Paesi dove ho lavorato - Arabia Saudita

 

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Costruzione della strada Dukna – Nafee.
L’impresa di costruzioni Giuseppe Torno per cui lavoravo, vinse l’appalto per la costruzione di questa strada della lunghezza di oltre 100 chilometri per un valore di oltre 100 milioni di $ USA, che collegava le oasi di Dukna e Nafee nel nord del paese nell’area di Ghassim, Bureidagh.
Nella seconda parte degli anni 70 io mi trovavo nell’Africa del Sud Ovest dove stavamo completando le finiture della costruzione della centrale idroelettrica di Ruacana sul fiume Cunene al confine con l’Angola quando fui chiamato dalla sede di Milano per rientrare in Italia con tutta la famiglia. Destinazione Arabia Saudita. Rientrai e mi feci un buon periodo di ferie, portai la famiglia in Inghilterra e mi organizzai per questa nuova avventura.
Il cantiere era già stato avviato con la spedizione del macchinario, e la costruzione dei campi per ospitare le maestranze.
Vi era andato il Geom. Giuseppe Ruzzi un veterano della società che era stato il mio capo cantiere in Zambia nella costruzione della strada Chipata – Nyimba e che era poi andato a Taiwan per la costruzione della grande diga del Tachien.
Ruzzi operava sotto la guida dell’Ing. Giacomo Marcheselli anch’egli mio direttore in numerosi lavori in Zambia e in Namibia.
Mio fratello Giuseppe vi era già stato perchè faceva parte del team che studiò l’offerta che fu poi vinta e che mi diede le prime informazioni.
Feci un primo viaggio in Arabia Saudita e con il geom. Giuseppe Ruzzi andammo in macchina da Riyadh a Jeddha per vedere la tipologia di alcune unità abitative che erano prodotte in loco e per visitare alcuni fornitori di macchinario. Il viaggio fu impressionante. La sabbia fluiva da un lato all’altro della strada sopra il manto di asfalto come un velo. Si trovavano in continuazione pozzi di petrolio con la loro tipica fiamma che bruciava i gas residui e naturalmente carovane di cammelli.
Arrivati a Jeddha era così caldo ed umido che appena uscimmo dall’auto eravamo letteralmente impregnati d’acqua.
Fu deciso di far venire tutto dall’Italia perché essendo l’ambiente particolarmente caldo occorrevano delle infrastrutture ben isolate termicamente che permettessero almeno di dormire bene la notte e durante le festività e di star bene durante il giorno.
Le temperature raggiungevano i 50° all’ombra e l’umidità nel deserto era solo il 15% ed era così bassa che si spaccava la pelle contrariamente a quella di Jeddha e Dhahran dove l’umidità raggiungeva il 98%.
Feci poi un secondo viaggio, quello che mi portò in quel paese per dirigere la costruzione di quell’opera.
Dopo un volo di alcune ore atterrammo nella capitale Riyadh. A Riyadh avevamo un ufficio centrale cui si appoggiava tutta l’organizzazione del cantiere. Il cantiere si trovava a qualche centinaio di chilometri al Nord.
Era impressionante la differenza rispetto ai paesi che avevo visitato negli anni precedenti. Le donne erano tutte coperte e non mostravano il loro viso o parti del corpo. Di alcune non si vedevano neppure gli occhi. Le straniere dovevano coprirsi i capelli con un velo. Non c’era una vettura guidata da donne e seppi più tardi che alle donne era proibito guidare ed anche le straniere.

