei libri scritti da papà, la nonna, che era molto anziana, chiaramente non riusciva a capire perché avevamo abbandonato la religione tradizionale.

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Zia Enrica e nonna Italia

 

Allora, una volta, senza avvisare la zia Enrica, la nonna fece venire a casa un gesuita, Padre Giuseppe. Rientrando da scuola, trovai che mi attendevano. La nonna chiese che io parlassi con lui nella speranza che mi potesse convincere dell’errore che avevamo fatto.
Padre Giuseppe, che ovviamente non aveva mai sentito parlare della fede Baha’i e che la considerava una strana setta che cercava di portare via dal cristianesimo anime pure, mi chiese di raccontargli di cosa si trattava.
Partii da lontano cominciando a parlare di Dio, della creazione e del primo conosciuto profeta Abramo. Parlai della Rivelazione di Dio ad Abramo, della sua emigrazione nella terra di Canaan. Parlai del concetto che Egli portò che era quello dell’esistenza di un solo Dio e non di numerosi idoli. Parlai dei cambiamenti generati nel tempo dal suo messaggio, parlai della Bibbia e delle grandi cose che riportava. Poi parlai di Mosè, di quello che aveva rivelato, delle Tavole della Legge, parlai del Roveto Ardente, del compito assegnatogli da Dio di riportare il popolo eletto nella Terra Santa, parlai di come Egli sconfisse il Faraone, del fatto che attraverso di lui un popolo crebbe socialmente e spiritualmente, parlai del proseguimento del rapporto di Dio con l’umanità attraverso questi straordinari personaggi. Padre Giuseppe annuiva. Poi arrivai a parlare di Gesù, del Suo sacrificio per salvare l’umanità, delle sofferenze che passò, del suo messaggio d’amore che era allora possibile. Gli lessi un passo rivelato da Baha’u’llah, tratto dagli scritti baha’i sulla realtà del Cristo, come dal Suo sacrificio fosse nata una civilizzazione mondiale che porta il suo nome, di coloro che furono martirizzati perché portarono il suo nome. Rimase commosso. Parlai del concetto di rilevazione progressiva. Era d’accoro con tutto. Parlai della rivelazione dell’Induismo e del Buddismo. Non ci fece molto caso perché era roba lontana. Cominciò però poi ad oscillare negativamente la sua testa quando ripresi a parlare del messaggio di Maometto e della civiltà portata dalla Sua Rivelazione. Che il Corano aveva lo stesso profumo dei libri rivelati dell’ebraismo e cristianesimo, che con il Suo messaggio nacque una civiltà straordinaria che illuminò l’occidente quando questo era in pieno medioevo e poi cercai di cominciare a parlare di Baha’u’llah: il promesso di tutte le ere. Questo fece saltare il banco. Cominciò ad alzare la voce dicendo che Cristo era Dio fatto uomo, che gli altri erano dei falsi profeti e che io stavo bestemmiando. Cercai di calmarlo, ma continuò a voce sempre più alta. La nonna scappò e si chiuse in camera a chiave. Infine, si alzò correndo verso la porta dicendo che sarei finito nel fuoco dell’inferno, lasciò l’abitazione scendendo come un matto lungo le scale, perdendo il cappellino. Quando la zia Enrica tornò a casa, i vicini le raccontarono cosa era successo; lei si arrabbiò con la nonna dicendole che noi eravamo liberi di seguire ciò che ritenevamo più giusto e di non organizzare mai più incontri di questo tipo.

 


 

Nell’anno in cui rimasero ad Asmara, Anna Maria e Maria Grazia finirono i loro studi prendendo entrambe il diploma di segretaria aziendale. Giuseppe finì il suo anno all’Istituto per Geometri “Vittorio Bottega” per terminare poi gli studi a Milano al “Cattaneo”, dove studiavo io prendendo il diploma di geometra, per poi iscriversi alla Facoltà d’Ingegneria presso il Politecnico di Milano.

Per sopravvivere in quell’anno ad Asmara, fu utilizzata la liquidazione di nostro padre, i soldi ottenuti dalla vendita del maggiolino della Wolks Wagen ed i mobili di casa. Fecero il viaggio di ritorno come profughi, con la nave Diana, dormendo sul ponte e, dopo esser giunti in Italia, dovettero transitare per diverso tempo in un campo profughi sito in Alessandria, per non perdere il piccolo contributo datoci dallo Stato Italiano.

Essi portarono con sé solo i pochi effetti personali che erano rimasti.

Mentre io studiavo, papà aveva iniziato a lavorare sodo a Cinisello. Partiva la mattina alle sei e rientrava la sera alle sette. Un inizio duro per uno che era stato il direttore dell’ufficio tecnico del Municipio di Asmara.

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Corso Vercelli - Milano

 

Sbarcarono a Napoli dove papà era andato a riceverli e si fecero poi il viaggio in treno fino a Milano, in piedi di notte. Mamma soffriva di sciatica e fu un viaggio infernale.

La famiglia finalmente arrivò e fu un momento di grandissima gioia per tutti.
Una cosa pazza che feci il giorno che arrivarono… portai mio fratello Giuseppe a visitare il Duomo di Milano e l’ultima Cena di Leonardo Da Vinci. Così, cominciò una vita regolare. Quando potevamo, andavamo al cinema in Corso Vercelli. La famiglia si era riunita e così cominciava un nuovo ciclo delle nostre vite: Giuseppe si iscrisse al secondo anno per Geometri al “Cattaneo” e vi andavano insieme in tram. Maria Grazia ed Anna Maria trovarono lavoro con le imprese farmaceutiche Braglia e Ravizza.

 


 

 

Nel 1963 era stato organizzato il primo Congresso Mondiale Baha’i che è stato tenuto a Londra nell’Albert Hall. Fu un’esperienza straordinaria. Mi recai a Londra in macchina con la famiglia Anayati da Milano via Parigi. Visitammo la Torre Eiffel e la città. Com’è straordinaria Parigi con i suoi monumenti, la sua storia e la sua cultura! Poi proseguimmo per Calais dove ci imbarcammo su un traghetto. Raggiungemmo le bianche scogliere di Dover e poi proseguimmo per Londra. Assieme con me vi era Giuseppe Polizzi, un giovane Baha’i di Milano. Avevamo portato con noi due registratori audio di marca Geloso, a bobine. Uno era portatile a batterie ed il secondo a rete. Di giorno, durante il convegno, registravamo, e di notte riversavamo sull’altro più grande. Sono rammaricato che le bobine siano andate perse e con esse le storiche registrazioni.

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I registratori Geloso usati per le registrazioni 
e l’interno dell’Albert Hall dove si tenne il congresso

 

Gli oratori furono incredibili. Parlò il Sig. Samandari, l’unico essere vivente ad aver vissuto vicino a Baha’u’llah, che raccontò di quelle incredibili esperienze.
Parlò Amatu’l-Baha Ruhiyyh Khanum, la vedova del compianto Custode Shoghi Effendi, che parlò della sua vita con il primo Custode della Fede. Parlarono donne e uomini, anziani e giovani,e i rappresentanti di molte etnie. Due furono i momenti che più di tutti mi commossero: il primo fu la presentazione di un gruppo di bambini marocchini, i cui genitori erano stati arrestati in Marocco e condannati a morte per apostasia. Fu un momento di commozione generale. Fu solo l’intervento personale del Presidente degli Stati Uniti John Kennedy con il Re Hassan, Re del Marocco, che permise la sospensione della sentenza e poi la loro liberazione. Quando giunse la notizia ci fu un applauso incredibile.

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Con gli amici Baha'i della Bolivia

 

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L’altro evento fu quello della presentazione dei membri della nuova eletta Casa Universale di Giustizia che era avvenuta qualche giorno prima a Haifa, in Terra Santa, e che avevano poi proseguito per Londra per essere presentati al convegno. Fu un’esperienza incredibile. Noi crediamo che tale Istituzione sarà la futura Istituzione che dirigerà gli affari del mondo intero e vederne nascere il primo embrione era come partecipare all’evoluzione della storia.

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Alla fine del convegno andammo a rendere omaggio alla Tomba del Custode della Fede Baha’i, Shoghi Effendi trapassato a Londra nel 1957. Fu un momento di grande commozione. Lascio ai lettori di entrare nella letteratura baha’i disponibile su internet per approfondire la storia di questo straordinario personaggio che guidò la Causa nella sua espansione in tutto il mondo.

 


 

L’anno prima era stata eletta per la prima volta l’Assemblea Spirituale Nazionale dei Baha’i d’Italia che, fino a quell’anno, era invece quella italo-svizzera. I membri vengono scelti mediante elezioni dei delegati provenienti dalle comunità baha’i di tutta la penisola.

Mio padre Augusto era stato eletto in questa prima Assemblea Nazionale e fu poi eletto per altri ventisette anni fino al suo ritiro per anzianità. Come membro dell’Assemblea Nazionale, ebbe il diritto di recarsi in Israele assieme agli otto membri per partecipare, assieme ai membri delle stesse Istituzioni di altre decine di Assemblee Nazionali del Mondo, all’elezione, per la prima volta nella storia della Fede, della Massima Istituzione che avrebbe diretto gli affari della Causa nel mondo.
L’elezione fu tenuta in un’atmosfera di grande spiritualità senza propaganda, ma scegliendo solo personaggi che lo meritavano per la loro qualità e capacità. Al suo ritorno da Haifa, fu tenuta una conferenza dove poté raccontare a tutta la comunità di Milano ed ai conoscenti questa incredibile esperienza di vita.

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Haifa, Israele, Convenzione internazionale anni 80 
per l’elezione della Casa Universale di Giustizia

 

Qualche esperienza lavorativa

In quegli anni ho potuto anche fare qualche piccolo lavoro che mi ha fatto sperimentare cosa sarebbe poi stata la mia vita nel mondo dell’ingegneria. Ho potuto fare anche un po’ di esperienza lavorativa nei cantieri diretti da mio padre Augusto a Cinisello Balsamo e Muggiò, vicino a Milano, dove ho cominciato a farmi le ossa iniziando con l’incarico di marcatempo, portando la contabilità dei subappaltatori e cottimisti, seguendo i primi getti di calcestruzzo, eseguendo i primi tracciati topografici, tenendo contatti con i nostri progettisti. Ricordo bene l’Ing. Egone Cegnar, l’Ing. Fidanza, l’Architetto Lombardo, l’Ing. Patcheider.

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Stabilmento Amilcare Pizzi a Cinisello 

 

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Getto delle volte sottili postcompresse

Il Geom. Romeo, proprietario della omonima Impresa di Costruzioni, per la quale mio padre ricominciò a lavorare, mi permise di operare nei suoi cantieri. Inizialmente non mi pagava neanche le spese dell’autobus e del pranzo di mezzogiorno. Più il là, però, mi dava qualcosa in nero. Infine, per ringraziarmi per quello che avevo fatto, mi regalò come bonus, una cinepresa 8mm. Agfa, con la quale cominciai a fare dei filmini. Ricordo il filmino della gita sul lago di Como con mio padre, la nonna Celestina e la zia Enrica, partendo con la mitica Fiat 600 da Piazzale Gramsci, che aveva il suo mercato rionale nel centro della piazza che oggi non esiste più.


 

 

In quegli anni crebbe il conflitto causato dalla guerra fredda. Fu abbattuto in Russia, sopra Mosca, l’aereo spia U2 americano; russi e americani si accusavano reciprocamente che gli uni tentassero di attaccare gli altri. L’URSS cercava di influenzare politicamente molti Paesi per farli entrare sotto la loro influenza in opposizione agli USA. Fra questi, vi fu Cuba con Fidel Castro e l’antimperialismo.

Americani e Russi testavano armi sempre più potenti. Fu fatta esplodere una bomba all’idrogeno di cento Megaton. Furono lanciati missili sempre più potenti in grado di trasportare bombe atomiche multiple in grado di raggiungere qualsiasi posto del globo, poi vennero costruiti i sommergibili atomici Polaris in grado di lanciare, da qualsiasi parte degli oceani, missili armati con testate atomiche. Il mondo si stava avviando verso l’olocausto. Poi i Russi cercarono di installare a Cuba missili con testate atomiche puntati sugli Stati Uniti a due passi. Gli americani si accorsero dei trasporti dei missili con foto aeree. Gli Stati Uniti imposero un assedio navale dell’isola per fermare l’arrivo delle navi. Iniziò un braccio di ferro che condusse a due passi dalla guerra atomica. Nikita Krutscev e John Kennedy, alla fine, risolsero il braccio di ferro, le navi cambiarono rotta e ritornarono da dove erano venute. Fu finalmente installato il famoso telefono rosso per contatti diretti istantanei fra Mosca e Washington.

L’integrazione razziale negli Stati Uniti

L’assassinio dei Kennedy

Rimasi scioccato quando sentii nel quotidiano radiofonico, e poi alla televisione, che il Presidente degli Stati Uniti era stato assassinato durante la sua visita a Dallas, mentre transitava con la sua macchina scoperta. Io ero simpatetico verso Kennedy per le azioni che aveva intrapreso al fine di ridurre la disparità razziale negli Stati Uniti trasferendo studenti bianchi nelle scuole dei neri e viceversa, usando la Guardia Nazionale. In quell’epoca era molto forte al Sud il Ku Klux Klan che invece cercava d’impedire che vi fosse eguaglianza razziale. Non si seppe mai chi fu il mandante e chi il vero assassino, ma io sono certo che ciò che decise la sua condanna furono proprio le sue attività in favore dell’amicizia razziale.
Poi venne il turno di suo fratello Bob che era ministro di giustizia. Anch’egli era un paladino della giustizia razziale. Terribile. Il loro assassinio allunga anche l’elenco delle persone della storia uccise perché cercavano di riportare nel mondo un po’ di giustizia. Mi vengono in mente i nomi di Abraham Lincoln, Martin Luther King, Mahatma Ghandi, Tahirih, Benazir Butto e tanti altri.

