Paesi dove ho lavorato - Nepal - Attrito con i Nepalesi

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Quando arrivai in cantiere si sentiva sulla pelle che vi era attrito fra gli stranieri ed i Nepalesi. I nepalesi erano molto indisciplinati e facevano un pò quello che volevano non essendo abituati a questo tipo di lavoro. Gli espatriati tendevano a trattarli male con deleteri effetti sull’avanzamento dei lavori. Allora organizzai un gruppo misto con l’incarico di scrivere un codice di comportamento che tutti avrebbero siglato e che sarebbe stato il regolamento del lavoro. In questo modo le cose cominciarono a migliorare anche se non si raggiunse la perfezione.
Una volta a seguito di un incidente in cui morì un operaio si scatenò una rivolta da parte di alcuni facinorosi con l’assalto agli uffici ed abitazioni con la fuga su una collina del personale espatriato.
Vi fu poi uno sciopero generale con l’assedio del campo per difendere un impiegato che era stato giustamente licenziato sempre in accordo al codice di comportamento. Da quel momento furono stazionate in cantiere alcune pattuglie di militari e da quel momento non vi furono più incidenti.
In cantiere avevamo 3300 nepalesi e oltre 200 espatriati. Fra le varie azioni messe in campo ci fu il ricondizionamento del campo della manovalanza Nepalese, corsi per le donne e per gli insegnanti, la costruzione in collaborazione con i villaggi di scuole e librerie, borse di studio e premi per i migliori studenti dei villaggi circostanti in particolare le donne. Facemmo stampare 10,000 quaderni contenenti frasi relative al comportamento ed educazione, una copertina con foto dei lavori e il logo dell’Impregilo, che furono distribuiti nei villaggi così come furono distribuiti agli insegnanti delle scuole molti libri sul tema dell’educazione.
Una volta feci venire una signora da Varanasi in India, una mia amica che rimase in cantiere dieci giorni e fece dei seminari a insegnanti e donne sul tema dell’educazione e dei valori etici. Fu un successo. Mi chiesero più volte di farla tornare. La signora venne senza addebitarci alcun costo. La cosa che mi impegnò molto fu quella di andare a parlare sistematicamente nei villaggi del tema della vendita ai bordelli di Mumbay e di Calcutta in India di ragazze fra i 10 e i 13 anni. Ne erano state vendute oltre trecentomila che poi ritornavano a casa devastate ed infettate di malattie. Cercai di spiegare a quelle popolazioni che sicuramente quello che facevano era contrario ai valori etici dell’induismo, la loro religione e che occorreva fermare questa vergogna. Mandai anche diversi Direttori di quotidiani e settimanali un documento testimoniale di una delle ragazze che era sopravvissuta a questi traffici e le relative drammatiche statistiche, ma nessuno pubblicò nulla. Neanche mi risposero.
Al personale espatriato mandavo delle lettere in cui spiegavo che eravamo qui per educare questa gente in modo che in futuro fosse possibile avere meno espatriati e non eravamo qui per una forma di neocolonialismo. Inizialmente non piacque loro, ma poi visti i risultati si convinsero che quello era il miglior modo di procedere che dava migliori risultati. Una volta mandai loro anche un breve saggio sull’induismo così da conoscerne la storia e le abitudini Quando vi era un decesso per incidente, facevo pagare all’azienda tutte le spese dei funerali e cremazione, sospendevo i lavori per una giornata in segno di lutto e di rispetto, assumevo qualcun altro della famiglia e davo alla famiglia un piccolo capitale che permetteva loro di poter continuare a vivere dignitosamente.

Le donne nepalesi sono delle donne straordinarie che lavorano dall’alba al tramonto incessantemente. Le vedi salire questi dirupi per raggiungere i campi di riso e le loro abitazioni con dei fardelli sulla schiena tenute da una fascia posta sulla fronte. La loro vita media è molto corta e dopo pochi anni della trascorsa gioventù sono vecchie e rugose, ma hanno sempre un gran cuore e generosità.
La loro sopravvivenza è comunque molto dura. Portare le bufale ad arare i campi dove si pianta il riso, la mungitura delle bufale, dar loro da mangiare, piantare le piantine di riso, tenere le aree libere dalle erbacce infestanti, dare una mano nella raccolta del riso, la separazione della pula, l’immagazzinamento del riso in sacchi, il suo trasporto ai mercati, il trasporto della legna per cucinare, il trasporto sulle spalle dei loro piccoli, cucinare per la famiglia andare sempre a piedi su questi sentieri di montagna. E gli uomini che facevano? Be! Facevano anche loro qualcosa ma molto meno delle donne.

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