Il paradosso era che vi abitavano donne americane che volavano sui jet da combattimento ma che non potevano guidare le macchine. Non vi dico lo strombazzare delle auto. Tutti suonavano il clascon per qualsiasi futile motivo.
Partimmo in macchina con autista sudanese, per raggiungere la meta; il cantiere di Al Athala, una oasi a metà strada fra Duckna e Nafee. Oltre 500 chilometri verso il nord nella zona di Ghassim, Bureidagh.
Viaggiammo su un fuori strada di marca International con un motore diesel di 6000 cc. di cilindrata dotato di aria condizionata. La nafta costava solo 30 lire al litro.
Attraversammo grandi estensioni di deserto, di affioramenti rocciosi impressionanti, ogni tanto si incontrava qualche oasi e carovane di cammelli. Si incontravano dei fiumi secchi chiamati Wadi che si potevano attraversare senza problemi data la potenza del veicolo, delle marce ridotte e blocco del differenziale di cui era dotata. Ogni tanto si incrociavano pick up che nel cassone avevano i cammelli che guardavano il paesaggio o erano carichi di pecore.
Arrivammo ad Al Athala, una oasi vicino alla quale era stato posto il cantiere e dove il campo era ancora in costruzione.
Non erano ancora arrivati i materiali per montare nelle abitazioni gli apparecchi per l’aria condizionata per cui il nostro alloggio era composto da tende.
Potevamo andare a letto solo dopo la mezza notte quando arrivava un po' di venticello fresco e ci alzavamo alle quattro di mattina perché con l’alzarsi del sole la temperatura schizzava alle stelle ed era impossibile dormire.
Fortunatamente, poco dopo arrivarono i cavi, i generatori, i condizionatori e potemmo completare gli alloggi per gli scapoli, camerette con bagno, utilizzando unità abitative prefabbricate ben isolate prodotte dalla ditta Ferretti di Como.
Nel frattempo cominciammo a costruire le abitazioni per le famiglie.
Il panorama attorno al cantiere era impressionante. Dovunque volgevi lo sguardo vedevi deserto e roccia, ragnacci simili a tarantole, velocissimi scorpioni e naturalmente le nostre abitazioni e la torre con il sopra elevato serbatoio per l’acqua potabile di cui il cantiere aveva bisogno.
Incontrai alcuni dei miei vecchi amici e colleghi. Concordammo che quel lavoro sarebbe stata una grande sfida.
Conobbi anche l’Emiro del villaggio di Al Athala sotto la cui giurisdizione dovevamo operare. Si trattava di un arabo piccolo vestito nei suoi tradizionali abiti, con turbante che si chiamava Abu Fahd. Era una persona semplice a capo di questo piccolo villaggio e devo dire che con lui si è creata un’amicizia, nonostante la differente cultura, abitudini e Fede. Ci ha sempre aiutato quando ne avevamo bisogno. I Sauditi normalmente non lavoravano con le imprese provenienti dall’estero ma suo figlio si era innamorato delle pale caterpillar e lavorò con noi come palista per tutta la durata dei lavori.
Il macchinario per eseguire i lavori arrivò tutto dall’Italia usando come trasportatore la ditta Merzario con un sistema Roll On – Roll Off che permetteva di ricevere i macchinari e materiale in tempi relativamente brevi.
Quando arrivai, oltre alla costruzione dei campi, alloggi, uffici, officine, magazzini ecc, si stavano facendo i tracciati ed i rilievi, la ricognizione delle aree e la ricerca dell’acqua necessaria per la esecuzione dei 10 milioni di metri cubi del rilevato stradale.

L’acqua era un problema di grande preoccupazione perché le oasi dove essa affiorava era così poca che bastava a dar da bere a cammelli, pecore, capre e alla popolazione oltre ad irrigare quei piccoli appezzamenti di terra dove gli abitanti del villaggio coltivavano ortaggi.
La direzione lavori era americana ma impiegava tutti tecnici filippini. Erano molto fiscali come lo erano le norme tecniche per cui occorreva lavorare al massimo della qualità. Diversamente i lavori venivano fermati.
Il nostro personale era composta quasi completamente da Italiani, da Sudanesi e da qualche palestinese. Il medico e la moglie erano egiziani. La forza lavoro era di circa 200 persone.