In un libretto di passi di mistica dal titolo “Le Parole Celate”, Baha’u’llah dice:

O FIGLIOLI DEGLI UOMINI!
Non sapete voi perché vi creammo tutti dalla stessa polvere?
Affinché nessuno esaltasse se stesso sull'altro.
Ponderate costantemente nei vostri cuori in qual modo foste creati.
Poiché vi abbiamo creati tutti da una stessa sostanza, v'incombe d'essere
appunto come un'anima sola, di camminare con gli stessi piedi,
di mangiare con la stessa bocca e di dimorare sulla stessa terra,
affinché dal vostro intimo essere, mercé il vostro operato e le
vostre azioni, possano manifestarsi i segni dell'unicità e della
rinunzia. Tale è il mio consiglio per voi, o moltitudine di luce!
Date ascolto a questo consiglio affinché possiate raccogliere il
frutto della santità dall'albero della meravigliosa gloria.

Tutto questo mi faceva soffrire, considerando che gli scritti baha’i contengono tutti gli elementi utili ad abbattere le barriere che dividono l’umanità e forniscono gli strumenti per rendere questo possibile. Perchè mai l’umanità, che aveva già combattuto due guerre mondiali con la morte di oltre 70 milioni di persone e centinaia di milioni di feriti, e ben 181 guerre nello scorso secolo, continuava a perpetrare una strada opposta a quella dell’amore universale e della pace? Tutto ciò mi convinse sempre di più che la strada tracciata da Baha’u’llah è l’unica che contiene gli strumenti necessari per cambiare direzione e per illuminare il sentiero del cammino dell’umanità.
Le comunità Baha’i nel mondo ne sono la testimonianza palese.


 

Arrivò la cartolina per presentarmi al distretto militare di Milano, per espletare l’obbligatorio servizio militare. Fui destinato alla scuola trasmissioni per sottufficiali a San Giorgio a Cremano, vicino Napoli. Conobbi i miei commilitoni con la stessa destinazione ed in gruppo, con un treno militare, ci recammo a quella destinazione. La caserma era bella e spaziosa con cameroni molto confortevoli.

Rimasi a SanGiorgio sei mesi e poi, in qualità di sergente, fui trasferito a Novara nella Divisione Centauro. Mi ritenni fortunato di passare un periodo del servizio militare dedicato anche allo sport e alla partecipazione ai Campionati italiani militari di atletica leggera a Cagliari nelle gare dei 100 e 200 metri piani e nella staffetta 4 x 200. Terminato il servizio militare, rientrai a casa e cominciai a pensare al mio futuro.

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Caserma Cavalli a Novara – Divisione Centauro

 

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Con il gruppo degli altri atleti della Divisione.

 


 

 

Dopo aver presentato numerose domande a varie imprese di costruzioni, senza ricevere alcuna risposta, decisi di emigrare in Canada. In quel frangente, ricevetti la richiesta dell’Impresa Giuseppe Torno di Milano che cercava un geometra, che fosse fluente nella lingua inglese, da mandare a Trieste dove era in corso la costruzione del Parco Serbatoi e della Stazione di Pompaggio per l’oleodotto Trieste – Ingholstad, la cui direzione dei lavori era stata affidata alla Bechtel International Corporation di San Francisco.

Mi presentai nella sede dell’Impresa di Costruzioni Generale Ing. Giuseppe Torno a Milano in Via Albricci 7. Feci il colloquio con l’Ing. Brescancin, dirigente responsabile di questo lavoro, che diede il suo benestare mandandomi, però, prima a verificare la conoscenza della lingua inglese mediante un colloquio con il Geom. Olivari, un dipendente dell’azienda, esperto in questa lingua. Il colloquio andò bene ed egli diede il suo benestare.
Mentre compilava la scheda con il mio nome, con grande sorpresa mi chiese se venivo da Asmara e ad un mio cenno di assenso, mi disse che aveva lavorato con mio padre al Municipio di Asmara.
Fui quindi assunto dall’Impresa Giuseppe Torno e dopo aver fatto i bagagli, ivi comprese le lenzuola e federe dei cuscini, partii in treno, per Trieste, con mia madre, la quale mi accompagnò alla stazione centrale di Milano in lacrime quando il treno iniziò il viaggio.
Il cantiere si trovava a San Dorligo della Valle, dopo Trieste. Era stata costruita a mare, credo dall’Impresa Farsura, una banchina per l’attracco delle petroliere. A terra occorreva costruire il Parco Serbatoi e la Stazione di Pompaggio.

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Scavatori Dragline Link belt e 
Bulldozer fiat
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Parco Serbatoi come si 
presenta oggi

La costruzione di tutti i lavori civili era stata acquisita dall’Impresa Giuseppe Torno, comprese le fondazioni dei giganteschi serbatoi, gli argini attorno agli stessi per contenere il greggio in caso di incidente. (Se ben ricordo, una decina di anni dopo, vi è stato un attentato terroristico dei fedayn e, grazie agli argini che contennero il greggio, il danno fu limitato.)
È stata una bella esperienza di lavoro. La vita in cantiere era dura, ma fu un’ottima scuola.


 

Rimasi in questo cantiere un anno. La Società Torno aveva nel frattempo vinto la gara di appalto internazionale per la costruzione di una strada in Zambia – Africa Australe - della lunghezza di 180 miglia. Mi fu chiesto se ero disponibile a recarmi in quel paese. Ne parlai con la mia famiglia a casa e, nonostante il dolore di vedere un figlio allontanarsi di parecchio, sapendo che il richiamo dell’Africa natale era forte, mi fu data la benedizione.
Lasciai indietro anche la comunità Baha’i italiana che era nella sua giovinezza, perché il richiamo dell’Africa, dove si trovavano le mie radici, era divenuto troppo forte.

Era il 1966. Inizia qui un primo periodo di otto anni in varie località dello Zambia, quello spettacolare Paese che era divenuto indipendente da pochi anni, per proseguire poi in molti altri Paesi del mondo.
Prima di partire ebbi l’onore di conoscere personalmente Giuseppe Torno, un imprenditore che si era fatto con le proprie mani e con coraggio, nel cui curriculum vi era la costruzione di grandi opere d’ingegneria in Italia ed all’estero, specialmente nel campo degli impianti idroelettrici.

Ricordo le sue raccomandazioni: Primo: Lavorare bene e secondo quanto previsto dai capitolati tecnici. Secondo: mantenere i programmi dei lavori concordati. Terzo: Rispettare le disposizioni della Direzione Lavori. Quarto: Rispettare il personale dell’impresa che è vitale nei lavori da eseguire. Quinto: Preoccuparsi dell’aspetto economico dei lavori dato che l’impresa deve guadagnare. Mi disse che se avessimo rispettato le prime quattro regole, la quinta sarebbe stata più facile da mantenere e migliore la predisposizione del cliente verso richieste economiche.
Io ero giovane e forse non mi resi conto di quanto mi stesse dicendo. Sarò sempre grato a Giuseppe Torno per avermi instillato quei principi e raccomandazioni che feci miei e che ho poi messo in pratica nei decenni successivi.

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Ricordo il primo volo della mia vita con un aereo della B.O.A.C. L’aereo era un Super VC 10 della Vickers con 4 motori in coda. Il volo da Milano a Londra e poi Lusaka richiese ben 12 ore, con una sosta a Nairobi.
Volammo sopra il deserto del Sahara. Fu una impressione straordinaria. Una estensione di sabbia e rocce per migliaia di chilometri e pensare che migliaia di anni fa al suo posto vi erano foreste. Ora il Sahara sta avanzando di circa 10 km l’anno.
Quando atterrammo a Nairobi e scesi dall’aereo per la sosta, sentii l’odore tipico della terra d’Africa e vidi un gran numero di persone di colore: sensazioni che mi riportarono, nella mia mente, ai diciotto anni trascorsi nella terra d’Eritrea.
Arrivammo a Lusaka la mattina presto, assieme ad altri colleghi che si recavano in quel cantiere, fra cui il meccanico per impianti di frantumazione, certo Sig. Mastellotto.

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Mi colpì la bellezza del clima. Eravamo su un altopiano a circa 1000 metri di altitudine, in piena savana. Lusaka era una bella cittadina di stile inglese, con belle strade asfaltate contornate dalle bellissime giacarande.
Negli anni trascorsi in Zambia ebbi l’opportunità di vistare tutto il Paese e le sue straordinarie bellezze, parchi nazionali, fauna di cui parlo in altro capitolo.
Qui conobbi anche colei che divenne poi mia moglie e con cui ho condiviso la vita insieme.
Ci portarono agli uffici della società Torno in Connaught Road, dove conobbi l’Ing. Giacomo Marcheselli che fu poi il mio maestro in quegli anni.

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Uffici della Società Giuseppe Torno a Lusaka

 

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Planimetria ed immagini di Lusaka

 

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immagini di Lusaka

Alloggiammo al Ridgeway Hotel. Ricordo che mangiammo un piatto tipico: “Chicken in the basket Piri Piri”: pollo con una salsa a base di “piri piri”, un peperoncino assai piccante, contornato da patate fritte.

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Finalmente cominciò il viaggio in macchina per la località di Fort Jameson – oggi Chipata. Questa è una bella cittadina dove vivevano sostanzialmente dei farmisti europei, vecchi coloniali che rimasero in zona dopo l’indipendenza. Il viale principale era contornato da giacarande ed acacie che in fiore erano stupende.
Si trovava a pochi chilometri dal confine con il Malawi dove iniziava l’avventura della costruzione di una strada senza fine, fino a raggiungere la località di Nyimba in direzione Lusaka 163 miglia, quasi 263 chilometri.

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Cittadina di Fort Jameson, oggi Chipata

 

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Confine Zambia - Malawi dove iniziarono i lavori

 

l viaggio fu assai avventuroso. La strada che portava da Lusaka a Fort Jameson era per la maggior parte in terra battuta. Percorremmo circa 1000 chilometri. Eravamo in tre su un pick up che era stato caricato con attrezzature per l’officina da portare in cantiere.
Durante il percorso dovemmo superare dei guadi e, dal momento che era piovuto, abbiamo dovuto aspettare molte ore in attesa che l’acqua scendesse. Il territorio attraversato era molto ondulato ed il panorama straordinario. Le variazioni di colore, una vegetazione incredibile, e molti animali che ogni tanto attraversavano la strada davanti a noi.
La strada aveva dei rettilinei incredibili di decine e decine di chilometri che salivano e scendevano su queste straordinarie colline. Il clima assolutamente fantastico, temperato e asciutto.
Attraversammo il grandissimo corso d’acqua del fiume Luangwa, dove saremmo ritornati qualche mese dopo per collaborare con il Ministero dei Lavori Pubblici, dato che il ponte esistente fu abbattuto con l’esplosivo, fatto probabilmente da ricondurre a qualche movimento di liberazione del Mozambico. La strada in quel punto passa molto vicina al confine e veniva spesso usata dai portoghesi per portare rifornimenti alle proprie truppe che combattevano la guerriglia. Su quel fiume poi sono ritornato molte volte quando visitavo i parchi nazionali e l’ho percorso in barca per andare a pescare con i miei amici della direzione lavori.

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Vittorio sulle strutture crollate del ponte sul Luangwa

Dopo aver attraversato il fiume Luangwa, arrivammo a Nyimba che era il villaggio dove terminava la strada da costruire.

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Villaggio di Nyimba

Successivamente arrivammo a Petauke, un paesino più grande di Nyimba.

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Piccoli negozi lungo la strada a Petauke

 


 

 

Cinquanta miglia più in là, trovammo la cittadina di Katete. I negozietti che si trovavano lungo la strada erano spesso gestiti da indiani che si erano trasferiti in Zambia. Molti avevano delle macchine da cucire a pedale e producevano vestiario.
La strada era sempre in terra battuta rivestita da una materiale quarzitico o di laterite. Ogni tanto beccavamo una buca e saltavamo per aria. Scoprimmo poi che le buche si chiamavano Pot Holes (Pignatte) e venivano formate dal traffico che transitava sulla strada.
Un'altra caratteristica che ti scuoteva il cervello erano le vibrazioni prodotte dalle ondulazioni (corrugations) molto fitte che si formavano trasversalmente e che si trasmettevano al veicolo. Per ultimo, vi era la polvere, sollevata dai veicoli che precedevano o che ci incrociavano, che rendeva praticamente impossibile vedere dove si andava. Se non si stava attenti, vi era il rischio di finire dentro le cunette laterali costruite per raccogliere l’acqua piovana che scorreva attraverso la strada. Spesso era impossibile sorpassare i camion dato che non si vedeva nulla e si rischiava di andare a sbattere contro un veicolo che procedeva dal lato opposto.

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Donne che vendevamo prodotti della terra

Arrivammo al campo di Fort Jameson in tarda nottata, stanchi e distrutti, ma felici di aver finalmente raggiunto la tanto agognata meta. Nella notte, fummo ricevuti dal Sig. Elianti, capo officina che sentì l’arrivo del veicolo e ordinò alla guardia di aprire la sbarra.
Un’avanguardia di altri tecnici era già in zona, fra cui il capo campo Sig. Jori. Avevano preso in affitto subito fuori città un vecchio albergo abbandonato monopiano che divenne la nostra residenza per circa un anno, prima del trasferimento ai campi avanzati, Katete e Petauke.

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Alloggi a Fort Jameson

 

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La mia prima macchina, una morris minor

Fu messo in piedi anche il villaggio vero e proprio con officine, magazzini, uffici che qui sotto si vede dall’aereo.

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vista erea

Fu costruito il campo per la Direzione Lavori, la “Wilson and Murrow”, che aveva anche compilato e mandato in Gara Internazionale il progetto esecutivo. Gli alloggi erano con prefabbricati della ditta IMO, spediti dall’Italia. Il campo della direzione lavori comprendeva alloggi per i dipendenti, uffici e laboratori.
Il direttore lavori si chiamava Mr. Reginald Lloyd, un vecchio ufficiale inglese alto, con i tipici pantaloni corti, alla zuava, molto severo ma gentiluomo. Coltivammo una forte amicizia con lui e con la sua famiglia. Alla fine dei lavori rientrò in Sud Africa. Il direttore della sede di Lusaka della Wilson and Murrow si chiamava Mr. Roy Robinson.

