Paesi dove ho lavorato - Namibia

Africa del Sud Ovest oggi Namibia

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Viaggio a Johannesburg per formulare l’offerta delle seconde fasi per la centrale di Ruacana- In quel periodo era stata vinta dall’Impresa Giuseppe Torno - che usò il nome di Cosint - la costruzione della prima fase della Centrale Idroelettrica sul fiume Cunene.
Mentre i lavori procedevano ed era in corso la costruzione delle infrastrutture, ci fu l’occasione di andare a Johannesburg, in Sud Africa, assieme all’Ing. Marcheselli, a studiare, in collaborazione con l’ufficio offerte di Milano, l’offerta per la costruzione delle fasi di completamento della centrale in caverna che faceva parte di un altro contratto studiato e messo in gara dalla Svizzera Aluswisse per conto della Swawek, l’Ente che aveva già affidato alla Impresa Giuseppe Torno la prima fase dei lavori.
Volammo da Lusaka a Salisbury con un piccolo aereo monoposto, appositamente noleggiato, e poi con un volo di linea raggiungemmo Johannesburg. Prendemmo alloggio all’Hotel President, un grattacielo nel centro della città. Poi affittammo un’intera suite e ci attrezzammo un ufficio con calcolatrici, tavoli da disegno e quant’altro necessitasse per studiare l’offerta.
Rimanemmo a Johannesburg quasi due mesi. Presentammo la gara che vincemmo.

 


 

Mentre mi trovavo presso la sede di Milano, mi fu chiesto di eseguire la ‘Site visit’ per una gara che era stata lanciata in Africa del Sud Ovest, oggi Namibia, per la costruzione della strada Stampriet Aranos. Volai da Francoforte a Windhoek o Ventouk, come la chiamavano i tedeschi. La logistica in città era ottima in quanto vi era l’ufficio della società che aveva iniziato i lavori per la costruenda centrale idroelettrica in caverna al confine con l’Angola, sul fiume Cunene a Ruacana. Rincontrai  amici con i quali avevo lavorato precedentemente, fra cui il Rag. Desideri e famiglia.
La strada di cui occorreva fare offerta si trovava al sud, attraversava trasversalmente il paese da est ad ovest in una zona desertica piena di dune. L’Africa del Sud Ovest era stata colonizzata dai tedeschi nel 1800. La capitale infatti sembrava una città tedesca con i tetti spioventi. Le donne locali portavano gonne lunghe come se fossero in Sassonia. Il viaggio di andata lo facemmo con un volo noleggiato e il ritorno in macchina passando dalla cittadina costiera di Mariental. Lungo il percorso incrociammo anche un treno a vapore che andava verso nord. Vi era una ferrovia che correva a 100 metri dalla spiaggia che veniva bagnata dalle acque fredde dell’Oceano Atlantico. Era impressionante la mattina vedere apparire dalle nebbie, lungo il mare, un treno a vapore.
Raggiungemmo Stampriet dove incontrammo i progettisti e i membri delle altre imprese venute a far la visita. Molti arrivarono con aerei privati che erano atterrati sulla pista in terra battuta della cittadina. L’area era prettamente desertica, con queste dune che occorreva livellare, in modo da ottenere una strada, con una livelletta decente. Il progetto per l’appunto prevedeva di ricollegare queste due cittadine con una comoda strada asfaltata. Visto tutto il tracciato, esaminate le aree delle possibili cave e terminata la visita, poiché era molto tardi, pensai che fosse meglio rimanere a dormire a Stampriet.
Il territorio, come potete immaginare, era molto arido, con cespugli e qualche pianta qua e là. Ogni tanto si vedevano dei pozzi d’acqua con i mulini a vento. Le farm in questa parte del mondo non vanno a ettari, ma a decine di chilometri quadrati, dove vengono cresciuti i Karacul, un tipo di pecora molto pregiata con i cui piccoli, appena nati, vi fanno pelli per pellicce pregiate.
Trovammo un alberghetto, nel centro della cittadina, gestito da una tedesca. La sera andai a cena nella piccola saletta e dal menù scelsi una bella bistecca con patate fritte. Non avevo idea che mi avrebbe portato un vassoio di legno gigante contenente una bistecca che pesava almeno un chilo.
Era comunque saporitissima. Dopo un bel sonno, rientrammo a Windhoek, e poi proseguimmo per Ruacana, per andare a visitare gli amici che già vi stavano lavorando. Il viaggio fu lungo perché percorremmo 850 chilometri su strade quasi completamente in terra battuta, senza incontrare praticamente nessuno. Al ritorno proseguii per rientrare in Italia.
La gara fu vinta da una impresa del luogo che già operava in zona che evidentemente conosceva i luoghi ed i relativi costi meglio di noi.
Della Namibia vi parlo estensivamente nel capitolo dei paesi visitati perché è per me il più bel paese del mondo dove oggi vive mio nipote Nabil.

 


 


Mentre mi trovavo a Milano al ritorno dallo Zambia l’Ing. Enrico Bertinelli, mi convocò per informarmi che sarei partito per l’Africa del Sud Ovest – oggi Namibia – presso il cantiere dove era in corso la costruzione della Centrale Idroelettrica in Caverna di Ruacana, sul fiume Cunene, al confine con l’Angola.
L’incarico era quello di Capo settore per i lavori esterni. La notizia fu come un balsamo. Si ritornava alla produzione.
Finalmente arrivò il giorno della partenza e con un Jumbo SP della South African Airways facemmo il viaggio senza scalo da Francoforte a Windhoek, la capitale dell’Africa del Sud Ovest, come si chiamava all’epoca. Era una ex colonia tedesca data in gestione al Sud Africa dalla Lega delle Nazioni – Naturalmente, come per il Sud Africa, qui esisteva l’apartheid e questo era veramente una terribile piaga. Le donne di colore vestivano con bellissismi abiti colorati e strani copricapo, indossavano gonne di stile ottocentesco. Anche qui, però, esistevano varie tribù con differenti stili.
La capitale Windhoek è localizzata al centro della Namibia, lontano dall’Oceano Atlantico, e si trova su una piattaforma di circa 1000 metri di altitudine.
Rimanemmo nella capitale un giorno, rincontrai l’Ing. Marcheselli e il Rag. Desideri con la sua famiglia, l’Ing. Bosi che si interessava dell’arrivo dei materiali più importanti. La società aveva un bell’ufficio di rappresentanza ed una foresteria. Poi con un volo di due ore su un nostro aereo, un Super King Air da 10 posti, raggiungemmo la località di Ruacana al nord, al confine con l’Angola. Il fiume Cunene ne segnava il confine. Lo spettacolo che si sfilava sotto gli occhi fu assolutamente straordinario. Improvvise fuoriuscite dal terreno di massicci rocciosi. Famosissimo era il mukorob, una pietra altissima a forma di dito posata su una sezione sottile. Mukorob significa il “dito di Dio che ti ammonisce”. Poi il lago dell’Ethosha, gigantesco con la sua fauna. La strada che correva sotto sembrava un filo con rettilinei lunghissimi e pochissime curve. Raramente si scorgeva un veicolo che la transitava lasciando dietro un pennello di polvere, dato che la strada non era asfaltata. Ogni tanto si vedeva un villaggio con i suoi molini con cui si pompava l’acqua dal sottosuolo.
Raggiungemmo Ruacana dove vi era una pista asfaltata lunga oltre 1500 metri. Man mano che si scendeva, si scoprivano il villaggio del cantiere e il vapore acqueo delle cascate del fiume Cunene. Vi era una vegetazione mista, con cespugli e piante non molto alte. Eravamo nella savana. Io ero seduto di fianco al pilota e l’atterraggio fu bellissimo. Scendendo dall’aereo, ci rendemmo conto dell’intenso calore. Era venuto a prenderci il Sig. Rocco, capo campo e, in un percorso di una decina di minuti, raggiungemmo il campo e attraverso dei vialetti, segnati da piccole recinzioni in legno, arrivammo al nostro alloggio: una bellissima casetta prefabbricata di un centinaio di metri quadrati. La casa era circondata da una ricca vegetazione, fra cui delle bellissime piante cariche di papaie. La famiglia mi raggiunse poco dopo. Il villaggio era costituito da decine di casette ben allineate, con ridenti giardinetti. Una bellissima strada asfalta perimetrale di tre chilometri circondava il villaggio. Vi era un club ed una splendida piscina. Vi era anche il villaggio della Direzione Lavori. In cantiere c’erano centinaia di espatriati di varie nazionalità: Italiani, Uruguaiani, Paraguaiani, Sud Africani ecc. Vi erano anche gli alloggi in serie per gli scapoli e per gli operai.

Comincia così il periodo di oltre due anni in questo bellissimo progetto.
Intanto rincontrai molti dei miei amici e colleghi: l’Ing. Roberto Caudano e tutta la sua famiglia, l’Assistente Gianni Lorenzet con la sua famiglia e le figliole, l’assistente Bruno Bruni che poi prese per moglie Giovanna, l’assistente Guastaferro, il Geom. Paolo Fortini che era lì con la moglie Netta e la figlia Angela. Conobbi anche un gran numero di colleghi, con cui abbiamo poi condiviso anni di lavoro in altre parti del mondo. Fra loro ricordo il Geom. Paolo Aspasini, l’Ing. Rocco Nenna, divenuto poi Direttore per il Centro e Sud America con Astaldi, l’Ing. Icaro Bagnara che poi divenne Direttore per l’Estero con Astaldi, Gallon grande specialista d’impianti, lo specialista di scavi in galleria Pascoli con la moglie, il magazziniere sud Africano Cotziye con la sua bellissima moglie dagli occhi verdi, il responsabile della Rodio, sig. Moro, il Capo imbocco sig. Moret, l’assistente per la centrale sig. Da Fre, l’Ing. minerario Armando Cazzola, divenuto grande imprenditore nelle Filippine, il Geom. Galigani, Capo settore per le lavorazioni in galleria, il Capo magazziniere Belli con la moglie, l’Assistente per i cls in galleria sig Neri, Il Geom. Mario Conti, l’Ing. Mollea con la moglie, Beano Dott. in geologia, Lorenzon incaricato per lo shotcrete, Massignani assistente alle opere civili, Andrea Bozzelli di San Vito Chetino, in amministrazione, che poi sposò la segretaria sudafricana Ives e che è poi divenuto grande Direttore amministrativo per l’Astaldi e che vive a Miami, il Geom. Brustolin con la moglie ed i due figli, il Perito edile Guglielmo Barattin con la moglie Paola e i suoi due figli, l’Ing. Merizzi e Vera, la sua moglie svizzera, i giovani Ingegneri Zardo e Zanin, che si sono fatti un mucchio di notti come Capi turno, che dire poi del carissimo Marcello Racitti, dei coniugi Giannini, Di Giusto per le opere della
galleria blindata e tanti altri, di cui mi sfuggono i nomi, che negli anni a venire lavorarono con me in altre parti del mondo.
Il lavoro si eseguiva parte in Angola e parte in Africa del Sud Ovest. Il fiume Cunene su cui si trova la centrale è la linea di confine fra i due Paesi. A Ruacana si trovano delle bellissime cascate il cui salto di circa 100 metri viene sfruttato per generare energia elettrica.
In Angola vi era una diga di regolazione del fiume realizzata da altra impresa, l’opera di presa, una galleria di adduzione di 9 metri di diametro, lunga 1,5 chilometri, la cui parte finale era rivestita con un blindaggio di acciaio dello spessore di 19 mm. La galleria entra in un serbatoio piezometrico ovale fuori terra alto circa 45 metri, del diametro di circa 100 metri, con la struttura a forma di diga a gravità. Quest’opera serve come elemento fluttuante dell’acqua per compensare il livello dell’acqua che viene assorbita dalle turbine. Di qui partono 4 condotte forzate da 6 metri di diametro, rivestite in acciaio, profonde oltre 100 metri, che vanno sotto terra per raggiungere le tre caverne, di cui una contiene le chiocciole e le turbine. Le tre caverne sono parallele e la principale, che è chiamata sala macchine, è lunga circa 150 metri, è alta 50 e larga circa 30. Contiene le turbine, i generatori di corrente, l’edificio di controllo, la sala officina per la manutenzione delle macchine e un carro ponte da 100 tonnellate. Inoltre, vi è la sala trasformatori posta monte dove sono, appunto, posizionati i trasformatori e dalla quale partono due pozzi che raggiungono la superficie e che contengono i condotti con i cavi per il trasporto della corrente; a valle vi è la camera di compenso, nella quale arriva l’acqua transitata dalle turbine attraverso quattro gallerie, che serve a compensare i livelli di richiesta di acqua dalle turbine. Da qui parte una galleria di scarico a ferro di cavallo, mediante la quale l’acqua raggiunge nuovamente il fiume in un lago che prende il nome di Crocodile pool. Poi vi è un pozzo ascensori del diametro di 6 metri, alto circa 120 metri, ed infine l’edificio che riceve i cavi conducenti la corrente da immettere nella rete nazionale.
Gli alloggi per il personale espatriato e sudafricano, scapoli e famiglie, si trovavano 300 metri più in alto, a circa 20 chilometri. In cantiere vi era anche una mensa per consumare il pranzo di mezzogiorno. Il villaggio per il personale locale - il villaggio Bantù - era in una località diversa. I lavoratori erano circa 3000 ed il oro capo campo era il Sig. Zillie e la moglie gestiva l’infermeria.
Occorre ricordare che l’area era soggetta alle leggi del Sud Africa per cui non vi poteva essere alcuna relazione sociale con la gente di colore ed i lavoratori bianchi non potevano avere alcuna relazione con donne di colore. Se venivano pescati vi era l’arresto e l’espulsione. La direzione lavori era duplice, una per tutti i lavori, ad eccezione delle seconde fasi della centrale. Ricordo con affetto l’Ing. Clanahan e signora, l’Ing. Robin Kamke, l’Ing. Martin Brugger. Io ero incaricato per i lavori esterni. Dopo un periodo di approfondimento del progetto, mi misi al lavoro cercando di migliorarne l’efficienza. Avevamo un nutrito gruppo di sudamericani. L’aspetto più importante fu quello di rivedere i metodi di lavoro, passando da un’attività che richiedeva molta mano d’opera a metodi più industrializzati, con casseri preformati in falegnameria, sistemi di getto e modifica delle strutture, e proponendo a direzione lavori varianti progettuali che furono accettate.
Nel frattempo divenne evidente che i lavori all’esterno stavano progredendo molto bene e la società approfittò dell’assenza per ferie del capo settore in galleria per affidarmi temporaneamente anche i lavori in sotterraneo. Tale incarico divenne permanente dato che il capo settore Geom. Galigani, che era andato in ferie, non rientrò per motivi di salute. Da quel momento tutto il cantiere era sotto la mia direzione. I lavori presero un grande impeto e la direzione fu così soddisfatta del mio operato che come riconoscimento mi venne data la dirigenza. Avevo 33 anni e dirigevo la costruzione di un’opera gigantesca. Nel capitolo dedicato ai lavori, in cui riporto dettagli della costruzione della centrale, vi racconto nei particolari alcune delle varianti che ho introdotto, fatto che ci ha permesso di abbattere i costi aumentando la produttività e permettendoci di ridurre la forza lavoro.