Il lavoro consisteva nella risagomatura del terreno attraversato dal tracciato stradale con la realizzazione di circa 10 milioni di metri cubi di rilevato. La densità da raggiungere era notevole; il 95 della AASHTO Mod. Density.
Vi erano poi da realizzare una quantità innumerevole di tombini di varia tipologia che attraversavano il rilevato per il passaggio di eventuali acque meteoriche.
Vi erano da attraversare numerosi fiumi chiamati wadi, molto larghi ma poco profondi con la realizzazione di numerosi ponti lunghi anche duecento, trecento metri. Solitamente in questi wadi non correva acqua se non quando vi erano delle piogge che in quest'area erano molto rare.
Il materiale per la realizzazione della fondazione stradale dello spessore di 30 cm era costituito da materiale roccioso sotto forma di banchi di ciottoli sparsi qua e là frantumatie vagliati. La quantità lavorata è stata di oltre 400,000 mc. Con lo stesso impianto si dovevano produrre tutti gli inerti per la costruzione dei calcestruzzi.
La pavimentazione finale con binder e strato di usura venne realizzata con un manto bituminoso dello spessore totale di 15 cm.
Venne poi completata tutta la segnaletica orizzontale e verticale.
Per realizzare quest'opera furono portati dall'Italia i seguenti macchinari:
Motopale gommate caterpillar 966 e 988,
Motorgrader Caterpillar Cat 12 e Cat 14,
Bulldozer cingolati Caterpillar D 8 e D9 con ripper
Motorscraper Terex 24 e Caterpillar Cat 641
Rulli vibranti Vibroverken e Caterpillar da 10 tonnellate
Autocarri Fiat 300
Autocarri Mercedes 2121
Jeep Uaz russe e Land Cruiser Toyota
Retroscavatori gommati Poclain
Semirimorchi fiat attrezzati con botti da 20,000 litri
Impianto di frantumazione mobile completo Loro e Parisini
Impianto completo per la produzione dei calcestruzzi
Autobetoniere per il trasporto dei calcestruzzi
Impianto completo per la realizzazione degli asfalti Marini.
Autocarri telonati per il trasporto degli asfalti
Botti contenenti asfalto liquido caldo (primer) per le mani di attacco sulle fondazioni.
Vibrofinitrici Marini per la stesura degli asfalti.
Terne caterpillar con paletta e retroscavatore.
Macchine di perforazione Ingersoll Rand con sistema Odex 85/115 per la realizzazione per pozzi
Autogrù necessarie per i montaggi degli impianti e per la realizzazione delle opere d’arte.
Sistemi di casseforme per la costruzione dei tombini prefabbricati
Sistemi di casseforme per la costruzione dei tombini scatolari in opera.
Sistemi di casseforme per realizzare le fondazioni e le pile dei ponti.
Sistemi di casseforme per la realizzazione degli impalcati dei viadotti.
Sistemi di casseforme per la realizzazione delle barriere new jersey sui ponti.
Attrezzature per la lavorazione del ferro di rinforzo per tutte le opere d’arte.
Attrezzature di falegnameria per la realizzazione di casseri ad Hoc.
Attrezzature per la maturazione a vapore dei cls. per i tombini e ponti.
Pompe per calcestruzzi autocarrate
Fork Lift Manitou di varia dimensione per i piazzali di prefabbricazione
Generatori di vapore Brezza per la maturazione accelerata dei calcestruzzi delle opere d’arte.
Generatori di corrente caterpillar per la generazione di corrente per campi, impianti, officine ecc.
Generatori di corrente deutz per le far lavorare le pompe nei pozzi
Pompe sommerse da 3” da mettere nei pozzi
Equipaggiamento speciale per la ricerca di acqua sistemi sismici, elettrici
Macchine Odex 85 e 115 della Atlas Copco per la perforazione dei pozzi da 250 mm.



Inizialmente i movimenti di terra prevedevano la scelta di aree apposite come cave di prestito, l'accumulo del materiale per i rilevati mediante bulldozer, il carico su autocarri con motopale gommate, il trasporto del materiale nei siti di utilizzo, la stesa con motorgrader, la bagnatura e miscelazione con motorgrader ed autobotti e la compattazione con rulli vibranti, e per ultima la finitura con motorgrader.
Dopo aver fatto degli assaggi entro 100 metri dal rilevato stradale entro con il retro scavatore gommato poclain per tutta la lunghezza dell'opera, abbiamo scoperto che quello che era apparentemente roccia granitica presente in superficie era invece semplicemente una crosta molto sottile e che una volta rotta, al di sotto, si trovava in bellissimo granito frantumato che poteva essere caricato molto facilmente mediante l'uso di motorscraper che lo potevano caricare parallelamente al nastro stradale e potevano scaricarlo in un raggio di poche centinaia di metri.
In questo modo si potevano realizzare circa 10.000 m³ di rilevato al giorno usando solo i motorscraper annullando l’operazione di tutta la batteria di dozer, pale e camion previsti inizialmente.
Modificammo quindi tutto l'iter operativo che ci permise di ridurre drammaticamente il costo di questa operazione.