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Al confine con gli Ing. Enrico Bertinelli, 
Giacomo Marcheselli e Saverio Fabozzi

 

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Iniziano i primi rilievi – Sullo sfondo il geom Paolo Fortini

La Rodesia del Nord, oggi Zambia e la Rodesia del Sud, oggi Zimbabwe, restano famose nella storia delle imprese di costruzione italiane in quanto negli anni ‘50 il consorzio Impresit Kariba si aggiudicò la costruzione della diga di Kariba sul possente fiume Zambesi che faceva da confine fra le due Rodesie. Fu il primo grande lavoro acquisito all’estero dalle imprese italiane che fece da trampolino per l’acquisizione e costruzione di opere d’ingegneria in tutto il mondo negli anni a venire. Io visitai la diga di Kariba rimanendone stupefatto.

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Diga di Kariba sul fiume Zambesi con le paratoie aperte 
e il sottoscritto

 

I miei dirigenti d’allora venivano da quella scuola che si era formata nei grandi lavori fatti in Italia e poi a Kariba. Ad esempio, il compianto Ing.Marcheselli era capo diga, l’Ing. Fabozzi era direttore centrale con la responsabilità di molti lavori e il compianto Ing. Bertinelli era il responsabile della Società Torno per i lavori all’estero, mentre l’Ing. Zanon responsabile per i lavori in Italia.
Da loro ho appreso molto.
Mentre stavamo sistemando la logistica, la costruzione dei magazzini, officine, mensa, uffici, ecc. cominciavano ad arrivare in cantiere macchinari, impianti, materiali da costruzione, ricambi ecc.
Io non sapevo guidare, ma in quel periodo i miei colleghi mi aiutarono ad imparare, feci gli esami e presi la parente zambiana che poi, al ritorno in Italia, convertii in patente italiana.
Una parte di macchinario fu acquistato nuovo: pale gommate Euclid, motorscraper Euclid, motorgrader Caterpillar, bulldozer Caterpillar, pale gommate caterpillar, dumper Euclid, autovetture Land Rover ecc., rulli gommati Albaret, rulli a piè di pecora Massey Fergusson, scavatori gommati Poclain, autobotti per l’acqua, rulli gommati Albaret.

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Quindi via ferrovia fino alla città di Blantyre e poi vicino a Lilongwe. Da qui il materiale veniva caricato su camion e carrelloni e trasportato fino a Fort Jameson. Al confine veniva fatto lo sdoganamento, di cui era responsabile il Sig. Bensaia.
Molto del macchinario arrivò dall’Italia. Era stato imbarcato a Genova e spedito via mare fino al porto di Beira, nell’allora Mozambico. Da qui proseguì via ferrovia fino in Malawi da dove continuò per strada con mezzi propri o caricato su cartelloni fino al cantiere.
Occorreva andare a Beira a renderci conto di come trattavano il macchinario. Andammo fino a Blantyre via terra e poi via aerea fino a Beira. L’aereo era un Fokker 27 utilizzato anche per atterrare su piste in terra battuta. Beira era una bella cittadina con strade alberate. Il porto molto efficiente. Naturalmente in Mozambico erano in corso scontri fra la guerriglia gestita dal movimento di liberazione di Frelimo e le truppe portoghesi.

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Porto di Beira in Mozambico oggi chiamato Maputo

Vi erano anche problemi con disponibilità di energia elettrica. Il paese utilizzava la corrente prodotta dall’impianto idroelettrico costruito sullo Zambesi che prende il nome di Cabora Bassa. La corrente elettrica generata era del tipo continuo, trasportata mediante linee aeree che utilizzavano cavi di alluminio e non di rame. La corrente veniva poi trasformata in alternata vicino ai punti di utilizzo. Buona parte della corrente andava al Sud Africa che aveva contribuito alla costruzione della diga. Frelimo colpiva spesso le linee di trasmissione elettrica per danneggiare il Mozambico ed il Sud Africa e per spingerli a rinunciare al possedimento coloniale. Il Mozambico divenne indipendente negli anni ‘70 con la caduta della dittatura in Portogallo.
Il primo Presidente fu Samora Machel che era a capo di Frelimo. Vi era anche un altro movimento che prendeva il nome di Renano. I due movimenti poi cominciarono a combattersi per prendere il controllo del potere del paese.


Vi è una storia interessante relativa alla diga di Cabora Bassa. La zona dove venne fatta la diga era un’area di rapide che prendevano il nome di Kebra Basa. Stranamente quest’area è legata a Livingstone, un grande esploratore.

Quando Livingstone scoprì le Cascate Vittoria più a Ovest, cercò una strada per raggiungere Beira e poter poi risalire il fiume dalla foce dello Zambesi.

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Area Cascate Vittoria 
con il ponte in ferro
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Hotel a Livingstone

 

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Cascate Vittoria sul fiume Zambesi

 

Costui scendeva a piedi lungo lo Zambesi, ma quando arrivò nella zona della diga, il fiume faceva un’ampia curva che egli cercò di evitare tagliandola via per guadagnare tempo. I pescatori meticci portoghesi, che conoscevano bene la zona, lo misero in guardia sul problema delle rapide. Livingstone però non ascoltò e proseguì per Beira. Nel frattempo incontrava colonne di schiavi che venivano portati al porto per essere spediti nelle Americhe. Lui rimase sconvolto del traffico degli schiavi e pensò di rientrare in Inghilterra per proporre al governo inglese due grandi progetti: il collegamento via fiume fra Beira e le cascate Vittoria e il progetto per eliminare la schiavitù. Convinse il governo a finanziare la costruzione di una nave piccola smontata da assemblare dentro il porto di Beira. Caricò la nave su navi maggiori, la trasportò al porto di Beira, la montò e iniziò il suo viaggio via fiume verso le Cascate Vittoria. Naturalmente quando arrivò nella zona delle rapide di Kebra Basa dovette rinunciare e tornò indietro fino ad incontrare il fiume Shire che portava verso il lago Nyassa (Malawi). Anche qui, dopo un po’ di chilometri, incontrò le cascate di Murchisson. Dovette smontare la nave, portarla via terra fino a superare le cascate e raggiungere poi il lago Malawi. Il suo progetto iniziale era fallito.
Sul secondo tema, quello della schiavitù, egli propose il progetto delle “3 C”: cristianità, civiltà, cultura. Mettendo in pratica questi tre temi, egli avrebbe abolito la schiavitù. Il governo inglese e, subito dopo, molte nazioni europee adottarono il progetto. Però come dice il grande storico inglese Faulkner, le 3C divennero 1 C: “Conquista” per cui, in poco più di venti anni, cinque nazioni europee ed un privato conquistarono letteralmente tutta l’Africa, avviando un progetto colonialistico che è poi durato per oltre ottanta anni. Il privato, che fu il re Leopoldo del Belgio, divenne il proprietario personale del Congo. Anche qui Livingstone fallì.
Naturalmente, non vi è due senza tre. Egli cercava di stabilire quali fossero le sorgenti del Nilo. Pertanto, si spinse a Nord, in quello che è oggi il territorio dello Zambia. Dopo anni di silenzio fu mandato in Africa il famoso giornalista del New York Herald, Henry M. Stanley a cercarlo. È noto il famoso incontro in un villaggio africano quando Stanley, vedendo Livingstone, disse: “Dr. Livingstone I presume?” (Presumo che lei sia il Dr.Livingstone). Stanley non riuscì a convincere Livingstone a tornare indietro. Egli proseguì fino a giungere vicino al Ruanda per poi tornare indietro fino alle paludi del lago del Bengwelu dove morì il 1° maggio del 1873, apparentemente a causa del dissanguamento da emorroidi. La località era originariamente Chitambo nel Barotseland, oggi Zambia.

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l suo cippo si trova poco prima del lago. Il suo corpo fu però poi portato in Inghilterra e sepolto nella cattedrale di Westminster nel 1874. Il suo cuore e le viscere sono invece sepolte nella terra d’Africa che lui tanto amava.
Tornando ai lavori di costruzione della Great East Road, arrivò il capo cantiere, il Geom. Sist, che avevo conosciuto a Trieste. Vi rimase per circa un anno, quando poi sopraggiunse il Geom. Giuseppe Ruzzi che era anche stato a Kariba, sullo Zambesi, dove le imprese italiane realizzarono la prima grande opera d’ingegneria idraulica all’estero.
Cominciò ad arrivare anche il personale italiano: numerosi tecnici, fra cui ricordo:

Assistente Lorenzet ai Movimenti terra e sottofondazioni;

Assistente Guastaferro alle Opere civili;

Assistente Bruno Bruni ai Calcestruzzi;

Elianti, Capo officina;

Turchetto, Capo magazziniere;

Mastellotto agli Impianti di frantumazione;

Ing. Massarotti per l’Officina;

Ing. Roberto Caudano, Responsabile dei servizi meccanici;

Sig. Cominotto, Responsabile per gli impianti di frantumazione;

Assistente Gustinelli ai Movimenti terra;

Assentente Marcelli ai Movimenti terra;

Assistente De Lorenzi alle Opere d’arte;

Assistente Vitale alle Opere d’arte;

Geom. Gianpaolo Fortini, Topografia;

Geom. Martignago, Ufficio tecnico - Contabilità;

Geom. Lodi, Ufficio tecnico e Topografia;

Geom Boni, Ufficio tecnico e Topografia;

Geom. Vallese, Ufficio tecnico e Topografia;

Rag. Granchelli, Responsabile amministrativo;

Rag. Kamal Zulfa, Amministrazione;

Rag.Perona, Amministrazione e Contabilità;

Ibrahim El Fatih, contabilità di magazzino.

 

Mi scuso se non menziono tutti, ma sono passati numerosi anni. Alcuni di loro sono trapassati, ma riserbo sempre nel mio cuore un grandissimo ricordo.
Arrivarono anche numerosi operatori di macchine pesanti e meccanici che, con il passare dei mesi, vennero sostituti da operatori e meccanici locali, man mano che questi apprendevano il mestiere.
Cominciarono anche ad arrivare uomini per il personale della direzione lavori, fra i quali ricordo:

Roy. W. Robinson, Direttore di area;

Reginald M. Lloyd, Direttore dei lavori residente;

Mc Alpine, Progettista;

Vernon Kent, Assistente del direttore dei lavori;

Loutjie Taljaard, Laboratorio materiali e Controllo qualità all’esterno;

J.H. Boylett, Progettista;

D. Tucker, Progettista opere civili;

Henry Seville, Laboratorio materiali;

E. Foster, Assistente supervisione ai lavori;

V. Ough, Assistente tecnico;

Chris Manchett, Topografo;

L.C. Salimi, Topografo.

Non appena sistemati logistica, mensa ed uffici ed arrivati gli strumenti topografici, individuammo sul terreno il tracciato dell’asse ed i capisaldi posati dalla direzione lavori.
Da un controllo sommario ci rendemmo conto che le sezioni del terreno non corrispondevano pienamente ai disegni del contratto e, siccome queste erano la base per la contabilità dei movimenti terra, che erano pagati a misura, la direzione decise di dover rilevare nuovamente a terra le sezioni del terreno.
Un lavoro enorme dato che le sezioni erano una ogni 30 metri per una larghezza di 30 metri per lato. Vi erano da rilevare ben 9000 sezioni. Fummo incaricati io ed il Geom. Fortini, il quale nel frattempo cominciò anche a tracciare e posare le modine per l’esecuzione dei movimenti terra. Dal momento che ci si spostava in continuazione, ci organizzammo con alcune roulottes che spostavamo man mano che la distanza diventava eccessiva. Per incentivarci, ci fu inoltre dato un contratto a cottimo che stabiliva un minimo di determinate sezioni al giorno. Per quelle in più ci veniva dato un tanto a sezione. Intascammo dei bei soldi perché partivamo alle cinque di mattina e rientravamo con il buio.

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La mattina dopo una land Rover portava al campo base i libretti di campagna che andavano restituiti e le sezioni disegnate, su cui venivano poi montate le sezioni dei rilevati e fatti i calcoli delle aree ed il calcolo dei volumi.

Potemmo lavorare all’asciutto perché era appena finita la stagione delle piogge.

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Uno dopo l’altro partirono i lavori: disboscamenti, movimenti di terra, tombini, opere d’arte, ponti, pavimentazioni. Quelli di asfaltatura furono invece subappaltati ad una ditta locale che aveva realizzato numerose strade in Kenia.
Per la descrizione dettagliata e immagini dei lavori vi rimando allo specifico capitolo nella cartella contenente i lavori eseguiti, e seguito invece a raccontarvi episodi di questo periodo della mia vita.
I lavori assunsero un buon ritmo, furono aperte le cave di roccia per la produzione di inerti, in cui furono installati gli impianti di frantumazione che producevano il misto per la base della strada, gli inerti per la pavimentazione bituminosa e gli inerti per i calcestruzzi. Furono anche sistemati gli impianti di betonaggio e gli impianti per la produzione di asfalti, nonché aperte le cave naturali di quarzite o laterite per la costruzione della sotto base e spalle. Tutte queste strutture, diciotto in tutto, venivano disposte qualche mese prima dell’arrivo dei lavori principali.

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Una delle numerose Cave di roccia

 

Si procedeva con il disboscamento, poi i movimenti di terra per creare una livelletta uniforme eseguendo rilevati, scavi e curve sopraelevate. Poi seguiva la squadra che realizzava le opere idrauliche, tombini in cls e in tubi corrugati tipo Armco.

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Motorscraper per i movimenti 
di terra
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Tombini tipo Armco

 

In seguito, agiva la squadra che eseguiva la sottobase e la base e successivamente una squadra realizzava la pavimentazione bituminosa. Per ultimo, lavorava la squadra che realizzava le finiture, la segnaletica orizzontale e verticale. In anticipo su tutti, vi era la squadra che realizzò i pochi ponti previsti, alcuni dei quali con le travi in acciaio ed altri con travi prefabbricate in calcestruzzo.

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Davanti a questi, tuttavia, procedeva una squadretta che preparava i campi avanzati, cosicché i lavoratori e i tecnici potevano trovare campi ed alloggi confortevoli e ben organizzati. Era importante avere l’acqua e attraverso il Ministero dell’Agricoltura furono recuperati i vecchi pozzi abbandonati dagli agricoltori che furono riperforati, ripuliti e riattivati. L’acqua era ottima e veniva solo clorinata.
Quando il lavoro prese il suo ritmo, si riusciva a produrre mezzo chilometro al giorno di strada finita.