 



Il lavoro di blindaggio della galleria di adduzione fu affidato al Sig. Di Giusto, il quale fece venire dall’Italia tutto il necessario, calandre per sagomare la lamiera, saldatrici a filo e la gente necessaria.
Tutti ottimi lavoratori provenienti dal Friuli. Si trattò di un lavoro immane perchè il blindaggio costituiva l’ultima parte dell’esecuzione della galleria ed avrebbe comandato il completamento della stessa. La lamiera doveva essere poi sabbiata e trattata con vernici epossidiche. Gli elementi di blindaggio venivano prefabbricati altrove e in seguito trasportati mediante carrellone e calati in galleria mediante una gru tralicciata da 100 tonnellate. Quindi il carrello con la cosiddetta virola veniva fatta scivolare su binario nella parte più bassa, mediante un argano a funi. Una volta posizionata correttamente, gli elementi andavano saldati gli uni agli altri e successivamente inghisati mediante getto di cls. dopo il getto veniva applicata una nebbia di acqua a pressione per rimuovere il calore d’idratazione che avrebbe altrimenti permesso l’espansione della lamiera e il suo danneggiamento.
Quando si era quasi alla fine del lavoro, come racconterò in altra parte, il buon Di Giusto scivolava in galleria e si rompeva il braccio che veniva ingessato. Stoicamente rimaneva sul lavoro contribuendo in modo positivo al suo completamento.

 



Normalmente in cantieri così remoti, la generazione di corrente elettrica per l’esecuzione dei lavori viene prodotta mediante batterie di generatori diesel. Qui avevamo la fortuna di una cascata di oltre 100 metri ed allora l’ufficio d’ingegneria con sede a Milano progettò una piccolissima centrale di generazione idroelettrica. Venne realizzato un piccolo canale vicino alla sommità della cascata per prelevare l’acqua del fiume che venne convogliata in una tubazione di acciaio del diametro di un metro. La tubazione fu posizionata lungo la scarpata adiacente alla cascata fino in fondo, dove venne realizzato un piccolo edificio che conteneva un miniturbina in grado di generare circa due Megawatt di corrente elettrica, mandata poi ad una rete di distribuzione locale per alimentare le avarie are del cantiere. In tal modo si produceva una bella risorsa pulita.


 

 Mi trovavo in galleria con l’Ing. Moggioli. Eravamo a pochi metri dal cassero Cifa, con cui si gettava il rivestimento di una galleria, ed osservavamo un gruppo di carpentieri che stavano disarmando la testata del getto. La jeep l’avevamo lasciata in un area attrezzata con una piazzola di scambio per i mezzi che andavano avanti ed indietro. Ad un certo momento, ad un carpentiere che si trovava sulla calotta, scappa di mano un palanchino (un attrezzo di ferro con levachiodi da un lato e punta dall’altro, lungo circa un metro) che mi piomba in testa. Avevo l’elmetto. Il palanchino colpisce l’elmetto di punta sul fianco destro. L’elmetto si rovescia e la parte finale del palanchino con cui si rimuovono i chiodi colpisce la testa. Immediatamente, il mio volto fu un lago di sangue.
Mi adagio a terra e l’Ing. Moggioli corre a prendere la macchina. Mi raggiunge, salgo in macchina tenendo alla meno peggio le mani sulla zona ferita e ci precipitiamo al pronto soccorso. La Signora Zillie, che era la moglie del Capo Campo per i Bantù e che era infermiera molto pratica, mi adagia sul lettino, mi lava la zona ferita, mi rade i capelli e mi applica ben dodici punti di sutura. Poi mi fascia la testa e mi spedisce a casa dove mi metto a letto per qualche giorno, in attesa che la ferita si rimarginasse. Quando torna a casa la moglie che era uscita, mi vede in quelle condizioni e dice che quella volta era andata male. Non poteva incassare l’assicurazione.

 


 

 

Come è tristemente noto, ogni tanto avvengono in cantiere incidenti mortali, nonostante si faccia di tutto per prevenirli. Oggi nei cantieri si sta molto più attenti, vi sono molti più addetti alla sicurezza proprio per evitare la perdita di vite umane. A Ruacana abbiamo avuto alcuni incidenti dovuti a disattenzione degli addetti ai lavori. Vi racconto di cinque incidenti che sono vivi nella mia memoria.

Minatori in galleria.

Quando si fanno i ribassi delle gallerie, perforando dall’alto con track drill, la legislazione mineraria del Sud Africa prescrive che, prima di mettersi a forare la successiva volata, venga ben pulito a mano il piano di perforazione per almeno un metro, per vedere se vi siano dei fori gravidi, cioè dei fori della volata precedente che per qualche motivo non siano partiti e che contengano quindi ancora esplosivo inesploso. Una notte, finita e smarinata una volata, il caposquadra avrebbe dovuto per l’appunto pulire il piano di perforazione e fare il dovuto controllo. No lo fece e permise di perforare. Sfortunatamente, vi era un foro gravido contenente esplosivo. Appena la testina di perforazione venne a contatto con l’esplosivo vi fu una detonazione che uccise uno degli operatori del track drill. Vi fu il processo ed il minatore responsabile del turno fu condannato a pagare una multa molto pesante e fu licenziato. Il caposquadra sapeva bene quali fossero le regole, essendogli state illustrate all’inizio del suo lavoro in cantiere, ma non le mise in pratica.

La rete elettrosaldata.

Nei lavori idroelettrici viene fatto grande uso di rete elettrosaldata per armare delle pareti di galleria o per l’esecuzione di solette. Un giorno, fu caricato un bel pacco di questa rete elettrosaldata sopra il cassone di un dumper caterpillar 769. Dietro il dumper vi erano 6 operai che erano in precinto di fissare un cavo di acciaio al cassone per bloccare la rete. Ad un certo momento, l’autista che stava al posto di guida fece una operazione che non doveva fare ed il dumper ebbe un contraccolpo spostandosi avanti. Il pacco di reti scivolò all’indietro piombando a terra. Degli operai, quattro riuscirono a fare un salto mettendosi sotto il cassone, uno scivolò per terra venendo letteralmente infilzato lungo tutto il corpo dalle punte finali delle reti, e l’ultimo rimase in piedi ma infilzato nelle gambe. Arrivarono i soccorsi, fra cui una gru, per cercare di sollevare il pacco di reti cercando di salvare quello che era finito sotto. Arrivò il medico sudafricano che gli fece subito una iniezione di morfina. Lo liberammo con grande attenzione e via all’ospedale. Purtroppo, quello che era stato infilzato su tutto il corpo decedette per emorragia interna.

Un incidente stupido fra le lamiere dei silos.

I silos del cemento vengono assemblati utilizzando pacchi di lamiere sagomate poste in piedi una vicino all’altra, distanti circa 50 cm, per essere pescate dalla gru che le solleva, una alla volta, per venire poi imbullonate in modo da poter formare un silos. Durante l’intervallo di pranzo, un operaio locale decise di fare la pennichella all’ombra delle lamiere. Terminato l’intervallo, non sentì che i lavori erano ripresi. L’operatore della gru sollevò una lamiera, toccò per errore le altre che caddero, una dopo l’altra, a domino schiacciando quell’operaio.

In cima al carro ponte da 100 tonnellate.

Nella centrale in caverna era stato installato un carroponte da 100 tonnellate di capacità che serviva per i montaggi elettromeccanici. Esso correva sopra binari montati su due travi in cemento armato ancorate al piede della volta della caverna. Il piano di appoggio del carro ponte era di almeno un paio di metri di larghezza.
Durante l’intervallo del pranzo, un operaio si mise a dormire di traverso sul binario. Arrivò la fine dell’intervallo e l’operatore del carro ponte che aveva la cabina di controllo al di sotto, e che non poteva quindi vedere i binari, partì per spostare il carro ponte da un'altra parte, per sollevare dei pezzi da montare. Naturalmente, spostandosi tranciò in due l’operaio che dormiva. Che morte orrenda e stupida. Fu chiamato di corsa il Dr. Nobis per salire in cima a certificarne la morte. Quando arrivò sul posto, chiese di portare giù il cadavere. Era evidentemente deceduto.

Incidente nel pozzo cavi.

Erano stati realizzati due pozzi alti 100 metri nei quali vennero installate delle piattaforme in ferro grigliato prefabbricate, le cui strutture di supporto erano state inserite in tasche, lasciate appositamente durante il getto del rivestimento in cemento armato del pozzo stesso. Le piattaforme grigliate avevano tre fori da 600 mm di diametro dentro i quali andavano montati dei tubi che contenevano del gas e nei quali erano anche presenti le blindo sbarre che avrebbero portato l’elettricità in superficie. Queste tubazioni dovevano essere montate perfettamente verticali. Però, durante le fasi di getto capitò che le tasche laterali su cui appoggiava la struttura non erano state posizionate bene e occorreva quindi approfondirle per spostare le piattaforme, affinché i fori nei quali andavano messi i tubi fossero perfettamente verticali uno sull’altro.
Fu quindi deciso di mandare nel pozzo una squadra con piccoli demolitori pneumatici per approfondire le tasche. Vennero poi posti dei fogli di compensato sulla piattaforma al di sotto di quella su cui si lavorava per raccogliere i detriti della demolizione. Gli operai non dovevano scendere nella piattaforma inferiore senza il caposquadra, per la raccolta dei detriti, operazione che prevedeva l’uso di cinture di sicurezza, imbraghe e quanto altro. Una notte un operaio scese senza avvisare nessuno per orinare. Per sua sfortuna era abbastanza pesante, si mise proprio sul centro di uno dei tre fori, il compensato si sfondò di colpo ed egli si precipitò a piombo per almeno 40 metri..
Ad un certo punto, deve aver spostato lateralmente una gamba, colpendo una piattaforma, gli si spezzò un dito del piede ed il collo. Mandato a chiamare il medico sudafricano, egli si rifiutò di scendere nel pozzo ed ordinò che fosse chiuso fino al mattino quando sarebbe ritornato. Un nostro assistente scese in basso e si accertò che era deceduto. La mattina dopo il cadavere fu calato fin in fondo al pozzo e trasportato all’obitorio per gli accertamenti del caso e relativa autopsia.

Tragica caduta di un muratore portoghese.

Dopo che era stato completato il serbatoio piezometrico alto circa 50 metri, erano in corso delle finiture ed il montaggio delle guide per le paratoie che servivano a chiudere le bocche di scarico sopra le condotte forzate. Vi erano due piani con un dislivello fra loro di 3 metri. Sul piano inferiore vi era una fessura sulla soletta di circa 60 cm, dentro la quale correvano le funi con i panconi. Sui due ripiani vi erano due operai portoghesi che si parlavano. Il ripiano superiore aveva una protezione. L’operaio del piano di sopra, ad un certo momento si sporge per parlare con quello di sotto, perde l’equilibrio cade a testa in giù e si infila giusto dentro la fessura, piombando fino a terra sfracellandosi. Sarebbe stato sufficiente che l’operaio di sotto lo avesse toccato per deviarlo dalla sua traiettoria.
Smetto di raccontare queste storie perché mi sta venendo il magone considerando anche quanto sacra sia la vita umana e quanti sacrifici queste persone hanno fatto per mantenere le loro famiglie e per dare un po’ di benessere alla loro vita, vita invece terminata tragicamente.




"Effetti del mal d'Africa"

Introduzione

Michele Serrazanetti, bolognese, era l’ultimo rampollo di una famiglia di ricchi argentieri gioiellieri della città felsinea.
Tuttavia, Michele non aveva seguito il mestiere di famiglia e, laureatosi in Scienza Naturali, era diventato un etologo. Assistente alla Facoltà in via Selmi, vicino a Porta Zamboni, era stato incaricato dello studio, delle abitudini e dei costumi dei grandi mammiferi. La paga era poca, però i suoi genitori, che avevano compreso la sua passione, e se ne stavano in silenzio ed avevano deciso di aiutare economicamente il loro unico figlio.
All’epoca della nostra storia, Michele aveva appena sposato Luisa Magagnoli, ragazza di agiata famiglia bolognese, i cui genitori gestivano una rinomata gastronomia in Via Ugo Bassi.
Luisa, amante della natura, si era laureata anche lei in Scienze Naturali, ma la sua specializzazione erano i Coleotteri Cerambicidi. Gli insetti, noti anche con il nome di Longicorni, sono diffusi soprattutto nelle regioni boscose dei paesi tropicali e subtropicali e sono rappresentati da più di 300 specie.
Le pareti di casa di Luisa erano tutte tappezzate di quadri, dove gli insetti, di piccole, medie, grandi o grandissime dimensioni, dal corpo allungato, con tegumenti più o meno consistenti, glabri, pelosi o pubescenti, con livree di colori scuri, ma spesso molto belle per vistose variegazioni e splendore metallico, erano tutti colà affissi, attraversati da grossi spilloni.
A chi permetteva di visitare la sua collezione, Luisa faceva notare il capo degli insetti libero oppure incassato nel protorace, gli occhi ben sviluppati, le antenne lunghe quanto il corpo o più lunghe o anche più corte, costituite da 11 o 12 articoli, le mandibole robustissime e talvolta, eccezionalmente sviluppate, il torace con elitre generalmente lunghe quanto l’addome, a volte più brevi di esso, a volte saldate tra loro od anche raccorciate, ridotte o squamiformi, le ali raramente rudimentali o assenti, le zampe in genere lunghe e robuste, eccetera, eccetera.

