Paesi dove ho lavorato - Nepal

GUARDA IL VIDEO DELLA COSTRUZIONE DELLA DIGA DEL KALI GANDAKY - NEPAL

 

Impianto idroelettrico Kali Gandaki "A"

L’Impregilo, la più grande impresa Italiana e all’epoca la prima azienda al mondo nel campo della costruzione degli impianti idroelettrici mi stava cercando da un anno per potermi utilizzare nella costruzione di un grande impianto Idrolettrico in Nepal, l’Impianto del “Kali Gandaki A”. Mi incontrai prima a Miami con il loro Direttore del personale Rag. Guerra, poi a Milano con L’Ing. Zaffaroni responsabile per l’Asia e con l’Ing. Massimo Malvagna, capo area per il Nepal. In cantiere vi era l’Ing.Vassallo un grande direttore proveniente dall’Impresa Recchi di Torino che doveva perà rientrare per motivi personali.
Mi fu illustrato il progetto ed esposti i problemi che erano sorti. Furono sentiti i miei commenti su tutti i vari aspetti esaminati, compreso il programma dei lavori, e visto il mio curriculum, ci mettemmo d’accordo e partii come direttore di cantiere di questa gigantesca opera.
L’impianto idroelettrico del Kali Gandaki II era composto da numerose opere: Diga di regolazione del fiume a monte con un bacino di circa 4 chilometri, dissabbiatore lungo circa 200 metri largo 70 e alto 27, opere di regolazione entrata e di uscita dal dissabbiatore con relative paratoie di scarico dei solidi portati dal fiume, sifone di collegamento con la galleria di adduzione, galleria di adduzione lunga 6 chilometri del diametro di circa 9 metri, centrale all’aperto separata dal fiume con un cofferdam di RCC e varie opere minori, diversi milioni di metri cubi da scavare.

Repubblica Parlamentare del NEPAL
Impianto Idroelettrico KALI GANDAKI II –
Fiume Kali Gandaki (Fiume nero)
Impanto distante circa 100 Km Dalla città di Pokhara
Ente Finanziatore – Banca Asiatica di Sviluppo
Cliente – NEA – Nepal Electricity Authority
Impresa Appaltatrice: – Impregilo S.p.a. – Milano
Importo lavori civili: – 180 mil $
Lavori iniziati nel 1997 – Completati nel 2001
Forza Lavoro –
Espatriati di 12 nazionalità – n° 80
Nepalesi - n° 3200