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Lentamente ripercorremmo il percorso che feci venendo da Lusaka nel primo viaggio per raggiungere il confine con il Malati: Katete nella cui zona scoprimmo delle farm dove veniva coltivata frutta di tutti i tipi, poi il villaggio di Petauke ed infine Nyimba.
Avevamo messo in piedi un sistema radiofonico con radio installate nei campi e nelle auto così da poter comunicare con facilità.

Il barbiere

Dopo qualche mese dal nostro arrivo, avevamo una zazzera da far paura! Non sapevamo come fare per tagliarci i capelli e ci mancava il solito carpentiere che si era portato da casa la macchinetta. Decidemmo quindi di far visita al barbiere locale della città di Fort Jameson. Si trovava sotto un’acacia con una sedia scassata di legno. Eravamo in quattro. Per primo si sottopose al taglio un meccanico. Dopo aver visto il risultato, sembrava essere divenuto l’ultimo dei Mohicani con una striscia di capelli al centro, decidemmo che sarebbe stato meglio attendere l’arrivo in cantiere di qualche operaio con relativa macchinetta. Così fu.


Molti si comperarono l’autovettura per poter essere indipendenti. Io acquistai una Land Rover nuova del tipo corto. Qui però mi imbattei in una disavventura. Andai a Lusaka a ritirare la vettura che avevo ordinato e pensai di celebrare l’avvenimento invitando a cena la segretaria dell’ufficio di Lusaka, Lidia Galitzin. Andammo al Ridgway Hotel dove parcheggiai la nuova land Rover e consumammo un’ottima cena.

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Quando tornammo a prendere la macchina, vi fu la sorpresa amara di scoprire che era stata rubata. Aveva dieci chilometri. Ero inferocito. Prendemmo un taxi, accompagnai Lidia a casa ed andai alla polizia per fare la denuncia. Questa mi accompagnò in direzione nord dove solitamente venivano portate le vetture rubate per essere vendute in Zaire. Trovammo la macchina dopo una trentina di chilometri. Il ladro aveva perduto il controllo della vettura ed era finito contro un palo della luce in cemento.
La macchina era distrutta e il ladro era morto. Feci caricare la macchina su un carro attrezzi e la portai in cantiere. Fu un disastro anche perché non avevo ancora stipulato l’assicurazione e persi quindi tutto. Un mese dopo, rientrando dal cantiere, trovai una Land Rover della Polizia che aveva avuto un incidente e riuscii a procurarmi il motore, cambio e portiere per poter ricostruire la mia land Rover che utilizzai per alcuni anni.

 

Lo Zambia è una piattaforma ad una altitudine di circa 1000 metri, con clima temperato e savana. È ricco di acqua con i suoi fiumi: lo Zambesi,il Luangwa, il Kafue ed altri. Ha dei bellissimi parchi: il Parco Nazionale del Luangwa, quello del Kafue ed altri. Sono delle riserve meravigliose con una ricchezza di fauna incredibile. Quello del Luangwa si trova fra due catene di monti al centro delle quali corre il fiume. Vi erano almeno 100.000 elefanti, gazelle, impala, puku, kudu, coccodrilli, leoni, giraffe, zebre, gnu, sable antilope, roan antilope, scimmie, ippopotami, facoceri, wild dogs, rinoceronti bianchi e neri, ceetah, leopardi ecc. ed una varietà incredibile di uccelli.

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Zambia – Parco Nazionale del Luangwa

 

Potete vederne le immagini nel capitolo de "Il mondo da me visitato"

Quando avevamo del tempo libero andavamo a visitare questi parchi nazionali. Erano disponibili anche degli alloggi dove si poteva trascorrere la notte. A scelta si poteva anche prenotare una guida dei cacciatori bianchi o guardie del parco.

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L’accesso ai parchi era costituito da pontoni trascinati manualmente mediante delle leve che lavoravano su due cavi di acciaio.


 

Una volta, durante una visita al Parco Nazionale del Kafue, assieme al mio amico Paolo Fortini, incappammo in una disavventura. Ci eravamo messi su una collina ed esploravamo con il binocolo il territorio sottostante per vedere che vi erano animali solo relativamente pericolosi. Notammo soltanto zebre, giraffe ed antilopi. Decidemmo pertanto di scendere in basso e camminare lungo il fiume per scattare delle foto. Mentre risalivamo il fiume lungo la sponda orientale, Paolo grida: “Un leopardo!” e schizza come una molla su una pianta che si trovava lì vicino. Io punto il binocolo nella direzione da cui avanzava velocemente un’ombra. Istintivamente lascio il binocolo e lancio verso l’animale, che si stava avvicinando rapidamente, la borsa nera contenente la macchina fotografica e gli obbiettivi. L’animale, probabilmente vedendo tale strana macchia nera, si è inchiodata emettendo un potente ruggito che mi fece raddrizzare i capelli in testa. Allo stesso tempo feci come il mio amico Paolo, schizzai su una pianta per rendermi conto, appena salito, che non era verticale ma era inclinata, cosa che avrebbe permesso alla bestia in questione di salire con un solo balzo. Persi gli occhiali e vedevo tutto sfocato, non mi rendevo conto di quello che stava avvenendo. Si trattava di una leonessa. Anzi, erano due leonesse con i piccoli che stavamo incrociando. Di qui la reazione. Eravamo saliti su piante spinose per cui sanguinavamo da tutte le parti ed eravamo attaccati da decine di mosche (hippo flies) che ci stavano mangiando vivi. Le leonesse poi si allontanarono passando dietro un termitaio gigante. Non avendo la certezza di dove si trovassero, rimanemmo sulle piante una buona ora e poi lentamente scendemmo e recuperammo la vettura sani e salvi. Non avremmo dovuto scendere dalla vettura ed avventurarci a piedi… Recuperai peraltro anche le mie macchine fotografiche!

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Famiglia di leoni che consumano il pasto 
con la loro ultima vittima

 


 

 

Chris era un topografo della direzione lavori. Divenimmo amici. Era stato assunto localmente. Una volta mi invitò a colazione e mi preparò baked beans on toast (fagioli cotti in salsa di pomodoro dolce su pane tosato.) Ne mangiai per rispetto, ma per me era una emerita schifezza inglese. Negli anni successiv,i dopo aver conosciuto mia moglie, cominciai a farci il palato! Chris veniva dall’Inghilterra. Apparteneva ad una famiglia nobile. In casa aveva le foto del re e della regina. Era venuto a piedi dall’Inghilterra attraversando tutta l’Africa e fermandosi per un po’ di tempo in un lebbrosario in Ethiopia. Aveva un cappellaccio trovato nel lebbrosario che mi voleva regalare, ma che rifiutai. Amava i serpenti e aveva un serpentario nel quale entrava a piacimento. Ogni tanto si beccava qualche morso. Una volta volle farmi provare la sensazione di un serpente innocuo attorcigliato attorno al braccio. Acconsentii. Fu una sensazione strana, non era viscido ma assai ruvido e le spirali avevano una forza incredibile stringendomi il braccio in una morsa. Poi finalmente me lo fece scivolare via.
Una volta andò a caccia di facoceri con solo un ascia. Fu fortunato di non trovarne perché credo che vi avrebbe lasciato le penne.
Anni dopo divenne un cacciatore bianco. Dalle ultime novità ricevute, se vere, apparentemente si trovava nel nord della Tanzania vivendo in un tucul africano con una donna locale. Conoscendolo, la notizia non mi sorprese.

I Cacciatori bianchi

In quegli anni, molti europei ed americani venivano in Africa per partecipare ai safari di caccia a pagamento (assai costosi). Venivano alloggiati campi organizzati e dei cacciatori (bianchi – ex coloniali) li accompagnavano ad abbattere le prede per le quali avevano pagato ingenti somme. Naturalmente, anche i cacciatori bianchi a volte rischiavano la pelle. Norman Carr, ad esempio, fu ferito gravemente da un bufalo. Una volta, un mio amico, un cacciatore bianco di origine danese, accompagnò un cliente europeo che in quell’occasione ferì gravemente un ghepardo. Le regole prevedevano che le bestie ferite non potevano essere lasciate libere ed andavano rintracciate ed uccise. Lo seguirono localizzando le tracce nella savana con erba alta fino a quando, uscendo in una radura, il ghepardo, accucciato in mezzo all’erba, si alzò sulle zampe posteriori e con le zampe inferiori letteralmente massacrò il viso del cacciatore bianco a cui poi in ospedale diedero oltre cento punti. Egli allora smise di cacciare. Il ghepardo fu abbattuto con una doppietta da una delle guide africane con il gruppo che gli sparò a bruciapelo. Un'altra volta accadde che un leone ferito piombò addosso al cacciatore bianco e con una zampata gli fece un’incisione lungo tutta la gamba. Il cacciatore bianco su cui il leone ferito si era avventato cercò con il fucile a pallettoni di abbatterlo a distanza ravvicinata senza avervi successo. Vi riuscì ancora una volta un povero tracker di colore che abbatté il leone ferito salvando il cacciatore bianco.

Norman Carr poi si convertì e divenne guida per safari fotografici.

Un vecchio leone

Io ho avuto numerose occasioni di avvicinarmi ad animali selvatici. Una volta ero abbastanza vicino ad un coppia di elefanti con il piccolo, ed il maschio si era messo sulla difensiva pronto ad attaccare, al minimo cenno di pericolo, strani intrusi che avevano un odore assai differente da quello cui erano abituati. Un’altra volta ero vicinissimo a due giraffe che però, pur guardandomi dalla loro altezza, non si scomposero più di tanto. Con i felini invece rimanevo sempre a grandi distanze perché molto pericolosi.
Una volta in un villaggio vicino al cantiere vi fu un incidente dove un leone già vecchio, non potendo più andare a caccia, si era messo ad attaccare le vacche di un villaggio, sbranandone alcune. Allora gli fu data la caccia e non passò molto che venne trovato ed ucciso dai guardiacaccia del parco. Io ero in zona e potei quindi vedere e toccare da vicino il re della foresta. Aveva i canini molto consumati ma gli artigli erano affilatissimi. Aveva anche una bella criniera.

 

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La presenza di una gran quantità di fauna ed un campo di operai da nutrire mi spinse anche ad acquistare tre fucili, una doppietta per l’uccellagione Westley Richards e due carabine 9.3 mm: una Huskvarna con un otturatore molto semplice tipo mauser ed una Winchester con un otturatore molto sofisticato. Dopo aver acquistato le relative licenze, mi organizzai; nei fine settimana mi recavo con la land Rover ed amici nelle aree di caccia. Abbiamo cacciato di tutto: galline faraone, antilopi piccole e grandi, bufali, facoceri, coccodrilli. Era un’attività a rischio, in particolare quando si andava a caccia di bufali. Tentammo di andare anche a caccia di leopardi di notte, ma senza successo. Non riuscimmo mai ad arrivare a tiro. Vi andavo con un meticcio, grande cacciatore e tracker, uno che è in grado di seguire le tracce degli animali guardando le impronte sul terreno o i rami rotti dei cespugli. Sfortunatamente qualche anno dopo, cercando di attraversare il fiume Luangwa in piena, appeso alle funi che tirano solitamente il pontone quando è fermo, data la grande corrente causata da recenti piogge, scivolò nell’acqua e fu letteralmente mangiato dai coccodrilli.

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La carne dei bufali era veramente ottima e, dopo essere stata tenuta sott’aceto per qualche ora, veniva seccata a strisce dentro una zanzariera per tenerla lontana dalle mosche. Il prodotto finale che prende il nome di biltong, è secco e si mastica. È assai squisito.
Anni dopo, quando mi sposai, decisi che era meglio lasciar perdere la caccia e divenire in effetti un protettore della fauna, facendo anche molte conferenze nelle scuole, proiettando programmi di immagini sui parchi nazionali.
Purtroppo, oggi molte specie di animali sono a rischio di estinzione come i rinoceronti, che vengono uccisi per recuperarne il corno perché considerato afrodisiaco.
Nel Parco nazionale del Luangwa sono rimasti solo 5.000 elefanti dei 100.000 presenti negli anni ‘60. Nel capitolo dei paesi visitati, alla voce Zambia è anche riportata qualche immagine del libro della famiglia Hamilton dal titolo Battaglia per gli elefanti. Vi trovate, oltre che immagini orrende sul massacro di elefanti e dei cacciatori di frodo, le statistiche relative alla diminuzione della massa degli elefanti d’Africa per lo sfruttamento del traffico dell’avorio.
In effetti, quello che mi convinse a smettere furono due quasi disastri con un bufalo ed un elefante. Mi trovavo a caccia a sud del fiume Luangwa fuori dal Parco Nazionale. Era tutta la mattina che cercavamo di avvicinarci ad un branco di bufali ma senza successo. Siccome sapevamo che stavano per recarci dentro il parco nazionale attraversando un fiume secco, facemmo una lunga corsa di chilometri by-passando il branco ed attendendolo in una pianura soggiacente il fiume asciutto. Attendemmo nascosti dietro dei cespugli fino a che il branco arrivò. I bufali cominciarono a scendere uno alla volta lungo una scarpata. Sparai al primo che, colpito al cuore dal fianco, si abbatté al suolo. Poi sparai ad altri due bufali colpendoli bene. Però, la vitalità del primo bufalo fu tale da farlo rialzare e caricarmi. Ero inginocchiato, tentai di ricaricare il fucile, ma il proiettile si inceppò nel complesso otturatore della carabina Winchester. Mi si congelò il sangue. Il bufalo mi stava caricando quando, a circa 30 metri, si abbatté al suolo senza vita. Ho raccontato questo per dimostrare la straordinaria vitalità dei bufali. Ne hanno fatto molte volte le spese gli esperti cacciatori bianchi. Gli altri due bufali erano stati colpiti a morte. Quando scuoiammo il primo bufalo per portarne la carne al campo, notammo che il cuore era stato spappolato dal primo colpo. Pensate che ebbe la forza di percorrere almeno 100 metri dopo essere stato colpito!
Quando si spara frontalmente ad un bufalo che si avvicina con la testa alzata, occorre cercare di colpirlo nella zona del naso per giungere al cervello. Se si colpisce la fronte, il proiettile rimbalza sul 'Boss', così come si chiama la corazza che sostiene le due corna. 
Se si colpisce il petto, il colpo non è mortale e la bestia può rialzarsi e ricaricare.