 



Fu così che, quando i con-suoceri si accordarono per regalare a Michele e Luisa, novelli sposi, un viaggio di nozze di un mese in South West Africa (SWA), essi fecero la più grande felicità dei loro figli.
Allora, eravamo nel 1974, il SWA non era ancora diventato indipendente dal mandato dato dalla Lega delle Nazioni al Sud Africa e non si chiamava ancora Namibia. Il turismo era praticamente inesistente e le poche notizie che si conoscevano erano ad uso e consumo dei soli specialisti. Uno di questi specialisti era Michele, che sapeva tutto sui grandi mammiferi che là vivevano, molti dei quali ancora allo stato libero o quasi tale, nelle sconfinate aree del parco naturale Etosha Pan, la più vasta riserva di animali del mondo.
Trascorsa la loro prima notte di nozze al Grand Hotel Baglioni di via Indipendenza a Bologna, gli sposi presero di buonora il treno per Zurigo, giusto in tempo per imbarcarsi, alla sera, sull’aereo che gli avrebbe portati direttamente a Windhoek, capitale del South West Africa.

10 gennaio 2006

 



Michele era molto emozionato ed eccitato e non solo per gli avvenimenti della notte precedente.
Fu così che si mise a fare lo spiritoso, citando alla giovane sposa, e pregustando l’emozione del suo primo volo, alcune sue interpretazioni delle sigle delle linee aeree.
Il “Jumbo 747 SP” della South African Airways, che gli avrebbe portati in Africa, era un aereo: Senza Pasti. Non le disse che il Sud Africa e l’Iran (dell’allora Scià Reza Palevi) avevano fatto accorciare i normali “Jumboes 747”, per poter allungare la distanza di volo, senza scalo. Allora il Sud Africa non aveva l’autorizzazione, da parte degli Stati Africani, di poter sorvolare il Continente e gli aerei dovevano volare sopra l’Atlantico, senza toccar terra.
“ALITALIA” significava “Always Late In Take-off, Always Late In Arrival”.
Quello che però Michele considerava il suo capolavoro era la sigla delle linee aeree portoghesi “TAP”, che Michele decifrava in “Trasportiamo Anche Portoghesi”, dando un duplice significato all’ultima parola.
Una volta imbarcati, il volo non fu Senza Pasti, anzi. La Prima Classe delle South African Airways riservava ai suoi Clienti un trattamento eccezionale. Caviale e Dom Perignon a volontà.
Allora il Sud Africa era amico dello Scià di Persia e … si vedeva. Una volta che i due sposini risultarono molto allegri per le tante libagioni, le hostess prepararono, su quattro sedili dietro i loro, due comodi … anche se separati lettini, con coperte e cuscini. I così detti angioletti delle loro mamme dormirono tutto il tempo, che rimaneva loro delle tredici ore e mezza del volo senza scalo.
Arrivarono all’aeroporto Strijdom di Windhoek alle 10.00 del mattino, in perfetto orario. Fuori c’era l’estate ed un sole accecante, che fece loro dimenticare immediatamente le nebbie … in val Padana, che avevano da poco lasciato. Non per niente si diceva che il SWA era il paese dove il sole splendeva 360 giorni all’anno.

 



Un kombi Volkswagen dell’albergo, con accompagnatore bianco ed autista nero, attendeva Michele e Luisa, e li trasportò in città, superando velocemente i 45 km che dividevano l’aeroporto da Windhoek.
Il primo impatto con l’Africa fu entusiasmante, in quanto un gruppo di quattro struzzi, correndo al lato dell’autovettura, si mise a gareggiare con essa con alterne vicende, fino a quando gli struzzi, forse stufi, se ne andarono da una altra parte.
Michele scattava fotografie, mentre Luisa rideva di gioia, tutta eccitata dallo spettacolo inusitato. L’agenzia di viaggi aveva consigliato loro l’Hotel Thűringer Hof, meno prestigioso del Grand Hotel, ma ugualmente tra i migliori della città. Aveva solamente due stelle, invece delle tre stelle del Grand, ma pur sempre era definito, dalla Guida Turistica, come “really good”.

I nostri sposini lo trovarono “really confortable” e non ci volle molto a comprovarlo.
Verso il tramonto, o meglio dopo le ore 18.00, quando si poteva incominciare a bere alcolici, Michele e Luisa decisero di scendere al bar dell’albergo per bere qualcosa prima di cena, anche per tirarsi un poco su.Michele indossava una camicia di “voille” di seta fiorata, dai colori molto sobri, come andava allora di moda, simbolo del Made in Italy, che incominciava a farsi apprezzare nel mondo; pantaloni scuri a “zampa di elefante” (tanto per stare in tema africano), con una cintura di coccodrillo dello stesso colore; un paio di mocassini “Rossetti”, regalo di nozze di una cugina, che lavorava in Amministrazione della nota Casa bolognese di calzature.
Luisa, piccolina, metteva in risalto le sue forme, racchiusa in una “chemisier” color fucsia, stretta in vita da una alta cintura, ornata di pietre dure. I sandaletti erano di “Magli”, sempre per far onore alle calzature della loro città.
A vederli erano proprio una coppia di “elegantoni”, come se ne vedevano tanti a passeggiare a Bologna, durante la bella stagione, lungo il Pavaglione.
Tuttavia, all’entrare nel bar, Michele fu fermato dal Maitre, che gli fece notare che l’ingresso era “riservato” e che la cravatta era d’obbligo. A nulla valse che Michele facesse, a sua volta, notare che indossava una camicia di Valentino, che era costata quanto tre notti di albergo.
I nostri sposini stavano già per abbandonare il campo, decisi a trovare altrove il “tiramisù” di cui tanto abbisognavano, quando Michele notò che al bancone interno c’era un signore senza cravatta. Un uomo, biondastro di circa trenta anni, stava sorbendosi una birra e dal suo modo di stare si capiva che non era la prima. Egli era vestito con l’abito tradizionale dei “boeri”, o meglio giacca alla “sahariana” aperta sul collo, maniche corte e cintura di stoffa in vita, pantaloni corti, calzettoni alti ripiegati sotto al ginocchio, con un pettine infilato negli stessi, che fuoriusciva di qualche centimetro, pronto alla bisogna. Scarpe del tipo “desert boots”, tutte impolverate.
Il Maitre riconobbe giusta l’osservazione di Michele e si avvicinò al signore, bisbigliandoli qualcosa all’orecchio e facendo dei gesti, che fecero chiaramente intendere la critica di Michele.
Il signore, allora, estrasse dalla tasca laterale della “sahariana” una cravatta blue a righe trasversali grigie, molto sgualcita e si fece il nodo al collo, tutto sudaticcio, lasciando sempre trasparire il suo petto villoso. Poi, con gesto plateale del tipo “voilà! les jeux sont fait”, fece notare di essersi messo in regola con le prescrizioni del luogo.
Michele e Luisa, andarono a bere, da un’altra parte, dove l’etichetta era meno di rigore.
Il primo giorno lo dedicarono a visitare la città.
Rimasero subito meravigliati dai nomi delle strade: Kaiser Strasse, Stubel Strasse, Goering (Reinhard, scrittore tedesco, morto suicida a Jena nel 1936 e non Hermann, maresciallo dell’aria, nazista, morto anche lui suicida a Norimberga) Strasse, Ausspannplatz, ecc.
Michele e Luisa gironzolarono di qua e di là senza meta, nella città ben tenuta, in un’oasi di verde e fiori, nella quale i suoi 35.000 abitanti bianchi, divisi in tre gruppi etnici (tedeschi, boeri ed inglesi), vivevano una vita tranquilla, assieme agli altrettanti abitanti di colore, allora relegati a vivere nella città satellite di Katatura, la Soweto di Windhoek.
La capitale, fondata nel 1890, da Schutztruppe germaniche che vi stabilirono una colonia, si caratterizzava per i suoi edifici ultra moderni, in contrasto con le vecchie case e chiese in stile germanico.
Su tutto incombeva il bianco vecchio forte militare, adibito a museo (Alte Feste), la chiesa luterana Christus kirke ed il monumento del soldato tedesco a cavallo, in ricordo delle truppe che erano cadute “for Kaiser und Reich”.

Il clima era secco e non faceva molto caldo, anche grazie ai 1.650 m.s.m. del posto.
Luisa approfittò subito per acquistare una serie di portacenere in pietra lavorata, tra i quali uno di sodalitite, di un colore blue intenso, che non aveva mai visto; Michele dei minerali, bellissimi, per la sua collezione.
Il giorno seguente, noleggiata una macchina, gli sposi decisero di visitare, su consiglio di una agenzia turistica, il Game Park “Daan Viljoen”, che distava una ventina di chilometri dalla città.
Per Michele e Luisa fu il primo vero incontro con gli animali d’Africa. Non c’erano specie carnivore nel parco, e quindi, come tutti i visitatori, gironzolarono tranquillamente osservando i grandi erbivori pascolare, senza paura né dei felini né degli umani.
Quello che colpì di più gli sposi, però, fu una guida, distribuita all’ingresso del parco, per poter osservare, riconoscere e catalogare le circa 200 specie di uccelli che ivi dimoravano. Una piccola diga aveva creato un laghetto artificiale, che attirava una grande quantità di uccelli, specialmente nelle stagioni più secche.
Si divertirono un mondo a fare “birdwatching”, anche perché, in poco più di mezzora, avevano già catalogato più di trenta specie di uccelli diversi.
Mentre osservavano la gente che si bagnava nelle acque del laghetto, con una certa invidia (non sapendolo, non avevano portato con sé i costumi da bagno), familiarizzarono con una coppia di olandesi che, come loro, tradivano nell’aspetto di essere dei giovani sposi.
Piet e Hansje stavano compiendo un viaggio di nozze più lungo di quello di Michele e Luisa, in quanto stavano risalendo la costa occidentale dell’Africa dal Sud Africa, che avevano lasciato da poco, con l’intenzione di arrivare fino a Luanda, nell’Angola ancora colonia portoghese.
L’interesse dei due olandesi era stato per la zona attorno a Città del Capo, dove i loro progenitori, già nella metà del XVII secolo, avevano stabilito, tramite l’Agente della Compagnia delle Indie Orientali, J. Van Riebeek, un posto di controllo delle rotte per l’Oriente ed uno stabile deposito di provviste.
Dopo pochi anni, altri 600 olandesi e 300 Ugonotti, fuggiti dalla Francia, avevano ampiamente popolato la città, creando un primo gruppo di “Boeri”, di rigida fede calvinista.
Tra i quattro giovani sposi si stabilì subito una forte simpatia, anche perchè Michele, nel suo stentato inglese - ma ampiamente comprensibile – raccontò, accompagnandosi con ampi gesti, come la sua classe delle scuole medie avesse voluto stabilire rapporti con una scuola di Città del Capo (Cape Town) e come egli avesse indirizzato la lettera di proposta di gemellaggio ad una scuola della “City of the Chief”.
Al momento di salutarsi Hansje buttò lì l’idea di incontrarsi la sera stessa per mangiare assieme, in un locale molto “in” di Windhoek, un filetto di “kudu”, una specialità che era stata consigliata loro; cosa che fu accettata entusiasticamente dai due bolognesi.
Il ristorante era un po’ appartato in una “arcade” lungo la Kaiser Strasse e preannunciava già alla vista, quello che poi avrebbe mantenuto al gusto: un luogo veramente “in”.

Michele, questa volta, non aveva dimenticato la cravatta e quindi tutto filò liscio con il Maitre, il quale fece accomodare i quattro in un angolino, estremamente romantico.
Quattro cocktails Martini, ben secchi, mise in corpo ai nostri giovani una certa sicurezza, così che quattro filetti di “kudu” alla piastra, specialità della casa, vennero ordinati con una certa spavalderia.
Il “kudu” per chi non lo sapesse è una grossa antilope africana, che si individua facilmente per le sue lunghe corna ritorte e le orecchie sempre all’erta.
Il Maitre fece attentamente notare al suo assistente di colore che le due signore desideravano il filetto molto ben cotto, Piet lo voleva “termine medio” e Michele, forse più coraggioso, “al sangue”.
Mentre attendevano l’arrivo del piatto “speciale” la conversazione tra i quattro cadde sulla lingua olandese, dove “Meinheer” (signore) veniva pronunciato da Michele, in modo da sembrare il francese di una sogliola alla “mugnaia”, “Mevrou” (signora) era ripetuta da Luisa con una “f” molto forte, che ricordava quella di una nota marca di poltrone (“ma-frau”). Quello che li divertiva di più era “Asteblief” (per favore), che veniva detto in termini velocissimi, come fosse
uno scioglilingua … “àsselblif”.
Non potendo continuare a citare ed ad ascoltare tutto il dizionario olandese, Michele si lanciò in una conversazione sull’importanza della colonizzazione intelligente in Africa. A sostegno della sua tesi citava il fatto su come il Maitre stesse educando il suo aiutante di colore, facendogli specifica menzione della differente cottura delle carni in relazione alla postazione a tavola dei richiedenti. “Ci vuol poco” … “educazione” … “istruzione” erano le parole che Michele ripeteva più frequentemente.
Ad un tratto la porta a due battenti della cucina si aprì e l’aiutante raggiunse rapidamente il tavolo, servendo, dopo un attimo di esitazione, le due signore. Il secondo giro toccò ai due signori che ricevettero il loro filetto, sempre dopo un attimo di esitazione da parte dell’assistente. “Visto?” … “ci vuol poco” … “educazione” … “istruzione”, commentò Michele. Purtroppo quando i commensali attaccarono i filetti, questi erano tutti e quattro cotti allo stesso “punto”.



Qualche giorno dopo i quattro, che erano ormai diventati amici inseparabili, decisero di avventurarsi nel paese, visitando i posti di maggior rinomanza.
Fattasi una prima idea e noleggiata una fuori strada Land Rover, puntarono, come loro base centrale di tutta una serie di escursioni, su una “guest farm”, ad Etemba, che allora era citata in tutte le guide turistiche come … esperienza da non perdere.
Etemba era una delle poche guest farms, che davano ospitalità ai turisti, dove si viveva in famiglia con i farmers. Oggi è una accoglienza che va molto di moda ed è molto propagandata tra i turisti della nuova Namibia, che credono di essere i primi ad aver scoperto un nuovo modo di far turismo.
I quattro amici passarono dei giorni incantevoli, andando a caccia con il colono ed i suoi figli, oppure aiutando la padrona di casa a preparare cibi di stile olandese, anche se evidentemente i boeri avevano dimenticato da tempo le ricette della loro lontana terra natale.
Alla sera, però, dopo la cena consumata nell’intimità della sala da pranzo, assieme ai proprietari della farm ed ad un buon whisky, questa dimenticanza contava molto poco.