Arrivai a Kathmandù la capitale del Nepal a 1350 metri sul livello del mare con circa 1 milione di abitanti e mi accompagnarono agli uffici dove trovai l’Ing. Malvagna che mi aspettava. Prendemmo un volo di linea nel pomeriggio con un Twin Otter Canadese da 20 posti, quel tipo di aereo che atterra anche in piste semi-preparate e in mezz’ora circa arrivammo a Pockhara, la seconda più grande citta’ del Nepal dove c’e’ un grandissimo lago vicino al massiccio del Machapuchere, una cima da 8000 metri del complesso dell’Himalaya considerata dai Nepalesi montagna sacra che fa parte del complesso dell’Annapurna. Il tempo era bello e la vista della montagna a forma di piramide sembra con tre lati, faceva impressione.
Ci attendeva un fuoristrada con l’autista col quale percorremmo in circa 4 ore i 100 chilometri fino al cantiere. La strada era molto stretta con molte frane e molto tortuosa. Il cantiere si trovava ad una quota di circa 500 metri sopra il livello del mare, molto caldo e molto umido. Era una vallata stretta, molto bella, molto verde. Il nome del fiume “Kali Gandaki” in Nepalese significa “Fiume nero” perchè alla fine della stagione delle piogge quando i ghiacci dell’Himalaya cominciano a sciogliersi, l’acqua arriva giù nera. La portata del fiume in magra era di circa 50 mc al secondo mentre durante il periodo di piena è arrivata a 5000. La stagione delle piogge monsoniche andava da maggio a Novembre con una precipitazione in quel periodo di circa 6 metri di altezza.
Presi alloggio in una bella abitazione prefabbricata nella parte alta del campo. Una doccia e poi subito in ufficio a prendere conoscenza con il personale e con la situazione dei lavori. Dopo un giro del cantiere a mensa per il pranzo. In mensa rimasi colpito dal fatto che era stato separato il personale italiano dalle altre 12 nazionalita’ che lavoravano in cantiere. Questo mi turbava perchè era sicuramente causa di attriti, cosa che presto scoprii essere una delle ragioni per la quale il cantiere andava così cos’ì. Con l’accordo dell’Ing. Zaffaroni modificai la mensa in modo che tutti potevano stare nel medesimo locale, aumentai i banchi caldi facendo venire via aerea le necessarie attrezzature in modo che si potevano cucinare piu’ specialità coprendo più etnie possibili fra cui Italiani, Nepalesi, Indiani, Pakistani, Cinesi, Paraguaggi, Turchi ecc.
In due settimane presi le consegne da Vassallo e la direzione diretta cantiere. Occorreva fare un sforzo enorme perchè da Maggio, mese del mio arrivo, a Novembre occorreva fare circa 650,000 mc. di scavo nell’area del dissabbiatore per poter deviare il fiume a Novembre quando le acque sarebbero scese realizzando anche due avandighe monte e valle nell’area della futura diga e deviare il fiume dentro il dissabbiatore completato parzialmente.
Il dramma fu che la scarpata della parte sinistra al di sopra del dissabbiatore che soggiaceva uno scavo di 1.2 miloni di mc. aveva cominciato a franare ed i lavori furono sospesi. Si decise quindi di lasciare una parte di dissabbiatore sul posto (Circa un terzo) per fare da piede alla zona instabile e deviare il fiume in un area più ristretta in attesa che i progettisti decidessero cosa fare. Stabilito questo, fu deciso di procedere a tutta birra per completare gli scavi per il 15 Novembre, preparare la costruzione dei cofferdam e deviare il fiume. Era sorto nel frattempo un enorme dubbio circa le caratteristiche della parte del fiume su cui si sarebbe poggiata l’avandiga di monte. Il materiale dimostrò di essere molto permeabile per cui, fatto il cofferdam c’era il rischio di un sifonamento e quindi il rischio di perdere il cofferdam. Pertanto, fu deciso di far venire dal Pakistan dove si trovavano due macchine e relative attrezzature per la esecuzione di pali jet di grande diametro a 500 bar di pressione con cui costruire una cortina impermeabile sull’asse del cofferdam. Le macchine poi venero buone perchè si dovette ricostruire tutta la fondazione di un opera dove non si trovò la roccia prevista su cui appoggiare la nuova opera, ma solo alluvioni.
A Novembre deviammo il fiume con grande difficoltà. Avevamo cominciato a strozzare il fiume sui due lati, ma man mano che stringevamo, l’acqua si alzava e siccome la soglia di sfioro del dissabbiatore ove sarebbe passata l’acqua del fiume, era particolarmente alta, non si riusciva a far salire l’acqua abbastanza perchè cominciasse a fluire nel canale di deviazione. La conseguenza di ciò fu che l’acqua che attraversava il cofferdam nella parte sempre più stretta e con il livello sempre più alto, prendeva sempre maggior velocità ed i blocchi di roccia predisposti per chiudere il varco che pesavano fino a 5 tonnellate, venivano spazzati via come delle pagliuzze.