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In un'altra occasione stavamo esplorando un'altra zona molti fitta di vegetazione dove si trovava un branco di elefanti. Ci trovavamo sotto vento per cui gli elefanti, che hanno nella proboscide una capacità sensoriale incredibile, non ci avevano individuati. Sfortunatamente il vento cambiò direzione e gli elefanti poterono sentire la nostra presenza. La foresta esplose con una massa di elefanti in fuga che trascinarono quanto si trovava lungo la loro strada. Solo un maschio venne verso di noi caricando per difendere le femmine ed i piccoli del branco. Era enorme. Io decisi di correre lateralmente per salire su di un termitaio alto 4,5 metri. Mi girai e vidi l'elefante che correva dietro ad un mio amico canadese che faceva parte del nostro gruppo. Allora presi di mira l'animale sul fianco della testa, sotto l'orecchio, dove si trova un punto debole in cui il proiettile può raggiungere il piccolo cervello e non essere invece assorbito dal nido d'ape delle ossa della testa. 
Stavo per sparare quando improvvisamente l'elefante si fermò e tornò indietro per raggiungere il branco. Ero saturo di adrenalina e ci misi un po' prima di ritrovare la mia calma. Non vi dico la paura del mio amico che per un pelo non si trovò schiacciato da una bestia che correva alla velocità di oltre 30 chilometri all'ora!

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Il Luangwa è un fiume con importanti erosioni e le sue sponde sono spesso a piombo. Nel suo letto si vedono i tronchi di numerose piante trascinate a valle dalle correnti. Vi sono spesso anche isole che escono dall'acqua. Una volta notai con il binocolo un coccodrillo su una spiaggetta vicino alla sponda del fiume. Aveva la bocca aperta. Lo fanno per permettere agli uccellini di andare a rimuovere pezzetti di carne incastrata nei denti. Riuscii ad avvicinarmi con passo felpato perché se sentono una vibrazione strana si gettano in acqua. A circa 120 metri, gli sparai con la carabina che aveva il cannocchiale. Colpito alla testa, rimase immobile. Se invece viene colpito altrove, si getta in acqua e si perde. Entrammo nel fiume e ci portammo sull'isoletta per trascinare fuori il coccodrillo morto. Eravamo assai preoccupati per la presenza di possibili altri coccodrilli, ma principalmente per un branco di ippopotami che non si trovavano molto lontano e che erano molto inquieti, data la presenza di cose estranee. Gli ippopotami sono animali molto feroci e, sulla sabbia delle spiagge dei fiumi, anche molto veloci nonostante l'apparenza.

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Dunque, portammo il nostro coccodrillo al campo, lo scuoiammo e recuperammo la carne della coda che, cucinata al curry, fu molto prelibata. Per giunta, in poco tempo la pelle si seccò diventando molto dura. È stato interessante notare che, contrariamente a quello che si vede nei film di Tarzan, la pelle del coccodrillo è così dura, compresa quella del ventre, che una coltellata l'avrebbe semplicemente scalfito, altro che ucciso!

 


 

 

Un'altra parte dello Zambia che visitammo fu di grandissimo interesse: il nord minerario. Lo Zambia è ricchissimo di rame, in effetti era il terzo produttore al mondo. Le miniere erano del tipo a cielo aperto, costituivano degli scavi spaventosi, profondi anche 100 metri, con le strade di accesso che correvano lungo le scarpate per raggiungere i filoni in cui veniva scavato il minerale contenente il rame. La massa rocciosa contenente il minerale veniva portato agli impianti dove la roccia veniva frantumata ed il rame recuperato attraverso imponenti apparecchiature industriali. Poi i lingotti venivano caricati su autocarri e treni e inviati ai porti di Beira in Mozambico, Dar Es Salam in Tanzania e a Lobito Bay in Angola. 
Visitai anche una vecchia miniera d'oro abbandonata, di cui era ancora in piedi il frantoio che serviva per frantumare la roccia, contenente il prezioso minerale, prima di mandarlo ai vagli.

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In un altro momento andammo a visitare il cantiere dove era in corso la costruzione della diga di Itezhi Tezhi da parte del consorzio Impresit/Recchi. Si trattava di una diga in Rockfill costruita sul fiume Kafue allo scopo di creare un bacino idroelettrico per alimentare la costruenda centrale in caverna di Kafue da parte dell'Impresa di costruzione slava 'Energo Project' che si trovava molti chilometri a valle. Trovammo il mio compagno di gioventù ad Asmara, Roberto Passarani, con la sua famiglia. Vi era anche l'Ing. Antonio Portioli che ci accompagnò a vedere gli impianti. 
Passarani era il responsabile per la costruzione delle gallerie di deviazione.

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Matrimoni

Nei tre anni passati in questo cantiere vi furono due matrimoni. Uno dell'Assistente ai movimenti terra, Marcelli, con Maurine, un'infermiera inglese, e quello di Paolo Fortini con Netta, un'altra infermiera inglese. Paolo e Netta diedero vita ad una bellissima figlia chiamata Angela.

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Amici della direzione lavori

Divenimmo amici con alcuni membri della direzione lavoro. Loutjie Taljaard che operava nel gruppo di laboratorio ed era responsabile per il ritrovamento di cave di laterite e quarzite. Era rodesiano, sposato con Poppy, ed avevano una figlia di nome Nicole, una bella biondina. Il vice responsabile della direzione lavori, il sudafricano Vernon Kent con la moglie Muriel. Erano amanti di cavalli e cani che si portavano dietro, lavoro dopo lavoro. Il cagnolino era un cane salsiccia.

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Con loro andavamo spesso a visitare il parco del Luangwa, fuori dalla zona protetta. Costruimmo un campo sul fiume, con paglia e fango, che visitavamo con regolarità. Facevamo il bagno nelle acque limose del fiume, avendo a volte gli ippopotami a 50 metri. La mattina ci facevamo la colazione a base di galline faraone alla griglia. Dormivamo all'aperto sotto una zanzariera con il fucile a portata di mano. Durante la notte si sentivano i suoni più disparati degli animali selvatici, il barrire degli elefanti, la lotta fra babbuini e leopardi ed il suono bellissimo degli uccelli e le risate delle iene.

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La sera al tramonto si godeva una vista bellissima del sole che scendeva all'orizzonte e degli animali che si avvicinavano alla sponda opposta ad abbeverarsi.

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Naturalmente, facendo il bagno in queste acque, contrassi una forma leggera di bilharziosi che curai bene quando rientrai in Italia con il farmaco Ambilhar della Ciba.

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Una volta decidemmo di passare una settimana risalendo il fiume Luangwa, partendo dal punto in cui il fiume incrociava la Great East Road. Risalimmo il fiume in canoa per circa 18 chilometri fino alla intersezione con il fiume Lunsenfwa. Portammo viveri per una settimana. Dormivamo all'aperto sotto una tenda. Si pescava dove l'acqua limpida del Lunsenfwa attraversava quella scura del Luangwa. Il pesce pescato lo cucinavano sul fuoco ed era saporitissimo. Al ritorno incrociammo una gran quantità di animali, fra cui coccodrilli ed ippopotami.
Ho un film di quella gita che potete aprire nel capitolo "Il mondo visitato da Vittorio - Zambia."
Si potevano vedere le impressionanti aquile pescatrici con la loro testa bianca, sentire i loro strilli e scorgerle qualche volta piombare sull'acqua e ripartire con un pesce agganciato agli artigli.
La notte si potevano vedere i bush baby, degli animaletti grandi quanto un gatto, con i loro occhi fosforescenti e le ventose alla fine dei loro arti, con cui si
arrampicano sulle cime degli alberi.
Si potevano vedere colonie di babbuini che, all'ombra delle piante, si rimuovevano reciprocamente cimici ed altri insetti. Ogni tanto si vedeva qualche femmina saltare da un albero all'altro con il piccolino avvinghiato sotto la pancia.
Quando di notte si camminava nella foresta era facile andare a sbattere la faccia contro gigantesche ragnatele con al centro ragni giganti. Poi spesso si sentivano serpenti strusciare da sotto i piedi che cercavano di raggiungere la propria tana. Erano abbastanza noti i puff adder che si potevano anche catturare con un bastone con una V finale che bloccasse loro la testa.

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Pericolosissimo invece era incontrare i mamba nero e verde che, in piedi su pochi centimetri di coda e da una altezza di 1.80 metri, potevano piombarti addosso e morderti, scaricandoti la dose di veleno mortale contenuto nelle sacche sopra i due denti superiori. A volte si incontrava qualche cobra sputante che da due forellini posti sopra i due denti superiori era in grado di sputarti una dose di veleno negli occhi da diversi metri accecandoti. Quando si incontravano, e questi si rizzavano sulla coda allargando il collo, non bisognava mai guardarli direttamente per evitare questo rischio. 
Poi era frequente incrociare dei pitoni. Sono dei serpenti molto grossi capaci di ingerire un capretto intero e di rimanere fermi per qualche giorno fino a che la preda non sia assorbita. Non era inusuale che nelle fauci del serpente ci finisse qualche neonato dei vicini villaggi. Al ritorno, facemmo una passeggiata lungo il fiume con il cane di Taljaard, che stava con le zampe nell'acqua. Ad un certo punto, un coccodrillo gli piombò addosso prendendolo per la testa e trascinandolo nel fiume. Non lo rivedemmo più. Taljaard fu preso dalla disperazione per l'incidente con cui perse il cane che amava.


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Egli era un tipo strano. Mi raccontò che una volta stava andando con una vecchia auto fra Lilongwe e Blantyre, in Malawi. La macchina si fermò e non ci fu verso di farla ripartire. Era arrabbiatissimo e cominciò a tirar calci alla macchina. Ad un certo momento, passa a piedi un nero. Lo ferma e gli regala le chiavi della macchina proseguendo poi con mezzi di fortuna.
Rincontrammo lui e tutta la sua famiglia in Sud Africa molti anni dopo, per il battesimo del piccolo della figlia maggiore Nicole.

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Quando andavamo nel Parco nazionale del Luangwa andavamo a trovare Norman Carr, un cacciatore bianco, grande conoscitore del parco. Mi ha anche regalato un bellissimo libro con tanto di autografo. Dopo tanti anni come cacciatore, divenne guida per turisti che facevano safari fotografici. I figli vissero con lui nella savana, divenendo impegnati in quel tipo di vita.

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Quegli anni erano stati interessati dalla guerriglia che stava insanguinando il Mozambico e l'Angola. Il confine con il Mozambico era abbastanza lungo e spesso vi erano infiltrazioni di guerriglieri provenienti dallo Zambia.

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La Great East Road attraversava il fiume Luangwa mediante un ponte assai lungo in ferro. Probabilmente, per interrompere il flusso di armi e guerriglieri dallo Zambia, i soldati portoghesi fecero saltare il ponte con la dinamite. La nostra società fu interpellata per realizzare delle rampe che conducevano al fiume dove fu installato rapidamente un ponte Bailey per permettere al traffico di riprendere a viaggiare e collegare le due sponde. Nella foto allegata si vede il ponte fatto saltare e poi il ponte in costruzione che fu commissionato successivamente per sostituire quello distrutto.

Con gli amici baha'i

Durante uno dei viaggi fatti a Lusaka, partecipai alla prima Convenzione Nazionale Baha'i per l'elezione della prima Assemblea Spirituale Nazionale. Fu un bellissimo incontro con gli amici Baha'i di Lusaka e delle varie provincie. La convenzione fu tenuta in una scuola e dormimmo tutti sul pavimento della palestra. Oggi in Zambia la comunità baha'i è cresciuta moltissimo e rappresenta una grossa fetta della popolazione con numerose scuole e progetti socio-economici.

Aneddoti

Qualche aneddoto sull'Ing. Marcheselli, di cui conserviamo un bellissimo ricordo, assieme alla sua gentile moglie Signora Coca.
Quando installammo l'impianto di frantumazione, ci rendemmo conto che le nostre produzioni erano inferiori a quanto necessario ed allora il nostro Ing. Giacomo Marcheselli si piazzò all'impianto per cercare di dipanare la matassa ed aumentare la produzione. L'impianto era alimentato tramite un alimentatore a piastre Loro e Parisini. L'ing. Marcheselli si metteva dentro l'alimentatore per vedere come funzionava la piastra di trascinamento. Passando di là, lo vidi e mi permisi di consigliargli di esaminare il tutto dall'esterno perché, se una pietra fosse rotolata indietro, avrebbe potuto fargli male. Purtroppo la mia previsione fu di malaugurio. Un giorno una pietra rotolò indietro e gli ruppe un piede. Fu ingessato e si portò il gesso per un mese. Naturalmente, in cantiere gli fu appioppato benevolmente il nomignolo di Piedone. L'impianto fu poi messo a posto diminuendo la pendenza dell'alimentatore, alzando la quota del piano di scarico dei camion che lo alimentavano.
Un'altra volta ci stavamo recando in macchina a Lusaka. La macchina era una Fiat 124. A bordo c'eravamo io, l'Ing. Marcheselli ed il meccanico Mura. Ad un certo punto, si accende la spia dell'olio e il meccanico lo segnala all'Ing. Marcheselli. Egli gli rispose dicendo di non preoccuparsi perché si trattava solo di un contatto. Dopo un po' di chilometri, la macchina si inchioda di colpo. Dal cofano usciva una marea di fumo. Marcheselli cercò di aprire il cofano mentre il meccanico fece qualche metro indietro e tornò con un pezzo biella in mano. Il motore si era disintegrato.
Il viaggio fino a Lusaka lo completammo nell'autobus pieno di viaggiatori locali. I lavori della strada Fort Jameson - Nymba finirono in tre anni. Fu un bel successo ed una bellissima strada che venti anni dopo venne riasfaltata dall'Impresa Cogefar, con cui andai a lavorare negli anni '80 per realizzare la centrale idroelettrica di Song Lou Lou in Cameroun.