 


 

Gli addetti ai lavori sanno che nella esecuzione dei movimenti terra serve acqua e che il contenuto di umidità ottima nelle terre da compattare è quella che permette di ottenere la massima densità dei rilevati e che questa umidità con limiti di percentuale inferiore o superiore a quella ottima viene calcolata con precise analisi di laboratorio. (Per inciso, nei lavori fatti in Italia, questo viene messo poco in pratica con il risultato che strade e reinterri dopo un po’ cominciano a cedere.)

Nel caso dei nostri rilevati in Arabia Saudita, l’umidità ottima era attorno al 10% e considerando un limite inferiore dell’8% e una umidità interstiziale esistente del 2%, era necessario aggiungere una percentuale del 6% in peso della terra da lavorare. Considerando che il materiale per i rilevati compattato pesava attorno alle 2 tonnellate al metro cubo, era necessario aggiungere circa 120 litri di acqua per metro cubo che per una produzione giornaliera di 10,000 mc. richiedeva una quantità di acqua giornaliera di 1200 mc.
Non essendoci laghi o fiumi dove trovavamo quest’acqua?
Al mio arrivo stavano facendo degli assaggi con una terna caterpillar vicino alle Oasi e si fecero delle prove per vedere quant’acqua filtrava nella trincea scavata. Questa era pochissima e una volta pompata occorreva tutta la notte perché si riempisse nuovamente.
Non era questa quindi la strada da percorrere.
Sentimmo Telespazio in Italia che ci fece avere le foto aeree delle aree della nostra zona e studiandole attentamente notammo che vi erano delle grandissime depressioni, in cui erano anche presenti Oasi. Potevano essere dei bacini ove nel sottosuolo poteva esserci acqua. Decidemmo pertanto di procedere in questa maniera. Facemmo venire dall’Italia un geologo esperto in geofisica con sismografi e strumenti per misurare la resistività elettrica. Tarammo le curve sismiche e gli altri strumenti vicino alle Oasi dove vi era acqua.
Poi facemmo delle sezioni sismiche sistematiche secondo le mappe ricavate dalle foto aeree. Eseguimmo dei fori da 50 mm con un track drill, una macchina di perforazione cingolata e già a circa 20 metri di profondità cominciò a salire materiale umido che era indice della presenza di acqua. Il materiale che risaliva era quel granito sabbioso sciolto che indicava la presenza di un materiale con una certa permeabilità.
Decidemmo allora in accordo con l’ufficio di Milano di mandare via aerea una perforatrice cingolata Atlas Copco con relativo compressore da 10 bar attrezzata con un martello fondo foro tipo Odex 90 per eseguire fori da 3” con rivestimento microforato per esplorare la vera potenzialità del bacino acquifero sotterraneo.
Come si studia un potenziale acquifero? Si prende un triangolo di circa 100 metri di lato e si fanno 4 fori profondi circa 50 metri, rivestiti con una camicia microforata. Tre ai vertici del triangolo ed uno al centro. In quello centrale sul fondo si monta un pompa (noi montammo una pompa elettrica verticale tipo panella da 2”) e sui tre ai vertici del triangolo si montano degli strumenti chiamati limnigrafi elettrici. I limnigrafi a contato con l’acqua si illuminano e sul supporto si può leggere la profondità del livello dell’acqua.
Dopo aver installato tutto, si comincia a pompare, l’acqua viene inviata in un serbatoio artificiale ricavato da uno scavo nel terreno rivestito di un manto di plastica impermeabile. La falda comincia a scendere, maggiormente nella zona del pozzo e meno negli altri tre pozzi al vertice del triangolo