 



Un giorno, su consiglio del farmer e le indicazioni della guida turistica, le due coppie decisero di recarsi a visitare il monte Brandberg, che distava circa tre ore di macchina dalla farm.
Il loro interessa era per la “White Lady”, che è una pittura rupestre, nella quale lo scrittore di fantascienza Kolosimo ha creduto di ravvisare un extraterrestre bianco, in tuta spaziale, con in mano i segni del comando, raffigurato in una scena di caccia, mentre insegna a cacciare nella savana a dei cacciatori di più piccole dimensioni, di caratteristiche negroidi. Secondo i più recenti studi le pitture risalgono a circa 16.000 anni fa e la “White Lady” si rifà alle tradizioni sud-americane del “dio bianco”..
Dopo aver attraversato parte del deserto del Namib, i nostri eroi arrivarono ai piedi del monte, che altro non è che un batolite granitico, estruso dal profondo della crosta terrestre, e che si erge misterioso per circa duemila cinquecento metri dalle sabbie del deserto. In una delle tante valli, che interessano radialmente tutto il panettone - frutto del rapido raffreddamento della massa magmatica e della corrosione degli agenti atmosferici - si trova, in una specie di anfratto, la pittura.
Lasciata la macchina al posteggio sulla strada nazionale, una freccia indicava il cammino da seguire, lungo una gola, che si faceva sempre più stretta.
Tuttavia gli esploratori non perdettero il loro buon spirito e si inoltrarono verso l’ignoto, tra scherzi, battute di spirito ed il ridere argentino delle due spose, che evidentemente erano felici e soddisfatte del loro nuovo status e della avventura africana.
Dopo una mezz’ora circa di cammino, in mezzo ad una natura che si faceva sempre più aspra, i quattro giunsero sul posto e con loro gran orgoglio scattarono le foto di rito, che li immortalavano vicino alla prova dell’esistenza … degli extraterrestri.
Tuttavia al momento di firmare il libro delle presenze, con la matita spuntata legata con uno spago sottile, si accorsero che l’ultimo visitatore era stato colà un mese prima.
Ritornarono alla macchina ed ad Etemba, velocemente, in un gran silenzio.

 



Qualche giorno dopo Piet ed Hansje informarono Michele e Luisa che era giunto per loro il momento di lasciare il South West Africa e di continuare il loro viaggio verso nord in Angola; avevano affittato una quattro per quattro ed avrebbero attraversato il confine presso le cascate di Ruacana sul fiume Kunene, che marcava la divisione tra i due stati.
A questo punto Michele si ricordò che Peppino - il proprietario della più famosa pizzeria di Windoek, frequentata spesso dai quattro sposini - gli aveva segnalato che a Ruacana stava lavorando una impresa italiana, responsabile della realizzazione di un impianto idroelettrico in sotterraneo sul fiume Kunene, per aumentare la disponibilità di energia elettrica del Paese, in vista di un futuro sviluppo delle miniere di rame della zona.
Detto e fatto, i quattro decisero di percorrere in macchina, assieme, i 750 km che separavano Windoek da Ruacana e di godere di qualche giorno di ospitalità degli italiani ivi residenti, come venne loro confermato dagli uffici dell’Impresa. Piet ed Hansje sarebbero passati in Angola e Michele e Luisa sarebbero rientrati nella capitale con l’aereo dell’Impresa, approfittando di uno dei frequenti voli che esso faceva per tenere i collegamenti tra le due località estremamente distanti.

 



Partirono una calda domenica di ottobre, di mattina presto; i chilometri erano tanti, ma la distanza era percorribile in un giorno, visto il buon stato delle strade e lo scarso traffico.
I primi 330 km di strada asfaltata fino ad Outjo furono percorsi in meno di quattro ore ed i quattro affrontarono il seguente tratto, non asfaltato, con fiduciosa baldanza di essere a Ruacana ben prima che facesse buio.
Una trentina di chilometri dopo Outjo, nessuno dei quattro si preoccupò di un rumore sordo, come di un colpo secco, che proveniva dalla parte anteriore, dove era situato il motore. Sassi lungo la strada non asfaltata ce n’erano tanti ed a volte essi rimbalzavano con lo stesso rumore, contro la parte inferiore blindata della vettura. Inoltre Michele era impegnatissimo ad insegnare ai suoi amici la nota canzone degli anni trenta “Laggiù in Olanda”, che tutti cantavano a squarciagola:
Laggiù in Olanda terra dei mulini
viveva Gheta, fanciulla deliziosa,
aveva gli occhi profondi ed azzurrini
amava Morris, il suo bel balenier.
Ma un triste giorno lui dove' partire
per una furiosa caccia alla balena
e lei piangendo l'accompagnò sul molo
e lui dal molo la salutò così:
Rit.:
Olandesina mia fanciulla divina,
olandesina tu appartieni al mio cuor
sarai tu sola la mia dolce bambina
di questo cuor, olandesina.
I quattro si preoccuparono molto di più quando una spia rossa si accese repentinamente ed un denso fumo incominciò a fuoriuscire dal motore.
Bloccata in pochi metri la vettura e scesi, sotto un sole cocente, non fu difficile scoprire che si era rotta la cinghia di trasmissione dalla puleggia del motore al ventilatore del radiatore.
“No problem!” disse Piet, che aprì, con gesto plateale, una scatola metallica che si trovava nel retro della vettura, dove, secondo lui, c’era tutta l’attrezzatura di emergenza.
“We have problems!” disse Piet, quando mostrò ai suoi amici che della cinghia di scorta c’era rimasta la sola scatola di cartone, segno che qualcuno aveva già usato il ricambio, senza rinnovarlo.
Afflitti, affranti, accaldati, i quattro giovani si sedettero nella vettura, lasciando tutte le porte spalancate, con la speranza di far fuoriuscire l’aria che, sotto il sole implacabile, stava assumendo sempre più temperature da forno.
Dopo circa mezz’ora, mentre gli strati caldi dell’aria al contatto con il terreno facevano intravedere miraggi di distese d’acqua ed altro, i quattro si accorsero che il fumo che vedevano lungo la strada infinitamente dritta non era un ennesimo miraggio, ma la polvere sollevata da una autovettura che veniva loro, rapidamente, incontro.
Quando la vettura si fermò, al loro fianco, videro una buffa macchina, di cui non seppero riconoscere né il costruttore né il tipo né l’anno di costruzione, ma ciò che videro di ancora più buffo fu la vecchietta che ne scese, vestita come certi quadri del pittore fiammingo Jan Vermeer.
Piet non ebbe difficoltà a farsi capire dalla nonnina boera, grazie ai loro idiomi similari, e la vecchietta rispose … “No problem!”, come aveva detto Piet un’ora prima.
Messasi un po’ in disparte, la vecchietta si sfilò una lunga calza di filo bianco, che con abili mosse annodò tra la puleggia del motore ed il ventilatore del radiatore. Disse poi: “Andate, ma lentamente. Vi consigliò di rientrare ad Outjo, là troverete assistenza meccanica.” Detto questo, la vecchietta scomparve, sempre seguita dalla nuvola di polvere.
Pian pianino i quattro raggiunsero Outjo e subito si recarono all’unico ristorante-albergo della cittadina. Quivi il gestore, molto cerimoniosamente, disse loro che, essendo domenica, il giorno del Signore, tutte le attività erano sospese, per cui avrebbero avuto soccorso meccanico solo il giorno dopo. Per quanto riguardava il mangiare, sotto qualunque forma, non c’era niente da fare … si doveva aspettare l’apertura serale della cucina, alle ore 19.00. Giacchè i quattro avevano programmato di pranzare a Kamanjab, 150 km dopo Outjo verso Ruacana, ad essi non rimase che continuare il forzato digiuno fino all’ora indicata.
La mattina del giorno dopo di buon ora, l’officina meccanica di Outjo sostituì rapidamente la cinghia di trasmissione e fornì ben due pezzi di ricambio, per scorta.
Con rinnovato entusiasmo i quattro sposi partirono, stimando di essere alla mensa di Ruacana prima delle tredici, per gustare le meravigliose tagliatelle, con ragù alla bolognese, che, come era stato preannunciato loro, il cuoco napoletano dell’Impresa avrebbe servito, come menu di benvenuto.
Ma non fu così!
Percorsi più di 200 km, la macchina procedeva veloce sulla strada, lungo il confine recintato dell’Etosha Pan - o meglio il parco nazionale che Michele si riservava di visitare quanto prima, per completare le sue osservazioni sui grandi mammiferi, e per il quale era stato scelto il suo viaggio di nozze.
Di recente la parte più occidentale del parco era stata ridotta per dare il passaggio alla strada che la vettura stava percorrendo e la recinzione originaria era stata spostata verso Est. Tuttavia gli animali non avevano accettato tale spostamento e gli elefanti erano i primi ad abbattere la recinzione, per ritornare alle loro antiche fonti.
A causa di ciò un leone era fuoriuscito dal parco e, correndo lungo la recinzione esistente, aveva cercato di rientrarvi attraverso il varco che non trovava più, ma senza esito.
Un farmer di passaggio, visto l’animale, e sentendosi una specie di novello Pecos Bill, gli aveva sparato con una semplice pistola, ferendolo, con il solo risultato di fare infuriare il leone. Questi, individuata la macchina, che si era fermata in sosta per effettuare meglio il tiro a segno, vi era saltato sopra e cercava con tutte le forze di sfondarla, come farebbe un gatto affamato con una scatola di sardine. L’incauto farmer, all’interno, era paralizzato dal terrore.
Similmente paralizzati furono anche i nostri quattro eroi, che non avevano mai immagino di poter essere presenti e palpitanti ad una scena di tal genere.
Comunque, dopo qualche minuto, durante il quale tutti verificarono la loro impotenza di fronte all’animale infuriato, Michele si ricordò di aver notato, qualche chilometro prima, una stazione di polizia, per la bandiera tricolore a strisce orizzontali, che vi garriva al fianco.
Fatto un rapido dietro front, gli sposi si trovarono, in pochi minuti, davanti al “Meinheer” Jasper Van der Merwe, capo del posto di polizia, al quale raccontarono con voce concitata il fatto.
Quando la camionetta della polizia arrivò sul posto dell’incidente, quattro colpi di fucile, ben assestati, misero fine alla pena del farmer ed alla vita del leone.
Ancora una volta, in gran silenzio, i nostri eroi raggiunsero la loro destinazione, però ormai non c’erano più tagliatelle ad aspettarli, la mensa di Ruacana era chiusa e, ancora una volta, dovettero aspettare la ripresa del turno, da parte del cuoco.

 



Piet ed Hansje partirono il giorno dopo. Michele e Luisa rimasero ospiti dei costruttori italiani di Ruacana, ancora per qualche giorno.
Il Direttore del Cantiere, un triestino che si era laureato in Ingegneria Mineraria a Bologna, li volle ospiti a casa sua, dove Michele e Luisa trascorsero delle giornate intense tra visite al Cantiere e feste serali, in loro onore, che raccoglievano tutti gli europei del villaggio (più di 150 persone).
I due sposi furono entusiasti nel vedere come l’Impresa era organizzata, sia per lavorare, sia per dare il giusto svago al suo personale.
Oltre alle mense ed ai clubs di ritrovo per impiegati ed operai, il Cantiere aveva organizzato le scuole elementari e medie per i figli italiani dei dipendenti ed, ogni fine di anno scolastico, una Commissione del Ministero degli Esteri visitava Ruacana per far sostenere agli alunni gli esami, che avrebbero convalidato il riconoscimento della promozione in Italia.
Inoltre, un impianto di filodiffusione, centralizzata in ogni stanza ed in ogni luogo di raduno, trasmetteva i programmi radio della RAI, differiti nel tempo con una settimana esatta di ritardo. I programmi venivano registrarti su nastro in Italia, 24 ore su 24, ed inviati in Cantiere, con valigia diplomatica. Uno dei primi giorni, Michele, non sapendo questo fatto, aggiustò l’ora sul suo orologio, mentre ascoltava il segnale orario delle 19.30, prima della diffusione del Giornale Radio, della settimana precedente.
Tutte le settimane, inoltre, veniva proiettato, nel cinema del villaggio all’aperto, un film recente, che arrivava dall’Italia, sempre tramite valigia diplomatica.
I due giovani rimasero entusiasticamente sorpresi quando il Direttore del Cantiere, la domenica mattina, ripercorse con loro ed i suoi due figli qualche centinaio di chilometri della strada verso Outjo, facendo vedere loro come vivevano gli elefanti in libertà.
Solamente Luisa rimase, una volta, molto rattristata e fu quando i minatori si rifiutarono di farla entrare nelle gallerie in costruzione, per farle visitare i lavori, in quanto è loro credenza che le donne in galleria portino … disgrazia. L’unica donna autorizzata a stare in galleria è Santa Barbara, loro protettrice. Che tale triste credenza sia frutto della gelosia della Santa?