Completata la costruzione della strada dal confine con il Malawi fino a Nyimba, fummo trasferiti a circa 100 chilometri ad ovest della capitale Lusaka per la realizzazione di un acquedotto da 8" che sarebbe servito per alimentare di acqua il futuro aeroporto militare da costruirsi nell'area di Mumbwa. Si trattava di rialzare una diga esistente. Non era un lavoro molto grande e fu eseguito in pochi mesi. Fu poi costruita la stazione di pompaggio e posata la tubazione per una lunghezza di circa 20 chilometri, attraversando anche zone paludose piene di acqua. I tubi venivano trasportati su zattere di legno trascinate da un bulldozer con pattini larghi che non sprofondavano. Nella parte terminale dell'acquedotto costruimmo una grande vasca che rivestimmo di plastica dalla quale partivano le tubazioni per alimentare la futura base aerea e nel frattempo sarebbe stata usata per la costruzione dei lavori della base.

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I dettagli di questo lavoro si trovano nel capitolo dedicato ai lavori.

Io avevo cominciato la strada come topografo ed ebbi l'opportunità di eseguire ogni tipo di incarico che mi fece crescere professionalmente. Alla fine del lavoro ero divenuto un capo settore. Avevo studiato anche molto afferrando quanto più potevo. Ascoltavo molto anche le storie raccontate dagli anziani del cantiere che, avendo realizzato molte opere, specialmente nel campo idroelettrico, avevano molto da insegnare.

Una Vita dedicata al lavoro parte 2 capitolo 3

Conosco Janette, la mia futura moglie

In quel periodo conobbi quella giovane che poi divenne mia moglie. Un giorno mi trovavo all'aeroporto di Chipata per accogliere del personale che arrivava dall'Italia. Quando tutti se ne erano andati, erano rimaste tre ragazze da sole. Visto che non era venuto nessuno a prenderle, proposi loro di venire al nostro campo. Erano tre infermiere professionali inglesi, provenienti dall'Inghilterra, le quali avevano firmato un contratto di un anno per lavorare nell'ospedale governativo di Chipata. Si trattava di Anne, Helen e Jannette. Offrimmo loro un piatto di spaghetti. Arrivò poi di corsa un mezzo dell'ospedale che se le portò via. Facemmo comunque amicizia e le rincontrammo al Golf Club della cittadina. Jannette divenne mia moglie un anno dopo.

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Il golf club di Chipata che frequentavamo quando realizzammo la great East Road, era un club dove passavano le serate e i fine settimana gli europei che vivevano nei pressi di quella cittadina. Erano quasi tutti farmisti, un centinaio in tutto. La maggior parte del tempo lo passavano, sia loro che le loro mogli, a bere seduti sui seggioloni del bancone del bar. La maggior parte del tempo erano ubriachi. Che tristezza, buttare via la vita in quella maniera!
Un volta mi fu chiesto se volevo giocare a Rugby. Io non avevo proprio idea di cosa si dovesse fare. Avevo però capito che, una volta che ti passavano sempre all'indietro la palla ovale, occorreva correre verso la porta avversaria e posare la palla sul prato, dopo la linea della porta. Mi capitò una palla. Mi ero tolto gli occhiali per non romperli. Mi capitò in mano, e guardando la direzione della porta avversaria, mi misi a correre. Ero veloce, essendo arrivato in semifinale nei 100 metri di atletica leggera dei campionati italiani militari nel 1964. Non riuscirono a prendermi e feci gol. Fu uno scandalo. Un italiano appena arrivato, che non sapeva cosa fosse il rugby, aveva segnato. Smisi ed uscii dal campo, sostituito da un altro, con la scusa che ero stanco, per evitare di prendere botte…


Terminato il lavoro della diga del Lunkwakwa, mi aspettava un'altra bella avventura. La costruzione della base aerea a Mumbwa che si trovava a 100 chilometri ad Ovest della capitale Lusaka. 


 

 

Il lago

In questo periodo, da solo e con amici, feci diversi nuovi viaggi in Malawi. Solitamente andavo a Lilongwe e poi proseguivo fino a raggiungere il lago. Dopo il terminale ferroviario della ferrovia, che raggiungeva il porto di Beira, vi era la località di Salima con il Grand Beach Hotel. Il lago era qualcosa di incredibilmente bello. Le spiagge erano tortuose e con una sabbia bianca stupenda. Sulla spiaggia sono parcheggiate numerose canoe scavate dai tronchi d'albero usate dai pescatori locali. I mie amici ed io parcheggiavamo sulla spiaggia. Si tratta di un lago che si chiamava lago Nyassa dal paese che si chiamava Nyassaland.

 

 

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Questo specchio d'acqua dolce è lungo 584 chilometri ed è largo fino a 50. È contornato da diversi sistemi montuosi. Lo alimentano circa quattordici fiumi perenni. L'unico scarico è il fiume Shire che raggiunge lo Zambesi.Vi sono diverse isole, tutte bianche perché coperte dal guano, escrementi dei cormorani che vi abitano. Sono decine di migliaia, e quando si pongono in volo, si mettono in fila creando un filo mobile tortuoso che viaggia a 30 centimetri dalla superficie dell'acqua. È uno spettacolo straordinario. Come detto altrove, vi abita un pesce molto prelibato, il Lake Malawi Ch'ambo, di una squisitezza eccezionale, che si scioglie in bocca.
Un'altra baia conosciuta per la sue bellezza è Monkey Bay, che si trova al sud.
Proseguendo verso sud si incontra la capitale politica Blantyre, una città moderna, e più a nord la città di Limbe che ne rappresenta la capitale amministrativa. Il Presidente era il Dr. Kamusu Banda che aveva studiato in Inghilterra e aveva fatto in modo che la gente rimanesse in campagna a coltivare la terra e non si riversasse attorno alle città creando bidonville, come era già accaduto in molti Paesi africani.
Il lago Malawi è la fase finale di quella tremenda spaccatura terrestre che prende il nome di Rift Valley (Gran valle del Rift) lunga circa 6000 chilometri che inizia dal nord della Syria, coincide con il Mar Morto in Israele, prosegue nel Mar Rosso, attraversa la depressione della Dankalia in Eritrea/Ethiopia e poi il Kenia e la Tanzania, prosegue coincidendo con il lago Malawi. In Tanzania si trova la famosa valle dell'Olduvai Gorge, un sito paleoantropologico, vicino al parco del Serengeti e Nogorongoro, con depositi che risalgono a otre 2milioni di anni, dove furono trovati i più antichi resti umani da parte del Dr. Louis Leakey, all'inizio del ventesimo secolo.

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Una delle cose più belle che ho potuto incontrare in Malawi sono le piantagioni di tè. Conforzi è stato un italiano che negli anni '30 risalì a piedi il percorso dal porto di Beira, in Mozambico, e investì il suo lavoro in queste piantagioni che ora coprono decine di chilometri quadrati di colline. Ho avuto il privilegio di essere ospite del Dr. Bizzarro, che se ricordo bene sposò una figlia di Conforzi. Il clima temperato del Malawi ha favorito lo sviluppo di questo tipo di agricoltura.

 

 

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Il Ministero della Difesa aveva stipulato con il governo italiano una collaborazione di tipo militare per cui le nostre industrie aeronautiche avrebbero venduto allo Zambia una decina di Aermacchi MBB 329 ed una decina di elicotteri Augusta Bell 212. La nostra Aeronautica Militare ne avrebbe addestrato i piloti. 
Occorreva però una base aerea e negli accordi intergovernativi furono firmati due contratti con l'Impresa Giuseppe Torno e con la Società Condotte d'Acque per la progettazione e realizzazione di una base aerea militare nell'area di Mumbwa, a cento chilometri ad ovest della capitale Lusaka. La Torno avrebbe realizzato le piste, le infrastrutture militari ed il poligono di tiro, mentre la Condotte gli edifici civili, l'hangar e la torre di controllo. Come consulente per il governo dello Zambia, era stata nominata la società internazionale internazionale Bechtel International Corporation di San Francisco, esperta nella realizzazione di opere militari.

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Vista aerea panoramica dell'opera in fase di costruzione

 

Fui nominato Capo cantiere per quest'opera, sotto la direzione di cantiere dell'Ing. Roberto Caudano. 
Si trattava di realizzare un aeroporto militare con una pista lunga 2500 metri ed una larghezza di 46, una pista di rullaggio, una zona di dispersione degli aerei da combattimento della Aereomacchi italiana MBB 329, un piazzale di parcheggio centrale davanti all'hangar, un eliporto per gli elicotteri Augusta Bell 212, un bunker che permetteva di sparare con i cannoncini degli aeroplani per regolarne l'allineamento, un poligono di tiro distante 30 chilometri, stazioni di stoccaggio e pompaggio della benzina Avio per gli aeroplani ed elicotteri, strade di accesso, strade per la zona degli edifici, strada perimetrale con relative recinzioni di sicurezza, sistema di illuminazione delle piste e zone di avvicinamento, sistema ILS della Philips di assistenza elettronica al volo, avvicinamento ed atterraggio ecc.

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Firing butt che permetteva l'allineamento dei cannoncini
degli aereomacchi

È stato una bellissima opera per i cui aspetti tecnici rinvio al capitolo dei lavori. Il mio staff è stato incredibile. I lavori eseguiti in perfetto programma. La direzione lavori italiana sotto la direzione dell'Ing. Calori è stata molto efficiente; la direzione lavori americana è stata molto utile nell'adattare il progetto alle realtà del territorio, in particolare nel reperire le aree per la cava in roccia e le aree dove reperire le quarziti e lateriti per le sottofondazioni. Il lavoro delle pavimentazioni bituminose fu appaltato alla stessa azienda che aveva asfaltato per noi la Great East Road.

Il grosso del personale locale aveva già lavorato con noi e veniva dalla parte orientale del paese. Questi uomini parlavano il dialetto niangya. Durante la costruzione della strada Chipata - Nyimba e la diga del Lunkwakwa, fu addestrato un gran numero di operai locali: operatori di macchine pesanti quali grader, bulldozers, pale gommate, autogrù, rulli; operatori per gli impianti di frantumazione e betonaggio; carpentieri, ferraioli, topografi, disegnatori, meccanici d'officina ecc. al punto che si poteva ridurre la forza lavoro espatriata del 70%.


Come sapete l'Africa soffre tremendamente il problema etnico e costituiscono una realtà quotidiana i conflitti violenti fra differenti comunità etniche. Ricorderete i genocidi del Ruanda fra Tutsi e Hutu e quelli recenti in Kenia, Uganda, Congo, Darfour ecc.

Anche per noi questa piaga costituì un vero problema. In effetti, il personale che proveniva dell'est dello Zambia apparteneva ad un gruppo etnico differente da quello che reclutammo invece a Mumbwa. Quando trasferimmo il personale dell'est a ovest, le popolazioni locali non accettarono la diversa etnia e cominciarono a creare problemi fino al punto di dar fuoco alle case. Una volta vi fu uno scontro di massa e ci volle del tempo per riportare un po' di pace fra loro.
Al personale locale furono forniti degli alloggi, chiamati Rondavels, che si montavano rapidamente. Sui tetti furono realizzati dei contro tetti in paglia che tenevano le case abbastanza fresche.
Mia moglie Jannette gestiva un pronto soccorso e non era infrequente che qualcuno veniva con ferite da taglio causate da scontri.
Un altro problema che scoprimmo era l'alta mortalità dei bambini che nascevano nel campo. Durante una visita in quest'area, notammo che i piccolini erano fortemente sottopeso. I mariti spendevano la maggior parte della paga per acquistare birra e cose superflue. Decidemmo quindi di dare parte delle paghe direttamente alle mogli per acquistare latte, farina, zucchero e quant'altro per i figli. Però succedeva che i mariti le picchiavano per togliere loro i soldi. Decisi allora di acquistare direttamente i beni di consumo e di darli alle mogli. Questo stratagemma funzionò e le mortalità diminuirono.

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È interessante però notare questa drammatica contraddizione. L'Africa è una società matriarcale dove la donna svolge però una montagna di lavoro impressionante. Tiene pulita l'abitazione, va a raccogliere l'acqua dal pozzo o dal fiume, percorrendo a volte chilometri, trasporta sulla testa i beni di consumo e cibarie che servono per sfamare la famiglia, porta, sempre sulla testa, montagne di paglia da far mangiare agli animali domestici, coltiva l'orto o il campo a frumento, granturco e verdure varie, prepara il fuoco, macina con un pestello gigante il grano o granturco per ricavarne la farina da utilizzare nell'alimentazione quotidiana, cucina per la famiglia, accudisce i piccoli, spesso portandoli sulle spalle, molte volte prende botte dal marito ubriaco, è soggetta a continue vessazioni sessuali, si sposa giovanissima, a volte anche a tredici anni di età. Spesso si incontravano famiglie camminare lungo la strada, con la donna che camminava dietro, carica come un mulo, ed il maschio che camminava tranquillamente davanti senza fare alcuna fatica. Ci vorrà molto prima che tale processo possa cambiare e l'unico strumento che possa permettere ciò è l'educazione.
A proposito di bambini portati in spalla, vi è una bellissima canzone di Miriam Makeba, dal titolo Pata pata (tocca tocca), cantata in Italia da Ranzie Mensah, questa straordinaria cantante di blues e spirituals, di origine ghanese. Lei spiega, durante i suoi concerti, che gli africani hanno nel sangue la musica. Dice che il bimbo comincia a sentire il suono ed il ritmo della musica e del canto quando ancora è nel ventre della madre per continuare poi a sentirli quando è appunto sulla spalla della madre, mentre questa canta nei campi o macina il mais per ottenere la farina. Il suono che sente è infine il ritmo del cuore.