In serata decidemmo di sospendere l’operazione e preparare del materiale idoneo. Costruimmo con delle putrelle di acciaio una struttura spaziale da calare nella corrente così che arrivando al piede della cascata si sarebbe piantata facendo poi da appoggio per la struttura che avemmo posizionato successivamente. Preparammo una serie di cluster, blocchi di roccia molto grossi, forati al centro e collegati assieme con dei cavi di acciaio. La mattina dopo calammo il traliccio nella corrente dell’acqua che attraversava la chiusura che si piantò bene sul fondo e subito dopo abbiamo posato i cluster che si sono incastrati nel traliccio e nella roccia posata precedentemente chiudendo abbastanza bene il varco permettendoci di posare altri blocchi a monte che non scappavano più nella corrente e poi, con materiale sempre più fino si e’ chiuso a monte l’acqua. Infine, si e’ proceduto ad allargare il cofferdam o avandiga di monte, con roccia sempre più piccola, seguita con ghiaia e con sabbia e infine con argilla chiudendo definitivamente il varco. Tutti questi materiali erano già stati predisposti in aree vicino al cofferdam. La chiusura di valle fu più facile perchè non essendovi corrente, ma solo il riflusso dell’acqua deviata che passava dentro il dissabbiatore. Una volta chiusa l’area della diga a monte ed a valle si sono potute posare delle grossissime pompe elettriche Flyght e svuotato il bacino.
Prima della operazione di deviazione vi fu una cerimonia propiziatoria sulla sponda del fiume da parte dei bramini, sacerdoti induisti che mi misero al collo una corona di fiori e dopo la deviazione una bella riunione ufficiale con gli addetti ai lavori e le autorità ed i soliti discorsi di rito.
Fu una bella esperienza ed io parlai del lavoro di addestramento del personale Nepalese, delle loro buone qualità e del loro contributo al successo dell’operazione. Le TV nazionali trasmisero dei filmati sia della deviazione che della cerimonia.
Poi, fra il Novembre ed il mese Maggio dell’anno dopo, abbiamo realizzato tutti gli scavi diga, circa 450,000 mc, il consolidamento del fondo e 70,000 mc.di calcestruzzo della diga vera e propria fino alla quota necessaria per tenere stare più alti dei livelli delle piene dell’anno successivo e poter proseguire verso l’alto con il completamento dell’opera.
Nel frattempo vennero i geotecnici ad esaminare lo scavo che stava collassando e fu deciso con la direzione lavori di abbassare l’angolo di scavo che costrinse ad uno scavo addizionale di 1.8 milioni di mc.
Sul fronte della galleria che inizialmente procedeva ad un ritmo di pochi centimetri al giorno causa delle terribili condizioni della roccia che andava scavata, una phillite molto fragile a scaglie, del metodo austriaco di avanzamento e del sistema di scavo con una fresa puntuale Paurat. Il sistema fu modificato con perforazione e sparo, di volate corte (1.2 metri), betoncino lanciato a grande quantità subito dopo le volate per stabilizzare il fronte e i lati, la posa di una centina HEB 200 al metro, successivo bloccaggio con calcestruzzo a spruzzo e poi alla fine chiodi radiali di consolidamento del cavo.
Il tutto fu concordato con il Sig. Lindsay statunitense ex Presidente della stessa società di consulenze che controllavano i lavori, la Morrison Knudsen e con il compianto Sig. Cook un consulente specialista per la costruzione di questo tipo di gallerie. La produzione raggiunse i 6 metri al giorno per fronte e la galleria fu scavata in un paio di anni. Iniziarono poi anche i rivestimenti.
Quando deviammo il fiume in programma a maggio ci colse una piena alle 8 di sera di 5000 mc.al secondo lo stesso giorno della deviazione che si portò via l’avandiga di monte di circa 100,000 mc. in pochi minuti, e strappò via tutti i casseri predisposti per gli ultimi getti delle pile che riuscimmo poi a riprendere e a portare in quota per finire la diga stessa in programma.
A valle della diga dove avevamo accumulato circa 2.5 milioni di mc. di roccia provenienti dagli scavi, scoprimmo la mattina successiva alla piena, che l’acqua si era portata via tutto. Il materiale grosso era però in parte depositato sul fondo fiume alzandolo leggermente provocandoci un rigurgito a monte costringendoci ad ordinare in Italia via aerea i martinetti idraulici e l’attrezzatura necessaria per alzare il ponte di 1,5 metri, cosa che facemmo rapidamente per evitare che un'altra piena ci portasse via anche il ponte. A valle la costruzione della centrale era iniziata così come lo scavo del pozzo piezometrico che collassò a causa degli scarsi supporti da noi più volte denunciati al cliente.
La direzione dell’Impregilo, l’Ing. Zaffaroni Ing. Massimo Malvagna, furono molto contenti del primo anno di lavori e furono anche economicamente riconoscenti con tutto il personale. Il cantiere era anche stato filtrato del personale inadeguato e rinforzato con altro molto bravo. Oltre al Geom. Ceccato che era in cantiere dall’inizio e che aveva fatto un ottimo lavoro, furono inseriti assistenti quali Reato ai movimenti terra, e il Geom. Luciano Reguzzo all’ufficio contratti con la moglie all’ufficio contabilità lavori. Furono anche rinforzati l’ufficio programmazione e amministrazione e l’ufficio logistica ed acquisti di Kathmandù. All’ufficio tecnico arrivò l’Ing. Alberto Albertoni.