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Poi si smette di pompare e si misura il tempo di risalita della falda acquifera. Con degli abachi disponibili nella letteratura scientifica si è in grado di calcolare la potenzialità della falda e misurando l’acqua pompata inviata nel serbatoio se ne poteva calcolare la quantità reale per unità di tempo da poter pompare tenendo la falda costante Facemmo prove in circa 40 aree e scoprimmo che la potenzialità delle falde era altissima. Poi scoprimmo che in molti pozzi l’acqua era dolce mentre in altri era salata.
Decidemmo pertanto, di far venire dall’Italia un Odex di maggiore dimensione e precisamente un odex 190 in grado di fare dei pozzi del 200 mm di diametro. Facemmo 40 pozzi profondi 40/50 metri, li attrezzammo con pompe Panella di maggiore portata di quelli sperimentali, con generatori deutz da 25 kv. di serbatoi di immagazzinamento e di piattaforme di carico per le autobotti

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Famiglia degli Odex
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Dettaglio martello fondo
foro con alesatore

Risolvemmo coì il problema dell’acqua. Quella dolce fu utile anche per l’uso nel nostro campo, per la realizzazione dei calcestruzzi e per la maturazione a vapore dei cls delle opere d’arte, per cui non rimaneva alla fine del ciclo alcuna salsedine.
Ci rimase però un problema. Chi erano i proprietari dei terreni ove facemmo i pozzi? Alcuni erano evidenti ed altri no. Noi ci impegnammo a lasciare alla fine dei lavori i pozzi e relative strutture ai proprietari che rese li rese assai contenti. Di alcune aree non si riusci a stabilirne la proprietà e i confinanti cominciarono a litigare con il risultato che la polizia ci fece chiudere quei pozzi con notevole danno relativo alle spese già sostenute ed al maggior trasporto dell’acqua che ci toccò fare dagli altri pozzi.


 

Come ho detto innanzi, non vi erano dei grandi banchi di roccia da forare e sparare. Vi erano dei grandi depositi di materiale granulare misto a terra del diametro di 5-10 cm. Questi depositi si trovavano lungo il percorso da realizzare. Decidemmo allora di definire numerose aree dove posizionare, e spostare l’impianto di frantumazione e vagliatura mobili, una volta prodotto quanto necessitavamo per un certo tratto di strada. Non ricordo bene, ma credo che spostammo l’impianto almeno 5 volte. L’impianto era formato da un alimentatore a piastre Loro e Parisini, da un primario L&P 800, da un vaglio scalpatore in entrata, da un secondario a cono Dragon e da vari vagli e nastri. Tutta la lavorazione era a secco non essendoci acqua per i lavaggi.


 

Vennero realizzati numerosi ponti negli wadi, tombini di cls prefabbricati circolari e tombini scatolari fatti in opera.


Erano dei ponti relativamente semplici. Luci da 20 metri, fondazioni dirette costituite da un dado in calcestruzzo largo quanto il ponte, realizzate in scavi rettangolari eseguiti nel letto del fiume sul quale venivano realizzate 4 pile circolari da circa un metro di diametro. Sulle pile erano appoggiate delle soletta dello spessore di 50 cm. fortemente armate.Lo scavo delle fondazioni furono eseguite con Poclain ed eventualmente con martellone ove si trovava materiale duro. Il dado di fondazione era armato e le pile circolari sovrastanti casserate con casseri metallici circolari. I getti sono stati eseguiti o direttamente con autobetoniere o con pompe per cls tipo cifa.Le solette erano casserate con un casseri sostenuti mediante ponteggi. Eseguito il getto, veniva fatta traslare sulla struttura una copertura di teli e inviato vapore mediante generatori di vapore Brezza.In tal modo il calcestruzzo maturava rapidamente e 24 ore dopo il getto dopo aver rotto in laboratorio i relativi cubetti, maturati anch’essi a vapore sotto il telo, si poteva disarmare il tutto e inviare i ponteggi e casseri al ponte successivo.Poi, seguiva una squadra che realizzava le barriere laterali del ponte, tipo New Jersey in cls. utilizzando un cassero traslato su binari che si apriva e si chiudeva idraulicamente.