 

Come ho già raccontato, conobbi colei che divenne mia moglie circa un anno prima a Chipata, nella regione orientale dello Zambia. Fra noi due crebbe simpatia e ci frequentammo fino alla decisione di unirci in matrimonio. Ci sposammo nell'Isola di Wight, nella chiesetta di San Mildred con una cerimonia della Chiesa d'Inghilterra, che rappresentava la fede della sposa. Celebrammo poi la cerimonia baha'i, tenuta dalla comunità Baha'i dell'Isola di Wight. Andammo in viaggio di nozze in Spagna e poi di nuovo in Africa, questa volta come famiglia. Nel campo di Mumbwa avevamo realizzato delle case prefabbricate. Jannette dovette poi rientrare urgentemente in Inghilterra per assistere il padre che soffrì di un male incurabile. La nostra prima figlia Nicole Alison è nata a Lusaka l'anno dopo nel 1973.
Così inizia la nostra vita di famiglia.

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La vita sociale al campo di Mumbwa era assai semplice ma genuina. Non erano molte le famiglie, ma andavamo molto d'accordo: la famiglia dell'Ing. Roberto Caudano, con la moglie Adriana ed i loro figli e figlie; la coppia del Dr. Birga, sposato ad una cittadina equadorense, laureata in biologia, (oggi i due vivono a Quito); la famiglia Elianti (del Capo officina); la famiglia di Kamal Zulfa che veniva dal Sudan; la famiglia Lorenzet (dell'Assistente capo per i movimenti di terra); l'Assistente per i cls con la moglie; il Capo magazziniere Bernardi con la moglie; il Geom. Paolo Fortini con la moglie.
Il cuoco del campo si chiamava Tesfai, era di origine eritrea, ed ogni tanto in mensa ci cucinava lo zighinì, tipico piatto eritreo. Veniva dalla costruzione della diga di Kashm El Girba, realizzata in Sudan dall'Impresa Giuseppe Torno. Ogni tanto andavamo a mangiare in mensa.
Spesso uscivamo nella savana e facevamo dei pic nic con relative grigliate indimenticabili. Era bello perché era sano e genuino. Vi era molta cordialità con le altre famiglie e ci si trovava bene assieme. Ogni tanto andavamo a Lusaka per passare una giornata differente, facendo spese e andando al cinema. Qualche volta scappavamo a Mumbwa dove potevamo gustare qualcosa di diverso in una hacienda. Mi ricordo però di un zuppa di cipolle assolutamente orrenda! Altri piatti invece erano buoni.
Ogni tanto venivano in visita ai lavori il Direttore generale per l'Estero l'Ing. Enrico Bertinelli, il Direttore di area Ing. Saverio Fabozzi e l'Ing. Giacomo Marcheselli. L'Ing. Bertinelli era un uomo di grande ironia e spesso pigliava in giro mia moglie che era inglese e che, secondo lui, non sapeva cucinare, in particolare gli spaghetti. Una volta invitammo tutti a pranzo e mia moglie fece sistemare l'Ing. Bertinelli a capo tavola. Portò il pranzo, un bel piatto fumante di spaghetti alla carbonara. Furono serviti tutti, ma sul piatto di Bertinelli mia moglie mise un barattolo di spaghetti in scatola con relativo apriscatole. Vi fu una risata generale. Ce ne fu anche per l'Ing. Caudano, un altro che la prendeva sempre in giro. Quando arrivò il dolce, un ottimo Cherry Trifle, Caudano mise il suo viso vicino al piatto senza pensare che Jannette gli avrebbe spinto dentro la faccia. Poi Jannette fece una fuga a cento all'ora.

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Da Sinistra: Ing. Marcheselli,
Ing. Bertinelli, ? , Ing. Fabozi,
Jannette Robiati, ?, Ing. Calori e
Sig.ra, Signora valentie, V.Robiati
durante una visita ai lavori della
direzione di Milano.
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Un Islander con l'Ing. Marcheselli

 


 

Costruimmo un poligono per addestrare al tiro i nuovi piloti dell'Aeronautica militare zambiana. Si trovava a circa 20 chilometri dal costruendo aeroporto militare a Mumbwa. Si trattava di disboscare un rettangolo lungo un chilometro, largo circa cinquecento metri. A metà vi era una linea bianca composta da fusti che dava la posizione al pilota per far scattare le mitragliatrici di bordo. La linea longitudinale era anch'essa marcata con fusti pitturati di bianco affinché il pilota potesse tenere il caccia in linea. Quindi vi erano i bersagli costituiti da telai con fogli di tela bianca. Per ultimo, vi era una piccola struttura in acciaio da cui si potevano dare istruzioni ai piloti e si poteva analizzare il risultato del tiro.

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il poligono

 

Quando disboscammo con tre bulldozer caterpillar D8, designammo al controllo dei lavori un caposquadra italiano. Un giorno egli si allontanò di qualche decina di metri dall'area dei lavori per i suoi bisogni e in quel frangente i bulldozer spensero i motori per poter fare colazione. Il caposquadra, di cui non ricordo il nome, non sentendo più il rumore dei motori per orientarsi, prese la via opposta perdendosi nella foresta. Uno dei capisquadra zambiani venne al campo con la land Rover per informarci del fatto. Organizzammo subito una grossa squadra di ricerca. Facemmo una catena umana lunga un paio di chilometri con contatto a vista e cominciammo sistematicamente a setacciare la foresta. Continuammo per due giorni ed infine lo trovammo esausto e sfinito sotto una pianta. Ci raccontò che, non sentendo più i rumori delle macchine, fu preso dal panico e cominciò a correre di qua e di là finché non giunse il buio. Era terrorizzato dai suoni degli animali della foresta e dalle risate delle terribili iene. Si arrampicò su una pianta e vi rimase tutta la notte. Il giorno dopo, non avendo né da mangiare né da bere, cominciò a sentirsi debole e disidratato e non riuscì più a connettere. Così trascorse una seconda notte e finalmente fu risollevato sentendo l'avvicinarsi di gente con i tamburi. Grazie a Dio il dramma si era risolto. Gli fu detto di non andare più a defecare lontano dalla zona dei lavori e di tener sempre gli altri a vista d'occhio.


Nei primi anni passati nella costruzione della strada Fort Jameson - Nyimba, quando stazionavamo nell'area di Petauke, mi si era avvicinato un bellissimo cane bastardo, a cui diedi il nome di 'Springbok'. Mi ero affezionato. Andavamo a correre assieme nella savana e ci divertivamo come pazzi. Era molto affettuoso. Lo tenevo a casa come se fosse un figlio. Una volta però cominciò a star male, vedevo che si trascinava le gambe di dietro. Lo portai dal veterinario che gli diede delle cure avvertendomi però che si trattava degli effetti mortali della puntura della mosca tze tze. Il cane non migliorò ed ululò tutta la notte, non riuscendo a muoversi perché si stavano paralizzando gli arti posteriori. Alla mattina non riuscii più a sopportare quegli ululati, presi la doppietta, gli sparai e lo seppellii vicino alla mia abitazione.

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Springbok

 

Era il terzo cane che avevo avuto nella mia vita. Il primo fu ad Asmara e portava il nome Bill. Un bellissimo pastore tedesco. Fu tirato sotto da una macchina e perse la gamba di dietro, ma riuscì a sopravvivere. Morì di vecchiaia. Poi vi fu un piccolo lupetto, dal nome Fufi, che finì anch'egli sotto una macchina. Perse la gamba davanti e si portò così per alcuni anni. Morì prima che rientrassimo in Italia. Infine, il destino tragico di Springbok. Decisi di non avere più animali da accudire nella mia vita. La mia famiglia prese, anni dopo, un cagnolino chiamato Charlie che visse fino a tarda età e che fu di grande compagnia a mia figlia Louise ed a mia moglie. Le ceneri di Charlie sono deposte nel cimitero vicino a casa.

Due parole sulla mosca tse tse.

Si tratta di una mosca che inietta sotto la pelle un protozoo. Il parassita, un organismo monocellulare, lentamente produce debolezza e spossatezza e poi conduce alla morte, colpendo i centri nervosi del cervello. Soffrono della 'malattia del sonno', come viene normalmente chiamata, e che invece scientificamente è la "Tripanosoma Brucei", circa 500.000 persone con una mortalità di circa 60.000 all'anno.
Il parassita può sopravvivere dentro il flusso sanguigno grazie alla sua forma, come vedete nella foto, con una coda che gli permette di muoversi nuotando.

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Diffusione in Africa - Mosca tse tse - Parassita

 

Quando ci spostavamo da un posto all'altro, e si entrava o si usciva da aree contaminate dalla mosca tse tse, si trovavano dei posti di blocco dove il veicolo veniva ispezionato, le eventuali mosche catturate e messe in una gabbia e poi, con una pompetta a mano, veniva spruzzato all'interno e all'esterno del veicolo, un liquido disinfettante. Oggi la malattia è curabile con l'Eflornithine prodotta dalla Avensis. Naturalmente, come per altri farmaci necessari in Africa per HIV AIDS, il costo del farmaco non è alla portata delle tasche dei malati.


 

Quando realizzavamo l'aeroporto militare di Mumbwa, i Cinesi avviarono una collaborazione con il governo locale per realizzare ed asfaltare la strada che da Lusaka conduceva fino al fiume Kafue. Il loro cantiere passava vicino al nostro, per cui potemmo osservarne la realizzazione. Anzi, una volta prendemmo contatti con loro per poter transitare con i nostri carrelloni che trasportavano i grossissimi serbatoi atti a contenere la benzina Avio per gli aeroplani. Mi recai nel loro cantiere e, non vedendo nessuno, entrai in mensa per ritrovarmi con gli occhi di qualche centinaio di cinesi puntati sui miei; essi avevano in mano le loro bacchette con cui stavano mangiando del riso. Certo non erano i cinesi di oggi super-attrezzati con macchine moderne. Comunque, la strada la fecero. Non so se fece la fine della ferrovia Dar Es Salam Ndola dato che dovette essere in buona parte ricostruita a causa dei cedimenti dei rilevati e delle erosioni causate alle piogge. In quell'epoca i cinesi avevano stretto delle forti relazioni diplomatiche con il presidente Nyerere della Tanzania e collaborarono realizzando numerosi progetti agricoli e poi, appunto, la ferrovia sopramenzionata.
Nel 1965, Ian Smith dichiarò l'indipendenza unilaterale dal Commonwealth. Vi fu l'embargo della Rodesia e Smith bloccò la spedizione di carburante allo Zambia che si trovò senza benzina e gasolio. Fu quindi avviato il ponte stradale con le autobotti Dar Es Salam a Ndola dove si stava costruendo una raffineria. Fu avviata quindi subito la costruzione di un oleodotto da Dar Es Salam a Ndola che fu realizzato in tempi record.

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I lavori della base militare giunsero al termine. L'Ing. Caudano era divenuto capo filiale con la partenza dell'Ing. Marcheselli per l'Italia ed io ero stato nominato direttore del progetto. L'Ing Caudano poi venne trasferito a Taiwan per la realizzazione della diga del Tachien, una diga ad arco cupola alta più di 200 metri sul fiume Tachia, per conto di un Consorzio fra l'Impresa Giuseppe Torno che aveva esperienza nella costruzione di dighe alte, avendo realizzato la diga del Vajont, ed una delle più grandi imprese giapponesi, la Kumagai Gumi.
Vi rinvio al capitolo Lavori dei miei amici per avere notizie su questo progetto.
Presi quindi l'incarico di direttore di filiale trasferendomi nella sede di Lusaka.
Nell'esecuzione dei lavori da me diretti, ho sempre cercato di mettere in pratica i principi etici e morali insegnatimi dalla mia Fede, di cui potete leggere in altre parti del sito web. Non sempre fu facile, ma i principi di giustizia spesso rendevano la vita più facile e giusta. Un esempio pratico fu la gestione del Cantiere del Kali Gandaki, in Nepal, di cui si parlerà più avanti.


Nostra figlia Nicole beve l'acqua contenente il disinfettante Napisan

Ogni tanto ci prendevamo la domenica pomeriggio libera per andare al cinema a Lusaka lasciando Nicole con amici vicino casa. Una volta, poiché tornammo a casa un po' tardi, gli amici, che l'avevano in custodia, pensarono di preparare una bottiglia di latte mescolando il latte in polvere con l'acqua che era dentro i poppatoi. Solo che nei poppatoi vi era una miscela di acqua e Napisan che serviva per disinfettare le bottiglie. Arrivati a casa, la stavano appunto nutrendo. Jannette continuò lei l'operazione ma si rese conto che il latte aveva uno strano odore. Verificando come avevano preparato il latte, si rese conto che avevano usato l'acqua con il disinfettante. Caricata subito la bimba in macchina, la portammo di corsa a Lusaka, distante oltre 100 chilometri e, tramite il medico militare italiano della base di Lusaka, la facemmo ricoverare. Le diedero subito dei farmaci, ma grazie a Dio non successe nulla perché il disinfettante non era pericoloso. Rimase in ospedale due giorni per essere tenuta sotto controllo.


 

 

Fu un'esperienza interessante perché toccava temi amministrativi, oltre che tecnici. Avevamo una bella residenza sui margini della città che avevamo costruito. Conoscemmo molti italiani che abitavano a Lusaka, fra cui Ciccio De Leo e la moglie Mariolina che venivano da Asmara, dove ero nato io. Feci molti viaggi in diverse parti dello Zambia. In quel periodo facemmo numerose offerte senza successo, fra le quali l'esecuzione di pozzi di grande diametro per l'Agip Nucleare al Nord del Paese per la ricerca di uranio che sembrava essere presente proprio in quella zona. Nel frattempo, mi fu richiesto dalla Sede di Milano di revisionare tutto il macchinario e imballare tutta l'attrezzatura minuta, ricambi, attrezzature e quant'altro perché era in corso un negoziato con il governo del Sudan per la costruzione di una strada fra Port Sudan e Haya. 
Ricordo che firmai un assegno per pagare il fisco sui profitti della società per l'importo di 1,5 milioni di Kwacha, circa un miliardo e mezzo di lire. Fu il più grande assegno mai firmato in vita mia.


 

In quel periodo era stata vinta dall'Impresa Giuseppe Torno la costruzione della prima fase della Centrale Idroelettrica sul fiume Cunene. L'Ing. Marcheselli passò Responsabile del progetto con sede a Windhoek e l'Ing. Moggioli divenne il Direttore di Cantiere. Ha scritto un bellissimo racconto sulla sua esperienza in Namibia che trovate nell'area del sito dedicata ai lavori.
Molti dei colleghi di lavoro con cui avevamo collaborato per otto anni in Zambia furono dirottati su quel cantiere.