 



Le cascate di Ruacana sul fiume Kunene sono quelle che, con un loro salto di circa 100 metri, avevano permesso la realizzazione dell’impianto idroelettrico, che l’Impresa Italiana stava costruendo.
Guardando una carta geografica, esse sono facilmente individuabili, in quanto si trovano nel punto dove il confine tra Angola e Namibia non è più una linea retta lungo il 17° 40’ paralleloSud e diventa tortuoso, lungo proprio il fiume Kunene che, provenendo dall’Angola, costituisce
da quel punto il confine naturale tra i due Paesi.
Dagli 800 metri circa di altitudine, ai piedi delle cascate, il fiume prosegue per circa 400 chilometri prima di raggiungere il mare, in un dolce abbraccio, attraverso le sabbie del deserto del Namib, lungo la Skeleton Coast o Costa degli Scheletri.
Lungo questo percorso, dalla parte del South West Africa, si trova una delle regioni più scarsamente abitate del mondo, il “Kaokoland”, terra molto arida e selvaggia, che sulle carte sudafricane di allora era definita come “verbode” (proibita), il che significava che l’ingresso nel territorio era praticamente proibito ai bianchi.
Circa 7.000 abitanti su 500.000 km2, per lo più bushmen (boscimani) ed Ovahimba, nomadi che cacciavano ancora con archi e frecce.
Dall’altra parte del fiume, in Angola, il terreno è più dolce e fertile e vi sorgono anche piccoli paesi dai nomi affascinanti: Chitado, Moimba, Manaculama.
Furono proprio queste terre che Michele e Luisa ebbero il raro privilegio di sorvolare con un CESSNA 310, l’aereo dell’Impresa, che li riportò a Windhoek, il lunedì successivo, cioè dopo otto giorni dal loro arrivo a Ruacana.
Il terreno circostante il fiume Kunene è un altipiano nel quale l’acqua si è scavata il suo percorso, rimanendo nel profondo, a modo del Gran Canyon del Colorado, ben più noto ai turisti di tutto il mondo.
Altri due salti, le Ondorusu e le Epupa falls, più bassi di quello di Ruacana, caratterizzano il tormentato percorso del fiume, che sui suoi fianchi scopre i segni del susseguirsi delle ere geologiche, che, una sopra l’altra, hanno creato questa terra affascinante.
Qua e là delle piattaforme, stranamente verdi, raccolgono migliaia di animali allo stato brado che, come si è visto nel film “La mia Africa”, scappano in modo scomposto al sopraggiungere dell’aereo di Robert Redford.
La guida turistica di allora definiva questo territorio come “an unspoilt animal reserve area” (un riserva intatta di animali).
Il sorvolare a bassa quota la Costa degli Scheletri verso Sud fu per Michele e Luisa un’altra esperienza indimenticabile.
La Costa prende il suo nome dai numerosi relitti di navi antiche e moderne, che s’incagliarono lungo essa. I fondali sabbiosi del Deserto del Namib, che s’immerge in mare, sono bassi ed in continuo mutamento, a causa di repentini movimenti sottomarini locali. Le fortissime correnti e le nebbie (causate dalla corrente fredda che viene dall’Antartide e va verso Nord) fanno il resto.
Nel 1943 una nave, che portava uomini e mezzi dal Sud Africa in Europa, per combattere la Seconda Guerra Mondiale - la “Durredin Star” – vi s’incagliò anch’essa. Il recupero dei 1500 soldati e delle loro attrezzature, attraverso il deserto, richiese l’impiego di grandi mezzi, per salvare tutto il carico (ma non la nave).
Le navi abbandonate, “gli scheletri”, attendono, semisommerse, appoggiate su di un fianco a pochi metri dalla riva, che il tempo ed il mare a poco a poco le distruggono.
Durante il loro viaggio Michele e Luisa videro un coyote, libero in natura, catturare e mangiarsi una foca, che era riuscito a strappare dal suo habitat ed a trascinare a terra.
La costa, infatti, è popolata da colonie di foche, in quanto è lambita dalla fredda corrente antartica. Le guide turistiche parlano delle colonie più grandi del mondo e citano il numero di animali attorno ai 200.000 capi.
A pochi chilometri più a Sud, a Cape Cross – a circa 450 chilometri dalla foce del Kunene - Diego Caõ, navigatore portoghese, vi approdò nel 1485 e fece la moderna “scoperta dell’Africa”.
Il luogo è marcato con una croce di nero granito, copia di quella che lo scopritore piantò e che, oggi, ancora in copia, si può vedere nel museo dei navigatori a Lisbona. L’originale fu trafugato per ordine dell’imperatore Guglielmo II e si trova a Berlino, come l’altare di Pergamo (quest’ultimo, però, venne acquistato e non rubato dagli archeologi tedeschi).
In effetti i navigatori portoghesi dovevano avere molte di queste croci a bordo, perché tutta la costa è sparsa, qua e là, di tali testimonianze.
Quando Diego Caõ vi giunse, era passato qualche millennio dalla scoperta del posto da parte dei navigatori fenici - che venivano da sud, mentre i portoghesi venivano da nord - e mancavano pochi anni per la moderna “scoperta dell’America”.
Quando Michele e Luisa sorvolarono il Capo, quasi nessuno visitava il posto, evidentemente relegato alla seconda categoria dei tours internazionali. Le foche erano le padrone di Cape Cross, riproducendosi e dando luogo ad uno dei più emozionanti spettacoli della natura che si possano vedere.
Ancora più a Sud, verso Swakopmund, dopo quasi tre ore di volo, l’aereo sorvolò, più volte con ampi giri, centinaia di pescatori che da terra praticavano l’”angling” o il “surf fishing”, lanciando in acqua la loro esca, con lunghe canne, a più di cento metri di distanza. La pesca era sicura tanto il mare era ricco.
Lo spettacolo, anche dall’alto, era affascinante, in quanto le famiglie sud-africane che praticavano questo sport si organizzavano in una specie di catena di montaggio.
Il padre armava l’esca e lanciava. Quando il pesce abboccava - dopo pochi minuti – egli lo tirava a terra con facilità, in quanto dopo pochi metri dalla cattura, la spiaggia si faceva bassa ed il pesce veniva trascinato su di essa.
I figli stordivano il pesce con una martellata, lo slamavano e lo portavano alla madre, la quale, pochi metri dietro, aveva organizzato un piccolo tavolo di lavoro. Con pochi colpi di un coltellaccio ben affilato, i filetti del pesce venivano staccati, finendo in una scatola frigo collegata alla batteria della macchina, mentre testa e spine venivano buttate da una parte, dove i pellicani ed altri uccelli marini banchettavano.
Più a Sud della cittadina di Swakopmund e del porto di Walvis Bay, a 35 km da essa, incominciava la “Diamond Area N. 2 – Restricted Area”, dove si trovavano le famose miniere di diamanti della De Beers, che era assolutamente proibito cercare di visitare senza permesso, pena il rischio di prendersi qualche fucilata ed un processo con condanna per direttissima.
Fu per questo che l’aereo da Swakopmund puntò diritto verso Est, per Windoek, che si trovava praticamente sullo stesso parallelo.
Tuttavia l’aereo, prima di virare, permise loro di vedere uno spettacolo indimenticabile costituito da tra le più alte dune di sabbia del mondo, che diradavano dolcemente verso il mare, facendo lambire i loro piedi da esso. Stormi di bianchi pellicani volavano, in lunghe file, a bassa quota,incrociandosi verso Sud e verso Nord, forse per godersi anch’essi lo spettacolo offerto da quella natura selvaggia.
Durante il volo verso Windoek, il pilota spiegò a Michele e Luisa che nella “Diamond Area” i diamanti si trovavano al confine tra il mare e la terra, dalla battigia qualche decina di metri fuori costa. Quando si abbassava la marea, degli enormi bulldozers creavano una specie di coronella di sabbia che, dopo il rapido intervento delle pompe idrovore, mettevano lo strato diamantifero all’asciutto. Ciò avvenuto, potenti mezzi succhiavano la sabbia e con essa i diamanti, prima che l’alta marea sconvolgesse tutto di nuovo. Il successivo processo di vagliatura ricuperava le pietruzze “scure”, che una volta tagliate ad Amsterdam, assumevano tanto valore.
Wilbur Smith, il noto scrittore di avventure, rodhesiano-sudafricano, con il suo “The diamond hunters”, aveva già descritto, nelle edizioni PAN Books, tutti quei luoghi e la natura che li circondava, con estrema precisione.

 



Tutta questa fu la storia che Michele raccontò ai suoi amici prima e durante la cena di un freddo sabato di dicembre, al rientro a Bologna dal suo viaggio di nozze.
L’appartamento e l’arredamento, che i suoi ed i suoi suoceri avevano regalato agli sposi, nella centrale via D’Azeglio, denotavano chiaramente lo stato sociale cui essi appartenevano.
Mobili, di una finta “arte povera”, tendaggi e soprammobili erano tutti di grande ricercatezza e valore.
Un complesso stereo Bang & Olufsen, un televisore Grunding a colori 32”, con videoregistratore incorporato e l’ultimo grido delle cucine Berloni completavano l’arredamento, assieme a due o tre quadri del ‘600, aventi pesanti cornici dorate, dove si vedevano, a mala pena, dei Santi, tutti con gli occhi rivolti al cielo, in mezzo ad una atmosfera nerastra, che lasciava pochi dubbi sul tempo che era trascorso da allora.
Tuttavia Laura sapeva a mala pena cucinare un uovo al tegamino, presa com’era tutto il giorno dietro ai suoi cerambici e Michele riusciva, sempre a mala pena, ad ascoltare Eine kleine nachtmusik.
Per la cena aveva pensato tutto la mamma di Laura, la quale aveva fatto venire dalla gastronomia in via Ugo Bassi tutte le più rinomate leccornie. Era il primo invito che gli sposi facevano in famiglia ai loro amici e tutto doveva esser perfetto.
Per la musica di sottofondo aveva pensato la Buton, che regalava, a chi comperava una bottiglia di Brandy Vecchia Romagna Etichetta Nera, un disco della Sonata in fa maggiore di Beethoven, che fungeva d’accompagnamento ad una sua pubblicità, allora molto in voga.
La serata ed il racconto di Michele del suo viaggio di nozze, ormai, volgevano al termine e gli amici, seduti in ampie poltrone attorno al camino acceso, si gustavano il brandy della Casa, che aveva offerto il più volte ripetuto accompagnamento musicale del ricevimento. A quel punto, Michele attaccò la parte più importante ed attesa delle sue avventure, con voce decisa:
“In fine, siamo andati all’Etosha Pan, con il fuori strada che avevo noleggiato per recarmi ad Etemba. Siamo arrivati a Namutoni da Windhoek, verso sera. Namutoni è uno dei tre siti che danno alloggio a chi visita il Parco ed è un ex fortino tedesco, costruito durante la prima guerra mondiale, quando il South West Africa, era sotto il dominio della Germania e si chiamava Africa Sud Occidentale Tedesca.
Per fortuna che eravamo giunti per tempo, perché al tramonto per i ritardatari si chiudono le porte e nessuno può entrare. Devi passare la notte … tra le belve.
Dovreste vedere, tutto è rimasto come allora. Si cena nel refettorio dei militari e si dorme su delle brandine, che probabilmente sono ancora quelle del 1915. Le coperte, le coperte, sono di lana karakul e pesavano cento chili. Di notte in Africa fa un certo freddo.
Al mattino siamo partiti quasi all’alba, quando si sono aperte le porte del forte. Abbiamo percorso pochi chilometri ed ho visto due giraffe che camminavano lentamente nella savana. Ero emozionato, ero tanto emozionato e volevo scattare una foto memorabile.
Poiché le giraffe erano un po’ lontane da noi, sono sceso dalla vettura e mi sono avvicinato loro.
Non c’era nessun pericolo, la pianura era spianata e vasta e non c’era alcun animale in vista.
Stavo per scattare quando Luisa mi chiamò a gran voce, facendomi dei segni di guardare alla mia sinistra.
Sotto un cespuglio, che nella fretta di scendere non avevo notato, stava accovacciato un grosso leone maschio. Rimasi impietrito, non sapendo cosa fare.
Il leone, probabilmente disturbato dalle urla di Luisa, si alzò in piedi e, guardandomi fisso negli occhi, emise un tremendo ruggito … “Rooar”.
Anche Michele si era alzato in piedi e davanti ai suoi ospiti, immobilizzati per la tensione del racconto, anche lui aveva ripetuto, con voce tuonante, il ruggito del leone. “Oddio, me la son fatta sotto!” mormorò Michele. “Lo credo, in una situazione simile” commentò il suo amico Carlo.
“No! Non allora! Adesso, quando ho fatto … “Rooar”.

(Libera ELABORAZIONE di ricordi e di esperienze africane dell’Autore - il quale ha vissuto con la sua famiglia per cinque anni in South West Africa - mescolati ad un finale a sorpresa un po’ volgare, tanto per dare un taglio netto al racconto, che forse stava diventando troppo noioso.
I personaggi di Michele e Luisa sono inventati, come la loro ultima avventura con il leone.
Tutto il resto corrisponde ad episodi realmente accaduti.)

 


 

ASSOCIAZIONE MINERARIA SUBALPINA

Anno XVI, Numero 4 - dicembre 1979

Dott. Ing. Enrico Bertinelli

S.P.E. TORINO

Riassunto

La nota illustra un importante complesso di opere eseguite tra il 1973 ed il 1978 sul fiume Cunene (al confine tra Angola e Africa del Sud Ovest – Oggi Namibia) da imprese italiane, per la realizzazione di una centrale idroelettrica da 320 MW. Vengono descritti, fornendone i principali dati tecnici ed economici, i lavori di scavo e rivestimento relativi ad opere di presa, condotte, sala macchine, pozzi piezometrici e canale di scarico.

Summary

The paper illustrates an important complex of works, completed between the years 1973 and 1978, on the Cunene River (across the border between Angola and S.W. Africa) by Italian contractors a 320 MW hydroelectric power plant. Excavation and lining works required to build the water intake system, the pressure tunnel, the generator room, the shafts and the tailrace tunnel are described, and the salient technical and economical data are given.

Résumé

Cette mémoire décrit un important ensemble d'oeuvres qui ont été accompies entre le 1973 et le 1978 sur le fleuve Cunene (à la frontière entre l'Angola et l'Afrique de Sud Ouest) par des entreprises italiennes pour la réalisation d'une installation hydroélectrique de 320 MW. On esquisse les détails sur les oeuvres de prise, les conduites, les salles de machines, les puits pyézometriques, les conduites de décharge.

Sull'argomento, l'Autore il Dott. Ing. Enrico Bertinelli, Direttore Generale TORNO S.p.A - ha tenuto una conferenza all'Associazione Mineraria Subalpina la sera del 31 maggio 1978

 



Le opere civili per la costruzione dell'impianto idroelettrico di RUACANA sul, fiume Cunene, nell'Africa del Sud Ovest, Sono state realizzate fra il 1973 ed il 1977.
I montaggi del macchinario e dei relativi equipaggiamenti elettromeccanici, iniziati alla fine del 1976 sono continuati anche nel 1978, unitamente ai lavori di finitura e ripiegamento delle installazioni.
Tuttavia, anche se ormai tutte queste attività sono state portate a termine, la Centrale non ha potuto ancora né entrare in funzione e nemmeno essere provata in modo definitivo a causa della 'Situazione creatasi nella Zona dopo gli eventi politici verificatisi in Angola dopo il 1976 (…)
successivamente alla data della Conferenza, la Centrale è entrata in esercizio (n.d.r.).
L'impianto, costituito fondamentalmente da una galleria di adduzione in pressione, da una centrale in sotterraneo da 320 MW con 4 gruppi, da una galleria di scarico e dalle opere accessorie, non presenta caratteristiche né eccezionali né particolarmente significative; tuttavia la collocazione geografica del lavoro, lontano 1000 km sia dal porto più vicino che dalla Capitale ed a cavallo di una frontiera, ha comportato la soluzione di problemi non indifferenti, esaltati dalle vicissitudini di carattere politico che hanno direttamente interessato la zona durante la costruzione.
Dal punto di vista tecnico può essere interessante dar conto dell'adozione di procedimenti e tecniche costruttive a volte originali e innovative che hanno contribuito alla buona riuscita dell'opera.