 

Quando arrivai in cantiere si sentiva sulla pelle che vi era attrito fra gli stranieri ed i Nepalesi. I nepalesi erano molto indisciplinati e facevano un pò quello che volevano non essendo abituati a questo tipo di lavoro. Gli espatriati tendevano a trattarli male con deleteri effetti sull’avanzamento dei lavori. Allora organizzai un gruppo misto con l’incarico di scrivere un codice di comportamento che tutti avrebbero siglato e che sarebbe stato il regolamento del lavoro. In questo modo le cose cominciarono a migliorare anche se non si raggiunse la perfezione.
Una volta a seguito di un incidente in cui morì un operaio si scatenò una rivolta da parte di alcuni facinorosi con l’assalto agli uffici ed abitazioni con la fuga su una collina del personale espatriato.
Vi fu poi uno sciopero generale con l’assedio del campo per difendere un impiegato che era stato giustamente licenziato sempre in accordo al codice di comportamento. Da quel momento furono stazionate in cantiere alcune pattuglie di militari e da quel momento non vi furono più incidenti.
In cantiere avevamo 3300 nepalesi e oltre 200 espatriati. Fra le varie azioni messe in campo ci fu il ricondizionamento del campo della manovalanza Nepalese, corsi per le donne e per gli insegnanti, la costruzione in collaborazione con i villaggi di scuole e librerie, borse di studio e premi per i migliori studenti dei villaggi circostanti in particolare le donne. Facemmo stampare 10,000 quaderni contenenti frasi relative al comportamento ed educazione, una copertina con foto dei lavori e il logo dell’Impregilo, che furono distribuiti nei villaggi così come furono distribuiti agli insegnanti delle scuole molti libri sul tema dell’educazione.
Una volta feci venire una signora da Varanasi in India, una mia amica che rimase in cantiere dieci giorni e fece dei seminari a insegnanti e donne sul tema dell’educazione e dei valori etici. Fu un successo. Mi chiesero più volte di farla tornare. La signora venne senza addebitarci alcun costo. La cosa che mi impegnò molto fu quella di andare a parlare sistematicamente nei villaggi del tema della vendita ai bordelli di Mumbay e di Calcutta in India di ragazze fra i 10 e i 13 anni. Ne erano state vendute oltre trecentomila che poi ritornavano a casa devastate ed infettate di malattie. Cercai di spiegare a quelle popolazioni che sicuramente quello che facevano era contrario ai valori etici dell’induismo, la loro religione e che occorreva fermare questa vergogna. Mandai anche diversi Direttori di quotidiani e settimanali un documento testimoniale di una delle ragazze che era sopravvissuta a questi traffici e le relative drammatiche statistiche, ma nessuno pubblicò nulla. Neanche mi risposero.
Al personale espatriato mandavo delle lettere in cui spiegavo che eravamo qui per educare questa gente in modo che in futuro fosse possibile avere meno espatriati e non eravamo qui per una forma di neocolonialismo. Inizialmente non piacque loro, ma poi visti i risultati si convinsero che quello era il miglior modo di procedere che dava migliori risultati. Una volta mandai loro anche un breve saggio sull’induismo così da conoscerne la storia e le abitudini Quando vi era un decesso per incidente, facevo pagare all’azienda tutte le spese dei funerali e cremazione, sospendevo i lavori per una giornata in segno di lutto e di rispetto, assumevo qualcun altro della famiglia e davo alla famiglia un piccolo capitale che permetteva loro di poter continuare a vivere dignitosamente.