Mentre i lavori procedevano ed era in corso la costruzione delle infrastrutture, ci fu l'occasione di andare a Johannesburg, in Sud Africa, assieme all'Ing. Marcheselli, a studiare, in collaborazione con l'ufficio offerte di Milano, l'offerta per la costruzione delle fasi di completamento della centrale in caverna che faceva parte di un altro contratto studiato e messo in gara dalla Svizzera Aluswisse per conto della Swawek, l'Ente che aveva già affidato alla Impresa Giuseppe Torno la prima fase dei lavori.

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Partimmo con le famiglie. Mia moglie attendeva la nascita della prima bambina. Volammo da Lusaka a Salisbury con un piccolo aereo monoposto, appositamente noleggiato, e poi con un volo di linea raggiungemmo Johannesburg. Prendemmo alloggio all'Hotel President, un grattacielo nel centro della città. Poi affittammo un'intera suite e ci attrezzammo un ufficio con calcolatrici, tavoli da disegno e quant'altro necessitasse per studiare l'offerta. Rimanemmo a Johannesburg due mesi e pranzavamo e cenavamo in un ristorante italiano vicino all'albergo. Lavorammo sodo. Mia moglie si faceva le sue passeggiate nella scoperta della città e qualche sera andavamo al cinema. Ricordo che andammo a vedere il film Il Padrino che era appena uscito. La città era bellissima. Naturalmente, era ben visibile il risultato dell'Apartheid. Vi erano gli autobus per i bianchi e per i neri, le toilette per i bianchi e per i neri, i negozi per i bianchi e quelli per i neri. Mi veniva il mal di stomaco a pensare come una popolazione tre volte quella dei bianchi ne fosse invece assoggettata. Fu un'occasione per leggere e conoscere come tutto ciò fosse nato. Scoprii dell'invasione bianca, i conflitti con le tribù residenti, la divisione fra bianchi e neri con il confine del fiume Limpopo. Scoprimmo che però alcuni bianchi avevano rapporti sessuali con le donne di colore, dato che vi era in giro una gran quantità di meticci. Scoprimmo che vi era un gran numero di residenti di origine indiana. Scoprimmo le battaglie fatte da Ghandi proprio in Sud Africa, dove lui operava come avvocato. Notammo che comunque i neri erano ben vestiti, erano molto educati, nelle banche e nei servizi pubblici erano molto bravi ed efficienti. Avevano i loro ospedali e le loro scuole ed università. Andammo a visitare dall'esterno la città ghetto di Soweto, donde la mattina giungevano i treni carichi dei neri che venivano a lavorare in città. Venimmo a conoscenza dell'esistenza del movimento di liberazione, l'ANC, African National Congress, fondato da Nelson Mandela, Oliver Tambo e Walter Sisulu, i quali gestivano un ufficio di avvocati che nel 1952 cominciarono ad avviare una resistenza passiva. Venimmo a sapere che Mandela era stato arrestato nel 1964, condannato al carcere a vita e tenuto prigioniero nel penitenziario di Robin Island. Potemmo vedere con i nostri occhi le grandi contraddizioni di questo sistema di potere. La storia di questo paese è comunque macchiata da episodi di violenza contro una popolazione che cercava di far valere i propri diritti.
La contraddizione più evidente era che i Giapponesi erano considerati bianchi ad onorem.
Proprio in quel periodo, nel 1973, l'Assemblea Generale delle Nazioni Unite ed il Consiglio di Sicurezza dichiarò l'Apartheid "Crimine contro l'umanità". Nel 1977 fu imposto un embargo contro il Sud Africa. I Francesi però lo violarono fornendo a quel Paese i Mirage F1 e costruendo la centrale atomica a nord di Cape Town.
Nel mondo non vige più la giustizia ma gli affari.
Sempre a causa delle leggi razziali, non ho potuto visitare gli amici baha'i di colore. La loro azione pacifica contro l'apartheid contribuì però al cambiamento. Essi contribuirono anni dopo a compilare la Carta nuova costituzionale di quel Paese.
Vi rimando al capitolo dei Paesi visitati per conoscere meglio la storia del Sud Africa.

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La città di Johannesburg era impressionante e dalla finestra dell'albergo si potevano vedere i giganteschi cumuli di terra giallognola costituita dagli scarti degli scavi delle decine di miniere d'oro che si trovavano in città. Andammo quindi a visitare una miniera scendendo profondamente nel sottosuolo con ascensori. Una guida ci illustrava come esse venivano scavate e chi vi lavorava. I bianchi lavoravano a contatto con gli operai di colore, i quali giungevano da molte nazioni adiacenti al Sud Africa ed erano alloggiati in campi appositamente allestiti per loro. La domenica avevano i loro svaghi con gruppi di danzatori e musicisti che poi tenevano anche spettacoli per i turisti con danze tipiche delle varie tribù presenti in Sud Africa, quali gli Zulu, gli Hosa ed altri. Ci fecero poi vedere il processo di estrazione dell'oro. Il grosso dei benefici andava alle Compagnie sudafricane gestite dai bianchi a spese della gente di colore.

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Gruppi di danza tradizionali.
Quella a Sinistra sono i Gun Boots ed a destra guerrieri zulu

 

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Una bellissima fontana nel centro di Johannesburg

 

Durante qualche sosta dal lavoro facemmo qualche viaggio ed andammo a visitare la città portuale di Durban che aveva un porto magnifico con almeno ottanta navi parcheggiate lungo le banchine. Facemmo un giro in barca per renderci conto della sua grandezza.

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Poi andammo con un'agenzia turistica a fare un giro all'interno visitando le prime pendici del Drakensberg, da cui parte il fiume Orange che attraversa tutto il Sud Africa, il deserto del Kalahari, e si scarica nell'Oceano Atlantico portando il suo carico di diamanti. I paesaggi erano magnifici. Simultaneamente potemmo conoscere l'esistenza delle numerose tribù della zona e la loro storia.

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La costa del Sud Africa che va da Durban a Cape Town è chiamata la Flower Coast (La costa dei fiori) per la sua bellezza.

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Scoprimmo poi la storia dei combattimenti fra gli abitanti di origine inglese e quelli di origine boera. L'Inghilterra ad un certo momento aveva circa 500.000 soldati che cercavano di controllare la protesta armata dei Boeri. Scoprimmo che i Boeri parlavano Africaans, un particolare forma della lingua olandese, che erano al nord nel Transvaal e quelli di origine inglese nell'area di Cape Town.
Quando mangiavamo nel ristorante vicino all'albergo, ogni tanto succedevano cose curiose. L'Ing. Marcheselli, ad esempio, si faceva portare, alla fine del pranzo, la cosiddetta sambuca con un chicco di caffè. Faceva finta di catturare una mosca e di gettarla nel bicchierino. Poi offriva il bicchierino ai vicini di tavola, sudafricani inorriditi fino a che scoprivano che la mosca era in effetti un chicco di caffè, crepando dal ridere.
Come ho detto, rimanemmo a Johannesburg quasi due mesi. Presentammo la gara che vincemmo.

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Visita all'acquario di Durban e
Tartarughe giganti e squali

 

Siamo poi rientrati in Zambia dove mia moglie diede i natali a Nicole e dove, poco dopo, iniziammo la smobilitazione.

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Con l'Ing. Marcheselli facemmo anche lo studio dell'offerta per la realizzazione della Diga Itezhi Tezhi sul fiume Kafue. Era stata studiata e progettata da uno studio svedese. Siccome l'area dei lavori non era molto lontana dall'aeroporto che stavamo costruendo, spesso andavo a vedere come andavano le indagini per rendermi conto delle difficoltà del lavoro. 
Finalmente venne lanciata la gara di appalto cui partecipammo. Era una diga in Rockfill, di diversi milioni di metri cubi, con due grosse gallerie di deviazione ed uno sfioratore massiccio. Conoscevamo bene i costi perché lavoravamo in Zambia da diversi anni e la nostra organizzazione era divenuta assai efficiente, per cui puntammo a vincere il lavoro. Parteciparono alla gara numerose imprese internazionali fra cui l'Impresit, gli Yugoslava della EnergoProject che stavano costruendo Kafue 1, una grossa impresa greca ed altre. Il giorno della visita ufficiale per la presentazione del progetto, mi recai in macchina fino a Itezhi Tezhi con l'Ing. Marcheselli. Verso metà percorso, notammo una macchina dall'altro lato della strada in terra battuta che si era ribaltata. Ci fermammo per vedere cosa fosse successo e se potevamo portare aiuto. In effetti, vi era un passeggero riverso con la testa in giù. Ci rendemmo conto che era morto. Non potemmo fare altro che proseguire per la nostra destinazione ed appena arrivati informammo la direzione lavori svedese che avvertì la polizia.

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Panoramica della Diga di Itezhi tezhi in costruzione

 

Dopo la visita, lavorammo un paio di mesi a formulare l'offerta. La giornata dell'apertura fu di grande emozione. Era la prima volta che partecipavo all'apertura pubblica dell'offerta di una gara internazionale. Vennero aperte, una dopo l'altra, le varie buste che ne contenevano, a loro volta, più di una. Vennero prima aperte quelle amministrative per vedere se i documenti allegati erano completi e corretti. Ad esempio, veniva verificata se era stata inserita la garanzia di offerta che impediva a chiunque di ritirarsi senza subire un danno economico; appunto la garanzia che era del 15% dell'importo dei lavori. Se vi era il programma lavori ecc. ecc. Poi venivano aperte una alla volta le offerte economiche con gli importi offerti. Naturalmente, si riservavano poi di riesaminare tutto successivamente per vederne la congruità con quanto chiesto. Venne aperta per prima l'offerta dell'impresa slava che stava già costruendo un impianto a valle. Pensavamo quindi che fosse la favorita. L'importo era di 64 milioni di Kwacha. Mi si congelò il sangue perché io conoscevo il nostro importo che era molto più basso e quindi pensai che avevamo sbagliato tutta l'offerta. Poi aprirono l'offerta greca che era poco più bassa e poi quella di un'altra impresa slava che non si distaccava molto dalle altre. Poi aprirono la nostra: 40 milioni di Kwacha. Ero certo che avevamo vinto anche se con un ribasso, rispetto agli altri, impressionante. Ma non fu così. Aprirono l'ultima offerta, quella dell'Impresit di Milano: 39,5 milioni di Kwacha. Avevano vinto questa. 
Ebbi l'occasione, come detto innanzi, di visitare quel cantiere. S'incontrarono molte difficoltà con lo scavo diga che si liquefaceva e si fu costretti a dividerlo a pezzi con l'uso di palancole in ferro. Ebbero però poi la fortuna di trovare una sorgente in pressione sul lato destro che mise in pressione la diga e costrinse i progettisti a realizzare una struttura a valle della diga per zavorrarla di diversi milioni di mc. Credo che questo salvò economicamente l'Impresa. L'offerta fatta da noi, alla luce di quello che fu poi l'andamento dei lavori, era eccessivamente tirata all'osso.

La domenica andavamo con il nostro maggiolino a passare la giornata in un bellissimo giardino distante da Lusaka una decina di chilometri. Il parco era bellissimo, attraversato da un corso d'acqua e bellissimi ponticelli di legno arcuati. Vi erano degli splendidi uccelli, fra cui dei meravigliosi pavoni. Ci portavamo dietro la colazione per il pic nic. Una volta vennero a visitarci i coniugi Passarani, provenienti da Itezhi Tezhi, e vi rimanemmo tutta la giornata.

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Giardino Botanico Munda Wanga con la famiglia Passarani 
ed un bellissimo Pavone

 

Smobilitazione - 1974

Dopo sette anni in Zambia, iniziammo a smobilitare. Il Perito industriale Marchetti, che era stato capo officina per due anni, fu incaricato di preparare la spedizione. L'idea era quella di far giungere tutto il materiale a Beira in Mozambico, noleggiare una nave e sbarcare tutto a Port Sudan. In cantiere tutto fu smontato ed imballato e iniziò il trasporto con una colonna impressionante di mezzi. Quelli gommati con i propri mezzi, quelli cingolati su carrelloni, gli autocarri erano stati caricati di casse contenenti di tutto. Gli autocarri officina seguivano la colonna fino al terminale ferroviario in Malawi, dove il tutto venne sistemato su treno e spedito al Porto di Beira. Nel complesso l'operazione ebbe successo. A Beira era stata predisposta una grande area nel porto dove il materiale era stato tutto ordinatamente accumulato. Si aspettava solamente l'ordine di spedizione.
Non tutto però andò a buon fine. Come vi racconterò successivamente, l'operazione Sudan ci fu soffiata sotto il naso dai tedeschi che avevano effettuato un finanziamento ad un tasso inferiore a quello che poteva permettersi l'Italia ed il lavoro venne affidato a loro.

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Fu quindi data disposizione di spedire tutto in Italia per poter predisporre cantieri. Credo che il materiale fosse rimasto al Porto di Beira per un periodo troppo lungo, per cui la ruggine fece molte vittime ed il macchinario, una volta in Italia, dovette subire una profonda revisione.
Fu chiuso e venduto l'ufficio di Lusaka, riacquistato, credo, anni dopo dalla Cogefar che aveva acquisito la costruzione della strada Ndola - Kitwe e che poi acquisì anche il contratto per la riasfaltatura della Great East Road, da noi completata molti anni prima. Fu venduto anche il residence dove avevamo alloggiato per un paio d'anni. Mia figlia Nicole era cresciuta ed era...

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Smobilitazione - Spostamento dei mezzi e materiali da 
Mumbwa al porto di Beira in Mozambico

 

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Mbewe e la sua famiglia con Nicole

...divenuta una bella bambina riccioluta. Trovai lavoro presso l'Hotel Ridgeway per Mbewe, il ragazzo che ci aveva accudito a casa ed era divenuto anche il baby sitter della figlia e trovai anche lavoro per la mia segretaria Olivia che ci aveva servito con grande amore ed affetto per anni. Lidia Galitzin si sposò con un ingegnere dell'Agip. La reincontrammo in Italia molti anni dopo.