Tombini circolari prefabbricati

Erano di vario diametro. Realizzammo un area di prefabbricazione utilizzando casseri giunti dall’Italia. Dopo il getto si procedeva alla maturazione a vapore accelerando il processo di aumento della resistenza. Poi, i prefabbricati venivano portati sul punto di posa e posati su di un magrone.
Tra uno e l’altro elemento prefabbricato si poneva una guarnizione di neoprene. Una volta posati tutti, si mettevano due travi di acciaio sulle due testate e si comprimevano l’uno all’altro per essere definitivamente bloccati con la esecuzione dei muri di testa.

Tombini scatolari

Si gettava la parte inferiore e poi si montavano dei casseri che venivano sostenuti da due travi tralicciate per bocca che avevano ruote sopra e sotto. Il cassero era appoggiato su due piani orizzontali che poi divenivano inclinati e poi di nuovo orizzontali ed appoggiavano sulle ruote fissate sui tralicci di sostegno. Le sponde erano incernierate con la soletta nella parte superiore.
Una volta posato il cassero e il ferro, si provvedeva al getto ed alla maturazione a vapore. Il giorno dopo, una volta raggiunta la resistenza sufficiente per disarmare, si ruotavano i pannelli incernierati laterali e si tiravano da un lato verso l’esterno i due tralicci, il tutto scorreva sino a quando le ruote trovando i piani inclinati facevano abbassare il cassero. Una volta sfilato tutto il cassero, si caricava su di un carrellone e trasportato alla prossima opera da eseguire. È stata una soluzione molto intelligente che ci ha permesso di realizzare queste opere in grande velocità.

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Un disastro

In Arabia Saudita non piove spesso, ma una volta ci ha beccato una grandinata che è durata un ora.
Sul terreno vi era 40 cm. di grandine. Aveva sfondato tutti i vetri dei mezzi di lavoro e nei wadi correva acqua come un fiume in piena. Ci fece molti anni. Parte dei rilevati dove non avevamo ancora completato i tombini che la attraversavano, l’acqua correva longitudinalmente al rilevato portandone via una fetta. Dove avevamo scavato le fondazioni dei ponti e magari dove eravamo pronti a gettarle o avevamo casserato le pile, ci ha riempito tutto di sabbia. Fu un disastro e ci volle molto tempo per rimediare.

Pavimentazione

La pavimentazione era costituita da uno strato di misto granulare prodotto con l’impianto di frantumazione. Lo spessore di 30 cm. veniva trasportato con i camion, steso con i motorgrader e rullato con rulli Dynapac da 15 tonnellate vibranti. Sullo strato veniva poi passata l’autobotte che applicava giusto un pelo d’acqua e dietro vi erano le botti con la mano di attacco bituminosa su cui veniva steso uno strato di binder ed infine il manto di usura bituminoso per uno spessore totale di cm. 15.