 



Anche se il complesso delle opere idrauliche che interessano il fiume Cunene si estende in buona parte in territorio Angolano (il fiume infatti nasce in Angola e solo a partire dalle cascate di Ruacana costituisce il confine nord dell'Africa del Sud Ovest) la centrale vera e propria è situata in Africa del Sud Ovest.
L'Africa del Sud Ovest, colonia tedesca dal 1892 sino al 1915, è stata governata dal 1920 in poi dalla Repubblica Sudafricana in virtù di un mandato della Società delle Nazioni, e dovrebbe oggi chiamarsi Namibia in seguito alla risoluzione del 1976 dell'ONU, il quale ha messo fine di diritto, ma non di fatto, all'amministrazione fiduciaria del Sud Africa.
Comunque si chiami, si tratta di un vasto territorio dell'Africa australe, situato a cavallo del Tropico del Cancro, tra i fiumi Orange a sud e Cunene a nord, bagnato a ovest dal freddo Oceano Atlantico, mentre a est si estende l’immenso torrido deserto del Kalahari, spartito con l'Unione Sudafricana ed il Botswana.
Morfologicamente è costituita da un vasto altipiano asimmetrico, digradante da nord a sud. Il versante orientale raggiunge i 1500 m a nord e gli 800 a sud e si abbassa verso le pianure dell'Ovambo e dello Okawango, caratterizzate verso la conca del Kalahari da depressioni chiuse salate, come l'Etosha Pan.
A causa del clima decisamente arido, prettamente desertico lungo la costa atlantica, sub desertico nelle regioni orientali e sud orientali, il territorio ancorché abbia una superficie di 835.000 kmq, è scarsamente popolato, con una densità media di 1,6 abitanti per kmq. La popolazione è costituita da 74.000 bianchi in prevalenza boeri e tedeschi, e da 450.000 fra nativi e mulatti, questi ultimi per la maggior parte di discendenza tedesca.
I nativi appartengono a tre ceppi principali: Bantù, Ottentotti e Boscimani con netta prevalenza dei primi, suddivisi in varie tribù che ancora sotto l'amministrazione tedesca si facevano lotte feroci, sterminandosi a vicenda. Maggiormente rappresentative sono gli Herero, cacciatori e guerrieri, e gli Owambo, pastori e agricoltori.
Le varie tribù Owambo costituiscono il raggruppamento etnico più numeroso e sono ormai da molti decenni stanziate nella parte nord del territorio, a cavallo del confine con l'Angola.
Nell'ambito dell'Amministrazione Sudafricana, il territorio dell'Owamboland gode di una certa autonomia e ad Oshakati la « capital» esiste un Governo dell'Owamboland, i cui ministri sono in parte i capi delle varie tribù in parte eletti per elezione nominativa. La popolazione dell'Owamboland, prevalentemente nomade o semistanziale, dedita all'allevamento ed all'agricoltura con puro carattere di sopravvivenza, è rimasta per secoli isolata e quindi è una delle più arretrate e primitive, ma non selvagge, dell'Africa del Sud Ovest e dell'intero continente africano.
Proprio a causa di questa arretratezza gli Owambo sono protetti dall'Amministrazione centrale e l'accesso nella regione è sottoposto a rigorose limitazioni.
Sono quindi assai scarsi la preparazione ed il livello culturale della mano d'opera locale che, salvo qualche eccezione, ha fornito solo manovalanza.
Gli sforzi per procurare una certa qualificazione hanno dato risultati inferiori allo sperato, più per mancanza di interesse che di capacità potenziale da parte del personale.
Le lingue parlate sono, oltre al Bantù, l'Afrikaans, l'Inglese ed il Tedesco. Le popolazioni di confine con l'Angola parlano anche un poco di Portoghese.
Nell'Owamboland l'istruzione viene impartita prevalentemente da missioni cristiane.


 

La centrale è situata in fregio alle Cascate di Ruacana, dove il fiume Cunene lascia il suo percorso da nord verso sud in territorio angolano e prende il suo corso in direzione ovest con salto di oltre 100 metri.

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In periodo di piena queste cascate rappresentano uno spettacolo naturale di una certa imponenza e suggestione, anche se indubbiamente inferiore a quello che può essere rappresentato dalle più celebri cascate Vittoria formate dallo Zambesi al confine tra Zambia e Rhodesia (ora Zimbawe - n.d.r.).
Il progetto prevede che il serbatoio di accumulo naturale ed il controllo idraulico del Cunene siano assicurati dalla diga di Calueque, situata circa 45 km a monte della centrale, mentre per la regolazione settimanale e l'alimentazione della centrale è prevista una traversa di regolazione con opera di presa; queste opere sono entrambe in territorio angolano, mentre la centrale è nell'Africa del Sud Ovest.
Per la costruzione dell'impianto idroelettrico sono stati stipulati accordi internazionali nel gennaio del 1969 tra il Governo del Sud Africa e del Portogallo, che a quel tempo controllavano rispettivamente il territorio dell'Africa del Sud Ovest e la colonia dell'Angola.
Tutto il finanziamento, sia per le opere costruite in territorio angolano sia per quelle in Africa del Sud Ovest è stato assicurato da parte del Sud Africa, e precisamente dalla IDC la quale ha costituito una società chiamata SWAWEK, South West Africa Water and Electricity Corporation Pty. Ltd., con sede a Windhoek.
La costruzione della diga di Calueque, realizzata in materiale sciolto, lunga circa 2,5 km con una parte centrale in calcestruzzo comprendente lo sfioratore, le paratoie di deflusso e le opere di presa per uso irrigazione, venne affidata ad una impresa portoghese-angolana, mentre la costruzione dello sbarramento regolatore venne assunta in proprio dal Department of Water Affair dell'Africa del Sud Ovest.
L'appalto principale, costituito dalla centrale vera e propria, dalle gallerie di presa e di scarico e dalle opere accessorie, a seguito di gara internazionale venne, nel gennaio del 1973, assegnato alla Società Italiana COSINT, Costruzioni Internazionali S.p.A. di Milano. Il progetto dell'opera era stato redatto da ingegneri sudafricani, riuniti sotto il nome di Hydroconsults, ai quali successivamente venne affiancato, per la direzione dei lavori, una organizzazione che fa capo alla Alusuisse svizzera. L'appalto affidato alla COSINT comprendeva in dettaglio: - il collegamento con le opere di presa sullo sbarramento di regolazione costruito dal Department of Water Affairs; - una galleria in pressione della lunghezza di 1500 m e del diametro interno variabile da 8,3 a 7,4 m,
per la maggior parte a sezione circolare, rivestita in calcestruzzo e inoltre blindata per 300 m; - una vasca di espansione in calcestruzzo a forma elissoidale, costruita interamente fuori terra, formante un serbatoio alto 31,5 m con una capacità di 90.000 m3 circa; - quattro pozzi verticali nei quali sono alloggiate altrettante condotte blindate, profonde 135 m e con diametro interno di m 3,60;
- il complesso della centrale in caverna, che comprende:
l) la sala macchine lunga 141,5 m, larga 16 m ed alta 36,50 m
2) la sala trasformatori, un poco più piccola, ossia lunga 126 m, larga 15,5 m ed alta 25 m
3) la caverna di espansione, lunga 70 m, larga 11,50 m e alta 28 m
4) due pozzi verticali per i cavi, per collegare la sala trasformatori con la sovrastante sottostazione alti 115 m e can un diametro di 3 m
5) un pozzo per ascensori, profondo anch'esso 115 m e del diametro di 6,60 m – - una galleria di scarico, che dalla caverna di espansione raggiunge il Cunene, lunga 675 m, larga 11 mediamente alta 13,90 m;
- la galleria di accesso al complesso della centrale sotterranea, lunga 360 m e di diametro di 8,50 m;
- l'edificio della sottostazione, l'edificio' dei generatori ausiliari, ed altri edifici esterni;
- strade di accesso e di servizio, piazzali, ecc.
La potenza totale installata è di 320 MW, ripartita in 4 gruppi da 80 MW ciascuna, di cui 3 sono installati.
L'importanza dell’opera si può riassumere in poche cifre specificative:
415.000 m3 di scava in sotterranea 176.000 m3 di calcestruzzo 3.500 t di ferra di armature 1.200 t di rivestimenti metallici.

 



In una zona di cui si poteva quasi dire « hic sunt leones » era necessario creare la complessa organizzaziane necessaria per dar vita al cantiere. Anzitutto i collegamenti. L'unica parta dell'Africa del Sud Ovest è quella di Walwis Bay. Da qui, sia per ferrovia che per strada asfaltata si possano raggiungere Tsumeb, centra mineraria, appure Outjo, altra piccalo centro agricolo-minerario. Da queste località, can un percorsa di altre 450 km di strada non asfaltata e spesso in condizioni precarie, si raggiunge la zona dei lavori.
Era passibile usufruire anche del parta angolana di Mocamedes ma can collegamenti stradali molto peggiori per cui, dopa un periodo iniziale, venne abbandonata ancor prima della definitiva chiusura delle frontiere.
Il callegamento can la capitale Windhoek, dove la Società aveva stabilito il proprio ufficio di collegamento e a cui fanno capo i voli internazionali, poteva avvenire via terra, con circa 1000 km di strada (via Tsumeb) a più comodamente per via aerea. Nelle vicinanze del cantiere infatti era stato costruito un aeroporto can due piste una delle quali asfaltata che consentiva atterraggio e decolla di aerei di medie dimensioni. In pratica tutta il movimenta merci, esclusa pasta e materiali particolarmente urgenti, è stata effettuata via terra, mentre gli spostamenti del personale venivano normalmente effettuati can piccali aerei, che, nel corso dei lavori, hanno compiuto n. 1.150 voli per un totale di altre 4000 ore volate.
Il piano generale delle sistemazioni logistiche nei cantieri era stato prefissato dall'Ente Appaltante in base anche a sue considerazioni, socio-politiche.
Per il personale locale erano previsti ben quattro campi: due in Angola e due in Africa del Sud Ovest:
- nel «North Camp» i nativi angolani; nell'« Angola Camp », il personale di nazionalità portoghese a angolano, quasi tutto impiegato dal Department of Water Affairs;
- nel «South Camp» erano alloggiati nativi di provenienza dell'Africa del Sud Ovest, mentre non è stato realizzato il previsto campo dei nativi con famiglia, che si sono distribuiti nelle cosiddette «Locations ».
Il personale espatriato della COSINT, delle altre imprese che successivamente sono venute per montare turbine, trasformatori, ed altri macchinari, nonché il personale degli Ingegneri Consulenti e della Direzione Lavori era alloggiato in un villaggio appositamente costruito a circa 25 km dai lavori, in prossimità dell'aeroporto.
Mentre tutti i campi per l'alloggio dei nativi sono stati messi a disposizione direttamente dalla Amministrazione, per il villaggio principale, detto Ruacana Escarpment Township, l'ente appaltante si è limitato a fornire l'acqua potabile, la rete di fognatura e l'energia elettrica. Tutto il resto è 'stato approvvigionato e messo in opera dalle imprese.
Sia per alloggiare le famiglie che il personale scapolo che per i locali di servizio comune e ricreativo si è fatto uso di case prefabbricate fatte venire dal Portogallo, per un totale di 7.000 mq.
L'ampia area disponibile ha permesso di realizzare un villaggio con spazi liberi, larghe strade di collegamento e una razionale collocazione degli edifici.
Il complesso comprendeva:
- 60 case per famiglie
- 200 alloggi per scapoli (staff e specialisti)
- una doppia mensa, un supermarket, cucine, magazzini viveri e casermaggio.
Tutte le case erano dotate di aria condizionata e filodiffusione, e in parte di telefono. Per le attività ricreative erano a disposizione due clubs, dotati di bar e televisore con videocassette, due piscine, una con trampolino e l'altra per i bambini, campi da tennis, un campo di pallavolo e pallacanestro, un campo di calcio, ed un cinema all'aperto con posti a sedere e drive-in. Il luogo dei lavori veniva raggiunto percorrendo 25 km di strada asfaltata.
Nella zona baricentrica del cantiere erano situati gli uffici sempre di tipo prefabbricato e la mensa diurna, in cui venivano consumati i pasti del mezzogiorno.
Sempre in vicinanza degli uffici trovavano sistemazione, circondati da vasti piazzali, l'officina meccanica, i magazzini centrali dell'impresa, i depositi di carburante e l'officina elettrica, ossia oltre 3000 m2 coperti. Un poco più distanziati, l'area per la lavorazione del ferro e la falegnameria, mentre in una zona decentrata erano ubicati i due depositi dell'esplosivo e quello dei detonatori.
Nella zona lavori, in vicinanza dei fronti di attacco erano situati l'officina dell'aria compressa ed altri servizi minori.
L'energia elettrica era distribuita in cantiere con 5 km di rete a 6 e a 11 kV facente capo a dieci cabine di trasformazione. Mancando qualsiasi collegamento con la rete nazionale, l'energia veniva prodotta da due centraline, una idraulica che sfruttava parte del salto delle -cascate, con due turbine per complessivi 400 KVA, ed una diesel composta da 8 generatori Caterpillar da 1000 KVA ciascuno. Questi impianti venivano anche integrati da due generatori Caterpillar da 137 KVA dell'impresa per servizio di standby.
Il consumo totale di energia durante la costruzione ha superato i 21 milioni di kWh.
L'acqua del Cunene, sempre prelevata a monte delle cascate, costituiva il rifornimento idrico sia per gli usi industriali che, dopo potabilizzazione, per uso civile.
Una tubazione lunga 25 km portava l'acqua potabile al Ruacana Escarpment Township. Fondamentali per la vita del cantiere le telecomunicazioni, assicurate mediante tre servizi indipendenti: un impianto telefonico che faceva capo alla rete pubblica, un impianto telex collegato sia con Windhoek sia con la rete telex internazionale ed infine, come emergenza, un impianto radio che collegava il cantiere con l'ufficio della Società nella capitale.
Queste facilità di comunicazione hanno costituito, oltre che un indispensabile strumento di lavoro per coordinare l'attività degli uffici della sede in Italia con la filiale ed il cantiere, un prezioso strumento nei momenti d'emergenza: così, in occasione del terremoto in Friuli, entro poche ore il personale friulano in cantiere; ha potuto avere notizie dirette dalle famiglie; e nei momenti « caldi» della situazione in Angola a Milano si potevano fornire alle famiglie tranquillizzanti notizie in ogni momento.