Le donne nepalesi sono delle donne straordinarie che lavorano dall’alba al tramonto incessantemente. Le vedi salire questi dirupi per raggiungere i campi di riso e le loro abitazioni con dei fardelli sulla schiena tenute da una fascia posta sulla fronte. La loro vita media è molto corta e dopo pochi anni della trascorsa gioventù sono vecchie e rugose, ma hanno sempre un gran cuore e generosità.
La loro sopravvivenza è comunque molto dura. Portare le bufale ad arare i campi dove si pianta il riso, la mungitura delle bufale, dar loro da mangiare, piantare le piantine di riso, tenere le aree libere dalle erbacce infestanti, dare una mano nella raccolta del riso, la separazione della pula, l’immagazzinamento del riso in sacchi, il suo trasporto ai mercati, il trasporto della legna per cucinare, il trasporto sulle spalle dei loro piccoli, cucinare per la famiglia andare sempre a piedi su questi sentieri di montagna. E gli uomini che facevano? Be! Facevano anche loro qualcosa ma molto meno delle donne.



Volare con l’elicottero permette di vedere i terrazzamenti scavati a mano che arrivano fino a 4000 metri dove viene coltivato riso e anche mais. L’aspetto di queste terrazze è terrificante. Tutte scavate a mano e mantenute a mano.



In Nepal, quando una persona muore è abitudine cremarne il corpo. Nel caso del nostro cantiere vi era un ansa sulla sponda destra del fiume con un piccolo promontorio. Il corpo della persona deceduta veniva posta su un letto di fronde e rami e tutti gli intervenuti alla cerimonia, portavano a loro volta dei pezzi di legno che venivano accatastati sotto la salma. Veniva poi dato fuoco alla pila e quando il fuoco aveva ridotto il corpo in ceneri, e dopo che si erano raffreddate venivano gettate dentro le acque del fiume che se le portava a valle.




In Nepal come in India sono ancora in vigore le caste. Quando delle persone s’incontrano, non sapendo se sono di differenti caste, per evitare il rischio di toccare le mani di una casta inferiore o superiore, il saluto viene a distanza con le mani accostate in forma di preghiera che toccano il mento reclinando il capo in avanti in forma di saluto e recitando contemporaneamente la parola “Namaste” che significa “Mi inchino a te”.
Le caste sono una terribile piaga di questa parte dell’Asia e nonostante gli sforzi per sradicarle ancora sono presenti in queste popolazioni rendendo difficile la normalizzazione delle relazioni fra la popolazione. Nel libro di mio padre “Religioni Rivelate” che si può scaricare gratuitamente dal suo Sito Web, vi è un capitolo sull’Induismo dove egli racconta come è nato e come funziona il sistema della caste. C’è un bellissimo documento della Corte Suprema dell’India che fa presente che la soluzione al problema della caste si trova nella Fede Baha’i e nei suoi insegnamenti.



Vi rimando al capitolo “Paesi visitati” con dettagli, storia ed immagini del Paese.



Sono rimasto in Nepal ben tre anni ed in quel periodo ho fatto piu’ viaggi in India in particolare a Nuova Delhi per seguire da vicino le principali forniture e costruzione delle strutture necessarie per i lavori. In particolare il cemento e i casseri per le gallerie.