La vita sociale
Noi lavoravamo tutto il giorno ma non c’era molto da fare per le quattro famiglie. Robiati, Conti, Giannini, Racitti, Avevamo organizzato una scuola elementare per i bambini. Quando uscivano a passeggiare più che altro vedevano ragni, scorpioni e tanta sabbia. Qualche volta organizzavamo dei pic nic presso un massiccio roccioso distante qualche decina di chilometri con relativa grigliata.
Qualche volta andavamo all’oasi dell’emiro e le donne saudite preparavano il loro pane cotto su delle rocce scottate dal sole. Lo steso si poteva fare per le uova e frittate. Ogni tanto l’emiro del villaggio ci invitava con le famiglie a casa sua nell’oasi. Le donne passavano dal retro e noi uomini dal davanti. Ci si sedeva per terra con le gambe incrociate. Al centro vi era un gran vassoio di ottone su cui vi erano molti chili di riso bollito contenente uvette e pinoli e sopra vi era un capretto bollito (Kharouf). Si mangiava con le mani. Con il riso si facevano delle palline che si infilavano in bocca con il pollice e la carne di capretto veniva strappata letteralmente e messa in bocca. Devo dire che il tutto era saporito. Alla fine si mangiava del formaggio che ti veniva versato nelle mani da una sacca di intestino nel quale era stato sbattuto. Spremevi via il caglio e mettevi il resto in bocca. Poi ti portavano delle bacinelle di acqua con cui ti potevi lavare le mani. Finalmente arrivava il caffè.Si chiamava Gahwah. Era un caffè macinato praticamente crudo a cui venivano aggiunte delle spezie. Veniva versato in tazzine molto piccole e quando restituivi la tazzina o la coprivi con la mano o dicevi Khalas (Basta) o te ne rifilavano ancora un pò.Quando lo assaggiai per la prima volta nella tenda di un emiro, per un pelo non caddi svenuto. Poi ci ho fatto l’abitudine.
Le donne che erano entrate nel retro e che mangiarono con le donne arabe della famiglia ebbero il privilegio di poter mangiare con le posate.
Una volta in un pic nic con l’emiro nella sua oasi ci mangiammo un lucertolone di deserto bollito. Per loro era una roba prelibata, sapeva di pollo.
A Natale organizzammo una festa in mensa con Babbo Natale che vi arrivò con un dumperino con i pacchettini regali per tutti. È strano che e lo permisero dato che in quel paese vi è molta intolleranza specialmente quando si tratta di cose religiose. Qualche volta si andava nei paesini un po' più grandi a fare un po' di spesa al mercato.
Quando arrivavano le tempeste di sabbia si infilava dappertutto e ci volevano giorni per poterla ripulire tutta.
Una volta venni invitato da un emiro di un villaggio vicino di sera senza molto preavviso. Vi andai in macchina scortato dai miei ospiti. Era nel deserto sotto una tenda fatta di lana di cammello. Sotto le stelle, con il fuoco acceso perchè la notte nel deserto spesso fa freddo, con il turbante da arabo mangiammo alla solita maniera. Siccome l’umidità era molto bassa, forse il 15% il cielo stellato era qualcosa di fantastico, credevo di poterle toccare con le mani.
Occorreva stare molto attenti con il linguaggio e comportamento poichè bastava un nonnulla per essere denunciato ed arrestato. A molti lavoratori italiani scappava una bestemmia e si beccavano la denuncia ed arresto. Per liberarli occorreva trattare con il denunciante e risolvere la questione a colpi di dollari. A qualcuno venne la bella idea di produrre bevande alcoliche con i datteri. Fu scoperto e denunciato. Per tirarlo fuori di prigione stessa tiritera.
Una volta il contabile di cantiere certo Conti, andò al mercato di Bureidagh a fare un po' di spese per la mensa – piuttosto, i polli venivano dai frigoriferi di De Nadai a Geddah e le uovo in polvere.
Aveva i capelli un po' lunghi ma non eccessivamente. Arrivato al mercato fu visto da un vecchio Muttawah – un prete che con il bastone cominciò a colpirlo e poi chiamata la polizia lo portarono dal barbiere e davanti ad una folla di curiosi che si sbellicavano dalle risa lo rasarono a zero e poi lo lasciarono andare. Naturalmente al ritorno al campo ha chiesto di poter avere il biglietto di ritorno per l’Italia.
Le foto dei lavori e delle opere cui si riferisce il racconto le trovate qui a fianco in file separato e seguendo simultaneamente foto e racconto i dettagli sono abbastanza chiari.
Dopo un lungo periodo su quel cantiere mi fu chiesto di rientrate in sede perchè destinato alla direzione della costruzione della diga di Shiroro in Nigeria.
Prima di rientrare, con la moglie e figlie ci facemmo però un viaggio in Kenia a Malindi dove potemmo assaporare di nuovo del buon cibo e la vista del verde che ci era mancato per un lungo tempo.
A Sciroro non vi andai perchè non misi d’accordo sulle condizioni economiche con l’allora direttore generale per l’estero, Ing. Enrico Bertinelli, lasciai la società e iniziai una nuova avventura in Cameroun con l’Impresa Cogefar di Milano.