 



Anche in un cantiere come quello di Ruacana, ove la maggior parte dell'attività si svolge in sotterraneo, la parte più appariscente ed importante delle installazioni fisse è costituita dagli impianti per la confezione del calcestruzzo, oltre 170.000 m3.
Per la preparazione degli inerti, pietrisco e sabbia è stato installato un impianto di frantumazione, lavaggio e classifica con una capacità di produzione di 800 m3/g (su un solo turno) di 5 classi di materiale finito.
Si tratta di un impianto molto elastico con in testa una frantumazione primaria-secondaria con frantoio a doppia ginocchiera da 1000, cumulo intermedio di semilavorato da 25.000 mc, insilamento diretto in sili circolari del diametro di metri 7,40. La rimacinazione dei superi era affidata a 4 frantoi rotativi terziari da 4' operanti in ciclo chiuso con i vagli.
L'alimentazione dell'impianto veniva effettuata mediante dumpers da 35 t con materiale roccioso proveniente dagli scavi all'aperto e in galleria.
La sabbia era parzialmente ricavata dalla macinazione e frantumazione nei vari stadi dell'impianto ed in parte ottenuta dai depositi naturali disponibili sulla sponda destra del fiume, immediatamente a valle delle cascate. Per lo sfruttamento di questa sabbia, oltre a dover realizzare una sezione indipendente di lavaggio e recupero con relativo insilamento, è stato necessario costruire un ponte sul fiume Cunene, che, rappresentando un ulteriore valico di frontiera, è stato munito di posto di controllo. A titolo di curiosità, alla fine dei lavori la rimozione di questo ponte, imposta dai militari cubani, ed il relativo recupero sono stati effettuati in meno di 24 ore.
Il confezionamento dei Calcestruzzi avveniva in due impianti installati in prossimità del portale della galleria di accesso alla centrale. Si trattava di un impianto di tipo orizzontale per l'alimentazione diretta delle autobetoniere, con pesate in successione, e di un impianto a torre automatico con programmazione a schede con due betoniere biconiche da 3 m3. La produzione max. giornaliera ha superato i 900 m3 di calcestruzzo reso. Per ottemperare alle limitazioni di temperatura imposte dal capitolato, l'impianto di confezione del calcestruzzo era completato da una centrale per la produzione di acqua refrigerata, che veniva impiegata negli impasti. Non è stato necessario adottare impianti per la produzione del ghiaccio in quanto si è riusciti a contenere le temperature negli inerti, insilati dopo la lavatura.
Notevole importanza ha assunto invece lo stoccaggio e la manipolazione del cemento, effettuato il primo in quattro grandi depositi al coperto (1.000 t) e due silos circolari (300 t) e la seconda mediante impianto di tagliasacchi e di insilaggio.
Il cemento infatti proveniva per la maggior parte da cementerie in prossimità di Cape Town, a una distanza di 1860 km, interamente via terra, dapprima in ferrovia fino a Outjo e Tsumeb e poi con autocarri fino in cantiere. Il cemento era disponibile solo in sacchi e quindi è stato necessario creare un deposito a Outjo nello scalo ferroviario ed una complessa organizzazione di trasporto mediante autotreni con un carico di 25 t di sacchi, pallettizzati. Di media si dovevano scaricare con l'aiuto di fork lift 12 autotreni al giorno. Dopo l'apertura dei sacchi, effettuata da apposita tagliasacchi, il cemento veniva immesso mediante elevatori nei silos.
Il rifornimento di aria compressa alle macchine di perforazione e a tutti i servizi è stato affidato ad una rete fissa di distribuzione facente capo ad una centrale ubicata nella parte bassa del cantiere fra i portali della galleria di accesso e della galleria discarico, quindi nella zona dove si concentrava il maggior consumo.
La centrale disponeva di 8 compressori elettrici fissi, di cui 6 Ingersol Rand da 30 m3/min e due Atlas Copco da 25 m3/min. È stata installata anche una seconda centrale ausiliaria con altri due elettrocompressori fissi da 30 m3/min nella zona del Palmwash per il servizio della galleria. Il cantiere disponeva inoltre di altri due compressori elettrici di riserva e di 5 motocompressori mobili per servizi di emergenza e per luoghi non serviti dalla rete. Per la distribuzione vennero utilizzati 800 m di tubazione principale da 8" e 3200 m di tubazione da 6", tutta con attacchi di tipo rapido.

 



La geologia della zona di Ruacana è caratterizzata dalla presenza di tre grandi blocchi di gneiss porfiroblastico di colore da rosa a grigio, con intercalazioni di cloritoscisti, scisti ad orneblenda e micascisti.
Il primo blocco di gneiss porfiroblastico, quello più a nord e situato in territorio angolano, comprende una vasta fascia quasi perpendicolare al corso del Cunene e su di esso è impostata la maggior parte delle opere di derivazione con la presa ed un primo tratto della galleria in pressione. La zona è contornata a nord da strette fasce di pegmatiti, anfiboliti e gneiss micacei, mentre a sud ci troviamo in presenza di una larga fascia di gneiss micaceo ricco di vene quarzitiche, generalmente più tenero dello gneiss porfiroblastico, con una stratificazione marcata tendente alla scistosità. La soglia delle cascate è situata al contatto tra queste rocce ed il secondo blocco di gneiss porfiroblastico. La maggior parte della galleria in pressione giace nei due primi blocchi di gneiss e nella fascia di gneiss quarzitico, fino alla incisione del Palmwash. Il Palmwash è una fossa che l'erosione ha scavato lungo un piano di faglia fra il secondo e il terzo blocco di gneiss porfiroblastico, dove ,si trovano intercalazioni di gneiss fortemente laminato, una fascia milonitica e
una di gneiss interamente brecciato. L'ultima fascia della galleria, il complesso della centrale, la galleria di accesso e la galleria di scarico sono stati scavati nell'ambito del terzo blocco di gneiss porfiroblastico, in roccia compatta e solo localmente fratturata.

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Le qualità meccaniche della roccia, generalmente buone, hanno consentito un limitato impiego di centine metalliche per il sostegno temporaneo delle gallerie contenuto in una cinquantina di metri in corrispondenza della fascia milonitizzata e brecciata del portale sud del Palmwash e per i primi 25 m della galleria di pressione in quanto, per ragioni di progetto, non si era voluta allungare la trincea di accesso.
Per contro, soprattutto per proteggersi contro la eventualità di distacchi localizzati e per assicurare una buona protezione, è stato fatto esteso uso di bulloni, per la maggior parte iniettati, in numero di 16.000 per una lunghezza di oltre 60.000 m, con un carico di 600 kN.
Nelle tre caverne principali la stabilità delle volte e di parte delle pareti è stata assicurata dal posizionamento di 35 cavi da 1000 kN, 136 cavi da 1500 kN, mentre 75 cavi da 1500 kN sono serviti per il sostegno delle vie di corsa delle gru a ponte e solo marginalmente contribuivano alla stabilità della volta.

 



I 1.500 m della galleria di pressione, che come ricordiamo ha un diametro interno finito di 8,30 m, hanno inizio all'estremità dell'opera di presa, in territorio angolano; la galleria corre ad una profondità non superiore ai 30 m sotto il terreno, e, per i primi circa 700 metri, scende con una pendenza del 6%. Successivamente prosegue pressoché orizzontale fino alla incisione del vallone del Palmwash da dove poi, con la contropendenza del 13,5 % ha inizio l'ultimo tratto di 300 metri, fino alla vasca di espansione.
Come già accennato, il tratto in corrispondenza del vallone di Palmwash doveva essere eseguito all'aperto, sotto forma di galleria artificiale, e presentava alcune incertezze, sia sulla possibilità di assicurare un adeguato drenaggio al vallone stesso, in previsione dell'eventualità del verificarsi di piene improvvise, sia sulla qualità effettiva della roccia, e quindi sul posizionamento effettivo dei portali, rispettivamente, nord e sud. Per questo motivo era stata in un primo tempo contemplata la possibilità di raggiungere la galleria circa a metà della sua lunghezza mediante una finestra,che avrebbe costituito un accesso provvisorio, allo scopo appunto di svincolarsi. Tuttavia le difficoltà di accesso e di terreno hanno successivamente sconsigliato l'esecuzione di detta finestra ed hanno viceversa indotto ad accelerare il lavoro di scavo all'aperto entro il Palmwash. In conseguenza di ciò il cantiere galleria è stato, almeno per quanto riguarda la parte scavi, concentrato nel Palmwash stesso ed i due tratti, verso nord e verso sud, sono stati scavati quasi interamente a  partire dai portarli del Palmwash.
Si è proceduto con il metodo di scavo a quasi piena sezione per pressoché tutta la lunghezza del tunnel, sia nel tratto nord, in roccia di buona qualità, sia nel tratto sud dove, come già accennato, si è fatto ricorso ad avanzamento con centine ed infilaggi. In entrambi i casi l'arco rovescio è stato scavato in un tempo successivo.
Sul fronte di avanzamento venivano praticati da 90 a 96 fori con lunghezza da 2 a 3,50 m. Lo sfondo medio è risultato di circa 3,40 m massimo, con minime di 1,90 m per volata. La carica specifica, circa 400 kg di gelatina per volata era di circa 2 kg/m3. Lo sfumo delle gallerie, grazie ad una efficace ventilazione, avveniva in circa 30 minuti, mentre per la perforazione si richiedevano da 2 ore e mezzo a 3 ore. Il tempo medio di perforazione di un foro era di 8 minuti, con una velocità media di 40 cm/minuto. La perforazione veniva eseguita con un Jumbo della AtIas Copco, appositamente progettato, Promec T 287 a 4 braccia più un cestello, con martelli perforatori ad aria compressa modo COP 125 su bracci BUT 14 ER. Il tutto reso semovente su autotelaio EucIid R27.
Occasionalmente è stato impiegato in supporto un boomer a 2 braccia modo 131 sempre della Atlas Copco, su telaio articolato Volvo BM.
La bullonatura regolare veniva assicurata dal braccio posteriore del Promec T 287, coadiuvato da piattaforma di servizio; la bullonatura addizionale dal boomer 131. Al carico dello smarino, oggetto di attenti studi di tempi e metodi, provvedeva una pala caricatrice Caterpiller 988 o 966 e al trasporto una flotta di 8 Aveling Barford SL 340 da 15 t di portata, coadiuvati, dove possibile per le manovre, da dumpers Euclid R 22 da 25 t e CAT 769 da 36 t.
Il tempo medio per lo smarino di una volata di 200 m3 di roccia in posto era di 2,5/3 ore al massimo a seconda della disponibilità dei mezzi impiegati.
La ventilazione era assicurata da due ventilatori coassiali da 30 kW ciascuno, con tubazione flessibile in PVC da 1000 mm di diametro, portata 26 m3/sec con una pressione di 175 mm. L'illuminazione in prossimità del fronte era data da proiettori con lampade a vapori di iodio da 1000 W mentre lungo la galleria erano utilizzate lampade ad incandescenza. Tutta l'illuminazione in sotterraneo avveniva mediante l'impianto di sicurezza con alimentazione a 110 V 800 periodi, fornita da convertitori di frequenza da 40 e da 20 HP (quattro in totale sui lavori). Il rivestimento di calcestruzzo è stato gettato in due fasi. Dapprima è stato gettato l'arco rovescio mediante una cassaforma speciale, parte sospesa e parte appoggiata, per il movimento della quale era stata installata in galleria una specie di monorotaia sostenuta da funi. Per portare il calcestruzzo all'opera le autobetoniere correvano sull'arco rovescio già gettato, opportunamente protetto da materiale fino (sabbia e risulta di lavatura). Tutto il sistema ha funzionato abbastanza bene, salvo qualche inconveniente dovuto forse al fatto che erano state sottostimate le difficoltà derivanti dalla presenza di ferro e reti di armatura che in buona parte dovevano essere installati anche lungo le pareti e quindi essere sostenuti per un buon tratto.
Per il getto delle pareti e dell'arco rovescio, che avvenivano in un'unica soluzione, erano state approvvigionate casseforme CIFA di tipo telescopico, sostenute da apposito arco (e montate su autotelaio FIAT 693) che permettevano il getto di una sezione di 13,50 m di lunghezza ogni 24 ore. Il rifornimento del calcestruzzo è stato assicurato di norma mediante autobetoniere ICOMA TR lO da 7 m3 con funzioni esclusivamente di trasporto. Erano disponibili 9 autobetoniere su auto telai FIAT 693 e 697.
La posa in opera è stata effettuata per la quasi totalità mediante due pompe Wortington, che assicuravano un ritmo di getto superiore di 30 m3/h ciascuna. Questi mezzi sono stati impiegati anche per i getti di tutte le altre gallerie e per buona parte delle opere sia esterne che in sotterraneo, con eccellenti risultati.

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Per la costruzione della sezione blindata è stato allestito, in prossimità del Palmwash, un cantiere autonomo per la costruzione in situ delle virole metalliche.
Questo cantiere era dotato, tra l'altro, oltre alle macchine di ossi taglio e saldatrici, anche di due gru a ponte da 20 t.
Per ridurre al minimo le saldature si sono utilizzate lamiere (spessore 18 mm) con dimensioni di 11,70x2,40 m, la massima compatibile con la convenienza di trasporto.
Effettuata la calandratura, gli anelli venivano uniti tre a tre mediante saldatura automatica così da formare degli elementi da 7,20x7,30 m di diametro.
Un sistema di tiranti regolabili assicurava il mantenimento della forma durante le fasi di lavorazione e messa in opera. Dopo aver superato i controlli dimensionali e il controllo radiografico delle saldature, le virole venivano portate nel tunnel mediante apposito carro basso e successivamente, mediante carro di varo su binari, posizionate in galleria. La giunzione in opera era effettuata con saldatura manuale.
La messa in opera delle virole non si è rivelata come una delle più semplici, a causa delle strettissime tolleranze ammesse dalla direzione lavori.
Le operazioni di bloccaggio con calcestruzzo delle sezioni saldate ed approvate venivano effettuate mediante pompa Wortington alimentata dalle autobetoniere che si affacciavano sul portale del Palmwash.
Il bloccaggio veniva completato con iniezioni in pressione, attraverso fori praticati nello spessore della lamiera e che venivano successivamente tappati mediante saldatura. Infine, a lavoro ultimato, la superficie interna doveva essere accuratamente pulita e ravvivata ed infine verniciata mediante una mano di primer e due mani di « epoxytar ».