Siamo andati con l’Ing. Malvagna e Giuseppe Sembenelli dell’omonima società d’Ingegneria SC Sembenelli di Milano, a visitare la località dove avrebbe potuto sorgere un potenziale impianto idroelettrico da realizzare con il sistema del “Project Financing”.
Volammo in un elicottero militare, un Super Puma, dall’aereoporto di Kathmandù fino quasi ai piedi dell’Everest ad una quota di circa 3000 metri. Per arrivarci seguimmo il fiume Rowaling che coeva in una valle strettissima e tortuosa con un incredibile numero di fiumi che si immettevano lateralmente. La vegetazione era fittissima ma cominciava a diradarsi man mano che salivamo di quota. Caricammo nell’elicottero diverse apparecchiature necessarie per fare delle misure della portata del fiume e numerosi sacchi di sale da usare per le misure. Con portate piccole, si fa una misurazione diretta delle portate mediante diluizione di un soluto nella corrente in quantita’ prestabilita misurando in due punti di distanza conosciuta la conduttività elettrica della soluzione che si forma.
Atterrammo in un pianoro di alluvione sa monte di una diga naturale che si era formata attraverso il fiume. Il paesaggio era impressionante. Si vedeva in lontananza la punta dell’Everest. Fummo circondati da portatori scerpa che portarono le attrezzature dove ne avevamo bisogno.
La giornata era caldissima, ma poi quando la valle entrò in ombra scese un freddo boia.
Per raggiungere la località si sarebbero dovute costruire 55 chilometri di strade di cui facemmo i rilievi con una squadra di topografi a piedi e con tende.
La diga naturale, alta circa 450 metri si formò circa 10,000 anni fa con una frana di diverse milioni di metri cubi che precipitò dentro la vallata ostruendola. Poi, nei mille, gli apporti di materiale solido del fiume riempì la vallata a monte per molti chilometri lasciando solo un piccolo corso d’acqua che vi correva sopra in superficie. Occorreva misurare la portata di questo piccolo corso d’acqua che era nel suo periodo di magra. Facemmo le misure che diedero una portata di circa 25 mc. al secondo. Poi studiammo l’orografia del terreno e schematizzammo il possibile impianto. Vi era da costruire una piccola diga attraverso la vallata per mandare l’acqua sulla sponda sinistra dove vi era un bel fronte roccioso, poi era necessario costruire una galleria di circa un chilometro che avrebbe raggiunto un punto a valle della diga naturale dove si sarebbe costruito un pozzo profondo circa 700 metri e al piede di questo, una centralina in caverna, con turbine pelton in grado di produrre oltre 100 megawatt di energia elettrica e scaricare poi l’acqua nuovamente nel fiume.
Un progetto concettualmente molto semplice.
Non se ne fece poi nulla perchè la persona che aveva acquistato inizialmente i diritti di occupazione dell’area, chiese diversi milioni di dollari d’anticipo, senza la certezza che poi il progetto sarebbe stato approvato dalle autorità e la tariffa e il pagamento della vendita di corrente alla popolazione da parte del costruttore, garantita dal governo Nepalese.
Io rimasi in Nepal per tre anni dopo di che decisi che era il momento di rientrare in Italia e godermi un pò sia la famiglia di origine che la mia famiglia. Feci le consegne dei lavori al giovane Luciano Reguzzo che prese in mano l’opera per portarla a compimento. Eravamo alla fine del 1999. Rivisitai il cantiere dopo alcuni mesi e notai con grande piacere che i lavori andavano avanti bene e che i getti della galleria lunga sei chilometri procedevano molto bene al ritmo previsto di 36 metri al giorno con due casseri da 18 metri cadauno, costruiti in India su progetto ed assistenza della società Ninive Italiana che li aveva progettati. Anche i lavori in Centrale andavano bene. Qui vorrei ricordare con affetto il compianto Ing. Fabrizio Calvi che aveva assunto la direzione di Area al posto dell’Ing. Massimo Malvagna che fu dirottato ad altri incarichi. Un caro ricordo anche alla sua cara famiglia che ebbi il piacere di conoscere in occasione delle visite a Nuova Delhi.
Un caro ricordo anche di Rita Tambornini segretaria dell’Ing. Zaffaroni e il carissimo Dall’arche.
Oltre che di Luciano Reguzzo e sua moglie, ricordo con grande affetto Massimo Malvagna, L’Ing. Zaffaroni, il Rag. Stella, il Rag. Franco Mura, sua moglie Sara e la piccola, il Rag. Catrini e sua moglie, l’assistente Buzzi e sua moglie, il Geom Ceccato e sua moglie, l’Ing. Alberto Albertoni, il l’Ing. Meneghel e sua moglie, il tecnico progettista Andrea Trentini e sua moglie, Del Nero al magazzino e tanti altri ancora di cui mi sfuggono i nomi e di cui mi scuso.

Vi allego un power point con la descrizione dei lavori, che contiene anche la sintesi dei problemi incontrati un filmato professionale dei lavori di mezza ora, alcuni spezzoni di filmati delle deviazioni realizzati dalla squadra del bravissimo produttore Rubino Rubini anche regista del compianto attore Vittorio Gassman.
Vi mando al capitolo “Il mondo visitato da Vittorio” con storie e immagini del Nepal.


 

 

Impianto idroelettrico Kali Gandaky "A" icona_pdf

 

Impianto idroelettrico Kali Gandaky A 1

 

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