 


 


Nessuna particolarità presenta, a parte un volume di 115.000 m3, il lavoro di scavo relativo alla vasca di espansione, che ha le già ricordate dimensioni di 3000 m2 di superficie con 31,5 m di altezza. È interessante ricordare il sistema di getto, per il quale è stato installato nel centro, sopra una torre, un derrick Loro e Parisini da 6 t con braccio da 60 m, sostenuto da una antenna controventata. Si poteva così coprire tutto il perimetro della vasca e, con tecniche normalmente usate per la costruzione di dighe di sbarramento, eseguire le varie alzate ed il movimento delle casseforme con notevole rapidità. Attraverso uno dei 18 conci, lasciato opportunamente aperto, si assicurava il servizio sia del calcestruzzo che delle casseforme. Il volume totale del calcestruzzo, posato in strati di 75 -;- 80 cm, è stato di 75.000 m3.
Di particolare interesse i metodi impiegati per la esecuzione dei 7 pozzi, vale a dire i quattro delle condotte forzate, i due pozzi per cavi e il pozzo per l’ascensore per i quali sono stati impiegati, sia per lo scavo che per il getto, metodi relativamente originali.

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È stata adoperata una fresa verticale Robbins 61 R operante dalla superficie. La macchina eseguiva un foro pilota mediante scalpello triconico da 260 mm di diametro e spurgo ad aria compressa, ed una volta che l'avanzamento dei lavori sotterranei sottostanti permetteva di raggiungere l'accesso verticale del pozzo, veniva attaccato alle aste un “reamer” che, risalendo dal basso verso l'alto, provvedeva a fresare un pozzo pilota di 1,80 m di diametro. Per ogni pozzo di circa 120/130 m di profondità, tutta l'operazione richiedeva un mese, vale a dire 4 giorni per il posizionamento esatto della macchina, l0 gg. per la perforazione del foro pilota, con una velocità effettiva di perforazione di 3,95 m/h, 14 giorni per l'allargamento col reamer ed una velocità netta di 0,72 m/h ed infine un giorno per la spostamento alla postazione successiva. Una volta effettuata la fresatura dei pozzi pilota accorreva allargare lo scavo sino alla sezione definitiva, variabile da un pozzo all'altro, con un minima di 3,60 m di diametro per i pozzi dei cavi, 5 m di diametro per i quattro pozzi delle condotte forzate e 7,60 m di diametro per il pozzo degli ascensori. Per procedere a questo allargo è stata studiata una speciale piattaforma mobile, telescopica, chiamata scherzosamente «marchingegno» dal personale di cantiere, essenzialmente costituita da una struttura di sostegno che si ancorava alla roccia mediante zampe mobili e una struttura mobile che sosteneva i martelli di perforazione per l'esecuzione dei fori della volata. Il tutto manovrato da un complessa sistema di argani e funi; inoltre un'apparecchiatura di trasporto, cioè una cabina ascensore per assicurare i collegamenti con la superficie.
Can questa sistema il personale lavorava in condizioni di assoluta sicurezza e il lavora si è svolto can estrema regolarità.
Su sezioni di scavo di 17,50 m2 lo sfondo medio per volata è risultato di 2,57 m, can un massimo di 3,28 m per volata. Il tempo per l'allargo alla sezione definitiva è stata di circa un mese per pozzo. Il materiale di risulta da ogni volata cadeva nella liscia canna del pozzo pilota, senza mai causare intasamenti di sorta. Lo smarino veniva effettuato dal basso mediante pala CAT e dumper Aveling. Per il rivestimento in calcestruzzo dei pozzi dei cavi e del pozzo degli ascensori sono state usate casseforme autorampanti, di moda che il getto è avvenuta continuativamente, mentre il getto di bloccaggio del rivestimento metallico delle condotte forzate, provvedute da altri, avveniva sezione per sezione.
Adiacenti alla vasca di espansione vi sona tre edifici di servizio, vale a dire quella per i generatori di emergenza diesel (29 m di lunghezza, 12 di larghezza, l0 di altezza) poi l'edificio dell'ascensore, a 3 piani, 10xl0xl0,80 di altezza) ed infine il maggiore, lungo 93,50, largo 12 e alto 11 m, destinato ad ospitare gli interruttori e le apparecchiature. Si tratta di edifici in cemento armato, accuratamente rifiniti, che non hanno presentato difficoltà di sorta salvo il fatta che tutti gli infissi, i pavimenti, i mattoni, ecc., hanno dovuto essere trasportati da oltre 2000 (e in alcuni casi anche 3000) chilometri di distanza. Gli approvvigionamenti ed i trasporti di una notevole quantità e varietà di materiali speciali per edilizia che, per evidenti ragioni di economicità, dovevano essere provveduti nelle quantità e misure ideali hanno rappresentato un notevole sforzo organizzativo, peraltro coronato da pieno successo.

 



Come già accennato, il complesso della centrale (cui si accede attraversa una galleria di accesso in contropendenza lunga m 360 e larga 8,70 m, con sezione a ferro di cavallo), è formata da tre grandi caverne: la maggiore è quella che alloggia le macchine, ossia i previsti 4 gruppi da 80 MW; è lunga 141,50 m, larga 15,50 m can un'altezza di 15 m. Sul lato sud, a valle della sala principale, si trova la caverna di espansione, che è lunga 70 m, larga 11,50 m ed è alta 28; questa grande camera, di forma asimmetrica, è connessa alla caverna delle macchine mediante quattro gallerie per lo scarico delle turbine, ed alla estremità ovest della stessa si stacca la galleria di scarico. La terza caverna contiene i trasformatori.
Per facilitare le operazioni nel complesso della centrale si sono scavati numerosi cunicoli di accesso di sezione poco superiore ai 20 m2, in parte come piloti nell'ambito dei volumi da scavare successivamente secondo i disegni di progetto ed in parte al di fuori, per procedere con più fronti.
Così dalla galleria di accesso si stacca un cunicolo che raggiunge la parte superiore della camera di espansione, circa a metà della sua lunghezza. Da questo punto ·sono stati scavati due cunicoli, uno verso ovest ed uno verso est per eseguire, partendo da questo, lo scavo della calotta. Sempre a partire dalla galleria di accesso, nella parte terminale, si è staccato un cunicolo che, con un'ampia curva in discesa, raggiunge il tratto orizzontale delle quattro condotte forzate, per permettere di svincolare l'attività di scavo di queste parti e dei pozzi verticali dal rimanente delle operazioni.
Come per la camera di espansione, nel corpo stesso delle due caverne principali, si sono staccati due cunicoli, all'incirca in asse con le calotte.

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Per permettere il controllo continuo della roccia prima di aprire la sezione completa, lungo le calotte è stata scavata prima la parte centrale, allargata poi in tempi successivi; il rivestimento della calotta poteva così essere eseguito a partire da un piano con buona accessibilità.
E qui, sulle calotte, vengono dolenti note. In base al progetto iniziale, sia la sala trasformatori che quella macchine avrebbero dovuto avere la volta in calcestruzzo, ma successivamente il designer, probabilmente più per fare un esperimento che per risparmiare, ha modificato la progettazione ed ha ordinato la volta in « shotcrete». Purtroppo la scarsa esperienza del progetti sta in materia di shotcrete ha fatto sì che l'operazione divenisse in definitiva molto onerosa, nonostante la collaborazione dell'Impresa, che si è valsa anche dell'opera di esperti di fama internazionale.
Basta ricordare che su circa 24.000 m3 di shotcrete spruzzati sulle volte e nelle gallerie del complesso, la quantità teorica pagata non superava i 5.000 m3. Questa notevole differenza, pur tenendo conto dello sfrido, si spiega con l'anormale impiego dello shotcrete, inteso qui come una vera e propria struttura portante armata, con caratteristiche imposte di finitura e regolarità che sono antitetiche con le caratteristiche e le modalità di applicazione stesse del materiale, cui venivano richiesti effetti arco (spessori nella sala macchine di 25 cm) e bande di tolleranza. Per la messa in opera si sono impiegate pompe Aliva ed il cosidetto « Robot» della Geomekan, un'attrezzatura con piattaforma mobile e braccio di spruzzo telecomandati idraulicamente, con risultati, intesi come funzionalità delle attrezzature, buoni nonostante il costo di gestione abbastanza elevato.
Si è fatto, comunque, un lavoro con risultati tecnici soddisfacenti.
Eseguite e completate le calotte, lo scavo delle caverne è stato effettuato per banchi di 10 metri di spessore, in parte con «row-blasting» e perforazione verticale eseguita con trackdrills ed in parte con perforazione orizzontale, eseguita con le attrezzature Promec dell’Atlas Copco.
Per finire, un adit, un cunicolo di accesso, ha collegato la galleria di scarico con la parte bassa della sala macchine per consentire lo scavo delle fondazioni dei gruppi e la rimozione del materiale di risulta senza interferire con le altre operazioni.
Tutto il materiale di risulta è stato caricato e portato all'aperto tramite la galleria di accesso mediante dumpers, mentre il calcestruzzo è stato portato all'interno mediante autobetoniere.
La quasi totalità dei getti è stata eseguita mediante pompe per calcestruzzo, con l'impiego anche di casseforme di nuova concezione. I getti inerenti le macchine sono stati effettuati prevalentemente utilizzando le due gru a ponte di servizio in centrale, con benne idrauliche da 4 m3 rifornite dalle autobetoniere.
Un cenno infine al Tailrace Tunnel, la galleria di scarico, la cui esecuzione, nonostante i suoi oltre 125 m2 di sezione di scavo, non ha presentato alcuna particolare difficoltà.
Dapprima è stata scavata la parte superiore, più che altro per la opportunità di giungere al più presto in zona centrale e poter quindi disporre di un accesso indipendente dalla Access Gallery.
Poi, una volta rivestita la calotta, anche questa in shotcrete, si è proceduto allo scavo del trapezio inferiore. Qui il progettista, forse reso prudente dai risultati delle prese di posizione precedenti, ha accettato i suggerimenti dell'Impresa, la quale, vista la qualità della roccia e tenuto conto che si trattava di uno scarico a pelo libero, ha proposto di semplificare al massimo la sezione.
L'opera di scarico ovviamente ha comportato lo scavo di una gran trincea il quota notevolmente inferiore a quella del fiume ed il lavoro è stato realizzato facilmente mediante la protezione di un piccolo cofferdam.
Molto si potrebbe ancora dire sui lavori del complesso sotterraneo, descrivendo in dettaglio le tecniche adottate per le profilature, per i drenaggi, per la ventilazione e così via, correndo solo il rischio di appesantire questa già lunga e pur così schematica esposizione.
Non dovremmo, in verità, dimenticare anche i numerosi lavori all'aperto, che tra l'altro hanno richiesto la costruzione di un ponte permanente in calcestruzzo, di un cofferdam temporaneo, lo scavo ed il riempimento del già noto Palwash, la costruzione di strade e piazzali, oltre ai già citati edifici.
Un capitolo a sé meriterebbe soltanto il lavoro di «assistenza muraria» al montaggio delle varie macchine, il bloccaggio dei gruppi turbine-alternatore con le tolleranze minime nelle deformazioni, al getto dei diffusori con tolleranze strettissime sulle superfici, il bloccaggio delle condotte, di cassette, cavidotti, ecc. Tutto questo lavoro ha richiesto un notevole impegno di uomini e mezzi.

 


 


Se infatti la scelta appropriata dei mezzi di lavoro è compito che spetta essenzialmente alle alte sfere delle Direzioni dell'Impresa (e qui si può dire con tutta tranquillità che di sbagli «grossi» non ne sono stati fatti, nonostante siano stati corsi alcuni rischi con l'adozione di attrezzature e tecniche poco sperimentate) l'impiego appropriato dei mezzi messi a disposizione è compito che spetta unicamente alla Direzione ed al personale del Cantiere.
Nei sessanta mesi che sono occorsi per montare le installazioni, eseguire i lavori e ripiegare i cantieri ed i macchinari (solo questi hanno significato un movimento di 2.550 t) si sono avvicendati quasi un migliaio di europei ed oltre 2.500 nativi.
Gli europei erano per la maggior parte italiani, ma con nutriti gruppi di Uruguaiani, turchi ed anche irlandesi, inglesi, portoghesi, svizzeri, portoghesi dell'Angola. Nonostante le differenze di lingua, tradizioni e religione, non sono mai sorti problemi di convivenza o comprensione.
La forza massima, per quanto riguarda il personale direttamente impiegato dalla Società e dai suoi Subappaltatori è stata di 77 impiegati europei a livello staff, 235 operai specializzati, prevalentemente italiani e ben 1.059 nativi neri, rappresentanti la manovalanza o la semimanovalanza locale; si sono impiegate sulla durata del Cantiere 56.681 giornate lavorative di personale staff, 1.560.400 ore di mano d'opera specializzata espatriata, 7.665.000 ore di mano d'opera locale.
Purtroppo, come accennato in apertura, a motivo della situazione politica, la centrale non è in funzione. Le autorità angolane impediscono l'accesso dell'acqua nella galleria di pressione, così come hanno impedito il completamento della diga di Calueque, la cui costruzione è rimasta interrotta.
L'auspicio di tutti è, evidentemente, che la situazione possa migliorare e che questa opera, che è costata tanta fatica e tanto impegno, possa dare i suoi frutti di pace, premessa indispensabile per lo sviluppo e la prosperità della popolazione Owambo.

Nota di Vittorio Robiati
Quando l’Ing. Bertinelli si riferisce alla rimozione del ponte in ferro dalla cava di sabbia, si riferisce ad un episodio realmente successo di cui vi allego il filmato. Al seguente link.
Ponte che conduce alla cava di sabbia.


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